Wednesday, 13 July 2011

Questione di stilo

about Clarissa

Sara inizierà le elementari a settembre. Quasi mi sembra incredibile! C'è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui i peluche con cui giocava erano più grandi di lei e ora si è trasformata in questo mini-tornado impegnato a far saltare rane di carta, costruire braccialetti e spiegarmi come si suona il piano (una battaglia persa in partenza, ma lei crede di potercela fare...).

La prima elementare è importante. Io mi ricordo ancora il primo giorno di scuola: la cartella, ancora di quelle di cuoio, a strisce viola e rosa scuro; il portapenne regalo di zia Bruna; tante persone, una folla di mamme-papà-nonni-e-nonne, e tanti bambini che urlano e piangono e io che non capisco cosa diavolo ci fosse da piangere! Dovrò mica piangere anch'io?

I giorni e mesi successivi, invece sono un ricordo confuso e offuscato, in cui fatti e persone si accavallano e sostituiscono l'un con l'altro. Solo a tratti la nebbia si dirada e lascia trapelare qualche immagine più chiara: io che ritaglio lettere e numeri da riviste e giornali manco dovessi comporre lettere minatorie; i fagioli secchi per fare le addizioni ("posso usare i cri cri invece che i borlotti?" "No, poi i conti non ti tornano.") e le feste di Natale con le immancabili recite.
Le mani poi! Quelle mani che uscivano linde alle otto e un quarto di mattina e rientravano arcobaleno dopo 4 ore e mezzo! Penne, pennarelli e tempere! Strisciate di replay e macchie di inchiostro della stilo che non venivano via nemmeno con il cancellino. Inutile tentare di coprire il tutto con il gessetto, mamma mi sgamava lo stesso.
Un giorno la maestra prese mia mamma da parte e le disse che bisognava fare qualcosa: non che scrivessi male, no, no, figuriamoci!, solo che nessuno riusciva a capire cosa avessi scritto, nemmeno io, tutto qua. Insomma, non dovevo diventare un'artista del corsivo, ma solamente smettere di esserne il Jackson Pollock.
Ebbe così inizio una lunga serie di pomeriggi passati a ricopiare poesie, l'inno di Mameli e chi più ne ha più ne metta fino a raggiungere un livello di scrittura comprensibile. Quello che poteva essere la causa scatenante di un odio viscerale è stato invece l'inizio di una lunga storia d'amore. Io e la scrittura, due cuori e una cartuccia d'inchiostro blu.

E' così semplice eppure complicato, lo scrivere; un gesto semplice che assolve a molti scopi: mi serve a ricordare di comprare i broccoli al Sainsbury's così come a ricordare alle persone lontane che non smetto di pensarle. E' il mezzo per completare il bartezzaghi, il versamento dell'ICI, per fissare su carta avvenimenti del passato e speranze per il futuro e per sfogare frustazioni e incazzature.

L'inchiostro è un portatore sano di emozioni e ricordi.

In questi ultimi giorni, mi è capitato di leggere, sia su siti inglesi e italiani, la notizia che in Indiana agli allievi delle sue scuole pubbliche non sarà richiesto di sapere  scrivere in corsivo, ma sarà necessario che possiedano nozioni base su come usare una tastiera del pc.
A leggere i commenti di questi articoli, sembra ci sia una divisione abbastanza equilibrata fra chi è d'accordo e chi no.
Da un lato è vero che tutto si evolve e nulla rimane identico: non usiamo più la penna d'oca, la tecnologia ci ha portato a usare le stilografiche, le sferografiche, le penne a sfera, quelle con inchiostro gel. D'altro canto però dire che il corsivo non serve perché i bambini scrivono male e non ne hanno davvero bisogno visto che possono stampare tutto quello che scrivono al pc, mi sembra una pericolosa idiozia. E' il segno di una sempre più estesa pigrizia mentale, che atrofizza sempre di più i nostri cervelli.
A che pro imparare a scrivere corsivo, quando ci pensa Word a scrivere bene per me?

A che pro imparare le tabelline? Tanto c'è la calcolatrice che lo fa per me.
Il congiuntivo? Ma se mi avrebbe servito, lo userebbi!
L'aqua si beve bene anche senza la ci. E comunque c'è il correttore automatico a farla tornare acqua normale.
Mia nonna scriveva sempre in corsivo: un corsivo traballante, incerto, rimasto fisso nella sua versione delle quinta elementare, l'ultima classe frequentata da nonna Ida prima di iniziare a lavorare. Ma ne era fiera, perché sapeva scrivere! Ecco, noi stiamo tornando indietro e a breve doppieremo quel corsivo elemenare e torneremo alla "X" dei miei avi.

Oltre a motivi di elasticità mentale, c'è poi qualcosa di più importante per me. La scrittura funziona anche come specchio; è l'immagine riflessa di noi stessi. Le caratteristiche, i pregi e i difetti che rendono mia mamma la persona che è e che la differenziano da mio papà, sono visibili nel modo diverso in cui scrive. Mia sorella non scrive come me, non può e non vuole farlo e io non voglio che lo faccia.

Una società di persone che scrive solo al computer è un ammasso noioso di persone prive di personalità. Non ne siamo troppo distanti: vestiamo uguali, con ai piedi le stesse scarpe, usiamo gli stessi cellulari e guidiamo le stesse macchine. Cinicamente (ma non troppo), la scrittura potrebbe essere la ciliegina sulla torta della monotonia moderna.
Sara inizierà le elementari a settembre. Non voglio che la sua curiosità e intelligenza vengano lobotomizzate. Le ho regalato una penna stilografica (con impugnatura per mancini, così non le dà fastidio) e un quaderno. Aspetto curiosa di sapere che scrittura ne verrà fuori.

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