Monday, 17 January 2011

Ma non è che conosci...

Sempre a me deve capitare.
Devo avercelo tatuato a caratteri cubitali in fronte il fatto che non solo non ho rinunciato al demonio  da neonata (ma qui divido le colpe con i miei genitori, quei comunisti non-mangia-bambini), ma persevero pure in questa strada verso la dannazione.
Sta di fatto che almeno una volta a settimana si ripete questa scenetta all'inizio curiosa, ora invece il più delle volte solamente fastidiosa.


Normalmente capita su un bus o sulla metro (ma solo di sera in questo caso). E già qui penso che devo avere qualcosa che non va: qualcuno attacca bottone con me e mi chiede un'informazione per poi chiedermi da dove vengo; con gli inglesi mica ci attaccano bottone!
"Italy. What about you?"
"Africa."
"Ah, which country?"
"You guess", e già qua mi innervosisco. L'Africa è grande, ciccio!
A volte però va peggio: "Congo, you know where it is?" e non credono alle loro orecchie quando gli dimostro che sì, so piazzare gli stati africani su una cartina geografica.


Si potrebbe parlare del tempo, della politica, della vita a Londra... insomma le possibilità di fare quattro chiacchiere innocue ci sono, anche senza l'aiuto di musica da ascensore.


Magari! Nove volte su dieci questa è la piega che prende la conversazione:
"Do you know Jesus, our saviour?"
Oh mi signur!, mi verrebbe naturale da dire.
Ma è possibile che non ti venga in mente una domanda meno impegnativa sul piano filosofico, che so io... come ti chiami? Sei a Londra da molto?
No, devono chiedermi di Gesù e allora che rispondo?


"Not personally, but I heard of him..."
"Well, know him! We're just acquaintances, can't really say we got a meaningful or close relationship"
"I've been told he's a good guy, but apparently his P.R. in Rome is a bit of a close-minded, reactionary wanker."
"How do you know Mikel's friend!?" (Jesus è un ragazzo spagnolo che abita qua a Londra e assomiglia tanto all'immagine dei santini, per via della barba e dei capelli lunghi).


E' un gran bel problema, perché non mi va di trattare male la gente, anche quando se lo meritano. E loro se lo meritano, perché non vogliono parlare con me per fare due chiacchiere ma per evangelizzare, predicare e convertire.
Qualunque risposta io dia, rimango fregata.


Se dico che sì, ho presente il tipo, mi becco una predica di venti minuti buoni su come siamo tutti nelle sue mani e come basta affidarsi alle sue amorevole cure perché tutto vada bene.
Se dico che non sono credente, allora parte una filippica sul perché e per come devo capire che l'unica salvezza è tramite Gesù, il nostro salvatore etc. etc.


Qualunque risposta io dia, non è importante. 


Anche lo scorso sabato, seduta sul bus verso Marble Arch, ho beccato la predicatrice che mi spiegava di come ha smesso di disperarsi da quando ha trovato la fede. L'ho lasciata parlare, lasciandole l'impressione di aver fatto del bene e aver traghettato la mia anima dannata sul lato giusto; anche se la mia completa mancanza di entusiasmo e interesse era più che evidente, lei non se ne è accorta. O non ha voluto accorgersene.



Questi pendolari della predica mica sono veramente interessati a ciò che io (o chiunque altro al mio posto) posso pensare, credere o sentire: vogliono convertire, raccogliere anime come punti sulla tessera del benzinaio, per avere così un buono spendibile nell'aldilà.

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