Sunday, 4 April 2010

A un cerbiatto somiglia il mio amore

Orah. Orah che vuol dire luce.
Avram.
Ilan.
Adam.
E Ofer. Ofer che vuol dire cerbiatto.

Orah che ha paura di ricevere la notizia dell'uccisione del figlio minore Ofer in guerra.
Ilan, il marito da cui si è separata dopo più di vent'anni, è in viaggio per il Sudamerica con l'altro loro figlio, Adam.
Orah teme che rimanendo a casa non farà altro che facilitare questa tragedia. 
Allora fugge. Perché con nessuno a casa ad attendere gli ufficiali incaricati di comunicare la notizia, allora Ofer sarà al sicuro.
Fugge con Avram, innamorato di Orah, amico di Ilan, distrutto nella mente e nel fisico dalla prigionia in un'altra guerra, quella del Kippur.
Orah che racconta ad Avram la storia della sua famiglia, di quei vent'anni di felicità vista come una fortuna inaspettata e forse immeritata, una cellula impazzita che zigzaga incolume nel complesso di guerra, sangue, terrorismo e paura che costellano la vita di Israele.


Oggi pomeriggio, con i crampi su tutta la schiena per l'assenza di movimento, ho finito di leggere "A un cerbiatto somiglia il mio amore" di David Grossman.
Appena iniziato, ho pensato che l'avrei finito in un battibaleno: le prime pagine sono genio puro, raccontate nello stile dei radiodrammi che Avram scrive, deliri di ragazzi febbricitanti ricoverati in un ospedale. Scorrono via veloci, lasciandoti addosso euforia ma anche dolore, malinconia e felicità mischiate insieme.


Poi qualcosa è cambiato. Dopo duecento pagine, quando ormai Orah e Avram sono in viaggio verso dove finisce Israele, qualcosa è cambiato.
Avram non vuole sentire parlare di Ofer, ma Orah deve parlarne, allora scava una buca, ci ficca la testa dentro e inizia a parlare. 
"Nella sua mente, come un chiodo, le si conficcò il pensiero che doveva capire come ci si sentiva lì. In fondo, anche quando Ofer era piccolo assaggiava prima di lui tutto ciò che gli preparava, per assicurarsi che non scottasse o fosse troppo salato."
In poche parole eccola lì, Orah, madre, moglie, amante, donna che tiene in piedi con la sua fragilità il suo microcosmo fatto di uomini.


Orah che fugge.
E io con lei. Perché presa da un folle presentimento come Orah, ho pensato che non sarebbe successo nulla ad Ofer se io non fossi arrivata alla fine del libro. 
Gli ufficiali, come da protocollo, saranno lì ad attendere che qualcuno apra la porta, ma attenderanno inutilmente.


Follia? Forse, sta di fatto che un po' alla volta ho consapevolmente rallentato la mia andatura. Forse per la prima volta in vita mia, ho saputo resistere alla 
tentazione di riaprire il libro appena chiuso.
Ho impiegato due mesi a terminare di leggerlo. Nel mentre il libro è diventato un ricettacolo di note, segnalibri, post-it, perché quasi in ogni pagina c'era qualcosa da ricordare: troppo prezioso da lasciarlo rinchiuso in un libro, devo ricordarmelo, devo scriverlo, devo mandarlo a memoria.
Così oggi pomeriggio ho chiuso il libro, con il tè ormai gelato sul comodino, la schiena a pezzi e la pelle del viso che tirava dove si erano asciugate le lacrime.
Non so ancora trovare bene le parole, forse non le troverò mai, ma questo libro mi ha cambiato la vita ed è una delle poche cose che salvo degli ultimi mesi.
Perché straborda di amore e di dolore, lacera l'anima e, allo stesso tempo, la riporta in vita.


"Non è stato un amore a prima vista" le aveva scritto in un telegramma [...] "perché ti conoscevo e ti amavo anche in passato virgola ancora prima che tu esistessi virgola perché solo dopo averti incontrato sono diventato ciò che sono punto."

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