Monday, 12 April 2010

Touching the void

Fuori piove e tira il vento. Quel bel vento freddo che entra nel colletto della maglia e ti gela le vertebre, una dopo l'altra.

Salgo sul treno. Fa freddo, quasi quanto fuori. Il riscaldamento sembra essere in funzione ma butta fuori solo aria fredda, puzzolente. La puzza dell'aria si va ad aggiungere alla puzza della carrozza, quella puzza da treno che si può trovare solo su un treno delle ferrovie dello stato. Quella puzza che non si trova da nessun'altra parte e che il mio cervello codifica subito in aggettivi come vecchio e malridotto, e sostantivi come incuria. Ma anche in espressioni più lunghe, quali "peggio che la peggio ridotta transfrontaliera della peggiore ora del boom industriale". Insomma, ci siamo capiti, quella puzza da treno.

I compagni di viaggio sono abbastanza rumorosi: un gruppo di ragazzotti si vanta delle rispettive conquiste amorose durante le vacanze pasquali, una signora racconta morte vita e miracoli della domenica dai genitori al cellulare, un altro signore si è addormentato e russa come l'intera sezione fiati dei Wiener Philarmoniker.

Mi accomodo a favore di treno, ma la testa non l'appoggio, perché a giudicare dal colore del sedile è meglio non rischiare il contatto con nessuna parte del sedile, se non protetti da almeno uno strato di vestiario.

Apro il libro e lì sparisce tutto.

touching the void

Sparisce il freddo.
Sparisce la puzza.
Spariscono i vicini molesti.
Sparisce la zozzeria.

Anche io sparisco, mi faccio piccola piccola e sprofondo nella lettura de "La morte sospesa" di Joe Simpson, da cui è poi stato tratto il film "Touching the void" diretto da Kevin MacDonald.

In un certo senso sapevo di fare male, perché so già come andrà a finire. Non mi riferisco al libro (beh, anche quello in un certo senso, eh eh), quanto alla reazione che provo ogni volta che lo rileggo: so benissimo che due ore di treno più metro non basteranno per finire di leggerlo e so benissimo che non riuscirò ad andare a dormire finché non avrò finito di leggerlo e dopo non prenderò sonno tanto facilmente, con la logica conseguenza di svegliarsi dopo poche ore di sonno incongruente, spezzettato e superficiale, intontita come poche.

"La morte sospesa" è un libro di quelli che ti incolla alla sedia, o al sedile, visto che l'ho letto la prima volta su un treno (Torino-Milano-Torino, si vede che è un libro che ha un certo feeling con lentitalia). Bello, avvincente, coinvolgente, scritto magnificamente e tradotto con altrettanta partecipazione da Paola Mazzarelli. Ha il potere, la forza, la capacità di formare un muro protettivo intorno a te: inizio a leggere ed è come se tutto ciò che è al di fuori di quelle pagine sparisse, perdesse importanza. E non è neppure un fenomeno graduale, no no: di botto, il cervello respinge qualsiasi informazione non rilevante al libro, il cuore prende a pulsare dei battiti della scrittura e lo stomaco rifiuta qualsiasi alimento che non siano le parole scritte in quelle pagine. Dopo averlo terminato la prima volta, provo sempre un moto di gratitudine verso Joe Simpson quando con lo sguardo incrocio la copertina del libro su uno scaffale, perché è raro e prezioso trovare libri e scrittori che sappiano creare questa dipendenza dalle pagine.

Mentre leggo l'avventura di Joe, della sua forza di vivere, della decisione di Simon, il cervello lavora lavora lavora: elabora informazioni, si pone domande, dubbi morali e personali.

Sono quasi le due di notte quando giro l'ultima pagina. Le ultime cinquanta pagine le ho lette sotto le coperte, con la luce piccola del comodino. Mi fanno male gli occhi e quando li chiudo, ecco che le domande che la narrazione serrata ha tenuto in disparte hanno campo libero. Penso alla vita, a quanto forse non la valutiamo, salvo poi andare oltre le nostre stesse capacità per rimanerci attaccati; penso alla morte, a quanto la vediamo in tv e a quanto poco ci pensiamo effettivamente; a come diverse, inaspettate, uniche possono essere le reazioni di fronte alla vita e alla morte.

Il sonno non arriva. Al suo posto arrivano immagini che mi ricordo del film, spezzoni in cui Joe e Simon raccontano di quei giorni con la calma con cui si può raccontare di una gita fuori porta. Ma oltre alla calma c'è qualcos'altro, negli occhi brilla una luce diversa. E pensando ai loro sguardi torno alla poesia di T.H. Lawrence (Lawrence d'Arabia, per intenderci) che Simpson ha usato all'inizio del libro:

All men dream: but not equally.
Those who dream by night in the dusty recesses of their minds
wake in the day to find that it was vanity:
but the dreamers of the day are dangerous men,
for they may act their dream with open eyes to make it possible.

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