Thursday, 29 April 2010

Nulla spiega né consola

Sim, poderia ter sido...

Sembra una vita fa e lo è.

Ci sono passata davanti mesi fa, mentre mi inerpicavo per l'ennesima salita di Lisbona: un murales, una poesia di Pessoa, una tenda al vento.

Oggi sono andata a cercarla, la poesia: si trova tradotta da Luigi Panarese nel volume "48 Poesie".
Quando ho finito di leggerla mi è venuto da sorridere: le parole che non trovavo per descrivere come mi sentivo allora e cosa mi aveva lasciato Lisbona nel cuore erano lì. Ho guardato questa foto lasciata a prendere polvere virtuale nella hard disk esterno, riletto quelle parole di cui sono andata alla ricerca ma che erano con me da così tanto tempo e ho sorriso.
Un sorriso amaro, perché mi sembra che il destino fosse già scritto lì, in quella sera tiepida di Lisbona e perché forse, già allora, sapevo che le cose sarebbero andate così come sono andate.

Qui si sta in pace,

lungi dal mondo e dalla vita,

pieni di non aver passato,

anche il futuro s'oblia.

Qui si sta in pace.



Aveva i gesti innocenti,

ridevano gli occhi nel fondo.

Ma invisibili serpenti 

la facevano del mondo.

Aveva i gesti innocenti.



Qui tutto è pace e mare.

Come lungi la vista si perde

nella solitudine che rende
 ombra 
l'azzurro ch'è verde!

Qui tutto è pace e mare.



Sì, poteva essere stato...

Ma né volontà, né ragione

hanno condotto il mondo

a diletto o soluzione.

Sì, poteva essere stato...



Ora non dimentico e sogno.

Chiudo gli occhi, ascolto il mare

e ascoltandolo bene, immagino

di veder l'azzurro inverdire.

Ora non dimentico e sogno.

Non è stato proposito, no.

I suoi gesti innocenti

toccavano il cuore

come invisibili serpenti.

Non è stato proposito, no.



Dormo, sveglio e solitario.

Cos'è stata la mia vita?

Vele d'inutile mulino -

Un movimento senza lotta...

Dormo, sveglio e solitario.



Nulla spiega né consola.

Tutto è sicuro dopo.

Ma il dolore che ci devasta,

la pena di non essere due -

nulla spiega né consola.


Monday, 26 April 2010

the Spanish movie

Weather was too nice this weekend to go to the movie: with the sun setting down quite late and the sandals finally out, I couldn't really bring myself to go to a cinema.

This weekend was, however, the first time the film "Agora" by Alejandro Amenábar was in Italian theathers. Why did a 2009 movie take so long to be out? Well, somebody says because it was too expensive to be issued out in the Italian market, someboday says it's because it might have upset the Vatican, given the fact Christians don't come out as the "good guys" and there were some pressures to have it stopped, up to you to decide which version you like the best.

Anyway, I was thinking about Amenábar and how above mentioned Agora is way below the standard he got me used to since the first movie of him I watched. I tried to remember the title of this first movie: I remember I watched it by pure chance. It was the end of January, a freezing cold Sunday afternoon, I should have studied for an exam I had on Tuesday and after having spent 1 hour reading Mafalda strips and 1 hour chatting online I thought it was about time to be a sensible student: thus I switched the TV on. I ended up on RaiTre, broadcasting this thriller: it's about a student that, while making some researches, finds a snuff movie and discovers the victim was in her same Uni. A brilliant movie, my cellphone ringed towards the end and I jumped off the sofa with a mild heart attack going.

What's the name, what's the name... Easy: go on imdb. com and find it.
Ok, the title is "Tesis" and was made in 1996. While wondering if I could find it on DVD as I would like to see it once more, I started browsing through the imdb page and wow Amenábar does a lot of things: he's got credits as director, writer, producer, editor, actor, even composer! Talking about multitalent!
There was a section also for "Self" and "Thanks" and that's when I saw it, the reason for this whole post.

You know that kind of silly spoof movies that normally have Leslie Nielsen in it? There is one for every genre, from horror to teen comedy via action ("Scary Movie", "The Naked Gun" and way too many others). Well, today I discovered there is one for, mmmmh, "contemporary movies in Spanish Language and/or directed by Spanish directors". They went for an unexpected, original title: "Spanish Movie".

I was thinking about my Spanish friends, when I went to YouTube and digged this out for them:

Tuteliamoci tutti

Me l'ha ricordato oggi Giuseppe.
Il decreto firmato da Bondi il 30 dicembre dell'anno scorso estende a tutti gli apparecchi dotati di memoria la "tassa dell'equo compenso", vale a dire un balzello che verrà versato alla Siae a ricompensa dei mancati guadagni dovuti alla pirateria.
Ogni volta che si acquista un supporto digitale, zac! ecco the ti arriva l'aumento: Apple ha già rivisto i listini (come ho avuto modo di vedere quando ho accompagnato Franceschina a comprarsi un Mac Book nuovo), ma ovviamente non saranno i soli.

A sentire quei simpaticoni della Siae, sbaglio: non è una tassa, no no! E' una tutela.

Già è un periodaccio per me, già il più delle mattine mi alzo con la luna storta, già che è lunedì... ma pure quelli della Siae?
C'è un modo peggiore per iniziare la settimana? Sì, leggere per intero il comunicato della Siae. Una tale accozzaglie di scuse, stupidaggini e istigazione a delinquere non si vedeva da tempo.
Mettiamo il caso che voglia fare il backup delle mie fotografie, quindi materiale di mia proprietà, parto del mio intelletto: perché dovrei pagare la Siae? La Siae poi mi versa delle royalties? Non credo.
D'altro canto, se questa è una tutela, allora mi devo sentire a sfruttare questa tutela e scaricare da internet?
Quale sarà il prossimo passo? Pagare qualcosina in più pure per l'assicurazione auto, una tutela per eventuali incidenti provocati da guida in stato di ebbrezza? Perché se qualcuno provoca gli incidenti allora dobbiamo pagare tutti?

Io continuerò a fare quello che faccio da tempo: compro all'estero. Per quanto la Siae sostenga che i nostri prezzi sono a livello europeo, se non più basso rispetto ad altri paesi, mi costa di meno (spese di spedizione incluse) comprare fuori dall'Italia. Magari non è il calcio all'economia che molti analisti italiani si aspetterebbero dai consumatori come me, ma in questo momento i calci che ho in mente di dare a economisti e politici italiani sono di tutt'altro tipo...

Sunday, 25 April 2010

Questo weekend...

L'ho passato a ricordarmi quanto è bella Torino e a camminare.
Il bel tempo e la fiumana di pellegrini e turisti della Sindone facevano sembrare Torino molto più grande e trafficata di quanto non sia, eppure allo stesso tempo tutto era tranquillo: seduta sotto i portici a fare colazione, chiacchierando senza fretta, i suoni dei pullman e delle macchine arrivavano ovattati, come se fossero lontani chilometri.
Mi sono persa a guardare la città intorno a me, e i suoi riflessi:

Torino, la dea on display

Niente fretta, siamo torinesi: cammino lenta e chiacchiero con Francesca, del più e del meno, dei sogni e delle frustrazioni, di ciò che vorrei fare ma non mi riesce. Cerco di capire come risolvere i conflitti che non mi fanno dormire, se valga la pena impugnare le armi contro un mare di guai o meno, e nel frattempo guardo le vetrine, osservo la gente e mi godo il sole che picchia.
Mi è sembrato giusto fare il bis anche oggi: una lunga passeggiata lungo il Po, a tratti sembrava di essere ancora in inverno, perché il sentiero appariva innevato dal polline.

nevica

Non sono allergica, ma ogni volta che respiravo mi ritrovavo con del polline nel naso, nella bocca o nella gola... Molto fastidioso!
L'incontro del giorno è stato quello con un suonatore di cornamusa!
Camminavo, ancora insieme a Francesca, quando lo sento, il suono della cornamusa. Appena il tempo di scherzarci su con Fra, perché questo tizio, chiunque sia, deve cambiare il prima possibile la soneria del cellulare ed eccolo apparire:

I'm afraid you're not on Loch Lomond anymore, lad!

Trasportata di colpo nelle Trossachs (ah, se mi manca la Scozia!), lo ascoltiamo finire il brano e poi ci mettiamo a chiacchierare di cornamuse, cani e viaggi. 
Sono tornata a casa stanca ma felice: sono state quarantotto ore di tregua dalle preoccupazioni, dal nervosismo, dalla quotidianità più banale e noiosa e mi piace pensare che mi sono bastate per ridarmi la carica e che ora sono pronta a riprendere con il tran tran della settimana. Forse così facendo sto mentendo a me stessa, ma adesso come adesso non mi importa molto: ho bisogno di un pediluvio, prima di tutto!!!

Thursday, 22 April 2010

iPad, aka the books cemetery?

books cemetery

Qualche mese fa ho letto sull’Espresso un’intervista a uno dei grandi papaveri di Amazon (se non il fondatore stesso di Amazon: ho sbattuto nel progetto cartesio il giornale, quindi non posso andare a controllare), che convinto del successo del Kindle, profetizzava la morte del libro.
Qualche settimana è stato messo in commercio l’iPad e ho riletto articoli più o meno simili: il futuro è degli e-books, le pagine stampate sono destinate all’oblio, i nostri nipoti non saprebbero d’altronde che farsene dopo aver visto un eBook su iPad e via discorrendo. Poi c’è tutta una serie di articoli più interessati alla questione del futuro del giornalismo, alla libera circolazione delle informazioni e così via.
La mia amica Liz ha letto un articolo di un ventunenne che profetizza la scomparsa del libro così come lo conosciamo. Il più delle volte queste profezie sono supportate dal solito video su youtube di come “Alice in Wonderland” può essere letto sull’iPad, con tutto il bagaglio di effetti grafici.
Si vede che la gente di tempo da perdere in seghe mentali ne ha a iosa e io in particolar modo, specie la scorsa domenica, quando ero bloccata dal ginocchio infiammato e grande come un cavolo.
Sarò superficiale, ma mi chiedo se ci sia davvero bisogno dell’iPad per mettere a rischio la circolazione delle notizie e la libertà di informazione. Basta guardare il TG Uno o leggere il Giornale per capire che ci riusciamo benissimo da soli e per constatare il livello di servilismo a cui i nostri mezzi di informazioni sono già ora piegati (un novanta gradi direi, e noi con loro). Magari il discorso potrebbe essere degno di interesse all’estero, ma anche lì ho i miei seri dubbi.

Senza scomodare DRM, copyright e copyleft, circolazione e libertà delle notizie.
Senza parlare dell’indubbia magia di sfogliare pagine nuove o riscoprire la ruvide patina di quelle pagine sfogliate dai propri nonni e dai propri padri prima di giungere nelle nostre mani. Senza considerare questi fattori, a meno che non rivestano l’iPad di un ultra-resistente guscio, con tanto di airbag per lo schermo, non credo potrà mai sostituire i libri stampati. Almeno per me.
Mi basta pensare agli ultimi giorni: dove, come, quando ho letto libri?
1. sui mezzi della GTT: sul 16 circolare sinistra, stipata a mò di sardina, con un brutto ceffo a poca distanza che ha capito da uno sguardo che era già tanto avessi il biglietto del bus ed ero uscita senza portafoglio. Sul 40, che lanciato a folle velocità sul cavalcavia di Via Mazzarello ha dovuto inchiodare al semaforo, facendomi spostare pericolosamente in avanti. Meno male che ho attutito il colpo della barra di ferro proteggendomi con il libro di Grossman.
2. avevo un campioncino di un bagnoschiuma che assicurava super mega bolle, ma volevo leggere la fine di Maus, così ho fatto una cosa molto da telefilm americano: ho riempito la vasca da bagna e mi sono immersa con tanto di libro, tenuto ben in alto per evitare il contatto con l’acqua e pure con le super mega bolle. Quello che non ho capito dei telefilm americani è dove appoggino il libro quando devono sciacquarsi: visto che io di solito creo un mini lago tutto intorno alla vasca, per evitare che il libro si bagnasse, non ho avuto altra scelta che, ehm, scagliarlo verso il fondo del bagno.
3. A letto, prima di andare a dormire. Ho tirato fino all’ultimo barlume di coscienza prima dell’abbiocco completo e mi sono addormentata senza posare il libro sul comodino. Risultato? Il mattino dopo mi sono svegliata e il libro era a terra.
4. Sul divano. Con mio nipote. “La nuvola Olga e il tulipano”. “La nuvola Olga e la pozzanghera”. “Toby e gli amici cuccioli”. Capolavori della letteratura mondiale, insomma, mica bruscolini.

Ecco, soprattutto questo punto mi fa pensare che la prospettiva da cui viene affrontato l'argomento è da un lato geek e dall'altra abbastanza fighetta: trasmettono un'idea del mondo abbastanza asettica, dove si legge alla scrivania o in ambienti ovattati e sempre e comunque con l’illuminazione perfetta; sembra che il rischio più grande sia di rovesciare una goccia del tall-semi-skimmed-cinnamon-choco-moka-cappuccino sullo schermo mentre ci si rilassa da Starbucks o di lasciare una serie di impronte sullo schermo... vuria mai!
 
Immagino di leggere sul bus, nella vasca, a letto con un iPad, piuttosto che su un libro e l’immagine diventa sempre più improbabile. Poi mi immagino seduta sul divano, con Davide l’Unno e un iPad. 
Mi immagino intenta a leggere le peripezie della nuvola Olga. Vedo Davide che abbranca l’iPad e lo trascina per mezza cucina, per poi lasciarlo a terra: ha visto che ci sono i passerotti sul balcone e li va a salutare; eccolo poi tornare di corsa in casa e prendere inavvertitamente l’iPad a calci e mandarlo così a incastrarsi sotto il divano, dove un “tud” secco indica l’avvenuto impatto con il battiscopa di 499$.

L’iPad potrà rivoluzionare molte cose, introdurre novità e spianare la strada a future innovazioni, ma il libro, beh quello all’iPad lo seppellisce.

Televisori cinesi e maledizioni

Dedicato a chiunque ieri ha avuto la bella idea di usare il mio account di Gmail per un po' di allegro spoofing, inondando le caselle di posta dei miei contatti di spam di televisori cinesi o giù di lì e costringendomi a passare la serata a cambiare password e domande di sicurezza invece che leggere Grossman come da programma: era il mio account email, connuto! Che le maledizioni di Alex Drastico e Montezuma ti colgano impreparato!

Monday, 19 April 2010

A déjà-vu poster

In March we had regional elections held in some parts of Italy (and I'm still in denial of the cruel fate awaiting Piemonte): barely the time to be glad elections posters are away from my sight that I'm busy reading once again about politics and votes. 
This time around though it's about the UK elections in May. I didn't follow the debate, but read some articles about it. In doing so I stumbled into this website:


It's an hilarious collection of Cameron posters spoofs.
It made me laugh, I bookmarked it and plan to visit often as I believe the 3 galleries they got are going to grow in number in the next few days.
It also made me remember the Berlusconi spoof we had over the past years: I went to look for some of them; I remember that before the past elections, I used to send and receive loads of this spoofs, not a single day would go by without at least 4 or 5 new posters. There were so many and became so popular that major newspaper held special sections to display them. Still today, if you just google for images with "manifesti Berlusconi", you won't find his own original posters, but the spoofs.
And, for fellow Italians: did you know about the existence of Berlusgoogle!?!?

Sunday, 18 April 2010

A non-bloody Sunday

Post molto mattutino oggi.
Sarò mica impazzita? No, ma un po' amareggiata e anche lievemente contrariata, ecco sì, posso dire di esserlo.
Antefatto: da giovedì sono comparsi attaccati ai portoni delle case e dei negozi di zona i cartelli che annunciavano il punto raccolta sangue dell'AVIS. L'emo-mobile come al solito si sarebbe parcheggiata davanti alla parrocchia domenica mattina.
Oh, ecco una buona ragione per alzarsi presto di domenica mattina. Prima di partire per l'Inghilterra c'è sempre stato un motivo o un altro per cui non mi riusciva di donare il sangue: fino ai 25 l'anemia mi tarpava le ali, poi fra viaggi, malattie giusto il giorno prima di andare a donare e così via il tempo è passato e sono andata a vivere a Surbiton. E lì sono diventata donatrice. Senza problemi.
Quindi non ho minimamente pensato che avrei avuto problemi oggi. Ieri ho dato un'ultima occhiata al sito per controllare se ricadevo nelle fasce giuste per chi desidera donare e mi sembrava fosse tutto a posto. Brava pirla.
Arrivata davanti alla parrocchia e messa davanti al questionario, già ho capito che le cose non sarebbero andate bene: ho dichiarato di aver vissuto in Inghilterra e subito c'è stato un netto rifiuto, causa della mucca pazza. Poi ho spiegato che non ho vissuto in Inghilterra fra il 1980 e il 1996, come scritto nel modulo, ma dopo, quindi non ricado fra gli esclusi.
Poi mi chiedono se ho subito interventi. Sì, rispondo, mi hanno tolto i denti del giudizio, tolto qualche neo.
"Ah, ecco, allora non possiamo accettarla."
Strabuzzo gli occhi e mi viene spiegato che per donare, se si ha subito un intervento simile, devo presentare l'esame istologico. 
Ok, mi hanno tolto dei nei, hanno fatto l'esame e i dati me li hanno comunicati a voce, anche perché, ci fosse stato qualcosa di brutto, secondo voi sarei andata a (tentare di) donare il mio sangue stamattina? Mi è venuto da ridere, ho salutato tutti e sono tornata a casa.
Ora qualche piccola considerazione:
1. Mucca pazza: devo andare a controllare se in Inghilterra accettino sangue di chi ha vissuto nel paese fra il 1980 e il 1996. Magari è questo il motivo per cui fanno una martellante di campagna di sensibilizzazione alle donazioni di sangue: non è che manchino i donatori, è che ne scartano il 99.9% a priori.
2. Il questionario che ti fanno compilare prima della donazione è uguale a quello britannico, anzi, forse per via del Commonwealth e la più variegata composizione etnica della società dell'ex-impero, lassù ci sono ancora più domande su altri tipi di malattie e rischi. Eppure lassù ho donato il sangue, quando gli ho spiegato la storia delle mie operazioni, non hanno visto in ciò un elemento a sfavore della donazione del sangue.
3. La spiegazione che mi è stata data dall'operatore, che non so nemmeno bene fosse un dottore o no, mi ha lasciato molto confusa. A buttato lì delle parole, sull'eventuale atipia delle mie cellule e di come abbiano comunque bisogno dell'esito dell'esame. Mi sarebbe piaciuta una spiegazione un po' più scientifica, non un'alzata di spalle alla "tanto le cose vanno così".

L'esperienza nel complesso mi ha reso molto amareggiata. Non riesco a capire perché qualcosa che ha a che vedere così tanto con la salute e i criteri di sicurezza per assicurare del sangue utilizzabile in caso di emergenza abbia delle discrepanze così evidenti fra due paesi dell'Unione Europea.
Capisco ora perché hanno bisogno di volontari: quante persone ci saranno come me, incapacitate a donare perché gli manca un benedetto pezzo di carta?
Ora so che non mi dovrò più svegliare presto la domenica mattina, ma come la mettiamo con questa domenica? Ormai il sonno è passato e di rimettermi a letto non mi va. Come lo occupo il tempo ora?

Friday, 16 April 2010

Storia di una lavatrice

Settembre 1999. 
Aeroporto di Pechino.
Fa caldo, un caldo afoso e opprimente. Ma è normale che il cielo sia così giallo? Magari è solo l'inquinamento della zona circostante all'aeroporto?

Del mio primo giorno in Cina conservo tanti ricordi, tutti chiarissimi: ho problemi a ricordarmi che cos'ho mangiato stamattina a colazione, ma ho ancora chiara in mente la faccia del funzionario della dogana che ha esaminato il mio passaporto.
Mi ricordo dello sguardo che mi sfuggì dentro la cucina della Bettola: sì, lo so, non bisognerebbe mai e poi mai guardare nelle cucine di un ristorante, ma alla Bettola ho imparato che più laido è il locale meglio si mangia in Cina.
Ho chiarissima in mente l'immagine di me e Ale sedute su una panchina, nel giardinetto accanto al baracchino delle birre, una bottiglietta di tè freddo a testa più una bottiglia d'acqua per combattere la calura. Col naso all'insù guardiamo il cielo fra le fronde: no, non è normale che il cielo sia così giallo, anzi, facendo più attenzione, direi che è marrone. Non oso pensare a come possano prenderla i miei polmoni. All'improvviso qualcuno ci parla in italiano. Ci giriamo e c'è un ragazzo cinese. Un momento surreale: noi lì sedute alla panchina a scartabellare il vocabolario, completamente disorientate dal fuso orario, per cercare di capire cosa ci stava dicendo e cosa volevamo dire noi.

Arrivati all'università, era venuto fuori che al dormitorio per gli stranieri non c'era posto per ospitare tutti. Che fare? Quelli rimasti senza un tetto sopra la testa vennero direttati al 专家楼, il zhuanjia lou, cioè l'edificio che ospitava gli insegnanti e lettori stranieri. Per tre mesi ho diviso un appartamento insieme a Miky, Virgi e Ale a cui si aggiungeva spesso e volentieri pure Francesca.
La mia vita è cambiata molto in quei giorni, nelle piccole e grandi cose: il nomignolo di zia deriva da quei giorni, in cui eravamo una specie di grande famiglia. Ma ho anche capito molte cose su me stessa, formato legami durevoli e preziosi con persone che formano la mia famiglia "allargata".

4 ragazze dall'altra parte del mondo rispetto alla loro vita abituale sono sinonimo di tre mesi di risate, incoscienza, divertimento e ricordi. Noi che sgattaloiamo sotto il cancello: veniva chiuso a mezzanotte e, se rientravamo tardi, non sempre avevamo la faccia tosta di scampanellare al guardiano (un vecchietto di 70 e passa anni. Ci veniva ad aprire chiedendoci se sapevamo che ora fosse e noi a capo chino dicevamo che sì, lo sapevamo, era tardi. Allora lui se ne andava sconsolato, "ah sti italiani!"). Noi che cuciniamo le lasagne in quel forno non propriamente, ehm, sicuro.
Io che invece di girare la chiave nella toppa metto il chiavistello e vado a dormire, chiudendo fuori Ale e Virgi. La faccia dei ragazzi del piano di sopra che ci aprono la porta dopo aver notato il foglio che avevamo fatto scorrere da sotto la porta: "Help! We're locked in!!!" (Virgi era uscita e ci aveva chiusi dentro, perché la serratura era fatta in modo che non potesse riaprire da dentro se qualcuno aveva chiuso da fuori). Il bagno che era una giungla di fili a cui era appeso il bucato che non ne voleva sapere di asciugarsi, anche perché la lavatrice aveva la capacità di rovinare i tessuti ma lasciarli ben zuppi.
Ah, la lavatrice! Far funzionare la lavatrice era un'esperienza piuttosto unica nel suo genere. Il tubo dell'acqua scaricava sul pavimento: poco male, visto che il pavimento era in pendenza e lo scarico era furbescamente collocato proprio al fondo del pavimento. Questo però non bastava: al momento del risciaquo bisognava precipitarsi in bagno e girare il rubinetto dell'acqua. Questo era furbescamente collocato sopra la vasca, quindi se non si arrivava in tempo e il bagno si allagava, per evitare ulteriori danni, bisognava arrampicarsi sul bordo della vasca, proprio come fa Miky qua:

Miky e la lavatrice

Quando siamo ripartite, l'aeroporto era irriconoscibile: in tre mesi si era trasformato, da scalo triste, spartano e in pieno stile realista-socialista, ora appariva ultra-sotto-ogni-aspetto. Ultra: luminoso, enorme, moderno. Molti dei luoghi dove siamo vissuti sono cambiati o sono stati letteralmente tirati giù, i legami invece e per mia enorme fortuna sono rimasti.

Wednesday, 14 April 2010

I&R and brownies

I think it was an unwritten law of the I&R (Integration and Release) team.
Nobody in HR would even consider putting in a job offer something on the line of:
"Required skills and knowledge:
bla bla bla
technical bits
geeky pieces
Extremely sweet tooth (whole sweet tooth arcade a plus)"

Still, one of the first questions that would inevitabily surface on the first days was: "Do you like sweets?" 
Sometimes there was somebody who would answer "no" or "not particularly", and after recollecting from the collective gasp of horror and shock, the general thought was: "oh well, it's not that important: we can get his/her share then!". Most of the time people that started without sweet tooth developed it: we made sure of have them follow a learning curve on this important aspect of office life as well.
To me it was quite the perfect condition: I bake, I experiment and I got plenty of willing testers.
We had a round table close to Beth's desk where we put all the sweets. When Chris joined the team, he tried some counter measures by bringing in some fruits, but we were so far ahead on the sugar high-way that there was little he could do.
There was always something tasty to eat, people who wouldn't bake used to bring in chocolate bought in the shops and so on.

As one of the pillars of I&R, James would intercept sugar 1 mile away, just the mention of keywords such as "cake", "cookies" or "chocolate" would have him jump from his seat looking around and trying to locate the font. One day he brought in some brownies he baked and they were amazing. 
 
James' chocolate brownies
 
A bit high on cholesterole, sugar, fat, calories, basically a overall of everything, I liked them a lot and I asked him the recipe. He wrote me the recipe and I kept using this recipe, not changing anything, but the baking time, and adding some chopped walnuts, hazelnuts or pistachios if I felt like it.

Last Saturday I was feeling lazy enough to just strictly follow the recipe: I brought a tray to Miky and Corra as I was invited over for dinner and with was left of the mixture I baked a small round brownie for my dad. On Sunday morning the kitchen was still smelling of chocolate, which is the best way to start a morning, to me.

So here is the recipes for James' chocolate brownies, copied and pasted from the mail he wrote more than 2 years ago:

Ingredients:
300g unsalted butter
300g dark chocolate (I use 85% cocoa stuff as there’s loads of sugar in the recipe)
5 large eggs
200g plain flour
1 tbsp vanilla essence (not mandatory)
450g granulated sugar
1 tsp salt

Melt the broken chocolate and butter over a low heat in a bain-marie. While that’s going, beat the sugar, eggs and vanilla essence together until the mixture is smooth and coats the back of a spoon. When the chocolate and butter has completely melted, stir in the eggs and sugar and continue to mix until smooth again.

Sift the flour and salt together and then slowly add to the mix, stirring as you go.

Now pour into a baking tray or similar lined with baking/greaseproof paper and pop in the oven at 180 degrees (gas mark 4?) for 20-25 minutes. At least, that’s what the recipe says; I always need to give it longer. Here's the only difference: in all the ovens I had since then (already 3!) I needed to bake the brownies for 45-55 minutes.

When done, the brownie should have a darker brown top that’s starting to crack, and shouldn’t wobble any more. It doesn’t matter if you take it out to check and then pop it back in, much easier than cakes :)

Tuesday, 13 April 2010

L'ombroso museo

Phrenology

Più di un anno fa ormai sono andata a fare foto in uno studio in centro a Londra. Mentre Giorgio e Jonathan armeggiavano con sfondi, paraluce e tutto il resto dell'equipaggiamento, io ho scoperto un cranio per studi frenologici. A quel punto ogni interesse per le modelle è andato a farsi benedire e io ho passato buona parte del pomeriggio a fare foto sceme al cranio e a ridacchiare su come una volta si pensasse che la forma di una testa fosse davvero in grado di definire la personalità della persona. Tant'è.

L'occasione di ripensare a questo cranio è arrivata pochi giorni fa, quando invece di andare a fare il classico picnic di Pasquetta, ho passato il mio tempo a girovagare per Torino è ho visitato il museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Scoperto che al negozio-bonsai del museo (in condivisione con il museo della frutta oltrettutto!) non erano in vendita crani per studi frenologici souvenir, me ne sono tornata a casa: peccato, perché lo reputo un oggetto pacchiano che non può mancare in casa, specie in vista di tombolate degli orrori, un reperto simile vale minimo minimo una tombola!

Come mio solito, tornata a casa ho fatto un po' di ricerche su Google: trovare qualche informazione in più sui vari personaggi, leggerne la storia e poi saltare di palo in frasco fra un collegamento e l'altro, una volta lo facevo con l'enciclopedia (cosa che rallentava in maniera biblica ogni ricerca per la scuola, visto che ero in grado di leggermi anche venti voci prima di arrivare a quella che mi interessava). Così ho scoperto che l'8 maggio è previsto un corteo di un gruppo creato su Faccialibro contro il museo.

Oh yes, si chiama "I MERIDIONALI CONTRO IL MUSEO LOMBROSIANO A TORINO: 8 MAGGIO 2010", è pure pubblico, quindi si può vedere, leggere le discussioni e così via. Ho letto un po', poi onestamente mi sono rotta le balle, ho perso la concentrazione e mi sono ritrovata in un post in cui si parlava di neo-borbonici, poi di briganti e forse anche briganti neo-borbonici. Lì mi sono cadute un po' le braccia, lo ammetto: non bastavano i "si stava meglio quando si stava peggio" del ventennio, no! andiamo pure più indietro. A un certo punto mentre scorrevo veloce e sempre più annoiata la pagina ho captato la parola "massoni" e basta lì, anzi bon parei, che ci mancano solo più loro, gli Illuminati e Dan Brown.

Adesso: non credo che tutti i quasi 8000 iscritti al gruppo abbiano tutti visitato il museo, ma poco importa perché probabilmente gli basta fidarsi della descrizione dei fondatori del gruppo (anche se ancora mi domando se abbiamo visitato lo stesso museo). Il museo è intitolato a Cesare Lombroso, ne illustra gli studi, ma non li giustifica, non li approva. Insomma, non mi sembra difenda il personaggio o diffonda idee razziste e anti-meridionali.

Quello che mi ha colpito di più del museo poi non sono tanto i teschi o le maschere di cera, quanto come Lombroso faccia da cartina tornasole per le tensioni e le contraddizioni della società e del tempo in cui si è trovato a vivere. Socialista, a favore della pena di morte, promuoveva iniziative per l'emancipazione della donna pur sostenendone l'inferiorità naturale (sic). Tutto e il contrario di tutto, delle teorie del nostro non c'è nulla di valido scientificamente ed è scritto grosso come una casa sui cartelli informativi del museo.

All'entrata del museo c'è un pannello che riporta queste domande:

"Chi è il criminale? Chi è il genio?
Che cosa distingue la normalità dalla devianza?
Chi è il folle?
Siamo liberi o siamo automi condizionati dalla genetica e dall'ambiente?"


Concezione del reato, della natura del crimine, colpa e punizione: questi erano gli interrogativi su cui lui ha dato risposte ormai completamente sorpassate.

Non c'è traccia nel museo che un singolo studioso o operatore del museo avvalli queste risposte. Questo però non significa che le domande siano scomparse o abbiano trovato risposta.

Ovvio che è più facile parlare dei Borboni che interrogarci su queste questioni.

Forza, provate a definirmi la normalità. Poi aprite la pagina di cronaca di un qualsiasi quotidiano: figlie che accoltellano le madri, madri che uccidono i propri figli, padri che massacrano la famiglia. Crimini inconcepibili. Leggete come vengono definiti dalle persone che li conoscevano: erano tanto per bene, persone così normali. Già, normali.

Il Lombroso è morto, la sua testa è ancora in dono alla scienza e la scienza non sa che farsene, siamo nel terzo millennio e non abbiamo ancora una risposta univoca al quesito sopra. Siamo liberi? Il nostro libero arbitrio fino a che punto è indipendente e non condizionato da altri fattori?

A osservare i vasi dipinti dalla gente ricoverata nei manicomi criminali ed esposta nel museo, il dubbio nasce forte e spontaneo: e se Pablo Picasso fosse nato a Carmagnola e si fosse chiamato Paulin Pautasso? Sarebbe stato il genio che conosciamo o sarebbe stato internato a Collegno per tutta la sua vita?

La normalità o presunta tale è un dubbio che mi frulla in testa da molto tempo e sul quale ragiono relativamente poco: non per pigrizia o mancanza di tempo, quanto perché mi accorgo che va a toccare troppe questioni, nervi scoperti, problemi e rischierei di perdermici dentro. Per il mio bene e quello di chi mi sta accanto quindi, cerco di non dilungarmi troppo a lungo su simili argomenti, accumulare casomai qualche domanda in più da aggiungere alle altre e proseguire per la mia strada.

Sta di fatto che tutta questa storia del gruppo di faccialibro contro il museo ha continuato a girarmi in testa a lungo e proprio non capivo perché: pensa che ci ripensa mi accorgo che il senso di fastidio è di ben più lunga data, serpeggia intorno da più tempo. Sarà che io e faccialibro ormai non ci sopportiamo proprio più? Beh, forse in parte, ma credo che quello che meno mi vada giù di questa storia è l'idea molto edulcorata e all'acqua di rose del museo, ma anche per molti versi ottocentesca: niente controversie, niente quesiti, niente aree di grigio. Informazioni dettagliate e precise piuttosto, si va al museo come se si andasse a farsi due vasche in via Roma di domenica pomeriggio.

Il valore educativo di un museo è certo nella sua capacità di fornire informazioni ai suoi visitatori, ma non si limita per me unicamente a questo, o almeno non dovrebbe. La proverbiale pulce nell'orecchio, un museo dovrebbe porci domande, ma non rivelarci tutte le risposte: serve a farti capire che c'è molto di più, qualcosa che non può essere sempre e comunque tenuto dentro le sue mura: esci dal sapendo di più, ma conscio comunque di sapere poco rispetto a ciò che il mondo può offrirti in termini di conoscenza, meraviglia e stupore. Un museo è un ring in cui far scendere le proprie idee e convinzioni, vederle sfidarsi con altre, uscirne a volta rafforzate a volta al tappeto, con il risultato di uscirne comunque più ricchi. Certo non è la cosa più comoda da fare. E' più facile gridare allo scandalo che discutere. E' più comodo fare una foto all'autoritratto di Van Gogh che fermarcisi davanti e cercare di comprendere anche una minima parte dei pensieri che si agitavano dietro quegli occhi in tempesta. E' più facile tenere in allenamento muscolo dell'indice destro che permette di cliccare con il mouse che obbligare a continui allenamenti il sistema neuronale.

Monday, 12 April 2010

Touching the void

Fuori piove e tira il vento. Quel bel vento freddo che entra nel colletto della maglia e ti gela le vertebre, una dopo l'altra.

Salgo sul treno. Fa freddo, quasi quanto fuori. Il riscaldamento sembra essere in funzione ma butta fuori solo aria fredda, puzzolente. La puzza dell'aria si va ad aggiungere alla puzza della carrozza, quella puzza da treno che si può trovare solo su un treno delle ferrovie dello stato. Quella puzza che non si trova da nessun'altra parte e che il mio cervello codifica subito in aggettivi come vecchio e malridotto, e sostantivi come incuria. Ma anche in espressioni più lunghe, quali "peggio che la peggio ridotta transfrontaliera della peggiore ora del boom industriale". Insomma, ci siamo capiti, quella puzza da treno.

I compagni di viaggio sono abbastanza rumorosi: un gruppo di ragazzotti si vanta delle rispettive conquiste amorose durante le vacanze pasquali, una signora racconta morte vita e miracoli della domenica dai genitori al cellulare, un altro signore si è addormentato e russa come l'intera sezione fiati dei Wiener Philarmoniker.

Mi accomodo a favore di treno, ma la testa non l'appoggio, perché a giudicare dal colore del sedile è meglio non rischiare il contatto con nessuna parte del sedile, se non protetti da almeno uno strato di vestiario.

Apro il libro e lì sparisce tutto.

touching the void

Sparisce il freddo.
Sparisce la puzza.
Spariscono i vicini molesti.
Sparisce la zozzeria.

Anche io sparisco, mi faccio piccola piccola e sprofondo nella lettura de "La morte sospesa" di Joe Simpson, da cui è poi stato tratto il film "Touching the void" diretto da Kevin MacDonald.

In un certo senso sapevo di fare male, perché so già come andrà a finire. Non mi riferisco al libro (beh, anche quello in un certo senso, eh eh), quanto alla reazione che provo ogni volta che lo rileggo: so benissimo che due ore di treno più metro non basteranno per finire di leggerlo e so benissimo che non riuscirò ad andare a dormire finché non avrò finito di leggerlo e dopo non prenderò sonno tanto facilmente, con la logica conseguenza di svegliarsi dopo poche ore di sonno incongruente, spezzettato e superficiale, intontita come poche.

"La morte sospesa" è un libro di quelli che ti incolla alla sedia, o al sedile, visto che l'ho letto la prima volta su un treno (Torino-Milano-Torino, si vede che è un libro che ha un certo feeling con lentitalia). Bello, avvincente, coinvolgente, scritto magnificamente e tradotto con altrettanta partecipazione da Paola Mazzarelli. Ha il potere, la forza, la capacità di formare un muro protettivo intorno a te: inizio a leggere ed è come se tutto ciò che è al di fuori di quelle pagine sparisse, perdesse importanza. E non è neppure un fenomeno graduale, no no: di botto, il cervello respinge qualsiasi informazione non rilevante al libro, il cuore prende a pulsare dei battiti della scrittura e lo stomaco rifiuta qualsiasi alimento che non siano le parole scritte in quelle pagine. Dopo averlo terminato la prima volta, provo sempre un moto di gratitudine verso Joe Simpson quando con lo sguardo incrocio la copertina del libro su uno scaffale, perché è raro e prezioso trovare libri e scrittori che sappiano creare questa dipendenza dalle pagine.

Mentre leggo l'avventura di Joe, della sua forza di vivere, della decisione di Simon, il cervello lavora lavora lavora: elabora informazioni, si pone domande, dubbi morali e personali.

Sono quasi le due di notte quando giro l'ultima pagina. Le ultime cinquanta pagine le ho lette sotto le coperte, con la luce piccola del comodino. Mi fanno male gli occhi e quando li chiudo, ecco che le domande che la narrazione serrata ha tenuto in disparte hanno campo libero. Penso alla vita, a quanto forse non la valutiamo, salvo poi andare oltre le nostre stesse capacità per rimanerci attaccati; penso alla morte, a quanto la vediamo in tv e a quanto poco ci pensiamo effettivamente; a come diverse, inaspettate, uniche possono essere le reazioni di fronte alla vita e alla morte.

Il sonno non arriva. Al suo posto arrivano immagini che mi ricordo del film, spezzoni in cui Joe e Simon raccontano di quei giorni con la calma con cui si può raccontare di una gita fuori porta. Ma oltre alla calma c'è qualcos'altro, negli occhi brilla una luce diversa. E pensando ai loro sguardi torno alla poesia di T.H. Lawrence (Lawrence d'Arabia, per intenderci) che Simpson ha usato all'inizio del libro:

All men dream: but not equally.
Those who dream by night in the dusty recesses of their minds
wake in the day to find that it was vanity:
but the dreamers of the day are dangerous men,
for they may act their dream with open eyes to make it possible.

Friday, 9 April 2010

Ratatouille

Ah, tutto questo dire che Torino non è Parigi e viceversa!

Vuoi mettere la Ville Lumière con i gianduiotti? Voglio mettere sì! Parigi esercita su di me un forte fascino, nonostante sia piena di parigini: ogni volta che ci vado, mi sento un prurito piacevole alle mani, di quello "basta-mollo-tutto-e-vengo-a-vivere-qua"; quando è ora di andarsene mi si crea sempre un simpatico groppo in gola, a volte corredato di nodo allo stomaco, che già mi fa pensare alla nostalgia che proverò a breve.

Poi però mi ritrovo a guardare Torino che cambia, si risveglia dal letargo autunnale, le magnolie fioriscono, gli alberi iniziano a proiettare le loro ombre sui viali e mentre girovago sono straconvinta che a Torino non manchi proprio nulla. (Anzi! Forse ha pure troppo: sarebbe perfetta con meno di italiani medi in giro per le strade e a brevissimo alla guida della regione Piemonte)

Poi, nel giro di pochi giorni, la Busiarda ha pubblicato due notizie che mi hanno fatto notare quanto simili siano queste due città. Cosa ci rende simili?

I musei? I viali? Le passeggiate sul lungo fiume? I suonatori torturatori di fisarmonica sul metrò?

No! I ratti.

Torino punta sulla qualità: si parla di ratti giganti, fra i quali c'è probabilmente anche il maestro di karate delle tartarughe ninja. Invece Parigi ci batte in quantità: ne hanno censiti 6 milioni nella capitale, e io mi chiedo chi è stato incaricato di consegnare i moduli per il censimento alle pantegane con la evve moscia. Che ce ne siano molti non ho dubbi: a luglio la mia soluzione contro un esercito di Ratatouille al Trocadero è stata la fuga.

Ah sì, ora sì che ha senso parlare di fraternité!

Tuesday, 6 April 2010

Sostegno

Pubblicità progresso realizzata dalla Paguri Entertainment per DonZauker.it:



Questo il link al post sul sito di Donzauker: prendete e linkatene tutti.

Cansada de guerra


Tired of the wars, just like Teresa Batista. That's how I feel right now.
Today I read this news and watched the video on wikileaks.
I felt sick in my soul, upset, once again disgusted by war.
And I remembered a part of a theatrical monologue by Lella Costa, titled "Stanca di guerra", tired of the war.

Talking by all the people involved in that huge murderous industry that are mines, Lella says something that fits way too well to the news and how I feel:

"And I just want to know one thing: I want to know how they manage to sleep.
How can they sleep?
Please tell me how they do it... They're also going to have a evening, a sunset, a violet hour that ruins their aperitif. [...] There will be a moment for them to sleep too [...] if Macbeth murdered sleep: then I want to understand how can they manage to sleep, how did they sell even the dreams, shot down any memory, how can they manage not to hear in every moment of their existences Ecuba's crying voice - she that can at least cry."
 
And if there's no answer for this question, then I'd just like to know how a trained professional soldier can't tell the difference between a telelens and an AK47. Because if he can't and he's got his index finger on a trigger, then who's going to protect humankind?

Sunday, 4 April 2010

A un cerbiatto somiglia il mio amore

Orah. Orah che vuol dire luce.
Avram.
Ilan.
Adam.
E Ofer. Ofer che vuol dire cerbiatto.

Orah che ha paura di ricevere la notizia dell'uccisione del figlio minore Ofer in guerra.
Ilan, il marito da cui si è separata dopo più di vent'anni, è in viaggio per il Sudamerica con l'altro loro figlio, Adam.
Orah teme che rimanendo a casa non farà altro che facilitare questa tragedia. 
Allora fugge. Perché con nessuno a casa ad attendere gli ufficiali incaricati di comunicare la notizia, allora Ofer sarà al sicuro.
Fugge con Avram, innamorato di Orah, amico di Ilan, distrutto nella mente e nel fisico dalla prigionia in un'altra guerra, quella del Kippur.
Orah che racconta ad Avram la storia della sua famiglia, di quei vent'anni di felicità vista come una fortuna inaspettata e forse immeritata, una cellula impazzita che zigzaga incolume nel complesso di guerra, sangue, terrorismo e paura che costellano la vita di Israele.


Oggi pomeriggio, con i crampi su tutta la schiena per l'assenza di movimento, ho finito di leggere "A un cerbiatto somiglia il mio amore" di David Grossman.
Appena iniziato, ho pensato che l'avrei finito in un battibaleno: le prime pagine sono genio puro, raccontate nello stile dei radiodrammi che Avram scrive, deliri di ragazzi febbricitanti ricoverati in un ospedale. Scorrono via veloci, lasciandoti addosso euforia ma anche dolore, malinconia e felicità mischiate insieme.


Poi qualcosa è cambiato. Dopo duecento pagine, quando ormai Orah e Avram sono in viaggio verso dove finisce Israele, qualcosa è cambiato.
Avram non vuole sentire parlare di Ofer, ma Orah deve parlarne, allora scava una buca, ci ficca la testa dentro e inizia a parlare. 
"Nella sua mente, come un chiodo, le si conficcò il pensiero che doveva capire come ci si sentiva lì. In fondo, anche quando Ofer era piccolo assaggiava prima di lui tutto ciò che gli preparava, per assicurarsi che non scottasse o fosse troppo salato."
In poche parole eccola lì, Orah, madre, moglie, amante, donna che tiene in piedi con la sua fragilità il suo microcosmo fatto di uomini.


Orah che fugge.
E io con lei. Perché presa da un folle presentimento come Orah, ho pensato che non sarebbe successo nulla ad Ofer se io non fossi arrivata alla fine del libro. 
Gli ufficiali, come da protocollo, saranno lì ad attendere che qualcuno apra la porta, ma attenderanno inutilmente.


Follia? Forse, sta di fatto che un po' alla volta ho consapevolmente rallentato la mia andatura. Forse per la prima volta in vita mia, ho saputo resistere alla 
tentazione di riaprire il libro appena chiuso.
Ho impiegato due mesi a terminare di leggerlo. Nel mentre il libro è diventato un ricettacolo di note, segnalibri, post-it, perché quasi in ogni pagina c'era qualcosa da ricordare: troppo prezioso da lasciarlo rinchiuso in un libro, devo ricordarmelo, devo scriverlo, devo mandarlo a memoria.
Così oggi pomeriggio ho chiuso il libro, con il tè ormai gelato sul comodino, la schiena a pezzi e la pelle del viso che tirava dove si erano asciugate le lacrime.
Non so ancora trovare bene le parole, forse non le troverò mai, ma questo libro mi ha cambiato la vita ed è una delle poche cose che salvo degli ultimi mesi.
Perché straborda di amore e di dolore, lacera l'anima e, allo stesso tempo, la riporta in vita.


"Non è stato un amore a prima vista" le aveva scritto in un telegramma [...] "perché ti conoscevo e ti amavo anche in passato virgola ancora prima che tu esistessi virgola perché solo dopo averti incontrato sono diventato ciò che sono punto."

Friday, 2 April 2010

This is not just a M&S ad...

No, I haven't gone mental.
I've been gone back and forth several times, thank you.
To me there is absolutely no contradiction between slashing Easter in one post, just to have it followed by a post about a traditional Easter recipe.
Yes, it's an English traditional food, but, unknown as it is in Italy, I could have baked it any other time of the year (well, winter times, I hope to go back to that nice habit of mine of not using the kitchen oven for at least 5 months!).


Some nights ago, instead of sleeping, I was wasting time on the net (I checked on the dictionary and I fear the verb "cazzeggiare" belongs to the untranslatable words). I don't remember what I was looking for, perhaps a promo for a movie? a re-run of Report (my favourite Italian tv show)? or that insane double interview "Le Iene" did with the Bergamasco Bros?
I can't recall what, but somehow I click on the wrong link and the video that started had an ads at the beginning.


An M&S ad, the new one just released for Easter.
I was a bit ehm, surprised... 
What the f**k happened to their food porn!?!?!
The slow motion of the chocolate dripping down, Samba pa ti, the voice over stating that this is not just an high in salt, sugar and E-numbers Indian ready meal that tastes more or less like an high in salt, sugar and E-numbers Italian ready meal, oh no, you nasty boy! This is an M&S high in salt, sugar, etc. etc.
I was so puzzled by the new "just because" line that I thought it was a spoof.


I found the M&S Food (Porn) ads quite annoying when they were broadcast, and I still do, but it made me remember that it's been ages I wanted to try some English recipes.
When I left Nokia, I got not one, but two books on English food. A gentle reminder from friends and colleagues in case I missed UK too much perhaps? 
Both books have quite nice photos.
One of them, "British Food", sports asparagus with mayo as a traditional recipe and states that vegetable stock is a traditional British food.
The second book is by James Martin, "Easy British Food": unintentionally, when I opened it for the first time, in front of my colleagues, I landed on the page of pizza margherita.
The page starts very well: "The pizza may not be traditionally british". May??!!?? Of course, eveybody knows it was invented by Americans! but it's one of his favourite thing to eat. 
Moreover, as it's something I like to have with friends, I don't think 3 garlic gloves, peeled and finely chopped, are something advisable for pizza to share during a night in with friends.


Anyway, both of the books had a recipe for hot-cross buns. I never had a hot cross bun in UK, but always been curious about them. As many of the item advertised with food porn ads, the sad reality of the high street hot cross bun is, well, sad. I remember going to the M&S Food in Surbiton, looking at the display and thinking they didn't match the ad visually, so probably wouldn't taste that nice either (maybe I'm wrong, who knows?).


So, today I had the perfect chance to try to bake them. I'm going to meet Nonna Nara (she's the granny of my best friend Francesca) tomorrow, so I've been thinking what to bring her a present. She hasn't been 100% well, but she still can enjoy cake(s) over tea. 
So I put the 2 recipes together, add a 3rd recipe from James Martin taken from BBC website and changed some bits and pieces on the way.
At the end that's what came out of the oven:


hot cross buns

These are not just M&S hot cross buns, these are Virgi's hot cross buns!

Ingredients (makes 18):
For the basic dough
450 gr flour
1 tsp nutmeg
3 tsp cinnamon
1/2 tsp ginger
1/2 tsp salt
25 gr fresh yeast
150 milk
boiling water
55 gr sugar
80 gr butter
1 egg + 1 for brushing
90 gr raisins
50 gr candied peel

For the cross paste:
5 tbsp icing sugar
150 gr flour
10 gr ground almond
water

For the bun wash:
70 gr sugar
7 tbsp water

Mix 330 gr of flour with the spices, the sugar and the salt in one bowl.
Crumble the fresh yeast into another bowl and add 1 tsp of sugar and the remaining flour.
Pour the milk into a jug and make up to 250 ml adding boiling water. Using a wooden spoon mix the liquid with the yeast mix. Leave it to rise for 30 mins.

Rub the butter in the flour mix, form a well and put in the egg and the frothy yeast mix. Mix with the wooden spoon for a while, then knead it for 10 minutes on a floured surface, adding more flour if required.
When the dough is smooth enough, place it in a bowl, cover it with a damp cloth and leave it raise for at least 1 hour (I left it 2 hrs).
Meanwhile, leave the raisins in a mix of warm water and rhum.
Once the dough has doubled in volume, punch it down, add the drained raisins and candied peels.

Divide the dough in 18 small balls and shape them into buns. Leave them to raise, covered with a cloth, for 30 minutes.
To make the paste, mix the ingredients with water, until smooth and compact enough.

Preheat the oven at 220°C.
Brush the buns with a beaten egg. Put the paste into a pipe and form a cross on each bun.

Bake the buns for 15-20 minutes. Once baked, take them straight out of the oven and brush them with a syrup made by boiling the sugar and water together.

And here they are, out of the oven, just in time for my dad 4 o'clock snack! I'm not sure how close my results is to the traditional recipe, but the result was quite good. My mum, that simply hates anything with cinnamon in it, did like it enough to have a second one after dinner. It's quite a huge compliment coming from her!
buns & stripes

oh no, is it Easter time again?


Oh yes, it's Easter time again.

What does it mean to me? Not a lot, to be honest.
Coming from a non Catholic family, as a child it was just a long week-end off from school, receiving (and eating) egg chocolate from my grandparents and as a teenager having a barbeque with some friends in the mountains on Easter Monday, most of the time wondering why on earth I agreed on it, as weather has always been miserable on Easter Monday.

Growing up, Easter didn't change a lot to my eyes: Easter Monday is a Bank Holiday; very much welcomed as one day off from work can be, yet not felt in the same way as other days (such as the April, the 25th or May, the 1st), where I do take the time to think on the reason why we celebrate.

Being in a Catholic country, moreover, you can't escape being surrounded about celebrations: some of them sincere, most of them quite hypocritical to my eyes.
I've always felt a sharp contrast in many fellow Italians, so eager to declare themselves Catholic, to go to church any given Sunday, but so quick and ready to judge and condemn.
The annoyance caused by Italians' self-rightneoussness becomes even more irritating when  Easter (or Christmas) arrives.
The annoyance is particularly strong this Easter, up to the point that it's becoming very hard for me to keep my cool, and avoid losing my temper (losing my religion, I'd say).

The past week has been quite hard for me; how I wished to sleep it all and let delusions and problems drift away! But no, I couldn't and, to top it all, I had to endure politicians claiming to be above the law, up to the point of becoming the final judges on delicate and personal matters such as abortions.

Men politicians, of course! Politicians that proclaims themselves Catholic, pro-family, pro-life, pro-whatever-as-long-as-it-gets-them-votes, that thinks and treat women like walking incubators; such good preacher when telling people how to live, but quite lacking on putting into actions the same words themselves.

The saddest point is they're not the worse that this country has to endure.
(And no, the worse is not even having to deal with a Vatican that should mind its own business and run a conscience check up on its own wrong doings, instead of trying to teach us what it's right and what it's wrong. Even though, it's quite bad)

No, the worse is that these people get to be where they are because they get votes, they are voted by the same people I meet on the way to work, waiting at the hospital, looking at the prices at the market. The same people that keeps complaining and asks me why I don't celebrate Easter.

That's perhaps the main reason why I don't like Easter: it's one of the moment I feel so sharply and painfully the sad notions that politicians and general conditions of life Italy has are just what us, Italians, deserve. It's such a depressing thought that chokes (almost) any hope.

Thursday, 1 April 2010

La prima vita di Simon Baxter - Parte III

L'aereo era ormai prossimo all'atteraggio; nemmeno due ore di volo, ma che a Simon erano sembrate molto di più, quasi una vita, vuoi per l'improvvisa turbolenza sopra la Manica, vuoi per il fatto che la sua vicina era riuscita a dover andare in bagno ben due volte ("sa, ho letto su una rivista di quelle che ti danno sull'aereo che bisogna bere molto per rimanere idratati"), costringendo Simon a ripetere il rituale della cintura altre tre volte: tre perchè si era accorto che l'aveva ripetuto in totale quattro volte ed era noto e risaputo che i rituali sono come le ragioni e viaggiano sempre e solo a numero dispari. Così per evitare l'imbarazzo di ripetere il suo rituale senza un motivo preciso, Simon si era alzato e aveva fatto finta di cercare qualcosa nel bagaglio per potersi di nuovo sedere nel modo giusto.

Una parte di Simon si vergognava di questo comportamento irrazionale: sapeva benissimo che altro non era se non una stupida messinscena, ma oramai non riusciva più a farne a meno. Superstizioni, idiozie, solo idiozie si ripeteva. Certo, idiozie, solo idiozie, ma cosa sarebbe potuto succedere se per una volta, una sola volta avesse saltato i suoi rituali? L'aereo sarebbe rimasto su? Oppure sarebbero diventati tutti i protagonisti di una notizia da prima pagina per l'edizione dei giornali del giorno dopo?
 
Amici e conoscenti avrebbero stentato a riconoscere Simon, il loro Simon, in quella persona seduta sull'aereo, attenta a ogni minima variazione dei suoi rituali, intenta a masticare fino all'esaurimento una gomma e a stritolare il bracciolo del sedile come se fosse la sua personale ancora di salvezza. Neppure lui sapeva quando o perché la parte razionale di sé stesso avesse deciso di sventolare bandiera bianca contro quest'attacco di scaramanzie, però gli sembrava fosse sempre e comunque troppo tardi. Il fatalismo, pensava Simon, è perfetto quando sei seduto comodo in salotto: se, mentre sei seduto in poltrona a guardare una partita, bevendo birra e mangiando patatine, un meteorite colpisce proprio casa tua e ti fa schiaccia come un moscerino, allora pace è il fato, ma se sei su un aereo allora te la sei andata a cercare e devi fare di tutto per minimizzare i danni.

"Oh! Ma siamo quasi arrivati! Non me ne ero proprio accorta! Il tempo è letteralmente volato via... adesso che ci penso, spero di non averla disturbata troppo, ma lei sa che è davvero un ottimo ascoltatore, signor...?"

Simon sorrise contento. Contento di poter lasciare la sua catatonia e rientrare in un mondo di cui conosceva le misure. Estremamente felice di lasciare alle spalle quella perturbazione di parole.
"Simon. Io sono Simon. Piacere."
In tutto, Simon aveva pronuciato durante il volo sette parole. Le aveva contate.
Perchè era noto e risaputo che le parole dette sugli aerei sono come le ragioni e i rituali: viaggiano sempre e solo a numero dispari.