Friday, 30 July 2010

Io della politica (italiana) non ci ho mai capito un...

Facile smettere di controllare i quotidiani italiani una volta all'estero.
Alla fine dopo che ho letto il Buongiorno, cosa rimane di valido, interessante e allo stesso livello di Gramellini...
In queste ultime mattine, il mio giro delle prime pagine dei quotidiani è diminuito notevolmente in quantità: ci metto davvero poco.
Al momento leggo il Buongiorno, per l'appunto, la pagina di Torino della busiarda e và bin parei.

Stamattina sono tornata a fare un giro più lungo dei vari giornali e non ho capito mica cosa sta capitando fra il Berluska e Fini.
Ho provato (davvero!!!) a leggere un po' di articoli ed editoriali, ma la mia capacità di concentrazione in simili occasioni è praticamente inesistente e dopo nemmeno due o tre righe mi ritrovo a scorrere verso il basso la barra di scorrimento per vedere se capto qualche parola nel mentre.
Ho il sospetto che sia tutta una palla di fumo e, visto che fra un po' arriva Agosto, il parlamento chiude per ferie, e vanno tutti in Sardegna sui loro yachts, finisce che a Settembre se ne sono già scordati tutti.

Però, se così non fosse, e qualche anima pia (e paziente) avesse voglia di spiegarmi che capita, lo apprezzerei molto e gliene sarei grata.

Thursday, 29 July 2010

Un'estate fa

Ogni tanto mi scopro a pensare se le scelte che ho preso sono quelle giuste. E' un pensiero che arriva a tradimento: nonostante mi riprometta di non farlo, finisce che ci ricasco sempre.


Mi viene un po' di malinconia a pensare a dove potrei vivere adesso, invece di essere di nuovo qua in Inghilterra, alle differenze di clima, mentalità e stile di vita che ci sono fra le isole britanniche e un paese mediterraneo.

Ma non dura mai troppo. Di seghe mentali me ne faccio già abbastanza di mio, senza tirare in ballo pure i "se" e "ma" del passato, perché bastano quelli del presente a complicare la vita.

Un'estate fa le cose erano diverse.
Lo ero pure io: sono cambiata, in bene e forse pure in male.
"Ma l'estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco"


Wednesday, 28 July 2010

Dress (and) code

Woke up this morning and sun was shining over a nice blue sky.
The air was quite warm too.
It really felt summer, so hey why not? Got my dark blue cotton dress, put it on and went to work.

Doh.
I forgot where I work. There is a universally acknowledged dress code when it comes to IT companies.
I'm quite aware of what people normally wear and if somebody is wearing something smarter than usual I immediately think: "ah ah, he's up for an interwiev!" Well, unless the person is David: he sports business casual outfit to have people looking at the way he's dressed and not paying attention at his post-very-heavy-hangover face.

T-shirt: ok.
Jeans: fine.
Dress: sorry madame, but no.
Wearing a dress is so no IT-geeky dress code.

I think I started suspecting it when people in the office made me notice that I look too nice to work here. Now I live in fear of having given the managers a good excuse to fire me!

Over the morning I have had people coming over asking me what's the special occasion and so on.
The best one has been Lloyd. We were having a coffee together when he, as charming as not so many gentlemen on this planet can be, told me: "So, you look very feminine this morning. How come?"
Ehm, right. Smooth. Let's take it as a compliment, shall we?

Back to Baking

♥ di 

Quando sono tornata in Inghilterra mi sono ripromessa sei mesi di tranquillità. Nessun patema, nessun dramma, nessuna grande decisione
E' quasi un mese che sono qua, un po' alla volta la quotidianità sta prendendo il sopravvento. In superficie sembra quindi che stia mantenendo fede al mio impegno: lavoro, faccio la spesa, pulisco, il massimo impegno che ho preso è stato di decidere di andare al cinema.

E' un bene ed un male allo stesso tempo, il solito tran tran. La ripetitività mi innervosisce e destabilizza, mi sento come il malato di cuore di De Andrè, avverto il tempo sprecato a farmi narrare la vita dagli occhi.
Dall'altro mi rincuora, mi protegge dai cambiamenti, dalle novità, dal dover prendere a carico le mie responsabilità.

Ma è tutta apparenza: non ci si può opporre alla vita, ai pensieri, ai dubbi, ai sentimenti. Il semplice fatto che ho deciso di chiudere fuori il mondo, non comporta automaticamente il fatto che il mondo accetti di essere lasciato fuori.
A 32 anni passati, mi piacerebbe pensare di aver raggiunto la maturità giusta per affrontare ciò che la vita mi pone davanti, senza scappare alla prima occasione. Mi piacerebbe poter dire di me stessa che sono abbastanza coraggiosa da dire a chiare lettere cosa provo senza temere la reazione altrui.
E invece, sono ancora profondamente codarda e lascio che le persone scorrano via senza che sappiano cosa provo per loro.

Sto male per il fatto di non riuscire a trovare soluzione a questa mia codardia dei sentimenti, ma mi consolo pensando che almeno sono arrivata al punto di riconoscerne la presenza nella mia vita.

E mi sfogo come posso, facendo ciò che più mi da serenità.
Metto le mani in pasta: Preparo la frolla, un po' speziata, la metto in frigo e nel frattempo preparo il ripieno con mele, zucchero e spezie.
Mentre il nervosismo se ne va in punta di piedi, stendo la pasta, ritaglio le formine e inforno.

Quando sforno l'ultimo tegame di cuor di mela (appleheart, suona bene in inglese, potrebbe essere il nome di un re dal cuore molto tenero), il nervoso è sparito, rintanato in un angolino e ho l'illusione che lì rimarrà, almeno finché il profumo delizioso della cannella permeerà tutta la cucina.

I cuori di mela sono piaciuti più o meno tutti, ma personalmente credo che gli manchi ancora qualcosa. Devo controllare quali sono gli E-numero che usano nelle produzioni industriali! O, molto più probabilmente, gli dedicherò qualche altra sperimentazione, tanto mi pare che gli assaggiatori non manchino. Aspetto solo il prossimo giorno di grandi dubbi e paure... Domani, suppongo.

Tuesday, 27 July 2010

Lo shuttlebus che ho preso oggi pomeriggio era guidato dall'autista con la verve di Eddie Irvine: non so i suoi gusti in fatto di calzature comode, ma in quanto a velocità e assetto da gara nelle rotonde ha pochi rivali. Di solito mi metto il cuore in pace al ritorno a casa: quasi sempre mi tocca aspettare in stazione per un po'.
Però, quando c'è F1 (non so il suo vero nome, lo chiamiamo così per distinguerlo da Goodnight, l'altro autista; credo sia stato Jaime a ribattezzarli così), ho qualche possibilità di non perdere il treno e arrivare a casa una ventina di minuti buoni prima. Sembrano pochi, ma fanno.
Oggi ho avuto fortuna: F1 ha trovato poco traffico sulla sua strada e ha affondato in piede sul pedale, motivo per cui sono riuscita a saltare sul treno prima della chiusura delle porte. La Southwest Trains chiude le porte 30 secondi prima della partenza del treno e non c'è niente di peggio che scapicollarsi lungo la passerella pedonale, arrivare al binario e vedere le porte che ti si chiudono in faccia.

Allora, il vagone non è vuoto, c'è po' di gente seduta ma anche di quella in piedi.
In uno dei salottini (una fila di due o tre sedili con davanti altrettanti sedili, tanto per intenderci) è seduta una ragazza: bionda, supertruccata, vestito mini, aria da ragazza acidella, puzza sotto il naso d'ordinanza.
Mi siedo sul lato opposto.
Apriti cielo!!!
Non l'avessi mai fatto!!!
Onta e disonore! Raccapriccio e fastidio! Pussa via, brutta bertuccia!

La pupa ha preso come un'offesa capitale al suo amor proprio il fatto che io mi sia seduta, non dico accanto, ma vicino a lei! Vorrai mica condividere con me l'aria da respirare? Pazza!!!
Alza gli occhi al cielo, sbuffa, mi guarda torva, prende la sua borsetta-valigia, un colpo secco per tirare indietro i capelli e sculetta la sua tamarrissima persona lontana dall'offesa che le ho recato sedendomi.

E' la seconda volta che mi succede nel giro di pochi giorni. Pure al ritorno da Brighton, la signora accanto alla quale mi sono seduta l'ha presa malissimo: aria scontenta, sbuffi, sguardo torvo.

Eppure ho controllato; mi sono guardata bene allo specchio.
Non sono Cindy Crawford, è vero. Ma neppure Maga Magò. O quanto meno non sempre...
Mi piace chiacchierare, ma non per questo attacco necessariamente bottone con tutti.
Occupo un solo sedile: non è mai capitato che, una volta seduta accanto a qualcuno, mi sia "espansa" e abbia, che so io, stravaccato le mie gambe sul grembo del mio vicino. Non mi passerebbe mai per la testa (oddio, se il vicino fosse Ewan McGregor, un pensierino ce lo farei...)! E non frugo nemmeno nelle borse degli altri, né allungo il collo per leggere il giornale. Nel caso della bionda di oggi men che meno, visto che si stava trastullando con "Inside Soap", una rivista il cui solo titolo danneggia irreparabilmente almeno un centinaio di neuroni.

E allora perché la gente si arrabbia se qualcuno si avvicina troppo? Vorrei trovare una risposta adeguata, formulare una teoria interessante, ma finora l'unica deduzione che ne ho tratto è che fare i pendolari fa male a certa gente.

Sunday, 25 July 2010

Walking on broken glass

If you search on internet for information about Annie Lennox's "Walking on broken glass" song, it may look as if the most important fact about it is that Hugh Laurie starred in the video.

So did John Malkovich. And yes, Annie Lennox too. I loved the video, actually. John Malkovich, "Dangerous Liaisons", and all that, I was kind of bound to love it. Moreover the song's really good, a catchy melody and everytime I end up on it on my iPod, I just can skip forward.



I thought about it today...

"Walking on, walking on broken glass
And if you're trying to cut me down
You know that I might bleed
'Cause if you're trying to cut me down
I know that you'll succeed
And if you want to hurt me
There's nothing left to fear
Cause if you want to hurt me
You're doing really well my dear..."

Barefoot in the kitchen, not paying any attention at all, I didn't notice that there was a small fragment of glass (from a jug that Reda had dropped in the morning).
Well, I noticed it, once it stucked in the palm of my left foot. I think my neighbours might have noticed it too, given the level my voice reached.

So, to be negative about the day that's about to end, I can say that I crippled myself and now I'm not only grumpy as Dr. House, but I do walk just like him!

But if I want to look at the bright side of life, hey! I've discovered I can still swear in Chinese and Hungarian! Alongside, Italian, English and Piemontese dialect, plus some small bits of Spanish... I knew all this studying foreing languages would come in handy sooner or later!

A Bright(on) Saturday

Weather forecast were right, so I had a really nice, bright and sunny Saturday.
I went with my friend Paul down to Brighton.
It's quite a quick journey down to the sea, about 45 minutes from Clapham, reason why, I've been told, many people commute from Brighton to London: London to work and get paid a London salary, and Brighton to enjoy life and relax.

postcard from another time

It's the 4th summer I'm spending in UK and that's been the first time I've got the chance to go to the seaside, the first time weather has kept up nicely and long enough to allow me to go there. Stepping on the train I felt as happy and impatient as when I used to go to Noli with my grandparents as a child. I had to refrain to ask: "Are we there yet?"

Stepping out at Brighton station, walking the way down to the Marina and yes, it still felt like being in Noli. Ok, Noli is hardly the GLBT capital of Italy, but the amusement arcade on the Pier, the family, the old couples, they all reminded me of the Noli of my childhood. Not to mention the shingle beach! I hated Noli's shingle beach, as it was very unconfortable and you can't build sand castle on it (doh!). Since then I never been to a shingle beach until yesterday: Brighton has just that type of beach.
It has different styles of the same kind of beach: award-winning, common one, non dog friendly, dog friendly... What about the cats?!?
And furthermore, years passed by, but I still can't stand shingle beaches.

award winning beach

The day went on quickly and happily, with some time for shoe shopping too! ^_^

I kept looking at the horizon, amazed by the fact that yes, it was sunny, it was quite warm and i could smell salt in the air I was breathing.

The West Pier


Given such a glorious, wonderful, sunny, British summer, given the fact I was on the sea, I had no chance but gather up all my courage and go for it! Took the sandals out and...

piedi a mollo

Here I am! With my big feet into the water! When water reached the midcalf, however, I beat a hasty retreat to avoid hypothermia!

Friday, 23 July 2010

Continua?

"Barbara, davanti a una bionda piccola e a un toast, lo aveva definito in incontro di molte cose, soprattutto di solitudini.

Seduta in mezzo ad altre persone, amici e non, si era sentita sola come poche altre volte in vita sua. Era stata assalita da una nostalgia struggente, nostalgia per qualcosa che forse non era mai esistito. Non aveva nulla da dire, loro non avevano nulla da dirle e da dirsi, ma non si stava zitti per un secondo, un cicalio continuo e incessante.  Chiacchiere fatte di vuoto, fastidiose risate, troppo ad alta voce per essere vere e l'unica cosa a cui riuscisse a pensare era che voleva andare a dormire..."
Era scritto su un post-it a forma di stella incastrato dentro il portafoglio. Riuscissi a ricordarmi quando e perché l'ho scritto, e come volevo continuarlo...

Wednesday, 21 July 2010

Feeling loved

Yesterday I was a bit of E.T.
Less normal than usual, plus I phoned home too.
Well, I video-called home via Skype. 
There was a nice surprise waiting for me: the whole tribe was there; not only mum and dad, but also Adri and family stayed over because they knew I was going to call. They were all there, trying to fit in the web-cam framing and say hi. It's such a nice, heart-warming feeling, to know you're loved.


Davide has learnt more words, that he likes to pronounce using a very dramatic tone, so none of his sentence is complete without an initial "oh, no!" or an ending "what a thing!".

Sara had a special request for me: "Auntie, can you ask the Queen to let you come back soon?"

What can you do when a 5-year-old devil in disguise tells you such a thing? Nothing, you just let your heart melt on the spot.


"Well, honey not sure whether I can ask the Queen about me visiting Torino, but I'll try my best."
"Good, because I want to play with your iPod: can you bring it with you and leave it here with me?"
"That's all? Nothing else?!?!"
"No. Oh no, wait! Can you tell grandpa how to play on the computer with Tinkerbell, he doesn't know how to create the fairies... Gotta go, there's Postman Pat on Rai YoYo. Bye!"

And she was gone, leaving me speechless as she usually does.

Yep, nothing's better than feeling loved! :-D

Monday, 19 July 2010

Farnborough, gli aerei e io

Il Farnborough Air Show è di nuovo qua!
Oggi la stazione pullulava di gente vestita troppo business smart per essere di zona e gli aerei militari e civili ronzano sulle nostre teste.
Dei miei colleghi hanno intenzione di andare allo show domenica, ma sarà che sono una donna, sarà che i motori non suscitano in me particolare interesse, ma l'idea di pagare 25 sterline per passare in questa città un giorno in più della settimana proprio non mi sconquinfera.

Durante la pausa pranzo, ho passato 5-10 minuti a naso in su a guardare un aereo o due fare delle esibizioni. 

Tornando in ufficio pensavo di aver dato fondo a tutto il mio entusiasmo riguardo la manifestazione, perché all'inizio è quasi divertente, poi però... ti accorgi che un ciccione americano ha occupato il tuo posto in treno e una carampana francese si è seduta dove tu di solito piazzi lo zaino. Al ritorno rischi di stare in piedi, il che non aiuta, visto che sei stanca e hai mal di testa, a causa del costante rumore di aerei che passano e ripassano sopra la tua capoccia tonda. E invece! Ta-daaaaa!!!

Siamo in prima pagina! Per la prima volta, la parola Farnborough appare sulla prima pagina di un quotidiano italiano! E l'hanno pure scritto giusto!

Ecco la versione online della Repubblica:



Ovviamente il mio entusiasmo è durato il tempo di catturare un'istantanea dell'immagine.
Arrivo a Farnborough... e sai che sforzo! 
Io arrivo a Farnborough cinque giorni alla settimana e non uno di questi grandi nomi dell'editoria italiana  che ne dia il giusto risalto sulle sue pagine!

Sunday knowledge

On Saturday I went to look for a pair of jeans and ended up buying some T-shirts and a set of cookie cutters. Yesterday I was on the hunt for shoes and bought a pair of jeans.
Shoe shopping is hard and requires commitment: weather however was too nice to waste it inside shops.
So, after a short while, I gave up and went to St. James's Park: I met up with Robert and Lloyd and spent the remaining part of the afternoon, lying in the park, enjoying the sun and chatting. When we grew tired of resting in the park, we took a walk over the other side of the river, to a pub close to Waterloo and chat a little longer over some Pimm's.

Basically I didn't do much over the week-end or so it would seem.
However, I went back home feeling I've learnt a lot. 
It just a matter of defining "knowledge". While playing a Trivial Pursuit video-game, the comment I usually ended up with was: "the amount of useless information you know is amazing".

I find it quite fitting to the things I happen to learn and know and from yesterday I can add some other good, interesting but not-quite-useful-at-least-for-now-but-who-knows-in-the-future info. 
For example, there is a difference between unicycling and monocycling, which is not only depending on meaning differences between British English and American English.

I've discovered that stealing bike is very common in Japan. Yet, knowing the pain of having my beloved bike taken away from me so well, I won't use this method to get myself a cycle, but just look for a used one, possibly not stolen (and this cuts out about 99.9% of the ads on gumtree, damn it).
Big  Ben is only the name of the bell, but the tower's name is "Clock Tower of St Stephens" and this is not as useless as the rest as I can use it next time somebody comes to visit me in the UK and I can show off some in-depth knowledge of the London landmarks.


I also discovered a website launched by Nick Clegg and the government, called "Your Freedom": it allows people to have their saying about laws that should be repealed, laws that needs to be changed because they're restricting the citizens' liberties and so on. Most of the proposal are about drugs, cannabis and magic mushrooms, smoking bans and speed limits.
There is a fair share of proposal about getting rid of EU laws, ça va sans dire.
However I think some other proposal are worth considering too, like the legalizing flying kite proposal or the one for removing the ban on right hand sidecars.

Saturday, 17 July 2010

Lacoste the gecko

saturday afternoon: coffee and arts online

I got Lacoste about 5 years ago.
Lacoste is how my family calls my gecko tattoo: at that time my mother was adamant she didn't need any glasses, as she wasn't short-sighted, nor that old to require some reading glasses.
After getting the tattoo I had dinner with my parents and my dad, for once, was the first one to notice I had something new (he! the one who didn't notice when my sister got her hair coloured with stripes of metal green! The same one who noticed I had pierced my ears multiple times about 5 years later!).
He asked if it hurt and then said "hmmm", that translated from daddy-the-bear-ese to English sounds: "I quite like it and, as long as, you're happy with it I'm happy too, but don't ever think I'll tell this kind of stuff aloud".

My mum on the other side was more puzzled. She looked at me, scrutinized the tattoo, looked at me again and asked: "Why on earth did you want the Lacoste logo on your arm!?!"
Hence the name, Lacoste. When she saw it was not a crocodile, but a gecko, and it was not a commercial stunt, she said she liked it; and the following day she went to get herself a pair of glasses.

Somebody that didn't like my tattoo at all, was my boyfriend. Man, he hated it!
I must say there were several signs that should have warned me against him. Huge signs that shouted "Stay off! He'll only bring you misery", but I was blind (i.e. in love) and it didn't matter. But the tattoo was the first moment I started to believe the signs might be right.
He was at first shocked I went and got myself the tattoo without first asking him!
Yep, he had a very modern idea of the couple.

Then he went on with a long tirade of how I was going to feel about it when I grew old, and how the tattoo was going to look like over a wrinkeld skin. Not to mention, it looked so gross on me, being a woman. Yep, he had a very modern idea of women as well.

Then he asked me how I could have made such a big choice without thinking about it enough. I guess it's fair to say he didn't have strong belief in my reasoning skills either.

Last week, waiting for the train to Winchester, I met them:



They were going to the seaside and what immediately caught my eye was the tattoo the old lady sported so well and nonchalantly. Yes, it was a bit washed and the skin not smooth anymore, but it didn't seem like a big tragedy to her.
I guess the memories that came with it are what matters the most.

Somebody once said that love lasts forever but tattoo lasts six months longer. Quite fitting for me and my ex: needless to say, we didn't stand long.
But Lacoste still does. After 5 years the colors is not as brilliant, but I still find it beautiful and meaningful to me. I think it always will, no matter how faded or wrinkled it's going to be. I don't really like to talk about the meaning of it, when asked I give just a general idea, because the main reason behind it is something I shared with few people, as a sign of utmost, complete trust; sometimes I still put this trust in the wrong hands of people that haven't understood what a huge step was for me and regretted doing so, but even so, I've never stopped liking my tattoo.

After the gecko, I got other 2 tattoos and I don't regret them because they have a very special meaning to me and even when I'll become much, much older than what I already am, the meaning I gave them will still be there, enriched by some other memories: happy or unhappy they might be, they'll just make my tattoos and my story more colorful.

Tuesday, 13 July 2010

Il cavolozoico, la nuova era

Due conversazioni via chat, a poca distanza l'una dall'altra. Un collega e una cara amica, anzi una degna compare.

Per puro caso, o forse no, la conversazione si sposa alla vita in generale, a ciò che vorremmo fare e a ciò che siamo costretti a fare ed accettare per vivere e sopravvivere.

Insomma, né io né il mio collega amiamo particolarmente la nostra vita da pendolari ed emigrati, ma non perché odiamo i treni o la Gran Bretagna. Al contrario! Dopo la bicicletta, il treno è il mio mezzo di trasporto preferito; una delle molte cose che classifico nella categoria "vorrei ma non posso" è proprio un giro bici+treno per visitare tutto il Regno Unito.

Purtroppo non abbiamo i mezzi, le possibilità economiche per fare quello che vorremmo e così lavoriamo, ci arrabattiamo, tiriamo avanti. Quando Alfonso è rimasto senza lavoro, non ci è certo annoiato a fare le cose che gli piacevano davvero, ma ovviamente a un certo punto si è trovato di fronte a un conto in banca che si assottigliava ogni giorno di più ed è tornato in carreggiata.

Poco dopo, ecco che torno a parlarne con Paoletta che, manco a dirlo, era d'accordo con questo filo d'idea: mentre in passato la gente lavorava con un obiettivo preciso (comprare una casa ad esempio), fare qualcosa di divertente o piacevole (hobby, ferie, viaggi) e risparmiare pensando alla pensione sicura.

Noi invece? Noi viviamo in un'epoca diversa, dove si lavora come pazzi per uno sputo e per arricchire gli azionisti e pagare le tasse.
Così discorrendo, siamo arrivate alla definizione di questo periodo storico in cui ci troviamo a vivere.

Lavori del cavolo.
Stipendi del cavolo.
Relazioni umane del cavolo.

Poteva andarci peggio, ma poteva pure andare decisamente meglio e invece ci ritroviamo a vivere in un periodo del cavolo.

Signore e signori, benvenuti nel cavolozoico.

Spazi vuoti e barriere

Paul riesce a fare foto delle banchine della metropolitana completamente vuote. Stazioni della zona 1 o 2, normalmente piene di persone, che lui immortala completamente vuote.

E' una cosa che gli invidio e non perdo occasione di ricordarglielo, perché anche se trovassi la stazione di Farnborough completamente vuota, non varrebbe certo la pena fotografarla.

Domenica però il mio momento è arrivato: sì! Anch'io adesso posso dire di avere fotografato una banchina completamente vuota, anzi ben due!

empty platforms

Ok, non è la metropolitana, bensì la stazione della DLR di Pontoon Dock.
Ok, non è zona 1 o 2, bensì zona 3, anche se la distanza e il tempo che ci si mette per arrivarci la fanno sembrare zona 5 o 6... però vuota è vuota, giusto_

Probabilmente sarei riuscita a fare una foto di una banchina vuota anche più vicino a casa, ma Pontoon Dock era la fermata della meta della mia gita domenicale con Paul. Era una vita che mi ripromettevo di visitare la Thames Barrier, ma in 3 anni ho collezionato una serie di scuse sempre meno plausibili per rimandare. Rimanda oggi, rimanda domani, ho finito per tornare in Italia a novembre con il rammaricodi non averla vista da vicino. Rammarico che ritornava forte ogni volta che un mio contatto di Flickr London ne pubblicava una foto. 


Questa domenica non c'erano scuse, ma un bel tempo, una buona temperatura, ottima compagnia e allora alla fine eccola qua:

clouds over the barrier 

In pratica è un sistema di dighe mobili, per regolare i flussi del Tamigi e impedire eventuali danni dovuti alle maree. Sono il secondo sistema di questo tipo al mondo, dopo il sistema di Oosterscheldekering in Olanda, che però non è così bello dal punto di vista architettonico.
Inoltre, da una certa prospettiva poi ricorda le teste dei Cybermen, i robot nemici di Doctor Who...


The Thames Barrier

Monday, 12 July 2010

Postcards from Winchester


Postcard from Winchester


I've been to Winchester only one time: back in 1995, while I was staying in Reading for a 1 month study holiday.
I remember it was frigging hot and I stayed over time inside the Cathedral to enjoy the cold air and to chat with the guide: they were all retired people and I was impressed by the amount of small and big facts they knew about the Cathedral and how eager they were to talk with visitors.
Saturday was frigging hot and I stayed over time inside the Cathedral to enjoy the cold air: something don't change, do they? And guess what else didn't change: the guides. Well, some of them were already quite old when I visited Winchester 15 years ago, so they might have been different guides, but th enice and welcoming approach to visitors remained the same.
There were some guided tours starting by the time I got in, but I wanted to be able to explore at my own pace: it takes me quite a long time to visit churches and monuments because I like taking pictures or because I try to decipher the Latin engravings and mottos, so I normally end up running after the guide. Still it was not a problem to get extra information about the Cathedral: I just needed to stop, look around and voilà,as if by magic, one of the guide would appear at my side and chat with me telling me odds of the different windows, stones, benches, statues...


After having lunch and a much needed siesta I had to decide how to spend the afternoon. The temptation of going to a museum for the sole purpose of enjoying the air-conditioning was there, but not strong enough. My 4th summer in a row in U.K., weather is brilliant, feels like a proper summer and I should stay inside?!?!?! Never!


I had picked a leaflet at the tourism office about a "Keats Walk" across a footpath. Keats used to take this route to walk up to the Hospital of St. Cross and wrote the ode "To Autumn" about it.
The afternoon was sunny but with some nice breeze that didn't make me realize how strong the sun was , so the decision was quickly made and I started walking along the footpath.


footpath


There are a lot of nice view one can admire walking on this footpath. It brings you straight out of the center of the town and into the country side. It's very pretty and quaint, just as Winchester is, sometimes it doesn't even feel real, but like a scene from a XIX century novel.


I didn't have to walk very far, however, to be brought back to reality:


private fishing

Private fishing? Despite my communist family upbringing I do understand what a private property is and why you shouldn't enter where you're not allowed to.
I can guess that before getting to the spot, there must have been a "Private. No entry" sign somewhere. So if you're on the other side of the stream and the previous forbidden sign hasn't stopped you, what's going to prevent you from fishing?
To me it's not just a sign that reminds me that yes, I'm in Britain, but it's also a funny way to look at the false idea of property over nature humans have. It remains me a lie from 10,000 Maniacs' "A campfire song":

A lie to say, "O my river where many fish do swim,
half of the catch is mine when you haul your nets in".
Never will he believe that his greed is a blinding ray.

And furthermore what would happen if somebody is caught fishing there? Will the fishing trespasser have to return the fishes? And to whom or what? The owner of the private fishing, the council, mother nature?
I took a picture and walked on, not thinking too much about it afterward, as there's enough of things to ponder in our lives without getting into debates over fishing and rights.
As a reminder to not waste life concentrating (too much) on silly and stupid things, I met a something quite different from the previous photo.

Max

Attached with some tape to the bench, a drawing: judging by the shaky calligraphy, the child who did it was no more than 5 or 6 years old. It was just a brief sobering moment of grief that somehow fit well with the warm sun, the shadows of the tree and the crickets creaking in the fields. 

After sitting for a while on the bench, walking to St. Cross and sitting there for a little longer to enjoy the shadows and a tea, I walked back into town, where the Saturday afternoon shopping was in full action: the high street has all the usual chains, but one just needs to step into the nearby alleys to have family-run and individual shops. The time to take another walk around town, buy some postcards and I headed back to the station.

It was only after, when I was home, that I realize that I was (and still am) lobster red, except a white stripe on the cleavage where the camera bag strap was resting: I look quite silly, well sillier than usual!

Sunday, 11 July 2010

nonna e le candele

candles

Nonna Ida andava in chiesa una volta a settimana e io l'accompagnavo. Nessun obiettivo di proselitismo o conversione: considerato che mio nonno aveva la brutta abitudine di lasciare pentolini e caffettiere sul fuoco per poi andarsene nell'orto, nonna pensava fosse più sicuro mi trovassi lontana dal luogo dell'esplosione. Era interessata più alla mia incolumità fisica che alla salvezza dalla mia anima, insomma.

Non che nonna fosse una credente fervente e praticante. In un paese piccolo la chiesa è un punto di ritrovo, un po' come l'osteria: nonna faceva quattro chiacchiere prima e dopo la messa con amici e parentado esteso, andava in sagrestia a comprare "Famiglia Cristiana", poi si accomodava in una delle ultime file e schiacciava un pisolino fino al momento della comunione. A volte capitava si confessasse pure: quando però il male alle ginocchia si è fatto così forte da non riuscire più ad inginocchiarsi, ha smesso.

Io mi annoiavo tantissimo, non potevo certo muovermi mentre il prete predicava e predicava all'infinito. A volte facevo degli aeroplanini di carta con il programma della messa, a volte contavo le piastrelle della navata, scuotevo un po' nonna se mi accorgevo che iniziava a russare. La maggior parte del tempo lo passavo tentando di non sbadigliare e fallendo miseramente.
Il mio momento preferito era quando il prete lasciava che i chierichetti usassero l'incensiere: a volte si dimenticava di averlo lasciato in mano a due delinquentelli di dieci anni e, prima che avesse recuperato l'arma letale, lungo la navata della chiesa si era ormai diffusa una nebbia da profonda Val Padana. Mezza chiesa era in lacrime, l'altra tossiva disperata, io sniffavo, visto che adoravo già da piccola il profumo d'incenso.

Dopo la messa, prima di andarcene in pace (di solito a raccogliere le castagne ginge nel parco vicino o a comprarmi un ghiacciolo), nonna accendeva una candela o due. A volte la lasciava accendere a me, mica cosa da poco per una bimba di un metro e uno sputo!

Ancora oggi, amo le chiese che ancora usano candele vere e non lampadine, le chiese dove l'odore della cera che si scioglie si mescola all'incenso: mi sento in pace con il mondo, calma e felice, anche se un po' malinconica.
Ogni volta che entro in una chiesa così accendo una candela. Penso che a nonna Ida avrebbe fatto piacere.

Saturday, 10 July 2010

Napoleone a Farnborough

Quando tre anni fa ho messo piede a Farnborough per la prima volta, ho fatto una breve passeggiata per capire se avrei potuto viverci. La risposta è stata pressochè immediata: no.

Più che una città è una non-città. Persino Woking, che non risulta fra le più belle cittadine di questo paese, dà più un'idea di comunità di quanta ne dia Farnborough. Anche se per tutte e due, la cosa più positiva che mi sento di dire è che c'è un numero sufficiente di treni per scappare da qualche altra parte nel week-end.
Farnborough non sembra avere un vero e proprio centro cittadino, in compenso ospita nella sua periferia il Fairnborough International Air Show. L'Air Show è biennale e quest'anno, alla fine di questo mese, il treno sarà di nuovo pieno di uomini in giacca e cravatta che mi faranno pensare di avere sbagliato treno.
A parte questo, fino a pochi giorni, fa di Farnborough conoscevo: la stazione, il pub al centro della rotatoria vicina alla stazione (luogo deputato alla pinta coi colleghi, non tanto per l'atmosfera o la qualità del pub in sé, quanto piuttosto per la vicinanza alla stazione) e l'ufficio. L'unica parte della città che abbia mai visto è quella che osservo dal finestrino della navetta che ogni giorno mi porta al lavoro. Nulla di più.

Per qualche giorno sono ospite a casa di Nora a Farnborough, prima di incominciare a vivere con Reda e Maria in pianta stabile. Ha comprato casa vicino alla stazione, così è comoda sia per andare al lavoro che per fuggire da Farnborough quando non deve lavorare.
Ripensandoci su, si può dire che Farnborough non ha un centro ma una stazione.

Però ho scoperto avere anche altro. Proprio accanto alla casa di Nora c'è l'Abbazia di San Michele, dove sono sepolti Napoleone III, la moglie Eugenia e loro figlio.

Quando ho accennato a mia mamma di Napoleone a Farnborough, la sua risposta è stata: "Ecchèccifà Napo III in quei posti lì? Forse non c'era più posto al Père Lachaise visto che cani e porci di tutto il mondo ci hanno deposto le loro ossa, boh!!"
In effetti, è strano pensare che fra tutti i posti a questo mondo Napoleone III sia finito qua. Senza dilungarsi troppo, Napoleone III morì in esilio in Inghilterra e Eugenia fece fondare l'abbazia e costruire un mausoleo per il marito. Eugenia visse anche a Farnborough e la casa, a Farnborough Hill, poco distante dall'abbazia oggi è diventata una scuola.

Comunque sono andata a fare una passeggiata per vedere la chiesa dall'esterno. Mentre salivo lungo la strada che porta alla cima di una piccola collinetta dove è situata l'abbazia, ho incontrato un frate benedettino che mi ha chiesto di non spaventare gli animali della fattoria.
Surreale, decisamente surreale, ma forse la gioventù "chav" del luogo è più interessata a terrorizzare le galline che a guardare la chiesa.
La chiesa è in stile tardo gotico e probabilmente un tempo, prima che le costruissero tanti orrendi palazzoni intorno, doveva risultare ancora più bella e "pittoresca".

Ho fatto una foto, ma con il cellulare e non è venuta un granché. Credo sia la mia prima foto da turista a Farnborough, se non la prima in assoluto a Farnborough!

Friday, 9 July 2010

The green and the black

According to Berlusconi, the country I just left is perfect. Italy has left the economic crisis behind, people are all rich enough to go on holiday  and have fun, the only problem is that we're full of evil journalists and communist judges that are persecuting him and his party.

Sometimes I wonder if the country I just left is Italy Italy and not North Korea. Then I reassure myself: TV broadcasted live Italy being kicked out of the World Cup and we don't have Berlusconi's statues in the main squares... yet.

More than one year ago the province of L'Aquila was hit by a devastating earthquake. Now it seems everything is OK. The houses have been rebuilt, L'Aquila people are all glad and merry, because now they got nice modern houses: it must be so, because I clearly remember seeing Berlusconi boasting about it on TV.


Guess what? It's not true.
They are not that happy at all and the overall situation of the reconstruction of the destroyed towns is slighlty different from what the government states. Few months ago there were a lot of polemics coming from representatives of the Italian governement because of Cannes Film Festival inviting Sabina Guzzanti's movie, "Draquila".
Not all the main news, but still some of them, had reports from L'Aquila when its citizens started cleaning the rubble out the city center (a forbidden zone which is controlled by military check-points)., where it's been left in abandon by the reconstruction teams. 
Another problem people had to face was dealing with the taxes: they had a 1-year freeze and were supposed to repay them in 5 years, which would have meant bankrupt for many people, as there has been no economic recovery (well, no shit sherlock, since most of the infrastructure is gone).
So, in these days when the Parliament is discussing and voting for the economic measures to beat the crisis (that anyway is over) L'Aquila people decided to go to Rome, protest and show up at Berlusconi's doorstep: to ask for help and answers.
There have been some clashes with the police.
According to media, the government blamed some violent instigators that had hidden between the protesters and said that there were only few lightly injured.

I could have read the news and let it go by, just as I do for many others news every day. I could if it were not for the fact that I've been reading a blog for some month: Miss Kappa is Anna's blog. She's been blogging for some years before everything changed for her and consequently her blog after the earthquake of L'Aquila.
If I want to know what's going on there, it's more likely I refer to her blog than to any media. Why? Because she lives there. She might not be partial, but why should she be? She doesn't live in a fancy apartment in Rome, she lives with the consequences of the earthquake everyday.

Yesterday my RSS feader showed me I had a new post to read from Miss Kappa. So I read it.
Reading it, watching the video with the mayors in front of the protest and the police pushing them made me feel... oh hell I don't know how I felt!  In the blog Anna says that the colours of the flags they brought with them symbolize hope (the green) and grieve (the black).
Perhaps I feel a bit like that: I hope that L'Aquila people will be allowed to rebuild their homes and lives, without politicians interfering and using them as walk-on part of PR events. I grieve for the loss, the way thing are going and they seem there's no way to change them.

Italy's not on a good shape in any aspect of life: economy, politics, culture and society have all taken a pretty bad turn and the all post-earthquake situation is a kind of mirror to it. Yet, despite all the gloomy and upset feelings, there is a tiny part that still hopes for a better future in Italy, and to be part of it, eventually.

Tuesday, 6 July 2010

Cap. 30

Una vecchia scatola delle scarpe, foderata con della carta pacchi e da regalo.

L'ha rivestita così qualche anno prima, infastidita nel vedere il logo delle scarpe da ginnastica che un tempo conteneva sbiadire sempre più; non aveva fatto un gran lavoro, perché aveva messo male la colla e lungo tutti i lati erano rimaste delle bolle d’aria.
Ogni tanto la riporta alla luce, fuori da quello scaffale alto nel ripostiglio. Apre il coperchio, giusto il tempo di far entrare un po’ di aria fresca e fare uscire l’aria stantia, infilare una cartolina, un foglietto di carta, un post-it a forma di funghetto e poi richiudere la scatola veloce veloce per farla ripiombare nel suo angolo di oblio.

E' una scatola speciale, un vaso di Pandora. Il cimitero delle sue aspirazioni sfuggite e idee mai realizzate.

Tutto era iniziato come un gioco, molti anni prima.
“Sei brava, perché non provi a scrivere qualcosa?”
“Una lettera, intendi? Non saprei, ne scrivo già tante.”
“No, no, intendevo un libro, o un racconto”.

Perché no, si era domandata. Ci aveva provato, ma non le era piaciuto molto. Scrivere le era sembrato un territorio inesplorato e pericoloso.
Quelle poche pagine, scritte con la vecchia Olivetti di sua mamma, erano diventate sempre più pesanti, troppo pesanti per essere portate con sé, nello zainetto di scuola.

Le aveva piegate a metà e messe dentro la scatola, con la promessa di riprendere a lavorarci su in futuro, quando le idee sarebbero di sicuro state più chiare e le parole non avrebbe lottato nella sua mente per materializzarsi sulla tastiera.

Quei primi fogli sono orami ingialliti, parte integrante della scatola, visto che da quella scatola non sono mai stati tirati fuori, né tanto meno riaperti: sono stati sommersi da tanti altri fogli che nel corso degli anni sono andati ad aggiungersi gli uni agli altri.

Inizi di romanzi, racconti, poesie; una serie in capitoli finali di trilogie mai iniziate, lettere mai spedite, confessioni mai rese, progetti mai messi in pratica, buoni propositi lasciati in disparte.

La scatola l'ha seguita, fedele e silenziosa, per i suoi spostamenti e traslochi, da una casa all’altra: prima spoglia, poi malamente foderata, chiusa da uno spago e con un’etichetta con l’indirizzo di casa. Non che ci sia mai stata una reale occasione per perderla, ma l’idea di rendere la scatola rintracciabile e reperibile la tranquillizza.

Come può essere altrimenti? Contiene una parte preziosa della sua vita, è lì a ricordarle tutto ciò che vede quando gli altri non le prestano attenzione, gli orizzonti nuovi e differenti che vorrebbe raggiungere.

Per quanto lontana dalla vista, lei sa che la scatola era lì, nel ripostiglio, a casa ad aspettare il suo ritorno dall’ufficio, dai viaggi di lavoro, dalle vacanze.

Un monumento bonsai alla sua codardia: la sua voglia di essere accettata per ciò che era sempre andata a sfracellarsi contro il muro della paura di essere vista e giudicata proprio per ciò che era.
Forse per questo è sempre stata così impaurita ed attratta allo stesso tempo dallo scrittura. Come la scatola, ha sempre pensato alla scrittura come qualcosa di strettamente personale, di cui non mettere a conoscenza nessuno; nel momento in cui si ritrova a pensare che ciò che sta scrivendo potrebbe essere letto da qualcuno, il terrore di non essere all’altezza, di non essere “abbastanza” la paralizza. 
La paura delle critiche, del sarcasmo degli altri, le prosciuga la mente da tutte le idee, anche le più stupide, lasciandola da sola ad affondare nell’oceano bianco del foglio di carta.

Si è promessa più e più volte di superare questo scoglio, di portare a termine una delle sue ennesime incompiute. Ma ogni volta che ha fatto a sé stessa una simile promessa, ha anche incrociato le dita dietro la schiena.

Oggi però è diverso. Un giorno speciale in un certo senso, sebbene non ci sia nessuna grande ricorrenza, nessun episodio catalizzatore, una tranquilla e anonima domenica di metà luglio. E’ tornata a casa dopo una breve vacanza in famiglia. Le orecchie le fischiano ancora per via dell’aereo. O forse sono le zie, intente a ricordarle telepaticamente che suo fratello era perfetto e aveva trovato una ragazza perfetta. 

Si è fatta una doccia e ha tirato fuori dal frigo una birra.
Sdraiata malamente sul divano, cerca di ricordarsi come “Young hearts” di Rod Stewart sia finita nella sua collezione di canzoni.

Butta giù un sorso di rossa, si alza e porta con sé una sedia nell’ingresso: ci sale su e recupera il suo personale vaso di Pandora.

Torna in cucina e apre la scatola. Questa volta però non aggiunge nessun foglio alla collezione. Tolto il coperto, rimane a fissare l’interno della scatola e poi, con un gesto secco, ne rovescia l’intero contenuto sulla tavola.
Per un momento non sembra cadere giù nulla, come se pure i fogli dentro la scatola siano sorpresi da questa sua azione; alla fine però la gravità ha la meglio ed ecco che piovono giù.

Recuperata la sedia e la bottiglia, mette da parte scatola e coperchio. Si siede e inizia ad aprire e stendere per bene tutti i fogli. Forma una pila di carte e inizia a leggere: senza fretta, una pagina dopo l’altra, si rituffa nel passato, sorride, aggrotta la fronte davanti a tentativi acerbi , sempre più convinta di non essere portata per la poesia. Un romanzo storico?!? Figurarsi, proprio lei che con le date non è mai andata d’accordo. A seguire spezzoni di gialli, horror e romanzi di formazione.

Tante storie, tutte rimaste imprigionate nella sua mente e nella scatola. Chiedevano solo le ali per volare via da quella prigione, le cui mura erano sorvegliate dagli spettri del fallimento.

La bottiglia è ormai vuota, ma lei la rovescia e la lascia così, per raccogliere con la lingua l’ultima goccia. Sente che l'alcol le ha dato un po' alla testa, eppure le sembra che tutto sia chiaro come mai prima.

Forse non è più tempo per questa collezione senza senso.
Forse è arrivato il momento di cambiare e di lasciarsi alle spalle questo capitolo.

Ma non se la sente di buttare via tutto. Gettare via quegli abbozzi di avventure significherebbe rinnegare una parte importante di sé, forse non la migliore, ma la più interessante ai suoi occhi. Buttando via tutto non sarebbe cambiata e non si sarebbe sentita più libera, caso mai si sarebbe ritrovata prigioniera di un ulteriore rimpianto.

No, non avrebbe appallottolato le avventure del garzone guercio e non avrebbe privato l’uomo più noioso del mondo di tale nomea. Gli allievi della scuola di musica “Chiave di Sol” avrebbero continuato a sparire misteriosamente, fino a quando l’ispettore Sabbi non avesse trovato il colpevole.

Ora sa cosa fare e forse pure come. Probabilmente quest’euforia e questo coraggio scemeranno per scomparire alle prime luci del sole, quando la quotidianità dell’ufficio farà la sua prepotente comparsa.

Ammucchia i foglietti in un angolo del tavolo. Toglie il portatile dalla sua custodia e lo accende.
Centrato, su un nuovo documento, scrive “Cap. 30”, lo sottolinea e inizia a saldare il debito con la sua fantasia. 

Monday, 5 July 2010

A mug's life

Every time I pack a suitcase I forget something back home.
Normally it's the toothbrush and/or the toothpaste.
Or the the electricity plug adapter.

I was quite sure it didn't happen this time. I truly felt confident about it. And smug too.
On the plane to London, I was listening to an Italian song, "Tenera è la notte", quietly singing it by myself: "Tender is the night, waiting on the sofa for hot cocoa and cookies to dunk in it".

And that's when I realized it.
I knew it!
I knew I was going to forget something!

My mug! I forgot my mug in Italy. Oh yes, I know, I know, it's not as if England is any short of mugs but it's my mug!!!
This is my mug. There are many like it but this one is mine. My mug is my best friend. It is my life. I must master it as I must master my life. Without me, my mug is useless. Without my mug I am useless.

Let me explain you.
"Virginia" doesn't fall under the category of popular and widely used names in Italy.
As a child, all my friends and schoolmates would have pens with their names on. Or key rings. Or bracelet and necklaces. They had no problems in finding them in the shops. On the other hand the closest I could get were Virgilio and Vittoria. And no matter what some old aunts told me, Vittoria is not the same as Virginia!

The first time I got a pen with my name on it, I was 17 and on holiday in England. I found a pen (quite dusty and old, I might add) and I immediately bought it. The ink was a cheap and washed blue that would smear all over the paper and my hand, making me look as a 5 year-old kid beginning to learn how to write. It didn't matter though: I kept using it because of the name on it.
Before getting something else, 10 years passed by: my mum found a keyring with a cute panda and my name on it and since then I've been using it to keep the office key and usb pen together.

Three years later, my team at work got as Christmas present a personalized mug: the team logo on one side and our own name on the other part of the mug.
Because of some misunderstanding in the order form I ended up not with one single mug, but with two!
Two mugs with my name on it! I felt like a child on Christmas day as now I could take one mug home and keep using the other one at work.

Now, after moving back to Italy and getting ready to move once more to England, I had decided to keep one "Virgi-mug" in Torino and bring the other one with me.
I put it in the list, I remember I reminded myself to take it off from the shelf, checked it off the list, but I don't remember putting the mug into the suitcase. And that's because I didn't! I moved it from the cupboard to the desk and left it there.

Now, I will need to get a mug, but not with my name on it. Damn...

Sunday, 4 July 2010

Reading labels again

I've been back in the UK for less then a week and I'm already looking and laughing at label. Again. Something that I've always found irritating, yet I seem unable to stop myself!

I honestly thought I was going to last longer. I failed on the second day already!
I was in Sainsbury's with Robert looking for some Parma ham when I looked at the label and saw this:


I had to laugh out loud. Quite ironic, as the sad truth is that Vatican City seems to have plenty of a whole different type of pigs (even though they managed their best to hide them for decades)...

The Magic Roundabout

Primo post del mio rientro in Inghilterra. La mia capacità di separare inglese e italiano è andata di nuovo a farsi benedire e ho dovuto ricontrollare queste poche righe una ventina di volte, perché mi sono accorta che erano un bel miscuglio di parole e frasi delle due lingue. 
Comunque, here we go (appunto...)

Akiko ha organizzato una cena giapponese ieri sera a casa sua. Un bel gruppetto di persone: amiche che Akiko ha conosciuto all'università e per un caso o un altro si sono ritrovate tutte a Londra, svedesi, io e Robert in rappresentanza degli italiani, Luis e dolce consorte per i portoghesi, David per i francesi (anche se ormai parla meglio lo spagnolo che il francese, ma se glielo dici si arrabbia), Lloyd e un bel numero di spagnoli.
Ci siamo visti la partita, abbiamo mangiato qualcosa, bevuto sangria.
Non faceva freddo e si poteva stare fuori, nel micro-giardino di Akiko e Robert, una specie di miracolo nel centro di Waterloo.
A un certo punto, per qualche motivo ci siamo trovati seduti in cerchio, per terra: i bicchieri vuoti disposti a cerchio, la shisha nel mezzo e Lloyd che spiegava come funziona un "magic roundabout".
Quando Luis ci ha parlato del "magic roundabout" abbiamo riso tutti, non solo perché eravamo tutti moderatamente (chi più chi meno) brilli, ma perché magic roundabout suona buffo. Esiste un cartone animato, a quanto pare molto popolare e per di più di origine francese, ma a me fa pensare ai funghi magici, allucinogeni e viaggi della mente stile "Paura e delirio in Las Vegas".
Anche adesso che ho visto le foto e so che esiste davvero, non so perché ma ancora immagino che da un momento all'altro dal centro della rotonda possa emergere il Brucaliffo:
"Il coccodrilletto nel fiume un dì discese,
e a nuotar sorprese di pesci un bel gruppetto. 
E tutto arcigiulivo gli artigli suoi arrotò, dischiuse poi le fauci, ed i pesci si mangiò."