Tuesday, 14 September 2010

Boum!

L'aria inizia a essere fredda, ma stamattina sono riuscita a pedalare senza rischiare il congelamento delle dita, non penso di avere ancora bisogno di guanti.

Nel pomeriggio ha piovuto. Me ne sono accorta dalle gocce di pioggia cadute sul manubrio di Voodoo Lady alla stazione: dovrò trovare un modo per coprirla, perché la tettoia non copre del tutto la bici e rischio di vedere il livello di ruggine aumentare troppo velocemente.

Ho asciugato il manubrio e bofonchiando contro chiunque abbia pensato a un riparo solo parziale sono uscita dalla stazione e sono andata a fare un giro di commissioni prima di tornare a casa.
Ci tento a precisare che bofonchiavo sì, ma non parlavo da sola, ma con Voodoo Lady. Per alcuni è solo un ammasso di ferraglia non alla moda, per altri un ottimo mezzo di trasporto, ma Voodoo Lady oltre al mojo, vanta di un animo e una sensibilità che certi esseri a due zampe si sognano.

Mentre tornavo a casa mi è tornata in mente una canzone. "Boum" di Charles Trenet. E' uscita dai meandri della memoria, all'improvviso.
Sono uscita da Morrisons, fissato la borsa della spesa, tolto il lucchetto; ho inforcato la bici pronta a partire quando lo sguardo mi è caduto sui piedi, felici e contenti nei loro calzini nuovi (la "retail therapy" ha avuto fra i suoi frutti più apprezzati una serie nuova nuova di calzini dalle fantasie e colori più svariati) e qualcosa mi è tornato in mente. Mi si è stampato un sorriso in faccia e mi sono ritrovata a canticchiare, nemmeno troppo a bassa voce, tanto voglio vedere chi mi dice qualcosa:


"Mais... boum!
Quand notre coeur fait boum
Tout avec lui dit boum
L'oiseau dit boum, c'est l'orage!"

boum!

Ho ripensato ai primi giorni di settembre di molti anni fa, prima di tornare alla vita di tutti i giorni, gli ultimi giorni di ferie, quando con nonna andavamo a cercare funghi al Colverso: si andava giù in bici e si parcheggiava le bici su un lato della strada, tanto sapevamo che non correvano rischi di essere rubate. Scendevamo lungo il bosco, magari una o due rive, andavamo a cercare nei "nostri posti", controllavamo dove erano stati gli altri prima di noi (e in un paesino di poche anime, impari a riconoscere chi è passato prima anche solo dallo stato delle foglie o da come alcuni distruggevano in maniera metodica tutti i funghi non commestibili). E poi con i cestini pieni di madonnine, crave e bulet e due baffi viola da abbuffata di more si tornava alle bici.
La strada era un continuo sali e scendi e di macchine allora ne passavano poche. Al massimo trattori che iniziavi a sentire a un chilometro di distanza. Questo ci dava occasione di prendere velocità in discesa, affrontare a zig zag le salite, riprendere fiato e anche tornare indietro se ci sembrava di aver visto qualcosa di interessante al lato della strada: nocciole, fragoline selvatiche, la tana di una lepre. Il vento soffiava, la mia catena faceva click clack, quella di nonna un sibilo e uno scatto, swiiiish e poi tac!, un sibilo e uno scatto swiiiish e poi tac! Non ci voleva più di un quarto d'ora per tornare a casa ma io ero felice che mi sembrasse molto di più. Non so se mi sono mai sentita altrettanto felice come in quei momenti dopo.
C'era qualcosa di magico in quei momenti; tutto merito di mia nonna, ovvio. Nonna Ida era speciale, aveva un cuore grande grande che nessuno riusciva davvero a spezzare, nonostante i tentativi e i comportamenti ignobili di certa gente nei suoi confronti. La trattavano male, se ne approfittavano di quella sua bontà incondizionata e ancora oggi mi domando come non si sia mai inacidita, non abbia mai fatto esplodere il suo risentimento: non riesco a capirlo, come faceva.
Ma lei era unica, e la sua bontà era davvero pura, non portava rancore.
In un certo senso era la migliore vendetta che potesse prendersi, ma questo a lei non importava ovviamente.

C'era qualcosa di magico in quei momenti. Nel bosco, a battere con il bastone per terra per spaventare le vipere, ero felice e in pace con me stessa. Non si è mai troppo piccoli per provare sulla propria pelle la meschineria della gente; non sapevo bene come classificare quelle persone che erano carine con me quando avevano bisogno di qualcosa da me, salvo poi sparare merda sul mio carattere e sul mio modo di essere appena non gli servivo più. Però sapevo che facevano leva sui miei difetti e ci stavo male, perché non sentirsi all'altezza fa questo effetto. Insieme a nonna Ida questo non contava. Mi faceva voglia di essere migliore, ma allo stesso tempo accettava per davvero i miei difetti e non me ne faceva una colpa. L'equilibrio che continuo affannosamente a rincorrere era qualcosa di naturale per lei, era il suo regalo per me.
Ancora oggi, ogni volta che mi fanno sentire giù ripenso a quei momenti e mi sento più forte e riesco a rimettere tutto nella giusta prospettiva.

La cosa strana è che non ho mai ascoltato Trenet con mia nonna. Ogni tanto lo canto in macchina con mia mamma, quando non troviamo il cd dei Bee Gees, ma credo che nonna l'avrebbe definito uno che non sa parlare in piemontese molto bene.
Forse ho associato senza rendermene davvero conto Trenet alla bici e a nonna, perché è una canzone che mette allegria, quella stessa allegria senza riserve che provavo ad andare in bici con nonna.
Quella che in parte ritrovo ancora oggi come per magia ogni volta che mi rimetto a pedalare.

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