Sunday, 5 September 2010

Solitudine a Woking

I libri mi hanno fatto crescere ma, alla fine dei conti, con i libri non sono mai cresciuta. Nel senso che sono rimasta profondamente ancorata a molti dei miei comportamenti e delle mie abitudini infantili: sono possessiva e non amo dividere. Divento implacabile quando qualcuno maltratta i miei libri (e mia sorella può testimoniare a riguardo). 
In più ho la stessa reazione di una bimba viziata e capricciosa: mi dicono di fare qualcosa? Allora io non la faccio, cicca cicca cicca!
Tutti non fanno che leggere e parlare di un libro? Io non lo leggo, e tanto meno ne parlo.

Amiche fidate come Francy e Miky sanno come funziona. 
Nessun "Hai letto Caio? Devi assolutamente comprare l'ultimo di Sempronio". Con me non funzionano e di solito hanno come unico risultato di farmi incaponire nel mio rifiuto alla lettura.
Un libro regalato con poche parole, "ho pensato a te"... Un tascabile dato in prestito, "fai con calma, basta che poi me lo restituisci".

Psicologia al rovescio.
Come con i bambini.

Quando è scoppiato il caso letterario de "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano, sembrava che tutti quanti lo stessero leggendo intorno a me. Ragione in più per incaponirmi nel mio rifiuto.
Più le pile di volumi aumentavano in quantità ed altezza nelle librerie di Torino, più io gli stavo alla larga.

Quel volto in copertina mi infastidiva e mi innervosiva. Che strano scoprire molto più tardi che per Giordano era uno  dei motivi per cui la gente comprava il suo libro, quando con me sembrara avere come solo effetto una repulsione a pelle.
Tutti ne parlavano e io abbozzavo un sorriso, cercando di deviare il percorso della conversazione.

Poveri numeri primi! Così soli già di loro, mi ci mettevo pure io! Che colpa ne potevano avere quelle pagine delle chiacchiere della gente?!? Nessuna, ma io di certo non cambiavo idea.

Poi... poi succede che tutto va avanti. L'edizione tascabile ormai te la tirano dietro all'Auchan e non è più il libro di cui tutti parlano. Le famose quattro chiacchiere hanno memoria corta e la solitudine è caduta nel dimenticatioio. Visto che nessun amico mi ha immaginata impegnata nella sua lettura, l'ho dimenticato pure io.

Fino a quando non mi sono trasferita a Woking.
Mentre facevo ordine nella camera, (tuttora) piena di rumenta non mia, mi si è parato davanti il libro.
L'aveva scordato lì la precedente inquilina. Lo deve aver ricevuto in regalo, a giudicare dall'etichetta dorata di una libreria padovana, posizionato strategicamente come una foglia di fico a nasconderne il prezzo. Ha scritto a matita nome e cognome sulla prima pagina. Probabilmente è stata la prima e unica volta in cui ha aperto il libro.
L'edizione rilegata, con la sua copertina spessa e cartonata, non portava tracce apparenti di lettura, nessuna di quelle tante minuscole cicatrice che infliggiamo, coscientemente o meno, alle pagine.
Nessuna traccia di apertura prolungata su una pagina: la rilegatura era intonsa e rigida, come appena uscita dalla libreria. Pure la fascetta rossa che ululava ai quattro venti le parole "Premio" e "Strega" brillava di vita non vissuta.

Com'è che dicevo?
Psicologia al rovescio.
Come per i bambini.

Qualcosa è scattato. Più in fondo allo stomaco, che nel cervello. Quel volto che mi aveva respinto così tante volte, ora mi guardava con una tristezza infinita. Lì, solo e abbandonato nell'armadio, quel libro stava morendo di una malattia tremenda e crudele: l'oblio. E mi sono arrabbiata. Ma che storia è mai questa??? In fondo all'armadio insieme a degli stivali vecchi? Non è il modo di comportarsi.

L'ho messo a prendere luce sopra la cassettiera; lì ha aspettato, paziente il suo turno, dopo Attwood e Calvino: dopo aver vegetato in un coma lungo almeno dieci mesi, di sicuro aveva imparato a non avere fretta. 

Finalmente è arrivato il suo turno. E il mio.

L'ho letto come un'adolescente, con quella voracità che mi faceva ingoiare centinaia di pagine fino a incendiarmi gli occhi.
Sul treno, alla fermata dell'autobus, avevo costantemente il naso conficcato fra le pagine.
Lungo Walton Road, camminando verso casa, la mia fame chimica per l'inchiostro era superata forse solo da quella chimica degli ubriachi, che si ingozzavano di kebab e fish and chips, tentando così di placare il vortice alcolico che infuriava nei loro stomaci.
Al lavoro, ho consumato la pausa pranzo alla scrivania, in un impeto di asocialità, per bruciare quelle ultime trenta pagine.
Girata l'ultima pagina, letti i ringraziamenti (e alcuni di voi sanno il perché), ho richiuso il libro, l'ho appoggiato sulla scrivania e l'ho guardato.

La fascetta era sgualcita e sembrava aver perso brillantezza. Dopo averlo usato come segnalibro il primo giorno, un po' del rosso si era staccato e sono rimaste delle piccole chiazze bianche. Il dorso delle pagine era scurito e un po' sporco; c'è una leggera bolla all'altezza della pagina che ho tenuto aperta con il gomito.
La sovracopertina è fuori posto e non coincide più perfettamente al libro.

Ho guardato la ragazza della foto.
Mi è sembrata felice, viva.

Mi è piaciuto? Mi ha cambiato la vita? Sì, no, forse, non so, di sicuro non importa.
Leggendolo, gli ho donato un po' di vita e, così facendo, mi sono sentita viva pure io.

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