Thursday, 16 September 2010

Wilco: an applied sociology concert workshop

Se l'avessi perso, quello di ieri sarebbe stato il terzo concerto dei Wilco in meno di un anno a cui non riuscivo ad andare.
Roba da trasformarmi in Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia" (anche se con un taglio di capelli decisamente piu' bello).
Sembrava che l'oltraggiosa sfortuna non solo mi remasse contro, ma si divertisse pure a sbattermelo sulla faccia, il remo. Anche questa volta ho scoperto troppo tardi il concerto, che era prevedibilmente ormai tutto esaurito. Motivo per cui mi sono iscritta a un sito che permette di seguire gli artisti preferiti e scoprire quando suonano nelle vicinanze appena le date dei concerti vengono annunciate, e vediamo se capita di nuovo.


Il tutto esaurito non mi ha scoraggiato e, quando la data del concerto si è avvicinata, ho iniziato a cercare su Gumtree per vedere se trovavo un biglietto... Trovato! Evviva! Gioia e giubilo!
Lunedi' a pranzo mi arriva una mail: "La mia ragazza ha gia' venduto il biglietto. Mi scuso per i problemi che posso aver arrecato". Pessimismo. E fastidio. E una bambolina voodoo pronta per te e una per la tua ragazza, ovunque vi troviate, Ian di Vauxhall.


L'idea di dover prendere un biglietto del treno per Londra e sperare di comprare quello per il concerto da un bagarino si materializzava sempre più, ma all'ultimo ho trovato un altro annuncio, sempre su Gumtree, e dove sennò? Il Karma è in forte ascesa per Paul e il suo amico che gli ha dato buca.


Quindi ieri sera, alle 7 e mezzo ero dentro la Royal Festival Hall, finalmente a un concerto dei Wilco! 
E mica avevano l'ultimo arrivato come gruppo di supporto! Phil Selway, il batterista dei Radiohead, presentava il suo primo album solista. Grande set che ha preparato la sala per Jeff e soci. 


Potrei parlare di come abbiano iniziato con "Wilco (the song)" e abbiano tirato le prime 7 canzoni senza pausa e con una foga che faceva battere il cuore al ritmo della grancassa di Glenn Kotche.
Oppure di quando a Jeff Tweedy è saltata una corda e, dopo aver cambiato chitarra, ha finito il pezzo a uso e consumo di quelli che stavano registrando illegalmente il concerto ("dovete solo eliminare il pezzo centrale e incollare")
Oppure delle due lacrimucce (ok, qualcuna in più) che mi sono scese durante "Misunderstood", perché sembra adattarsi a me come una seconda pelle.


Invece, voglio scrivere della mia esperienza di un concerto rock in Inghilterra.
Non è il primo, è vero, ma è il primo in cui mi trovo a stare seduta in mezzo a un pubblico abbastanza stoccafisso.
Fino a stamattina pensavo di aver avuto solo un po' di sfortuna, ma poi Beth e Paul mi hanno in molti versi confermato che non è un fenomeno raro: il pubblico stoccafisso. Non sono io, quindi; men che meno i Wilco. Solo che capita, specie se il luogo del concerto è "di un certo livello".


Avevo già notato, al concerto di David Gray, quest'abitudine della gente di interessarsi più alla birra che alla musica in molti concerti; ma ieri sono stata testimone di livelli mai visti prima! Capisco avere una pinta prima dell'inizio, ma la media di birre veleggiava ampiamente sulle due o tre. Uno dei ragazzi accanto a me emanava un distinto fragranza di pub. 
Qual è la conseguenza immediata e più comune di due pinte di birra, secondo voi? Oltre a una certa vocalità che si esprime nella mai troppo apprezzata specialità del rutto libero, la birra crea anche una certa necessità di andare al bagno.
Ora, se sai che vai al concerto dei Wilco, perché ti riempi di birra? Per poter correre fuori al bagno nel bel mezzo del concerto?!?! Volete forse dirmi che quella schifosa e calda Foster's fatta fuori venti minuti prima aveva la stessa magia delle chitarre che si parlano nell'assolo finale di "Impossible Germany"? E una volta che sei corso al bagno e ritornato in sala, ma per davvero devi andare a prenderti un'altra pinta? Senza correre stavolta però, visto che ormai lo stato di necessità non sussiste più.


Dopo quaranta minuti, ancora tutti seduti e con i piedi che ormai si muovono sempre più, Jeff Tweedy invita il pubblico ad alzarsi dalle sedie, perché è pur sempre un concerto rock. Lì si è capito chi non era inglese. E chi era completamente ubriaco: gli unici ad alzarsi all'istante, come se una molla fosse finalmente scattata. 
Le persone rimaste sedute erano la stragrande maggioranza e per farle alzare... beh, qualcuno ha urlato dal pubblico: "You have to ask us".
Già, perché per far alzare gli inglesi, anche a un concerto rock, glielo devi chiedere. E solo così si sono alzati. Beh, si sono alzati quasi tutti. Alcuni sono rimasti seduti, anche se quelli seduti davanti a loro erano in piedi.


E se questo non bastasse a far sembrare l'esperienza di ieri un'occasione unica per vedere da vicino i comportamenti di quell'ameno popolo che abita l'Inghilterra, sappiate che il concerto non era ancora finito.
Non so voi, ma io ai concerti canto. Male e stonata come una campana, ma canto. Urlo, mi faccio portare dal ritmo e canto insieme al gruppo. Ieri ho notato che intorno a me non c'era molta gente che cantava ma non ci ho fatto troppo caso; per quantificare meglio, l'anno scorso a Valdapozzo, quando Diego e Lucio hanno suonato "Hate it here", c'erano più persone che la cantavano che ieri.
Poi che la gente cantasse o meno, non mi fregava più di tanto, perché mi sentivo un po' come in un piccolo mondo tutto mio. Sbagliavo. Me ne sono resa conto quando ho sentito qualcuno picchiettare sulla mia spalla. Era il mio vicino che mi chiedeva di smettere di cantare, perché lui era lì per ascoltare la musica. O-kay.
Mi sarei messa a ridere, solo che i Wilco hanno attaccatto (giusto giusto) "Hate it here".
E io ho ricominciato a cantare...

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