Tuesday, 6 July 2010

Cap. 30

Una vecchia scatola delle scarpe, foderata con della carta pacchi e da regalo.

L'ha rivestita così qualche anno prima, infastidita nel vedere il logo delle scarpe da ginnastica che un tempo conteneva sbiadire sempre più; non aveva fatto un gran lavoro, perché aveva messo male la colla e lungo tutti i lati erano rimaste delle bolle d’aria.
Ogni tanto la riporta alla luce, fuori da quello scaffale alto nel ripostiglio. Apre il coperchio, giusto il tempo di far entrare un po’ di aria fresca e fare uscire l’aria stantia, infilare una cartolina, un foglietto di carta, un post-it a forma di funghetto e poi richiudere la scatola veloce veloce per farla ripiombare nel suo angolo di oblio.

E' una scatola speciale, un vaso di Pandora. Il cimitero delle sue aspirazioni sfuggite e idee mai realizzate.

Tutto era iniziato come un gioco, molti anni prima.
“Sei brava, perché non provi a scrivere qualcosa?”
“Una lettera, intendi? Non saprei, ne scrivo già tante.”
“No, no, intendevo un libro, o un racconto”.

Perché no, si era domandata. Ci aveva provato, ma non le era piaciuto molto. Scrivere le era sembrato un territorio inesplorato e pericoloso.
Quelle poche pagine, scritte con la vecchia Olivetti di sua mamma, erano diventate sempre più pesanti, troppo pesanti per essere portate con sé, nello zainetto di scuola.

Le aveva piegate a metà e messe dentro la scatola, con la promessa di riprendere a lavorarci su in futuro, quando le idee sarebbero di sicuro state più chiare e le parole non avrebbe lottato nella sua mente per materializzarsi sulla tastiera.

Quei primi fogli sono orami ingialliti, parte integrante della scatola, visto che da quella scatola non sono mai stati tirati fuori, né tanto meno riaperti: sono stati sommersi da tanti altri fogli che nel corso degli anni sono andati ad aggiungersi gli uni agli altri.

Inizi di romanzi, racconti, poesie; una serie in capitoli finali di trilogie mai iniziate, lettere mai spedite, confessioni mai rese, progetti mai messi in pratica, buoni propositi lasciati in disparte.

La scatola l'ha seguita, fedele e silenziosa, per i suoi spostamenti e traslochi, da una casa all’altra: prima spoglia, poi malamente foderata, chiusa da uno spago e con un’etichetta con l’indirizzo di casa. Non che ci sia mai stata una reale occasione per perderla, ma l’idea di rendere la scatola rintracciabile e reperibile la tranquillizza.

Come può essere altrimenti? Contiene una parte preziosa della sua vita, è lì a ricordarle tutto ciò che vede quando gli altri non le prestano attenzione, gli orizzonti nuovi e differenti che vorrebbe raggiungere.

Per quanto lontana dalla vista, lei sa che la scatola era lì, nel ripostiglio, a casa ad aspettare il suo ritorno dall’ufficio, dai viaggi di lavoro, dalle vacanze.

Un monumento bonsai alla sua codardia: la sua voglia di essere accettata per ciò che era sempre andata a sfracellarsi contro il muro della paura di essere vista e giudicata proprio per ciò che era.
Forse per questo è sempre stata così impaurita ed attratta allo stesso tempo dallo scrittura. Come la scatola, ha sempre pensato alla scrittura come qualcosa di strettamente personale, di cui non mettere a conoscenza nessuno; nel momento in cui si ritrova a pensare che ciò che sta scrivendo potrebbe essere letto da qualcuno, il terrore di non essere all’altezza, di non essere “abbastanza” la paralizza. 
La paura delle critiche, del sarcasmo degli altri, le prosciuga la mente da tutte le idee, anche le più stupide, lasciandola da sola ad affondare nell’oceano bianco del foglio di carta.

Si è promessa più e più volte di superare questo scoglio, di portare a termine una delle sue ennesime incompiute. Ma ogni volta che ha fatto a sé stessa una simile promessa, ha anche incrociato le dita dietro la schiena.

Oggi però è diverso. Un giorno speciale in un certo senso, sebbene non ci sia nessuna grande ricorrenza, nessun episodio catalizzatore, una tranquilla e anonima domenica di metà luglio. E’ tornata a casa dopo una breve vacanza in famiglia. Le orecchie le fischiano ancora per via dell’aereo. O forse sono le zie, intente a ricordarle telepaticamente che suo fratello era perfetto e aveva trovato una ragazza perfetta. 

Si è fatta una doccia e ha tirato fuori dal frigo una birra.
Sdraiata malamente sul divano, cerca di ricordarsi come “Young hearts” di Rod Stewart sia finita nella sua collezione di canzoni.

Butta giù un sorso di rossa, si alza e porta con sé una sedia nell’ingresso: ci sale su e recupera il suo personale vaso di Pandora.

Torna in cucina e apre la scatola. Questa volta però non aggiunge nessun foglio alla collezione. Tolto il coperto, rimane a fissare l’interno della scatola e poi, con un gesto secco, ne rovescia l’intero contenuto sulla tavola.
Per un momento non sembra cadere giù nulla, come se pure i fogli dentro la scatola siano sorpresi da questa sua azione; alla fine però la gravità ha la meglio ed ecco che piovono giù.

Recuperata la sedia e la bottiglia, mette da parte scatola e coperchio. Si siede e inizia ad aprire e stendere per bene tutti i fogli. Forma una pila di carte e inizia a leggere: senza fretta, una pagina dopo l’altra, si rituffa nel passato, sorride, aggrotta la fronte davanti a tentativi acerbi , sempre più convinta di non essere portata per la poesia. Un romanzo storico?!? Figurarsi, proprio lei che con le date non è mai andata d’accordo. A seguire spezzoni di gialli, horror e romanzi di formazione.

Tante storie, tutte rimaste imprigionate nella sua mente e nella scatola. Chiedevano solo le ali per volare via da quella prigione, le cui mura erano sorvegliate dagli spettri del fallimento.

La bottiglia è ormai vuota, ma lei la rovescia e la lascia così, per raccogliere con la lingua l’ultima goccia. Sente che l'alcol le ha dato un po' alla testa, eppure le sembra che tutto sia chiaro come mai prima.

Forse non è più tempo per questa collezione senza senso.
Forse è arrivato il momento di cambiare e di lasciarsi alle spalle questo capitolo.

Ma non se la sente di buttare via tutto. Gettare via quegli abbozzi di avventure significherebbe rinnegare una parte importante di sé, forse non la migliore, ma la più interessante ai suoi occhi. Buttando via tutto non sarebbe cambiata e non si sarebbe sentita più libera, caso mai si sarebbe ritrovata prigioniera di un ulteriore rimpianto.

No, non avrebbe appallottolato le avventure del garzone guercio e non avrebbe privato l’uomo più noioso del mondo di tale nomea. Gli allievi della scuola di musica “Chiave di Sol” avrebbero continuato a sparire misteriosamente, fino a quando l’ispettore Sabbi non avesse trovato il colpevole.

Ora sa cosa fare e forse pure come. Probabilmente quest’euforia e questo coraggio scemeranno per scomparire alle prime luci del sole, quando la quotidianità dell’ufficio farà la sua prepotente comparsa.

Ammucchia i foglietti in un angolo del tavolo. Toglie il portatile dalla sua custodia e lo accende.
Centrato, su un nuovo documento, scrive “Cap. 30”, lo sottolinea e inizia a saldare il debito con la sua fantasia. 

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