Saturday, 2 July 2011

Charlotte, Danny e tante foto

life through a glass

Mi è ricapitato per le mani un articolo dell'Indipendent: avevo tenuto le pagine del giornale, ma poi, come mio solito, le pagine erano finite dimenticate al fondo di una borsa.

Il titolo, forse un po' prevedibile, è "Life through a lens" e la didascalia recita "Charlotte Raven argues that a photograph is a poor replacement for experience".
La tesi è semplice: con 9 abitanti su 10 delle isole britanniche armati di macchina fotografica digitale, tutto e tutti sono a rischio di essere fotografati e, così facendo, la fotografia e i fotografi perdono valore e sono destinati all'oblio. E come conseguenza anche la nostra vita, vissuta e documentata attraverso le foto, perde valore.

L'articolo mi aveva colpito per diverse ragioni e sono tornata a rifletterci spesso negli ultimi giorni: prima di tutto, e forse più di ogni altra cosa, per lo stile con cui è stato scritto. Sempre più spesso mi capita di leggere articoli dello stesso tenore, intellettualoidi e spocchiosi. Qualunque sia l'argomento trattato, per tutta la lunghezza dell'articolo scorre prepotente una certa vena di superiorità e ruffianeria dell'autore: "Questa cosa è adatta alle masse ignoranti che non valgono nulla e per questo io ho diritto di scriverne guardando tutti dall'alto in basso; tutti tranne te, mio caro lettore. Tu che mi leggi non puoi che possedere le mie stesse nobili qualità intellettuali".

Sono pronta a scommettere che, se per qualche miracoloso allineamento dei pianeti, la gente smettesse di leggere Metro al mattino e iniziassero tutti quanti a leggere i  classici russi, tempo due settimane e le terze pagine dei giornali si riempirebbero di articoli che lamentano l'improvvisa popolarità di Fedor, Lev e compagnia scrivente.

"Tutta questa gente che legge "Guerra e Pace"!!! Tutti pronti a ficcare il naso nei tormenti della povera Anna! Così facendo questi libri si stanno lentamente ma inesorabilmente degradando e perdendo di sigificato, etc. etc. Meno male che ci sono persone come la sottoscritta che scrive e come te che mi leggi, caro lettore, ancora capaci di dare un senso a questi libri".

Ah, l'orrore! Il benessere ha permesso a sempre più persone rispetto a una volta di possedere una macchina fotografica e ora, centinaia di migliaia di indici minacciano il valore intrinseco della fotografia. Anzi, Fotografia, con la F maiuscola, ché è pur sempre una nobile arte.

Il non essere più vincolati dai costi di stampa ha fatto sì che diventassimo tutti un po' più irresponsabili, "tanto se non mi piace la cancello", e forse abbiamo meno remore a pubblicare su vari siti le nostre foto.
Abbiamo probabilmente più foto "bislacche" rispetto a qualche anno fa, spesso scattate con un cellulare piuttosto che una macchina fotografica.


Quello su cui ho riflettuto di più però è il valore delle foto scattate, o il declino di questo valore, stando alla teoria di Charlotte.
Secondo Charlotte, foto come quelle scattate durante la guerra del Vietnam, hanno avuto il merito di risvegliare le coscienze, mentre quelle nella memoria del suo pc al confronto sembrano vuote a confronto. 

La fine dell'articolo mi ha poi lasciata un po' basita e perplessa. Sostiene che ormai viviamo la vita come un'enorme cliché e che davanti a un piatto di polpette svedesi all'Ikea ha realizzato che la sua vita è "fuori fuoco e un'inadeguata rappresentazione delle foto dei suoi amici alla moda".
Tutto qui? Forse il problema non è che le foto tolgono valore alla vita, ma il valore di partenza che si dà alla propria vita!

Io ho il click ossessivo-compulsivo, ma non credo come diretta consenguenza di essere Kertesz. Scatto foto che non avranno significato alcuno per i posteri ma, d'altro canto, 
mica scatto per i posteri!

Scatto per me stessa, per un mio piacere personale. Ogni foto un ricordo. Magari un ricordo non esattamente profondo o ricco di elementi artistici, ma pur sempre un ricordo. Che poi gli altri non lo capiscano o non guardino le foto è un non-problema, perché le persone a cui tengo le mie foto le guardano e spesso quelle foto servono a ricordare qualcosa che abbiamo in comune.

Una foto può emozionare, ricordare i momenti speciali o quelli normali, fare quattro risate con un amico. Ci sono stati momenti, alcuni piuttosto recenti (per non dire attuali), in cui le mie stesse foto non mi hanno causato nessuna di queste emozioni, ma non mi è mai passato per la mente di incolpare le persone che scattano foto per la città o il fatto che scatto troppe foto. Troppo facile!
Il problema ero dentro me, era il mio malessere a impedirmi di vivere le foto che mi scorrevano davanti agli occhi.

Qualche giorno fa ho visto un documentario con Oliver Sacks in cui si parlava fra gli altri del caso di Danny Delcambre, uno chef affetto dalla sindrome di Usher. Sordo e con il campo visivo destinato a ridursi sempre di più fino alla completa cecità, Danny, dopo aver lasciato il suo posto da chef per via della vista sempre più ridotta, si è dedicato a un hobby particolare, la fotografia. Fotografa attraverso il viewfinder della macchina digitale.
Fotografa i suoi bambini, fotografa il suo giardino nei singoli particolari. Ha scattato migliaia e migliaia di foto ai colibrì, ai fiori. Continua a scattare e scattare, ma nessuna di quelle foto toglie valore al mondo che rappresentano. Quelle foto hanno tanta vita dentro, tante emozioni e non credo che il numero di foto che Danny scatta diminuisca il significato delle fotografie.
Ecco, Charlotte dovrebbe provare a guardare il mondo e le fotografie attraverso gli occhi di Danny; probabilmente vedrebbe tutto sotto una luce diversa.

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