Wednesday, 8 September 2010

Balance: an applied sociology weekend workshop

Questo week-end mi ha visto impegnata in un'approfondita indagine a tutto campo, a riguardo di uno dei miei argomenti preferiti: la normalità.
Cosa sia, quali siano i criteri che la definiscono e la rendono tale in un dato momento e luogo, sono interrogativi interessanti, materiale perfetto se si ha tempo da buttare via in allegre seghe mentali.
E di tempo da buttare via io ne ho, in abbondanza.
La prima parte dello studio l'ho condotta in quel di Woking sabato sera. Appuntamento per un boccone veloce con alcuni amici e colleghi e poi ci siamo diretti al New Victoria Theatre a vedere il "Rocky Horror Show". Eravamo un gruppetto decisamente interessante: metà in costume, gli altri in vestiti di tutti i giorni, io in comode scarpe da ginnastica, altri in scarpe col tacco di tre numeri più piccole della loro taglia.
A teatro eravamo decisamente un gruppo molto dimesso: fra guêpiere, boa rossi, calze a rete, corsetti, tacchi a spillo e chi più ne ha più ne metta, c'era di sicuro gente che aveva investito molti soldi e ancora più tempo nella preparazione di questa serata a teatro.
Che cosa c'è di normale in tutto ciò? Ma la gente! Tutti quei Frank e quelle Magenta sono le persone normali che incontro nella vita normale di tutti i giorni: i pendolari in giacca e cravatta che corrono a prendere il diretto per London Waterloo; le mamme stressate che vedo in coda alle casse fai da tè del supermercato; i vicini di casa che non mi salutano e fanno finta di non vedermi.
Tutte quelle fronti corrucciate che mi si parano davanti ogni giorno erano, per una sera, rilassate: la gente non si faceva problemi a farsi foto con perfetti sconosciuti, a chiacchierare con il ragazzo seduto accanto ("ma che bella mini! dove l'hai comprata?!?", "ah, non saprei, è della mia ragazza..."), a non preoccuparsi in generale di nessuna incombenza o problema.

Domenica, l'analisi si è trasferita nel centro di Londra, dove sono andata a pedalare insieme a Lloyd nel percorso della Skyride.
15 km nel centro di Londra chiusi al traffico e riservati solo ai ciclisti.
Anche qui le persone che mi circondavano erano le stesse di tutti i giorni, alcune probabilmente erano a teatro la sera prima con me, solo che stavolta non indossavano zeppe e babydoll, ma avevano i figli con loro.

Una processione ordinata di biciclette, nessuna macchina che fa invasione com'era capitato al Bike Pride di Torino, ma anche un lieve senso di oppressione sociale: la gente suonava il campanello solo in prossimità dei cartelli che lo richiedevano, quindi nessun "Make some noise" nessun scampanellio.
A un certo punto mi è sembrato di essere nel bel mezzo di un obbligo sociale: la bici va di moda a Londra, quindi tutti in bici, si va tutti alla stessa velocità e si fa casino solo su richiesta.

Il secondo giro del percorso non l'abbiamo finito: dopo il primo giro, siamo passati da Lloyd a recuperare il suo uniciclo, abbiamo deviato da Robert per un caffè e quando abbiamo riattraversato Westminster Bridge siamo stati accolti dai solerti volontari che al megafono continuavano a fare il conto alla rovescia alla fine della manifestazione, con un tono che suonava pericolosamente simile a "Sono quasi le quattro, ok che andare in bici è in, ma avete rotto, fuori dalle palle", quando solo due ore prima erano allegri e sorridenti.
Nessuno scampanellava più, perché tanto ormai era tardi.

Lloyd

Alla fine sono pure riuscita a scattare una foto a Lloyd. A riguardarla ho pensato che la normalità è un equilibrio difficile da mantenere. Il pendolare che si veste da Riff Raff, quello che gira per il centro di Londra con una specie di chopper a trazione muscolare, alla fine sono degli equilibristi: continuano a muoversi per mantenere un equilibrio fra ciò che la società reputa normale e ciò che il loro cuore considera tale, senza pensare troppo né al movimento, né all'equilibrio.
Probabilmente perché nel momento in cui ci si ferma e le domande sulla normalità iniziano a formarsi, allora le possibilità di cadere aumentano in maniera esponenziale. Magari uno cade e non si fa niente, ma la paura che possa succedere blocca e paralizza. Così viviamo tutti questo equilibrio che chiamiamo normalità e non lo rompiamo per paura delle conseguenza, ma chi l'ha detto che debbano essere solo negative?
Ora, se solo riuscissi a smettere di razzolare così male... coccodè!

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