Sunday, 28 February 2010

Lazy Sunday

After a whole week of nice weather and warm temperatures, when do you think it should rain?
Well, fair enough, it has to be a Sunday. Murphy's law docet
The plan for today was to head down south to Zena: wonder around the old city, have some farinata and chat the day away.
When I woke up to see the grey sky, the raindrops on the kitchen window... well, all the plans were post-poned while a huge attack of laziness had the best of me.
"Here I am", I thought while, still in my pjs and sprawled on the couch, I was trying to find the force to press any button of the remote control, "wasting a Sunday! The only day I don't work in the whole week and I just let it slip it away!"

However, as I'm a master of self-absolution, it didn't take me long to find some reasonable explanation for the situation.
For example, yesterday has been a busy day. After work I rushed to the pub, called "6 Nations", to watch guess what? Yep, Italy beating Scotland! The day before I had baked the traditional batch of canestrelli. When Italy won against Samoa, we were having canestrelli (which pair very well with beer, weird enough), so now, at each game, I need to bring some of them as good-luck charm. We didn't win against Ireland and England, but we didn't play that bad and each time Wilkinson shoot out, we were happily munching a biscuit, so... Then I met with Paoletta and Antò for a visit at the Museum of Cinema and then we met with Marco and Angela for dinner. 
Obviously, after all that, a great dinner with an entrée of tempura and 2 bottles of Gewürztraminer, I was tired and needed time to recover on Sunday morning.

Then, now that I think about it, it's not true I haven't done anything. I sent some mails, completed 2 sudoku schemes and 1 crossword, read Liz's blog (it'a kind of education on American society, very interesting, made me want to learn more about the story of the U.S.), put in order the DVDs (I discovered, pretty much to my horror, that they were in a huge chaos: Frank Capra's movies were scattered in between Mel Brooks' ones and Ernst Lubitsch ended up next to Quentin Tarantino)... Then I quickly made a cake to use up the egg whites left from the canestrelli baking.
All these heavy work, no surprise I was feeling so tired that I needed to fix myself a good afternoon snack. Good thing that the cake had cooled down by then, so I just had to boil some water for some tea.
la merenda della domenica

Then after writing this post, I think the energy will leave me once more.
Sofa calling... Virgi answering...

Thursday, 25 February 2010

5... is it a magic number?

Alzando la testa dal libro, tanto per controllare a che punto della corsa fosse arrivato il 62, ho visto una pubblicità.
Sullo sfondo rosa ci sono 5 ragazze che sorridono e la scritta "5: il tuo numero in rosa".
Mi segno al volo qualche riferimento e scendo alla mia fermata. A casa però mi ricordo e controllo.

La pubblicità che ho visto oggi serve a promuovere un nuovo servizio della Regione Piemonte, "Help Donna". Si tratta di un progetto pilota di teleassistenza su cellulare e si rivolge a tutte le donne maggiorenni (al momento solo quelle che risiedono Torino).

E' gratuito e sempre attivo: serve a far intervenire in maniera rapida i contatti di emergenza, che possono essere familiari o amici oppure le forze dell'ordine.
Sul sito spiegano che, una volta attivato il servizio, in caso di bisogno si può far partire una chiamata rapida con il numero 5 al centro servizi. Allo stesso tempo vengono spediti degli sms alle persone indicate come numeri di emergenza.
Il centro servizi poi ti richiama e, in base alla gravità, può far intervenire direttamente polizia, carabinieri e altre forze dotate di sirena.

Ammetto che a leggere la spiegazione la prima volta ho avuto mille dubbi.
In quanto donna, so bene che cosa si prova a tornare a casa da sola la sera, specie quando ti capita effettivamente di essere seguita da uno che buone intenzioni non ha e non c'è uno degli altri seduti sul bus che alza il mento e dà una mano alla ragazzina di diciassette anni spaventata a morte. Conosco anche il sollievo che sa regalare un tramviere che blocca il 15 in mezzo a via Monginevro e, armato di quel piede di porco che hanno per smuovere gli scambi, dice ai due malintenzionati che quella è la loro fermata.
Per questo un po' di dubbi ce li ho: se mi sta succedendo qualcosa di brutto, arrivare a schiacciare il 5 sul mio cellulare, aspettare la chiamata del centro servizi e spiegargli la mia situazione di emergenza, potrebbe essere una procedura un po' macchinosa. Però, se magari è "solo" un inizio di situazione d'emergenza, magari avere qualcuno dall'altro capo della linea che sa darti il consiglio giusto può dare davvero una mano.


La triste realtà è che un numero, un centro servizi, per quanto onestamente intenzionati a dare una mano, non potranno risolvere il problema alla radice, perché le situazioni di violenza e pericolo sono un problema di mancanza di cultura, rispetto e civiltà.

E tristemente, per dirla all'inglese, beggars can't be choosers: quando l'insicurezza è ciò che ti accompagna quando non hai nessuna scorta verso casa, anche un numero sul cellulare può essere un salvagente.



Per maggiori informazioni si può consultare la pagina sul sito della regione Piemonte e il portale Help Donna.

Tuesday, 23 February 2010

Oggi sposi

E' dal 14 febbraio che ci penso.
E' proprio dal giorno del santo protettore di fiorai e innamorati che penso di sposarmi.

Notiziona, vero? Ma no che non mi sposo! Solo che ho scoperto che, dal 14 febbraio, a Torino è possibile celebrare il matrimonio civile a Teatro Carignano.
Apro una breve parentesi: sono stata accusata di voler stare insieme solo così, tanto per fare, come se un ragazzo valesse un altro.
Questo di suo è la riprova che certa gente proprio non capisce un cippirimerlo di come sono fatta: sono così pigra e ho già abbastanza problemi a stare con me stessa, che per mettermi insieme a una persona devo essere convinta oltre ogni irragionevole dubbio. Non è che un giorno mi sveglio e decido "toh! ora mi metto con Tizio, piuttosto che con Caio, perché non ho niente di meglio da fare". Figurarsi se vado ad accollarmi anche i problemi di un altro! Ma tant'è: sono abbastanza inacidita sull'argomento rapporti sentimentali, quindi abbandoniamo veloci questa corrente deviazionistica.

Di sposarmi non mi importa molto, visto che al matrimonio nel senso di "giorno più bello della mia vita, bisogna sposarsi con l'abito bello e il pranzo deve prevedere almeno 500 invitati" non credo. 
I miei stanno insieme da 40 anni, ma non è certo per amore che sono sposati da 35 anni: no, no, è il mutuo che gli ha fatto firmare le carte! Le carte davanti al notaio e pure quelle per il registro civile.
L'amore è quello che li fa vivere insieme, condividere le piccole e grandi cose della vita, ma per le cerimonie, i fronzoli, i vestiti da cerimonia e i rinfreschi hanno sempre manifestato profondo fastidio.

Se mai mi sposerò, sarà per motivi privi di romanticismo spicciolo: sarà per un mutuo, per la reversibilità, per essere sicuri di poter entrare in ospedale caso mai succedesse qualcosa, per motivi fiscali.
Eppure, da quando ho letto di teatro Carignano, ho iniziato a ripensarci a questa storia del matrimonio...

ultimo spettatore

Il Carignano è da sempre uno dei miei teatri preferiti: mi piaceva prima del restauro e mi piace ancora di più ora che l'hanno ristrutturato. Non provo nemmeno nostalgia per l'eliminazione della bussola all'entrata, perché il nuovo atrio mi pare dia più respiro al teatro.
Mi piacciono i colori, i tessuti, le sedie, tutto insomma!

Così, pensa che ti ripensa, ho deciso di rispolverare il romanticismo spicciolo e controllare se Giorgino Clunei è libero per una breve ma sentita cerimonia al Teatro Carignano... 
George, ti firmo il divorzio subito dopo! ;-)

Monday, 22 February 2010

Nonna Nara e i canestrelli

Oggi pomeriggio riguardando le foto salvate sulla memory card ho pensato che se ne potevano salvare ben poche, ma tant'è. Ho passato ieri sera con le mani in pasta a impastare e a dispensare polvere di fata sui canestrelli, la qualità delle foto era l'ultimo dei miei pensieri.

Nonna Nara oggi ha festeggiato il suo 87.mo compleanno. E' nata nel 1923, proprio come mia nonna Ida.
Perché nonna Nara non è la mia nonna, ma la nonna di Francesca, "nonnina" come la chiama lei; in questi ultimi anni io e Nara ci siamo adottate a vicenda: io non avevo più la nonna e Francesca era lontana in Cina; ogni volta che tornavo dall'Inghilterra andavo a trovarla, poi c'erano i saluti per le feste comandate e le visite quando mi trovavo a passare dalle sue parti.
E' diventata parte della mia famiglia, quella famiglia estesa in cui i legami che contano sono quelli affettivi.

Nonna Nara non ha voluto nessuna festa ("è un giorno come un altro, va là che lo festeggio") e così io e Fra siamo rimaste d'accordo che sarei comunque passata a trovarla e avrei portato i canestrelli come regalo da accompagnare al tè.
Così è stato e abbiamo passato un po' di tempo insieme oggi pomeriggio ad ascoltare i suoi ricordi dei soldati inglesi e del loro amore per il tè (lei mica sapeva cosa fosse il tè) e a sbocconcellare un po' di biscotti: ho assicurato a nonna Nara che, tenendoli in una scatola di latta, i biscotti si sarebbero conservati per una settimana buona.

Nonna Nara mi ha riso allegra in faccia: "Non li faccio mica durare così a lungo, dai!"

I canestrelli, ecco. Da quando ho scoperto che mi piacciono, trovo ogni scusa per rifarli, pensavo ad aprire una "canestrelleria" dove sfornarli a quantità industriali.
Il fatto è che non solo mi piace mangiarli, ma pure prepararli. Mi piace la consistenza della pasta, mi piace la facilità con cui si stende e mi piacciono i fiorellini che se ne ricavano.

tutti i canestrelli devono riuscire col buco

E mi piacciono pure i vuoti che lasciano:

The shape of taste

E poi c'è la mia parte preferita: lo zucchero a velo. Mi piace da matti lo zucchero a velo, spolverarlo con un colino di mamma perché non abbiamo uno spolverizzatore per lo zucchero a velo.

pixie dust, i.e. icing sugar

Una volta infornati, sfornati, raffreddati e spolverati, non mi è rimasto altro che inscatolarli e pulire tutto. Mi mette un po' di tristezza spazzolare via dal pianale i fiorellini che si sono formati:

quel che resta dei canestrelli
 
E' come un piccolo giardino, dolce per giunta, che fiorisce fra un'infornata e l'altra.
Al primo giro di tarocco, quando lo zucchero si raggruppa già tutto su un lato, mi viene un po' di tristezza. Ieri però non ci ho pensato su molto, perché sabato è giorno di rugby e al pub mi aspettano: all'ultima partita abbiamo osservato che ogni volta che un canestrello veniva addentato l'Italia giocava bene. Senza togliere meriti ai nostri giocatori, per la serie non è vero ma ci credo, devo ricordarmi di dire a Stefano di digiunare sin da domani, perché venerdì inforno!

Sunday, 21 February 2010

Standing ovation

Sabato sera appuntamento poco prima delle otto con Cris(tina) & Cris(pino) davanti all'Eliseo. Film in programma: "Il concerto", l'ultimo film di Radu Mihaileanu.

Il film narra le vicende del direttore d'orchestra Andrei Filipov: caduto in disgrazia sotto Breznev, fa le pulizie al teatro Bolshoi, dove entra in possesso di un fax proveniente dal teatro Chatelet di Parigi. Decide di riunire i musicisti della sua vecchia orchestra e partire per Parigi e suonare lo stesso concerto che non era riuscito a portare a termine anni prima.

Voglio andare a rivederlo, in lingua originale però, visto che il doppiaggio è l'unica pecca della serata: a tutti i personaggi russi è stato dato un accento "alla Popov", macchiettistica e inutile. Insomma, i francesi mica li hanno fatti parlare con un accento alla ispettor Clouseau! Allora perché voi fare parlare tutti persuonaggi con stupido accento di matre rassia, da? Perché voi crede che esso diverte di meglio? Meglio voi usare acciento più neutrale per prossima edizione, prego. 
Argh! Tremendo, a dir poco.

Eppure anche così, il film rimane una piccola (ma aspettata) gemma: poetico, struggente e divertente, realista e cattivo nella sua descrizione per assurdo della vecchia e nuova Russia (gli ex-comunisti che ingaggiano comparse per i comizi, i mafiosi tamarri e i nuovi arricchiti). E' un film che parla per musica: una partitura che ti prende per mano e ti accompagna per tutto il film, sottolineando ed esaltando le emozioni e i sentimenti per culminare con il concerto finale, di una bellezza, di un'espressività e di una forza emotiva rara.
Sublime e dolce, è un film che fa ridere, commuovere, pensare e riflettere.
Ho sentito in un'intervista che Mihaileanu ha avuto l'idea per questo film sentendo la notizia di un uomo che ha tentato di farsi passare come direttore del Bolshoi. Ci vuole un mago come Mihaileanu però per prendere una notizia curiosa di cronaca e trasformarla in poesia, in una fiaba che illumina la vita in tutti i suoi piccoli e grandi aspetti.

Friday, 19 February 2010

Spirito olimpico

Sono già passati 4 anni dalle Olimpiadi invernali di Torino?
Dove sono volati via tutti questi giorni? E di colpo eccoci a Vancouver. 
Il curling ancora non l'ho visto, lo trasmetteranno mai?

Però in questo momento non mi sento di fare considerazioni sullo spirito olimpico o sul tempo che fugge.
Mentre guardo Raisport+ e sento la Belmondo che tenta di dire una parola ogni tanto, l'unica cosa che voglio scrivere, dire, urlare è:
BRAGAGNA, MA PORCA PALETTA!!! VUOI CHIUDERE LA BOCCA PER DIECI SECONDI DIECI E FAR PARLARE CHI NE CAPISCE PIU' DI TE?
S-T-A-I Z-I-T-T-O!
BRAGAGNA, STA CIUTU!

Wednesday, 17 February 2010

Amabili resti

Vado o non vado? Non vado o vado?
Ogni volta la stessa storia, questo dibattito interno è un po' come i giardini pensili. Perché tanto poi so che mi farò vincere dalla mia curiosità da scimmia e andrò al cinema.
Infatti alla fine ho ceduto e ieri sera ho comprato il biglietto per il primo spettacolo di "Amabili Resti"?

Il romanzo da cui Peter Jackson ha ricavato il suo ultimo film è stato scritto da Alice Sebold. Ho iniziato a leggerlo sull'aereo che mi portava a Chicago e l'ho finito nel silenzio di Libertyville, con due lacrime che non volevano saperne di scendere, il groppo in gola e un sorriso dolce e amaro sulle labbra.
Insieme a Susie ho seguito le vicende della sua famiglia, l'elaborazione del lutto, l'accettazione del dolore, ho visto loro vite che procedono. Il tutto è reso dalla Sebold con una scrittura delicata e mai macabra: il dolore, la perdita, la vita che prosegue, tutto viene osservato e descritto a partire da un punto di vista unico e dolce.

Dopo aver terminato un libro mi devo fermare. Chiudo il libro e aspetto, una specie di fase di assestamento: la traccia di emozioni, riflessioni e scoperte che un libro porta con sé merita rispetto e tempo perché si calcifichi nella struttura ossea dell'anima. E' un processo delicato e io amo prendermi il mio tempo.
Poi palla al centro e si ricomincia con un altro romanzo: nuove pagine, nuove sensazioni che si andranno ad aggiungere a quelle precedenti. 
Tutte le sensazioni e tutti i sentimenti che ho provato non mi abbandonano, sono lì, un bagaglio leggero che mi segue allegramente ovunque.

Anche quando vedo un film devo prendermi una piccola pausa: non sono tipo da maratone cinematografiche, le reggo malissimo, anzi non le reggo per nulla. Soffro i festival, perché non posso vedere per la prima volta nella stessa giornata più di un film: il secondo partirebbe condannato, lo guarderei senza vederlo per davvero. Devo avere per rivedere nella mia mente le immagini, riassaporare i dialoghi, domandarmi se una certa inquadratura sia davvero nel film o parto della mia fantasia.

Sono follemente gelosa dei miei sentimenti verso film e romanzi e nulla mi mette più in crisi di trovarmi di fronte a un film tratto da un libro.
Ricordo ancora quando vidi per la prima volta un film tratto da un libro che avevo letto.
Ero in seconda elementare, quando la scuola ci portò a vedere "La storia infinita". Il libro mi aveva affascinato, stregato, incantato, arrivai al cinema con grandi speranze e aspettative e ne uscii annoiata, arrabbiata, delusa, infastidita e con lo spettro di dover scrivere un tema su quanto mi fosse piaciuto il film.

A ogni nuovo film del genere gli stessi timore, lo stesso senso di terrore e catastrofe imminente arrivano a farmi compagnia. Il problema è sempre uno solo: il libro del regista raramente coincide con il mio libro, che effetto avrà l'impatto fra i nostri due immaginari?
Con gli anni ho capito che è possibile, seppur difficilissimo, separare il film dal libro. Posso vedere un film tratto da un libro che ho letto e (cercare di) giudicarlo solo in quanto film, valutarlo in modo imparziale, senza tener conto di ciò che erano le mie idee sulla trama e i personaggi prima di entrare in sala.
Willy Wonka mi piace sia in versione tascabile nero su bianco, che in quella pantaloni a zampa di Gene Wilder e occhi spiritati alla Tim Burton.
Senza contare quei libri che ho scoperto grazie ai film! Sarò per sempre grata a Kevin Macdonald per avermi fatto scoprire Joe Simpson, per non parlare del debito di riconoscenza verso il buon Clint.
Poi succede che vai a vedere "Orgoglio e Pregiudizio" che non solo non ha niente a che spartire con il romanzo, ma pure ha una regia da brivido.
Insomma, nel mix libro-film c'è sempre il rischio di beccare un film tremendo come la possibilità di scoprire un piccolo tesoro.

Non ho ancora capito in che modo "Amabili resti" non mi sia piaciuto, perché so che non mi è piaciuto, so che non mi ha convinto, ma non so trovare le parole giuste. Ci sono degli elementi decisamente positivi, le musiche, il cast, Stanley Tucci e Susan Sarandon... da ieri sera la mia idea degli occhi di Susie è molto più precisa e definita.
Però il conto non torna. La sceneggiatura che cambia molte, troppe carte in tavola, trasformando in macchiette sullo sfondo troppi personaggi della storia.
Gli elementi visivi, quegli effetti speciali che creano un paradiso di Susie così diverso da quello che avevo immaginato io, arricchiscono di colori lo schermo ma distraggono tutti (regista in primis, ahimè) dal punto chiave della storia. Tutti questi colori, queste enormi navi in bottiglia che si schiantano sugli scogli, ed è così facile scordarsi degli amabili resti, di come sia Susie e le persone che ha lasciato indietro abbiano dovuto imparare a lasciarsi andare a vicenda, per proseguire ognuno per la propria strada.

Così alla fine anche io mi sono trovata bloccata nella terra di mezzo, lì dove si trovava Susie; e probabilmente pure Peter Jackson.

Monday, 15 February 2010

Sole a febbraio

Non me ne capacito più. Del tempo intendo. Prima vengono già fiocchi di neve grandi come palline da golf. Poi viene fuori il sole. Poi piove, poi ci ripensa, poi no, ci ripensa ancora e nevica. 
Adesso si sta formando un po' di nuvolaglia ma quando alle tre sono uscita dal lavoro il sole risplendeva e la faceva da padrone sul cielo blu.
Il cielo sereno a febbraio è affascinante. Non solo in centro dove il sole risplende tronfio e maestoso sui monumenti, su marmo e granito.
Anche la periferia sembra più viva, più ottimista. Anche la grande fabbrica davanti a cui sfreccia il mio bus sembra più fiduciosa per il futuro, e a me non resta che augurarmi che sia un sentimento condiviso anche dagli alti papaveri che poi decideranno.

Il sole a febbraio è carico del calore delle promesse della primavera: tutto può ricominciare, migliorare e realizzarsi quando il sole combatte il freddo, quel freddo che ricorda a tutti la dura realtà e che ancora non vuole arrendersi.

Monday, 8 February 2010

A Room-Desk of One's Own

Given the name my parents chose for me, perhaps I should have started reading Virginia Woolf's way earlier than I actually did. But the more people pointed to the fact we bore the same name, the more I steered clear from her books. Until about 12 years ago, when we met and fast became best friend thanks to a mutual friend, Mrs. Dalloway.
Down with chickenpox, in the last few days I couldn't bring myself to read more than ten pages of anything before migraine kicked in, so I just glanced at some pages here and there: from the forever-on-my-shelves-and-always-in-my-heart Calvino to Isabel Allende via Pennac, I stopped by Mrs. Woolf as well, ça va sans dire. 
In one of the first pages"A Room of One's Own" Virginia Woolf writes that "a woman must have money and a room of her own if she is to write fiction".
Not only fiction, my dear Virginia: you will need (money and) a room of your own if you want to write a shopping list, a mail, a paper letter or post for your blog.
I love writing, creating with words, no matter how good or bad I can be at it. It's a stress relief, a joy, a mean to express myself in ways I have not when I speak. Most of the time I don't realize how important to me is writing (just like taking pictures, reading and some other so-called hobbies) until I find myself in the condition of not being able to spend some time doing it. 
It's only when I start suffocating that I realize the oxygen is missing.
It made me think of my current situation: I own a flat, that I rented out when I moved out of the country and for 2 years I won't be able to use it again because of the the contract. Not that I complain about it.
The rent pays the mortgage on the flat, allowing me to not worry too much about the money.
At the moment I'm back at living with my parents (a "bambocciona", as one of the 7 dwarves, no, pardon, he's an Italian Minister keeps describing 30 years-old people still living at home with their parents) and the room of my own is my teenagehood bedroom. Not entirely what Virginia Woolf would have in mind if she were to write her essay today.
Fact is that I had a plan. Yeah, I know, the gods are laughing, ROFL if they're into the Web2.0; but anyway, I had a plan and the plan had me following a course and then moving out again: out of my parents' home and out of Italy.
The course is no way near the beginning and the dream of moving to Spain came out to be just that. 
So here I am, no course but a job, no boyfriend but chickenpox. A fair exchange, what do you think?
I tidied up the desk today, threw away some stuff, put some order and decided that, until I don't sort out the next move and what to do in the next months, well, a room desk of my own will do.

a room-desk of one's own

Sunday, 7 February 2010

il blog del capitano

Ieri, mentre cercavo su internet come avere almeno aggiornamenti in tempo reale sulla partita dell'Italia, ho scoperto che cpt. Parisse (che da quando ho scritto essere il cugino di terza linea del cpt. Findus ha assunto nella mia testa tutt'altra voce e, peggio ancora, abbigliamento) ha pure un blog su La7: "Pane, rugby e..."

Incuriosita, ho subito seguito il link. Il primo pensiero quando ho visto la pagina è una forma deformazione professionale: "Eh no! Quella è pizza bianca! Mica pane, non cercate di farlo passare per pane-pizza!"
Poi, però, ho pure pensato che la pizza bianca (come chiamiamo la focaccia da ste parti) però sta bene con tante cose: con il prosciutto crudo, con la nutella (in due panini separati però!), quindi se uno proprio ha fame e non ha altro da mettere sotto i denti, puo usare la pizza bianca per mandare giù un po' di cuoio cucito.

Il secondo pensiero, maligno, fatemi subito precisare, è stato: ah ma il blog lo scrive lui o glielo scrivono?
E' che abbiamo quest'idea che deriva principalmente (ma non solo!) dal mondo del calcio per la quale atleta è sinonimo di "burino ignorante": massì, bravo finché vuoi, ma appena li togli dal campo o dalla pista e gli sbatti davanti a un microfono partono con un mah di circostanza e non riescono a coniugare nemmeno l'indicativo.
Sarà che per arrivare a certi livelli bisogna concentrare tutte le energie su un solo versante della propria vita e per questo che ti trovi gente che non sembra in grado di fare o pensare ad altro.
Ho sempre ritenuto che fosse una generalizzazione, perché di sicuro il mondo dello sport è pieno di gente che non solo è brava in ciò che fa, ma è anche corazzatta sul lato della cultura.
A pensarci bene, però questi ultimi giorni mi hanno dato da che pensare: a casa con la varicella e senza molto altro da fare (ho provato a leggere, ma vedevo le righe saltare), mi sono sbafata un certo numero di ore di tv, fra cui un po' di quiz a premi e forse i calciatori e sportivi che non ne azzeccano una durante le interviste e viaggiano a frasi fatte di cui ignorano il significato non sono altro che lo specchio, la cassa di risonanza di una società sempre più ignorante, ma ignorante non sui filosofi, i massimi sistemi e l'astrofisica, no! Privi di quelle nozioni base che io mi ricordo risalire alle elementari e per di più fieri e orgogliosi di non sapere certe cose, ma pronti a tirare giù un "ragionamento per esclusione", perché "Gerry/Carlo/Pippo purtroppo io di Garibaldi so qualcosina ma non è mai stato il mio argomento preferito".

Quindi, se a certa gente è concesso andare in tv a vincere migliaia di euro (in parte provenienti pure dal canone), perché un giocatore di rugby non potrebbe avere un blog sul sito dell'emittente per cui fa da commentatore? Ecco, appunto.
E che importa se il blog è veramente scritto da Parisse piuttosto che da Salinger o da Baricco? Beh, no, questo importa: vista la mia scarsa predilizione per i signori Holden, preferisco comunque Parisse.

come Maga Magò

Dire che questa è stata una settimana bislacca che ben si colloca all'interno di un periodaccio schifoso non è mica un'esagerazione, bensì un'amara, dolorosa e abbastanza sconfortante visione della realtà.

Innanzitutto in questo momento non dovrei essere qui a scrivere, bensì dovrei essere a Milano, a godermi una giornata con il concerto degli Swell Season alle 21 come ciliegina sulla torta. Invece no, sono ingobbita sulla tastiera, complice la carogna che mi è salita sulle spalle strimpellando "Broken Hearted Hoover Fixer Sucker Guy".

E' iniziato tutto lunedì: in piscina noto un po' di rossore e mi accorgo di aver dimenticato la crema per il corpo a casa. Pace. La stessa scena si ripete il giorno dopo, solo che mi iniziano a venire delle pustole.
Non è che sto diventando allergica a qualcosa!?!?! Lo spettro della celiachia o della cioccofobia mi spingono dal medico mercoledì.
"Non si preoccupi, signorina," mi sorride il medico, "sono sicuro al 100% che non è allergia."
"Davvero? Ah, meno male, devo magari solo fare attenzione a non seccare la pelle", domando speranzosa.
"Non esattamente. Mi dica, lei l'ha fatta la varicella da piccola?"
"Va-va-va-varicellaaaaaa???"
"Sì, è varicella."

Ma porc-l-miser-frust... Ho passato gli ultimi cinque giorni a vivere di talco mentolato e meditazione. Training autogeno all'urlo di "Non sento prurito, il prurito è una condizione estranea al mio corpo", il tutto mentre mi dimenavo a mo' di tarantola.
Ovviamente sono in uno stato fisico di pietoso abbandono estetico: mi guardo sospiro e spero che prima o poi si compia un miracolo e torni a una colorazione della pelle uniforme. 
La varicella a 31 anni suonati non è rock, non è lenta, è solamente uno schifo. Uno schifo che mi farà perdere per l'appunto il concerto degli Swell Season stasera: quando sono rientrata in Italia, comprare quel biglietto è stata una delle prime cose fatte e ieri, quando l'ho dato a malincuore a Lucio, visto che non avevo altra scelta, avrei voluto mettermi a piangere. Quante possibilità ci saranno che tornino in Italia nei prossimi mesi/anni? 

Ovviamente, la possibilità anche solo remota di andare al pub ieri per vedere l'esordio dell'Italia nel 6 Nations non è stata nemmeno presa in considerazione.
Un po' mi dispiaceva, specie l'aspetto più sociale, come portare i canestrelli porta-fortuna che c'erano alla partita contro Samoa e bere una birra con Stefano e Piper, però mica mi andava di rischiare. Inoltre avevo visto una pubblicità di La7: questa'anno le partite dell'Italia le seguivano insieme a capitan Parisse (che scritto così sembra il cugino di terza linea del capitan Findus, a pensarci bene) quindi mi rincuoravo pensando che almeno non mi sarei persa la partita. Brava pirla. Non so se sono io che non ho prestato molta attenzione allo spot oppure quei furboni di La7 l'hanno sottaciuto, ma la partita era in differita! Alle 5 passate! Ora, già io sono un vulcano ambulante di prurito, secondo voi ho pure la pazienza di aspettare fino alle 5-6??? Mi sono messa alla ricerca di qualche sito su internet, ma la carogna che faceva la haka mi rallentava la scrittura sulla tastiera.

E se guardo al quadro generale, devo dire che tutto si inserisce a pennello con il resto della mia vita: il corso professionale sembra per sempre tramontato fra le scartoffie dei corsi europei, il corso dei miei sogni è in un'altra città e a troppe migliaia di euro di distanza, sono di nuovo zitella (il che non mi pesa, certe accuse nei miei confronti invece...), David Gray non ha in progetto nessuna data italiana nel suo tour (e meno male! Sarei ancora capace di prendermi l'ebola per quella data! :-D)...  insomma, Febbraio si conferma il solito mesaccio molto infame e senza lode.
Torno nell'antro, la magnifica, splendida, maga Magò!

Tuesday, 2 February 2010

a Mcpost

Remember Morgan Spurlock? He's the writer and director of "Super Size Me", the documentary that follows him over 30 days of Mac-diet only. 
The film was obviously and proudly exaggerated, I mean, who in his right mind would choose to feed himself for 30 days, 3 times a day of Mac food only? 
I don't like Mac, nor the other fast food chain. Last time I ate in one of them was 2003: I was in Suzhou and, after 6 months of chinese food at the uni canteen and boiled rice at the dorm, my body needed Western food; the only option available was a KFC and I had no other choice.
I'm not one of those extremist that destroys the windows, I do admit that they hold an important social role: if they closed, where would I go when I need to use the loo?
This doesn't mean I don't enjoy junk food, but then if it's got to be a burger, better the one you get in the pubs, and if I'm luck there's a nice place around where I can get falafel topped with deep-fried aubergines or fish & chips with a generous serving of vinegar and salt.
Both options are not so easy to find in Turin (a reason more to go back to chez Hannah at Marais and the Pavillion Cafè in Troon), but hey, I don't need to despair!
There's a new way to hurt my coronaries now, a new Mac in Town: McItaly, a 100% Italian burger, which received the approval and was launched by the minister of agriculture, Luca Zaia.
Now before wishing Mr. Zaia a lifetime eating always and only McItaly burgers, but not like the nice one he was given at the p.r. launch, no, no: a lifetime of those greasy, stinky, floppy burgers you see coming out of fast food chains at every hour), let me get some points straight:
  1. Unlike common belief, Americans did not invented the pizza. Italians did. But Americans did invent the burger. There is no such thing as an Italian burger. Let's call it a nasty sandwich and be happy with it, shall we?
  2. If you want to "give an imprint of Italian flavours to our youngsters", then try with rucola and bresaola, mozzarella and tomato. Where in Italy there's something like mixing lettuce with Asiago cheese and then topping it off with an artichoke cream spread? And wait, does it mean, at least, we got rid of the gerking??? Pleeeease!
  3. Above all, since when the Italian governement, represented by a minister, go on a promotional event for an American multinational, claiming then that this will help the Italian agricultural system? 
  4. If any of you read the post about it on the Guardian, you might have seen the reply signed by Mr. Zaia (looks like it was written by some communication expert): apparently he needed to make a point in stating that Stalin is dead. It may look like the usual fixation the Italian government has of seeing communist everywhere, but it's not. Given all the cutbacks in the education budget, we need somebody to teach a bit of history to Italian students.
(point 4 was not a joke, but a sad observation of reality)