Friday, 26 March 2010

Rugby, o dell'importanza di un buon riscaldamento

Quando giocavo a pallavolo odiavo il riscaldamento. Tutta quella noiosa e faticosa serie di corse, scatti ed esercizi vari che servono a preparare il corpo alla partita e lo proteggono da strappi e altri infortuni. Se poi, per pura sfortuna, capitava che mi facessi male, ecco che mi partivano i cinque minuti di improperi contro il riscaldamento che non serve assolutamente a nulla. Anche se la parte razionale di me sapeva benissimo che il riscaldamento era utile e fondamentale.

Lo deve essere ancora di più se, una domenica mattina di gennaio, decidi di fare una partita a rugby.
Ti alzi presto, fai colazione, guardi fuori e già capisci che fa un freddo boia. Forse una parte di te, quella pigra, ti suggerisce e incita a tornartene fra le coperte, al riparo dal freddo nel calduccio del tuo letto.
Ma tu non puoi farlo, perché ti sei già messo d'accordo con i tuoi amici: avete programmato la partita, affittato il campo e poi tu porti il pallone, ormai non puoi più tornare indietro!
Così ti prepari, esci e vai a giocare e non ti penti della scelta.
Perché, immagino, non tutti possono dire di aver giocato a rugby in Antartide, a 900 miglia dal polo sud, ai piedi di un vulcano attivo. Quello che fanno ogni anno le squadre della base neozelandese (gli Ice Blacks, con tanto di haka) Scott e quella statunitense di McMurdo, quando si sfidano per vincere la "Ross Island cup".
Al momento i neozelandesi vincono 26 edizioni a zero.

Se siete curiosi di vedere qualche foto del "campo" e della partita, su Discover hanno pubblicato quest'articolo.

Thursday, 25 March 2010

La prima vita di Simon Baxter - Parte II

Se c’era qualcosa che Simon odiava ancora più delle riviste che si trovano abitualmente sugli aerei, era dover viaggiare insieme ad altre persone. 
Sì che le riviste le odiava, o se le odiava! Quei titoli angoscianti come "Vita tra le nuvole", "In alta quota", "Finestra sul cielo", erano in grado di instillare in Simon una sensazione di terrore totale, che lo paralizzava come il veleno di un serpente.
Fatto sta che Simon, aveva imparato a non guardare nella tasca delle riviste così da non correre il rischio di scorgere anche solo di sfuggita le rivista. Le persone però non si possono evitare altrettanto facilmente.

Insomma, è già abbastanza pietoso e doloroso essere coscienti del fatto di trovarsi in viaggio, sospesi a decine di migliaia di metri di altitudine, con litri e litri di carburante, perché aggiungere un’ulteriore tortura come solo un vicino di posto può essere?
Simon ormai li riconosceva solo a guardarli: la mammina con il bambino che normalmente è bravo, ma proprio bravo, ma sull'aereo si trasforma misteriosamente in Attila l'Unno e distrugge tutto quello che trova intorno, soprattutto la calma di Simon; l'ingegnere in viaggio d'affari che cerca di darsi un tono ma fallisce miseramente; la coppia di signori anziani in viaggio per trovare un figlio o una figlia e che si comporta come non fosse mai salita su un aereo, sentendosi per altro in dovere di commentare su tutto ciò che vedono; il manager tronfio, che armeggia con il modello più recente di cellulare fino a un nanosecondo prima del decollo, parlando un francese tutto suo, qualcosa a metà fra la lingua perduta di Mordor e l'ugro-finnico... 

Ma questa volta Simon intercettò il pericolo maggiore, il suo più grande terrore: l'amante dei voli. "C'è sempre qualcuno che adora volare", pensò Simon cupo, qualcuno che pensa che stare in questo trappolone sia libertà e indipendenza; "d'accordo, ognuno ha le sue opinioni, ma per quale motivo queste persone devono per forza sedersi vicino a me? No, si avvicina, ti prego, ti prego, ti prego, ti prego....
"

"Mi scusi" la ragazza con la giacca di velluto marrone e foulard verde al collo interruppe la preghiera silenziosa di Simon facendo segno che il suo posto era quello accanto al finestrino.
Simon odiava chi si sedeva accanto al finestrino perché doveva slacciare la cintura, alzarsi, far passare, risedersi, schiarire di nuovo la voce per tre volte e riallacciare la cintura, ma fece tutto in fretta perché ancora di più odiava l'idea di essere lui con la sua lentezza a essere la causa di un'eventuale coda.
L'aereo decollò e subito Simon avvertì la spiacevole sensazione delle orecchie che si tappano, il collo che si incassa e il disagio che gli provocava il sapere di non essere più ancorato al suolo dalla mai troppo apprezzata forza di gravità.

"Wow! Adoro il decollo! Questa magnifica sensazione di liberarsi dal giogo della gravità, l'impressione quasi di liberarsi dal proprio corpo! Un secondo prima si è a terra e uno dopo, op! L'accellerazione ci preme contro lo schienale e siamo sospesi! Lei non adora volare?"
"Non proprio" rispose incupito Simon, a cui poche frasi avevano permesso di inquadrare il soggetto: non solo amante dei voli ma pure logorroica!
"Invece a me piace tantissimo! Salire in alto, su su, fino a vedere la terra scomparire! Vedere le montagne, i mari, le città dall'alto mi dà l'idea di quanto siamo veramente piccoli noi umani, piccoli come moscerini eppure ci sentiamo tanto grandi. Eppure basta una piccola turbolenza e siamo tutti più ansiosi, basta vedere le montagne coperte a metà dalle nuvole per dare una nuova e più giusta misura alla nuova vita. Ma lo sa che mi è appena venuto in mente un altro volo in cui discutevo proprio di questo con il mio vicino! Stavo andando a Madrid, lei ci è mai stato a Madrid? Città fantastica..."
Ma Simon non ascoltava già da un po': quell'accenno alla terra che scompare era bastato a fargli perdere qualsiasi interesse per ciò che la ragazza avrebbe potuto dire, per sprofondare in una specie di catatonia. Era davvero come distaccarsi dal proprio corpo (non aveva detto qualcosa di simile la ragazza?) ma lui non la trovava una sensazione molto piacevole: era come essere spettatori di un film di cui si è solo una comparsa alla ricerca della primadonna. A Simon succedeva sin da bambino: quando una cosa non gli piaceva e non poteva far finta che non esistesse, il suo cervello smetteva di funzionare o almeno riduceva il numero di giri. Non sopportava questa sensazione e l'aveva sempre combattuta, anche se, bisognava ammetterlo, era il modo migliore per affrontare la sua dolce ma ferrea dentista. E anche in questo momento, pensò Simon, non è poi un gran male... lei parla e io non sento, magari sta anche dicendo qualcosa di interessante ma io non la sento, vedo solo la sua bocca che si apre e si chiude, continua a parlare e non sembra voler smettere entro il breve periodo. Questo gli riportò in mente Jane, anche con lei alla fine cadeva in questa specie di catalessi sempre più spesso. Lei parlava, parlava e lui non ascoltava. L'unica differenza era che Simon  avrebbe dovuto ascoltare Jane per tante ragioni: perché lei alla fine ne capiva più di lui di molte cose, perché lei voleva metterlo al corrente di ciò che era importante per la loro famiglia, ma soprattutto perché Jane era Jane, la ragazza che aveva conosciuto, fatto innamorare con enormi sforzi e sposato venti anni prima e semplicemente glielo doveva. Adesso Jane non era più a casa ad aspettare Simon e a parlare, parlare e ancora parlare e Simon al ritorno da questo viaggio si sarebbe trovato solo con il bassotto Ringo, sempre e comunque taciturno.
L'idea del bassotto era stata di Jane, ricordò Simon: lei era di Liverpool e in onore dei più importanti abitanti della città aveva chiamato i loro figli Georgina, Paul e John. Il coraggio però di affibbiare Ringo come secondo nome non l'avevano mai avuto. Quando Simon comprò il bassotto, il nome non venne messo nemmeno in discussione. Ora con i figli fuori di casa per l'università e Jane impegnata a vivere una vita senza di lui, era rimasto solo Ringo ad aspettarlo al rientro dai viaggi di lavoro.
"E così vedere quelle montagne, con le nuvole fitte e dense che le tagliavano, sì!, tagliare è proprio il verbo giusto, a metà parete, e i raggi del sole! Era come non trovarsi più su un aereo ma navigare su un lago alpino a bordo di una nave, le è mai capitata una sensazione simile? Al limite dello straniamento! Ah, meno male che portano da bere, perché mi è venuta una gran sete. A lei no?"

A essere sinceri, Simon non fu riportato nel mondo reale dal discorso della ragazza, ma dal rumore delle ruote del carrello delle bevande. Simon non mangiava durante i voli: un po' perché a forza di parlarne per lavoro, l'idea gli veniva a noia, ma soprattutto aveva paura di mangiare o bere troppo, sentirsi male, scoprire che mancava il sacchetto di carta e rimanere incastrato con la cintura mentre tentava di correre in bagno. Non gli era mai successo nulla di simile, ma l'idea lo terrorizzava a tal punto che si rifiutava di bere qualsiasi cosa che non fosse acqua, tranne non si trattasse di viaggi brevi, quando Simon non beveva mai. Non voleva correre il rischio di dover andare in bagno, perché lo terrorizzava l'idea di trovarsi ai servizi nel bel mezzo di una turbolenza, e quindi si limitava a scuotere la testa, anche quando aveva veramente sete.

(continua...)

It's the end of the bic as I know it and I need a new one

Everytime I pass by, I always take a look at it. Number 60 of Corso Re Umberto in Torino is a very elegant building, a big main door and beautiful tall windows that make you imagine how spacious and big the rooms inside must be. It fits very well into the nice, well-off area it's located. In short, the right place for a baron to be born; in 1914 to be exact.
His name was Marcel Bich: in 1950 he bought from László Bíró the patent for the ballpoint pen. The biro as we know it.
Back in elementary school it took me ages to “upgrade” from pencil to pen, because I used to make a complete mess out of anything with ink in it. But once the giant step was taken, there was no way back. I was hooked by the smothness of the ink on every kind of paper and the way they looked like in my chubby hands.

Yep, standard, normal, inexpensive black cristal bic was my favourite pen.
It sounds funny to use the adjective “favourite” to define a disposable item such a bic, I know but they just were and are.
Clumsy as I was, fountain pens wouldn't last long but the bic was faithful and endured anything. They lasted forever and ever, if the ink dried out, just few drops of alcohol were enough to resuscitate it and the black ink was really black. 
Growing up, I've stopped destroying fountain pens after few weeks of usage and started enjoying writing with them, but I never gave up on one type of pen for the other one: everywhere I go, there's always a biro in my bag.

However such a high level of reliability is not something that works well in a more and more consumer-oriented society. In the past few years I noticed that things have started to change for bic too: some of them dry out more easily, they seems to have grown more fragile and the alcohol trick doesn't work 100% of the times I've tried it.

When I find a bic that fits all the qualities of the glorious past, I feel so happy, even though a small part of me is already quite sad, knowing a day like today will eventually come.

When it's over...

Yep, the last bic I had and loved is over; I need to get a new one, hoping it will work as well as the last one.

Wednesday, 24 March 2010

Nostalgia canaglia

It all started with the 6 Nations.
6 Nations as the rugby union competition that has recently ended and as the name of the pub I normally go (would it classify as my local? Not really, as it's a 30 mins bus ride away, but still, there are not many pubs in my area and the 6 Nations is my favourite pub in Torino).

The first times back there I thought something was off. Took me a while to figure it out: it doesn't smell of pub! Yep, the missing pub smell is the problem, as I triumphantly told Anto.
Really, as long as I lived in England I didn't pay any attention to it, the smell of pub. It's quite a distinctive mix of stale beer, grease, food, ketchup and custard, too many ciders spilled on the old carpet, loads of peanuts crashed on the carpet, cheap parfume and cologne, and some unidentified air freshener that obviously doesn't work that well.
Last Saturday, watching Wales destroying Italy, Paolo beat the fist on the table too harshly and a pint of Stout spilt all over the table, the floor Ste's jacket.
As we were cleaning up the mess I sniffled the air and happily chirped: "Mmmmh, now it does smell of pub!"

Yes, that's how it started, in the pub.

4 months and 4 days after leaving England, the first burst of homesickness started.
It may sound weird, it somehow does to my ears.
I'm not sure why, perhaps it's partially due also to the fact way too many things didn't go according to the plans and part of me thinks I could have spent some few more months in UK; still I've started missing things I had back there.
Up to now, I've noticed I miss:
  1. Food. Yes, you read it right. I miss food. Well, not all the food, rest assured. But I do miss a fish and chips or an afternoon tea once in a while, not to mention that it's very hard to find decent Thai food in Torino.
  2. The National Gallery, Regent's Park and Southbank, my favourite spots in London. I have favourite spots here in Torino, sure, but in days like this I'd love to walk from Waterloo to Borough Market, stop for lunch there and keep going.
  3. BBC. Watching Italian public TV is too painful to bear: the political subjection of the main TV channel to the prime minister, the amount of ads in between movies, the low quality of the tv shows... no need to go on.
  4. Oh no, wait, there's no Doctor Who on Italian TV! This by itself is worth a point in the list.
  5. Friends.
Number 5 is really the point. I miss the friends I left in UK, just as I used to miss the friends I left in Torino when I was living outside the continent. The nights eating pizza and playing with the Wii at Reda's place, having coffee with Robert and Dae-Gon, going out and chatting, somehow managing to take pics of David only when he's been drinking and post them on Flickr so his boss could make fun of him on Monday morning...
To say there's no easy solution to this problem is quite an understatement. There is no way to get everything I want: the right future path, the right place to live, all the people I love with whom to share it all. Much more poetically, Mick and Keith explained the same concept in a song and, reassuringly enough, they believe that, by trying, I might just get what I need.

I  just need to figure out (once more and once for all) what is it! Easy, isn't it? Advices are welcomed and taken on board (but not strictly followed).

Tuesday, 23 March 2010

Certi momenti...

Credo che in certi momenti
il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi
e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra
e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica
non credo al perdono 
Il caso ha voluto che l'iPod finisse su Pierangelo Bertoli proprio nel momento in cui iniziavo a leggere sul giornale le dichiarazioni di Bagnasco (e il link non ce lo metto, che già si è parlato troppo della Chiesa di Roma per i miei gusti).
Che dire? 
Lo sconforto è tanto perché, libera chiesa in libero stato, nel 2010 la Chiesa ancora si intromette non solo negli affari internidi uno stato democratico e sovrano (ancora per poco?) quando mi pare abbiano già di loro un certo numero di gatte da pelare a cui dare la precedenza); ma pretende pure di fare la voce grossa, di esercitare pressione anche in questioni, dilemmi, scelte estremamente personali che uomini che (sulla carta) hanno scelto il celibato non potranno MAI E POI MAI immaginare, figuriamoci comprendere.
Ho riascoltato la storia di Anna diverse volte.
30 anni sono passati e siamo ancora lì, a scavalcare montagne e fare a pugni con le tradizioni. 
Ne sono passati molti di più dagli slogan su Stalin che non ti vede nel segreto dell'urna, ma a quanto pare certe cose non cambiano proprio. 
Da non cattolica e non cristiana mi domando solo: quale valore ha dunque la tanto decantata difesa della vita se diventa merce di scambio per un voto regionale?

Monday, 22 March 2010

La prima vita di Simon Baxter - Parte I

Piccola premessa. Nel 2006 MammaMoto mi spedì per una trasferta all'ultimo minuto a Basingstoke: l'unico volo disponibile era con cambio a Parigi. Salendo sull'aereo al CDG mi accorsi che il precedente passeggero aveva dimenticato la sua carta d'imbarco nel portariviste davanti al sedile.
Arrivava da Manchester. Il nome era Simon Baxter. E su quel nome, nel tempo necessario per partire dal CDG (sempre e comunque un'impresa nel suo piccolo, dato lo stato di costante anarchia dell'aeroporto), volare oltre la manica, atterrare, arrivare a Basingstoke, ho immaginato una vita. E poi un'altra. E poi un'altra ancora.
L'unica persona che per ora ne ha letto qualche parte è stata Francesca. Ora, forse, qualcuno in più, ma questo non è il motivo per cui, dopo (cazzo!) quattro anni, alla fine mi decido a pubblicarli sul blog; è che non mi piaceva più l'idea di lasciare i poveri Simon a far muffa virtuale in una cartella. 
Quindi...


La prima vita di Simon Baxter (parte I)

Simon Baxter, anni 45 di Croydon, si era presentato al check-in con largo anticipo in modo da avere sufficiente tempo, una volta ritirato il biglietto, di a) andare in bagno; b) comprare un succo di mirtilli; c) passare i controlli di sicurezza con la dovuta calma e d) trovare il gate giusto. Proprio in quel momento Simon si rese conto che il numero di ragioni era pari, mentre era noto e risaputo che le ragioni viaggiano sempre e solo a numero dispari. Quello che doveva fare era rinunciare a una delle ragioni (andare in bagno o comprare il succo di mirtilli?) oppure aggiungerne una quinta. Optò per la seconda ipotesi e cioè e) fare una seconda capatina in bagno, perchè è noto e risaputo che andare in bagno sull'aereo non è cosa da fare (a meno che non siano viaggi lunghi e transoceanici).

Mostrò il passaporto e il biglietto al banco per il check-in e mentre l'impiegata stampava la carta di imbarco controllò che le punte delle scarpe fossero perfettamente allineate con il bordo della finta piastrella su cui si trovava e di avere i soldi giusti per pagare il succo di mirtillo, perchè è noto e risaputo che prima di un volo si devono dare i soldi giusti per ciò che si vuole comprare. Contò le due sterline e novantotto centesimi necessari e li mise tutti nella tasca destra della giacca.

Simon Baxter non era un pazzo, anzi si reputava una fra le persone più equilibrate che una persona possa mai conoscere nella vita. Dall'aspetto non si deduceva nulla di particolare o speciale: alto, con un sempre più incipiente inizio di calvizia, ogni giorno più brizzolato. Portava un paio di occhiali da vista: aveva iniziato a metterli solo come occhiali di riposo, ma poi, con il tempo, erano diventati una parte fissa di lui. In passato aveva giocato a rugby e si teneva abbastanza in forma, tranne la pancia lievemente rotonda che rivelava la sua relazione più lunga fino a questo momento: quella con la bionda alla spina.

Ma alla fine cosa vuol dire normale? Simon Baxter era normale? Certo che sì, purtroppo la sua fobia per gli aerei lo tradiva, facendolo diventare il peggiore dei superstiziosi, un maniaco al confine con l'ossessivo compulsivo. Non c'era nulla da fare, l'idea di trovarsi a diecimila metri di altezza in un'enorme scatoletta di metallo lo faceva uscire quasi di senno e perdere ogni controllo su emozioni e ragione.  Come difesa e al posto di dosi da cavallo di calmante, dopo il primo volo (e il primo attacco di panico) Simon aveva adottato tutta una serie di riti scaramantici e azioni portafortuna senza i quali non si presentava nemmeno all'aeroporto. 

Il destino però è noto per il suo senso malato dell'umorismo e aveva voluto che Simon Baxter lavorasse da 20 anni per una società di catering che si occupava proprio di aeroporti: aveva fatto carriera e con la carriera erano arrivati i viaggi sempre più frequenti. 
Simon non riusciva a capire chi amava l'aereo, chi lo osannava per il senso di libertà e leggerezza portato dal volare: non sentiva nessuna libertà, solo un tragico senso di soffocamento, la paura costante di vedere esplodere uno dei motori, o di precipitare in picchiata oppure umiliazione delle umiliazioni, sentirsi male e accorgersi che non c'è nessun apposito sacchetto nel sedile davanti. 
Vent'anni sono un tempo più che sufficiente per cementificare qualsiasi tipo di rituale: avevano formato delle fondamenta solide e spesse su cui si erano installati comodamente altri riti e altre scaramanzie, fino a formare un enorme castello ormai indistruttibile.
E d'altronde, si era ripetuto più volte Simon, bisognava tenerlo in piedi per evitare se possibile le tragedie che lo attendevano oltre il gate. Simon l'aveva notato da molto: ogni volta che doveva prendere un aereo succedeva qualcosa di catastrofico al mondo. Cadeva un aereo a Taiwan oppure c'era un tremendo incendio in un hotel parigino: Jane, la sua ex moglie, aveva provato a farlo ragionare, a fargli capire che non c'è nessun collegamento fra il suo volo per Roma e un terremoto in Messico, ma non aveva avuto molto successo e forse anche questa era stata uno dei motivi che l'avevano trasformata in una ex.

Prima di salire sull'aereo, Simon chiudeva il passaporto nel taschino destro del giaccone, spegneva il cellulare e lo riponeva nella tasca sinistra e rimaneva con la sola carta d'imbarco nella mano sinistra.
Dato che odiava quando il capitano irrompeva con la sua voce in cabina per dichiarare che alla sinistra dell'aereo si poteva ammirare il Monte Bianco, o a destra si poteva scorgere la Manica, Simon chiedeva sempre un posto corridoio, in modo da non dover mai guardare giù, nemmeno per sbaglio. 
Una volta a bordo, sistemava la valigetta nella cappelliera, si sedeva, schiariva la gola tre volte, allacciava la cintura e poi rimaneva perfettamente immobile, per tutta la durata del viaggio.
(continua...)

Thursday, 18 March 2010

In pizzeria

Il cameriere le ha appena portato la sua media rossa, quando entrano.
Lo sbalzo di temperatura fra il gelo invernale della strada e il calore della pizzeria arrossa subito i visi della coppia.
Lucia li osserva svogliata.
Benestanti.
Sui sessant'anni.
Lui giacca e gilet di cachemire, occhiali con la montatura di tartaruga e le lenti bifocali.
Lei tailleur e foulard, giro di perle d'ordinanza.

Si siedono a un tavolo, ma subito si rialzano e si fanno cambiare di posto: vorrebbero un posto non di passaggio e lontano dal bocchettone dell'aria condizionata. 
Il cameriere li fa accomodare al tavolo accanto a Lucia.

"Hai già scelto cosa prendere?" Giroperle incalza Tartalenti.
Lui solleva gli occhi dal menù, incassa la testa dentro le spalle e poi cerca di ritirarla fuori, come una carapace delle Galapagos, ma lei non gli lascia il tempo di rispondere.
"Io la farinata non riesco a deglutirla, ma se la prendi tu, un boccone lo posso mangiare."
"Mah, non saprei..."
"Va bene, allora una porzione di farinata, poi..."

Lucia distoglie l'attenzione: le loro pizze sono arrivate e spera che le quattro stagioni e i quattro formaggi riescano, in otto a sbloccare in qualche modo la conversazione. Guarda Gianni, seduto di fronte a lei, e si domanda dove sia andato a nascondersi, il loro amore.

"Ma la senti che puzza di cipolle?"
"No" è la laconica risposta di Tartalenti.
"Ma sì, ti dico io che puzza! Io le cipolle proprio non le sopporto!" prosegue imperterrita Giroperle, "Che tanfo!"
"Non sento nulla", dice Tartalenti.

La conversazione prosegue sullo stesso tenore, ma Lucia non ne capta che spezzoni.
Tartalenti mangia la pizza guardando nel piatto, la testa la alza per bere, abbozzando i sì e i no con la testa, mentre Giroperle continua il soliloquio.
"Mah, ci sono poche olive nella mia quattro stagioni. Quando la faccio a casa io di olive ne metto almeno dodici!"
"E ti ricordi della pizza a Capri?"

"Vorrei un caffè decaffeinato. In tazza piccola. Con acqua calda a parte", declama Giroperle.
"E per il signore", chiede il cameriere.
"Per lui niente!" sentenzia sempre lei.


Lucia abbozza un sorriso e si domanda se lei e Gianni si trasformeranno in una coppia simile. Di quelle in cui si sta insieme più per abitudine che per sentimento, di quelle dove si divide il tavolo, ma dove le vite proseguono per vie separate.

Adesso le viene da ridere, una risata isterica. 
Tartalenti e Giroperle sono uno specchio.
Lui si è di nuovo trincerato nel suo mutismo e ha lasciato a lei il compito di riempire i silenzi della cena.
E non sa più a quali lui e lei stia pensando.
Silenzi pesanti. Gravati ancora di più dall'invidia che ha provato a momenti per Giroperle, che non sembra soffrire della bugia in cui, per convenienza o cecità poco importa, si trova a vivere. 

Vorrebbe essere come lei in questo preciso istante per non sentire il cuore gelato, ma no, non per tutta la vita. Una vita con pizze da 12 olive non fa per lei. E poi a lei non sono mai piaciute le perle.

Wednesday, 17 March 2010

Italians (and) politics

It used to happen quite often back in the UK.
It mostly started with people asking questions about the latest declaration of Italian prime Minister.
Or about the latest colour of his hair. Or both.

The questions would always end up at the same point: why did people vote like that?
It was slightly embarassing for me: how can I explain to non-Italian people something I can't fully understand myself?
Is there anybody out there that can explain Italian politics and politicians without resorting to swearing? It's such a difficoult subject, I always struggle in finding the right words, even when I try to write about it in Italian. And it's a very disappointing subject, as I feel very let down my nowadays politicians.

I feel the lack of quality of ideas and people in modern politics  is even more evident and obvious now that regional elections are approaching.
Most of the attention of media is for now focused on the huge problem with People of Freedom electoral lists in Lombardia and Lazio. In Lazio the guy that should have registered the party electoral lists, but he left the queue to go and have a sandwich (a MacItaly, perhaps?). He came back too late so the lists were not accepted.
The sandwich immediately morphed into a evil catho-comunist opposition's plot to stop the other candidates. Yeah. Right.
In Piemonte, my region, things are not so messed up. Yet, I find the pre-elections weeks unbereable.
I'm deeply irritated by all the campaigns and promotional events, not to mention the sheer amount of ads, basically everywhere! Radio, TV, newspaper, streets, letter box. You name it, it has been spammed.

I can't recall clearly now, but back in England the electoral spam was not so heavy. Were the streets packed with ads and poster with smiling faces begging you for a vote, bringing along promises of a change?
Just thinking about it makes me feel so disheartened. I grew up with the idea of politicians being a mirror of the society they are elected to represent.

I look at them, left center or right it doesn't matter, really, and I just want to scream: "Hell No!!! I'm far better than that!" Because I refuse to believe that the majority of Italians are like that... it can't be, can it?

It's really not easy to explain how Italians are like and how the Italians deal with politics. If I could, I would write a book, sell it and become outrageously rich.
Alas I can't, so I'll have to keep be outrageously broke.
But I know a way to partially explain Italians to foreigners. I used it with some colleagues in the past and those who had been to Italy told me thay relate to it 100%.
It's a small cartoon by Bruno Bozzetto, describing the difference between Italians and Europeans:



Tuesday, 16 March 2010

Alice e il 3D delle non-meraviglie

Sabato sera sono andata a vedere "Alice in Wonderland" di Tim Burton.
Bello è bello, piacermi mi è piaciuto (non il migliore di Tim Burton, ma avercene di registi così in Italia!), ma sono uscita dal cinema comunque con un leggero fardello di dubbi e pensieri.
Il primo e più pressante problema è il doppiaggio: non sono ancora abituata a sentire le voci italiane e noto ancora molto il fuori sincrono delle labbra (e no, non menatemela di nuovo con la solita storia che l'Italia ha i migliori doppiatori al mondo: ce la giochiamo con gli Estoni e pochi altri paesi al mondo, c'è poco da essere orgogliosi). Non mi resta che sperare che qualche sala lo metta in lingua originale così da poterlo rivedere. Di sicuro sarà una sala piccola e senza 3D, ma chi se ne frega!
In Alice, il 3D non è così fondamentale ed è un film godibilissimo anche senza fastidiosi occhiali anni '80 da inforcare
Questo perché Alice si basa su una regia strepitosa, l'interpretazione che Tim Burton dà del paese delle meraviglie (di certo non disneyana), gli occhi stralunati di Johnny Depp e il "Tagliatele la testa!" di Helen Bonham Carter.
Però adesso il 3D va di moda, quindi alè! qualsiasi film deve essere 3D per forza. E se il film è in 3D allora tutti a vederlo, indistintamente.
L'Ideal sabato sera era pieno di famiglie con bambini in età (pre)scolare.
Oggi sul giornale ho letto la notizia di una bambina che, dopo aver visto "Alice in Wonderland" in 3D, ha riportato un'infezione a un occhio e che la famiglia probabilmente farà causa. Ora, giustissimo fare causa per il danno subito, ma ehi! la bambina ha 3 anni. 
Tu, genitore moderno, porti la tua bambina di TRE anni a vedere un film 3D e, fra tutti i possibili film che stanno uscendo in quantità industriale sugli schermi, vai a scegliere un film di Tim Burton, un regista con all'attivo film come "Sleepy Hollow" e "La Sposa Cadavere"?!?! Ma ci sei o ci fai? 
"Alice in Wonderland" non è un film per bambini, non è il cartone animato con il cappellaio matto che fa gli auguri di buon non-compleanno, ma un film cupo, dove i boschi sono inceneriti e la violenza della Regina Rossa è reale e visibile. 
Certo non ci sono sparatorie o bombe che scoppiano, ma come si fa a non immaginare nemmeno lontanamente che sia un film che può impressionare i bambini? 
Poi vabbè, che ne posso capire io, i genitori di sicuro ne sanno più di me e, se proprio vogliono traumatizzzare i loro figli, lo facciano, ma che i cinema organizzino degli spettacoli appositi: vedere gli ultimi dieci minuti del film con in sottofondo un coro di mamme e papà che rassicuravano "no, non ti preoccupare, ora non c'è più il mostro, nooo, non gli taglia più la testa" non rientra fra gli elementi che rendono piacevole una serata al cinema.

Monday, 15 March 2010

A slide story

 I arrived at Langley Avenue with a big suitcase, loaded with the essentials for surviving until the moving company would deliver the boxes from Italy: some summer clothes and a pair of sandals (it was mid-June, after all), eye-drops, Fabrizio De Andrè's complete CDs collection, a D-SLR and a film camera with a slide film loaded on.
Yep, the basics, exactly what a normal person would need on everyday basis.
I quickly finished the film but, because I didn't know where to have it developed, I set it aside, thinking I could do it later. Yeah, right.
I brought it back to Italy the first time I came back for a visit, thinking to have it developed in Torino.
Yeah, right. I forgot it in a handbag and I found it again only one year after: in the meantime, the handbag had been in the basement.
Obviously, if I had waited one year I could wait some other time. So I did, and the months went by and became years.
Back in November, I noticed the film was stored with the hanging clips in a small box out on my parents' balcony. I brought it back in but I waited until last week to have it developed.
No, truth to be told I brought the film to the shop 3 weeks ago and collected it on Saturday: putting off is a refined art...

I didn't remember what there was in and the condition was quite bad: many photos were burnt and others were burnt, as if dust and dirt settled into the film for ages (but how? I can't really see how it happened :-D).
As I was staring at the developed slide, in the center of Piazza Paleocapa, waiting in line in front of Grom, I had to smile: a Sunday probably, in Piazza Castello, people watching a juggler and a puppet theater; my flat staircase in the evening, looking very gloomy; my (back then) just tattooed tattoo.
And then, only one image came out from those I shot in England. I vaguely remember I took some pictures around Surbiton, in the area I used to live: the bike shop, the polish delicatessen, the church, I think the name was St. Matthew's, but none of them came out. There was only this:

daisies
I bought some flowers to add some colours to the flat: it was one of those rented anonymous flat. Everything was white over white in flat 4, I couldn't put more than 2 nails on each wall and I couldn't keep any pets... Not that I'd even thought about, as flat 4 was so tiny I renamed it "shoebox #4": one pet in and I had to sleep outside!

They kept me good company for quite a while, than the white nothingness of Langley Avenue got the best of them: they grew suicidal. I had place them on the windowsill outside, and they jumped off and fell to the ground, smashing the vase in thousands pieces and killing themselves in the process.

Another version says it was, ehm, my fault as I didn't fix them properly to the windowsill and the first gust of wind made the vase fall. But that's quite unlikely, don't you think?

Weird think, by looking at the picture, is that I remember it just as it is on slide. With the same colours. 
But I know that this ain't so. The colours were different at that time.
Perhaps the colours of memory and past painted a different photo in my mind.

Friday, 12 March 2010

Potere ai cicciottini!

(Giusto perché qualcuno di voi sospetta io sia matta, vorrei dissipare ogni dubbio :-P)
Aria di bufera su mamma Rai.
Se voi pensate alla sentenza del Tar del Lazio relativa al regolamento sulla par condicio per le elezioni regionali, vi sbagliate di grosso.
Io sto parlando di temi più scottanti che toccano l'interesse della famiglia italiana da vicino.
No! Non è nemmeno a Bigazzi e allo stufato di gatto che mi riferisco.
A casa mia la tensione è alta per qualcosa di ben più grave: RaiSat YoYo ha pensato bene ha cambiato l'ora di trasmissione de "Il teatro di Esopo".
Il primo giorno ho pensato a uno sbaglio, c'era la Pimpa.
Al secondo giorno ho detto a Sara che dopo tutto anche la Pimpa non era male, ma mentivo sapendo di mentire. La Pimpa non mi ha mai ispirato fiducia: una specie di cane con la lingua costantemente di fuori, che parla ai fiori e pedala fino in Australia... e poi si dice che bisogna tenere i bambini lontani dalla droga!
Al terzo giorno io e Sara condividevamo la stessa linea di pensiero: MA STIAMO SCHERZANDO?!?! RIDATECI SUBITO I CICCIOTTINI!

Ora vi spiego meglio. 
Io torno a casa dal lavoro alle tre passate, la nipotonza Occhiali Belli esce dall'asilo alle quattro. Fino a qualche giorno fa si faceva merenda guardando su RaiSat YoYo il cartone animato (coreano) "Il Teatro di Esopo": il lupo Esopo è a capo di una compagnia teatrale, è regista e autore delle commedie messe in scena, nonché uno degli attori.
Oltre a lui, della compagnia fanno parte la volpe Presy, che narra le storie, l'attore Libbit, un coniglio che si crede leone, e 5 maialini. I maialini si chiamano Bogart, Goddard, Audrey, Elvis e Milala e tutti insieme formano i "cicciottini".

Inutile dire che le commedie sono tratte dalle famose fiabe del favolista greco.
Lo trovo un bel cartone, divertente: le fiabe sono riproposte in maniera originale, i bimbi imparano qualcosa e non si instupidiscono come avviene con altri programmi per bambini.
Anche se lo spostamento di orario è davvero minimo (lo danno venti minuti prima), mi scoccia lo stesso tanto: a me piace tanto e mi piace avere questa abitudine da condividere con la nipotonza.
Sara torna a casa, mi chiede che episodio c'era e mi dice che non importa, tanto l'ha già visto (perché li abbiamo già visti tutti). Ma non è vero che non le importa perché altrimenti non me lo chiederebbe e soprattutto non rimarebbe affascinata dalla sigla di apertura del cartone che ho ripescato su Youtube. In coreano:



(In italiano la musica è la stessa e pure gli oink oink dei cicciottini)

Thursday, 11 March 2010

給自己的情書

Chinese pop music is my guilty pleasure.
I can't but admit it's cheesy and predictable: considering the level of Italian pop music (always the same music and the refrains normally rhymes "cuore" and "amore" only), I wonder why I decided to top it up with some other pop music. 
Still, having lived in China for quite a while, I was amazed by the tons of pop idols and I started to quite (gulp) enjoy listening to them.

First time in China, the most popular song was "对面的女孩看过来" by Richie Ren. Up to today it's still a hit, everybody knows it and sing it (I got some memories of karoke nights with my Chinese classmate, telling me that to enjoy karaoke you either have to be drunk or deaf).
When I got back to China 3 years and 8 years after then, it was still a hit. At the dorm, Ola learnt the chords of it and played on his guitar at each party. And everybody sooner or later would join in. We would first raise our eyes up to the sky, "Not again, please!" and then start singing.
I just love the chorus but also the last line, that “算了,回家吧” and I would sigh just like in the song when singin' it.

There are many videos on the net of this song, but I just love this one, as it was the first one I ever saw and I just find it hilarious, it just matches the feel-good vibe I get when I listen to the song.


From there I moved to other singers, and my favourite is 王菲,Wang Fei (or Faye Wong in the West): she's a singer-actress, in the perfect HK traditions. She was in many Wong Kar-Wai's movie (including my favourite one, "Chongqing Senlin", she's the girl working in the snack bar that falls in love wiht the cop and breaks into his flat to redecorate it... I just love the movie!).
The first CD of Chinese music I ever bought was one of her (many and sometimes not-included-in-the-official-discography-yet-in-the-shop-copywhat?) greatest hits: she's got catchy tunes and lyrics are not that bad either.

One of my favourite song is 給自己的情書: as it's sung in Cantonese I never really understood what she sang, I had to rely on the written text.
When I heard it the first time I thought it was quite fitting with my situation back then, sometimes it still does. I do relate to the lyrics: I'm quick to let the idea I have of myself being dragged down by the negative opionion of other people, I think everybody is better than me in a way or another. And just like the song says, if you're not able to love and accept yourself the way you are, how many chances are there to love other people?

So sometimes I load this songs on the mp3 player and read the lyrics again. 
To remember myself about the positive sides I have, just like other people.
To remember myself to not pull myself down too much for the negative sides I have, just like other people.
To try to build some positive defensive wall, ready to let people into my life, but leaving malice remarks and accusations out of it.

Monday, 8 March 2010

don't stop the music

La scorsa settimana, mentre ingabbiavo le mele, mi sono ritrovata a cantare insieme a Jamie Cullum. Era una canzone tratta dall'ultimo album, "Pursuit", e già la sapevo!

"Cavoli, che brava! Che memoria incredibile!"
Mentre mi complimentavo fra me e me, mi sono accorta che non c'era nulla di incredibile. Era semplicemente una cover: "Don't stop the music" è di Rihanna, una di quelle canzoni ascoltate alla radio centinaia di migliaia di volte che entrano in testa senza che uno se ne renda veramente conto. Eppure Jamie Cullum l'ha presa e l'ha riarrangiata come solo lui sa fare, trasformandola in qualcosa di nuovo e diverso, in questo caso pure migliore.


E' nelle sue corde, suppongo, perché qualunque cover o medley si metta in testa di fare gli viene bene (cercate su youtube cosa ha tirato fuori suonando "Singin' in the rain" e "Umbrella", Rihanna again, oppure Seal e Michael Jackson, tanto per farvi un idea).
Non è il solo, ovvio: pensando a cover di brani pop molto famosi da parte di artisti di tutt'altro genere mi vengono subito in mente tantissimi altri esempi, ma i miei preferiti in assoluto sono due cover di canzoni di ehm... Britney Spears.
Mi ricordo che la prima volta che li ho sentiti, loro, i Travis, cantare "Hit me baby one more time", sono quasi morta dalle risate. Sono riuscita a riprendermi e sono subita andata a recuperare una registrazione, ancora oggi presente sul lettore mp3, perché mi mette di buon umore. Specie perché ho recuperato una versione della prima esibizione live (credo un unplugged) in cui a un certo punto nessuno riesce a rimanere serio e si mettono tutti a ridere. 
E poi c'è forse la mia cover preferita del momento, scoperta quasi per caso. Fa parte di "Even Better Than the Real Thing Vol. 2", una raccolta di cover per beneficienza organizzata da una radio irlandese, Today FM. Glen Hansard e Colm MacConlomaire hanno proposto la cover di "Eveytime". Credo di averla sentita cantata da Britney Spears (che ho scoperto averla pure scritta!) solo due volte, poi non ho retto, perché la sua voce mi dà lievemente fastidio. Ma il violino di Colm e la voce di Glen hanno cambiato le carte in tavola, perché suona più sentita, interpretata, vissuta, sincera. 
E' anche stata una sorta di lezione: mai giudicare a priori. Ok, Britney non rientra nel tipo di musica che mi piace, ma meglio evitare estremismi e stroncare a priori, perché si rischia di perdersi delle chicche come la cover di Glen Hansard.
Chissà se l'hanno suonata al concerto che mi sono persa per varicella? Sob...

Sunday, 7 March 2010

Avventure

[a casa degli aRissogatti, mamma e Adri stanno preparando enormi ponpon per la lezione di psicomotricità di Sara all'asilo; entro in scena brandendo una bustina di plastica rossa da cui estraggo un tascabile Einaudi]
Io: "Guardate cosa ho trovato oggi in edizione tascabile!"
Le altre due gettano un occhio sul titolo, la più grande mi rivolge uno sguardo a forma di punto interrogativo.
Io: "Le avventure di Cipollino sono un capolavoro della letteratura mondiale! L'ho comprato per Sara, così lo può leggere"
Adri: "Sara ha 4 anni, non sa ancora leggere così bene"
Io: "Beh, lo potrà leggere quando sarà grande"
Adri: "Certo, ma a casa abbiamo già la mia copia di quando ero bambina, hai presente? Quella che ti ho prestato verso Natale"
Io: "Ah, vuol dire che non ti serve? Beh allora me lo tengo io il libro..."
Mia madre scuote la testa e se ne va in cucina biascicando qualcosa che suona molto simile a "balenga"

Ok lo confesso. Sapevo benissimo che mia sorella aveva conservato la sua copia de "Le avventure di Cipollino". Quando ho visto il tastabile alla Feltrinelli non ho pensato: "lo compro per Sara", bensi "Me lo compro!"
Come tanti, ho conosciuto Rodari alle elementari: alcuni stralci dei suoi libri erano inseriti nel libro di lettura e mi ricordo che io e Adri, visto che eravamo in sezioni diverse con libri diversi, li spulciavamo dall'inizio alla fine nei primi giorni di scuola per cercare il suo nome fra parentesi al fondo della pagina, ma di pagine così non ce n'erano mai abbastanza, così alla fine i nostri genitori hanno iniziato a comprarci i suoi libri o prenderli in prestito alla biblioteca della scuola.
Mi piaceva leggere Rodari; non per lo stile e il significato delle sue storie o, meglio, non solo per quelli. Allora non riuscivo a trovare le parole giuste per esprimere cosa provavo dopo aver letto un libro (molto spesso mi capita ancora, anche se ora so cosa si intende per stile), sapevo solo che mi divertivo, ridevo, fantasticavo e poi sentivo un soffuso, strisciante senso di ribellione.
Sì, leggevo Rodari come se fosse la massima trasgressione, almeno per una bimba di otto anni. Non che ci fosse qualche adulto che cercasse di bloccarmi. "No! Pazza! Smetti subito di leggere!" non me lo sono mai sentito dire, però quando prendevo in mano un libro di Rodari sentivo forte una divisione. Da una parte io con Cipollino, dall'altra loro a tenere compagnia al Principe Limone e a don Prezzemolo. Le sue parole al telefono e su carta mi facevano sentire pirata, ribelle. Era metà gennaio, faceva un freddo cane, io ero chiusa in casa a leggere e mi sentivo libera. Proprio come oggi.

avventure

Venerdì al cinema (3D?)

Premessa al post: ho iniziato a scrivere questo post ieri, l'ho salvato, sono uscita, bevuto birrozzo e preso freddo, spaghettato aglio-olio-super-peperoncino da Miky e l'ho finito stamattina. Nelle intenzioni iniziali doveva essere un semplice resoconto di un venerdì sera. Non so come, ma si è trasformato in una dichiarazione d'amore.

Lo conosco da sempre.
Anche se lui vive ignaro del fatto che abitiamo nella medesima galassia, è praticamente parte della famiglia, da molto tempo.
Direi da quando, nelle calde serate estive passate a La Cassa, io e papà mettevamo in scena la nostra scenetta, una manfrina in atto unico che non sapevamo nemmeno noi perché la facessimo, ma alla quale non avremmo rinunciato per nulla al mondo.

Iniziava con una spruzzata di Autan sufficiente ad allargare di qualche centimetro il buco dell'ozono, ma completamente inutile contro le zanzare trivellatrici dell'epoca.
Iniziava con una lattina di birra fredda di frigo e un sorbetto al cocco. A ognuno il suo.
Iniziava con una sediolina ripiegabile per bambini, e prendeva ufficialmente il via con io che sbuffavo, dicendo che volevo uscire e andare a giocare con gli altri.
Proseguiva con papà che, mentre sistemava il baffo per prendere meglio Rai Tre, sbuffava di rimando e affermava che se gli altri genitori lasciavano i loro figli uscire allo sbaraglio da soli la sera erano fattacci loro, ma che io potevo scegliere se guardare la tv o andare a dormire.

E sapevamo bene che nulla era come sembrava.
Io non volevo uscire, lui non era così severo e gli altri genitori non erano così irresponsabili.
Ma i rituali sono così: il più delle volte non hanno senso ed è consigliabile non tentare di trovargliene o cucirgliene addosso di nuovi.

Nel corso degli anni molte cose sono cambiate: il sorbetto al cocco non l'ho più trovato, peccato perché era buono; la sediolina ripiegabile cede al mio peso solo guardandola; non abitiamo più a La Cassa e ora c'è il digitale terrestre.
Nel corso degli anni, nonostante tensioni e frizioni, io e mio padre ci siamo sempre incontrati sul terreno neutrale rappresentato da Clint Eastwood.

Sono cresciuta con il texano dagli occhi di ghiaccio e Dirty Harry, ma quest'ultimo solo quando mia madre non era nei paraggi ("E ci mancava solo più Callahan! Perché farle ascoltare De Andrè non bastava, vero!?!?"). L'ho amato molto nel film diretto da Michael Cimino, ho amato molto, ma molto meno la traduzione del titolo: capisco che negli anni Settanta ci si faceva dei peggio acidi, ma come diavolo si fa a tradurre con "Una calibro 20 per lo specialista" il titolo originale "Thunderbolt and Lightfoot"?
Il primo film come regista che ho visto è stato "Bird", poi sono arrivati tutti gli altri, spietati cowboy, ragazze che tirano di box, bambini e delinquenti in fuga verso un mondo perfetto, americani e giapponesi in trincea, veterani con auto dal nome perfetto e molto altro ancora.

Di Clint si possono dire tante cose, si possono usare tante definizioni, ma il fatto è che non funziona così con lui: puoi dire che è un repubblicano, che è un esponente dei film tutta violenza, puoi dire queste e mille altre cose, ma sono etichette limitanti, puoi provarlo a costringerlo in una definizione di poche parole, ma finiresti comunque per lasciare fuori qualcosa.

Date queste premesse, non potevo non andare a vedere "Invictus". Appuntamento all'Olimpia con parte del pack sabaudo: è pur sempre un film che ha fra i suoi protagonisti il rugby, con chi altro potevo andare?
All'Olimpia, oggi ribattezzato Reposi 7, non mettevo piede da una decina d'anni. Ciononostante, a parte il nome non è assolutamente cambiato nulla: credo sia l'unico cinema di Torino a essere passato intatto al passare del tempo, stesso pavimento, stesse tende, stesse poltrone. In tempi di fantastici multisala, mi mette tenerezza.

Il film mi è piaciuto molto: Morgan Freeman era molto in parte, Matt Damon è un po' piccolino per essere François Pienaar, i dubbi sull'andamento della finale contro gli All Blacks sono stati abbondantemente discussi durante la pizzata post film con Stefano che, avendo rivisto di recente la partita, ha confermato che è andata davvero così (assurdo calcio iniziale compreso).
Poi vabbè, dopo aver visto "Gran Torino", le aspettative erano stratosferiche e forse non completamente realizzate, ma chi se ne frega!
All'uscita da una sala dopo un film di Eastwood mi sento sempre soddisfatta: sento di aver investito i miei soldi in cinema di qualità.
So che ogni minuto che vedo è lì per un motivo, non sono film allungati oltre ogni dire, fino ai limiti dell'umana sopportazione, come se la durata giustificasse il prezzo del biglietto o  fornisse un valore artistico aggiunto.
Mi piace questa sua "linearità" e assenza di fronzoli, che non significano però mancanza di imprevedibilità. I film di Clint riescono ancora ad emozionarmi, a farmi pensare a ciò che ho visto anche settimane dopo.
Il cinema di Clint è il vero cinema 3D, altro che pupazzoni blu di Avatar: la dimensione che aggiunge è quellla dell'animo umano, la meraviglia è data dall'analisi dei sentimenti che ci rendono persone vere e per poter vedere tutto ciò non c'è neppure bisogno degli occhialini. Ci basta tranquillamente il cuore.

Postilla al post: Da quando l'ho messo pixel su schermo, mi sono resa conto che è passato troppo tempo da quando ho visto "A perfect world"...

Thursday, 4 March 2010

Salatini dolci

salatini dolci

Salatini dolci: sembra un ossimoro e forse lo è, ma è anche la merenda per Sara.

Sara: "Cos'è che hai detto che è zia?"
La zia: "Una specie di salatino dolce."
Sara: "Ah, ecco."
[Dopo nemmeno 20 secondi]
Sara: "Sembra una pizzetta, perché non è rossa?"
La zia: "Perché ho usato lo stampino per le pizzette, ma invece del pomodoro, ci ho messo la crema e una fettina  piccola di mela"
Sara: "Quindi non è salata?"
La zia: "No, è dolce."
Sara: "Meno male! ... ... ... zia?"
La zia: "Dimmi tutto tesoro."
Sara: "Ma se non è salato, che salatino è?"


Credo che mi ci vorrà ancora un po' di tempo a rispondere alla domanda di Sara, ma tant'è. Forse faccio prima a trovargli un nome diverso.

Wednesday, 3 March 2010

suhi, friends and a huge hangover

I wasn't even supposed to be there, but a last minute change and I agreed to meet with some friends for the evening. 
Plan was quite simple: go to former Motosola office, pick Paoletta up, go to her place, order a sushi delivery, wait for the other to show up, eat and have a coffee, goodnight and that's all folks.

Now, I should get a blackboard and start writing on it a-la-Bart-Simpson: "I must not make any plan".
At least ten thousands times.
First of all, it was quite naive and silly of me thinking that Paoletta was going to allow us to eat only sushi. There were some starters, some bottles of martini, French wines (as Paoletta lived several yearsover the Alps and part of her family is still there) and Italian red wines (thanks to Mastro, hoping one day he'll get rid of IT, to take care only of his wine). 
 
sushi night

By the time sushi arrived, we were quite happily full and tipsy. This didn't prevent us from devouring basically everything that arrived, plus a whole tray of tiramisu made by Paoletta.

Other people arrived in the meanwhile, and we moved to coffee and "ammazzacaffè" (I checked on internet and there's even a wikipage for the coffee killers).

The best part of the evening was not the sushi, nor the wine, but the warmth of time spent talking with SViN, planning a possible holiday in Japan, discussing past and future with Paola, laughing while listening to the adventures of Dave at work.

heard 'em saying

The best part was feeling again the feeling of being where I wanted to be. No matter the sadness for things that didn't work out, the stress of settling back into Italian way of life, or the big and yet unanswered questions, yesterday evening was great because I was in no hurry, I didn't want to escape, I just wanted to be there and nothing else really mattered.

Moreover I did learn a important life lesson: if you know you're booked into an aquagym try class the day after, do not drink too much. Each drop of alcohol is a knife in your muscles the day after.

Monday, 1 March 2010

Ah, la colla vvvinilica!

Istruzioni per l'uso: questo post non avrà per voi alcun senso se non avete pargoli per casa e/o non avete mai visto la trasmissione Art Attack. 

colla vvvinilica

- sigletta iniziale: papaaaa parapapaaa paraaaa papaaa paramparampaaaaa! -

Ciao bambini!
Un benvenuto a tutti voi dal vostro Giovanni Muciaccia! 
Eccoci qua per una nuova puntata di Art Attack!
Siete pronti a un nuovo attacco d'arte!?! Io sì! Allora, oggi impareremo a creare un post per un blog.

Allora, per prima cosa avrete bisogno di un vecchio portatile, una connessione internet, della carta igienica e un po' di colla vinilica.

Fatto?

Bene ora, schizzate l'idea del post con una penna; non preoccupatevi di aggiungere troppi dettagli, basta una struttura appena accennata, il resto lo aggiungeremo dopo.

Fatto?

Dovreste aver ottenuto qualcosa di simile, con un inizio, un mezzo e una fine. Vediamo come andare avanti.

Diluite della colla vinilica con un po' di acqua. Spalmatela lungo i bordi del vostro post e  ricoprite il tutto con della carta igienica.

Fatto?

Una volta che la colla si è asciugata per bene, ripetete l'operazione, fino a quando i contorni del vostro blog saranno ben solidi e definiti.

Oooh! Alla fine, il vostro post dovrebbe aver preso forma. Potete farne di diversi tipi: io ne ho creato uno sul cibo, uno sulla politica e uno sulla mia vita personale. Sbizzarritevi e usate la fantasia per creare anche voi il vostro post!

Bene, bambini, per oggi è tutto! Un saluto dal vostro Giovanni Muciaccia e da Neil il grande artista!

- stacchetto musicale - 

Fine.

Oggi pomeriggio non c'era Art Attack: si è sfiorato l'incidente diplomatico, con Sara che non ha nemmeno 5 anni, ma già si domanda a cosa paghiamo il canone a fare, se non ci sono Giovanni e Neil