Monday, 5 December 2011

(R)esistere e vivere



Mi sa che Faussone ha deciso di rimanere a fare compagnia ai miei pensieri per un po' più di tempo di quanto avessi previsto.

Sabato sera, non avendo nulla di meglio da fare e non volendo essere lasciato da solo a casa, ha deciso di accompagnarmi allo Smart Project per vedere il documentario "(R)esistenza" di Francesco Cavaliere. Visto che è una parte della mia mente e non una persona reale, va da sé che è entrato senza pagare, ma non ha dato fastidio a nessuno.

Al contrario di quanto il luogo in cui è ambientato e il regista italiano, il documentario non è una produzione italiana: la produttrice è l'olandese Wanda Glebbeek; rimasta estremamente colpita dopo aver letto "Gomorra" di Saviano, ha deciso di capirne di più sulla camorra, su Scampia, sulla situazione in generale. Il documentario è costato meno di ventimila euro ma la differenza con documentari con budget più elevati non si nota.
"(R)esistenza" segue le vicende di alcuni abitanti di Scampia. Sono storie di resistenza e di esistenza, sullo sfondo del decadimento sociale, la disocuppazione e il crimine organizzato, il film segue i protagonisti nel tentative di vivere le loro vite, migliorarle e, allo stesso tempo, render il posto in cui vivono un post migliore. Il titolo deriva dal nome dell'associazione fondata da Ciro, uno dei protagonisti, (R)esistenza Anticamorra.Alla domanda su quale sia la cosa di cui c'è più bisogno a Scampia, Daniele, il cantante degli A67, ha risposto il lavoro. 

Collegandosi allo stato delle cose in generale, e alla crisi del mercato del lavoro, alla fine si è arrivati alla domanda per la quale non ho ancora trovato risposta. Ha più coraggio chi se ne va o chi resta? E' una scelta così lineare?

Faussone, a questo punto, era più che attento. 
Uno degli spettatori ne ha parlato, riferendosi a un'intervento di Camilleri in un altro documentario, "Italy, love it or leave it" e in alcune interviste. Per Camilleri andarsene equivale a disertare, se te ne vai dall'Italia vuol dire che non la ami.
Lo comprendo, se tutti se ne andassero, chi rimarrebbe a difendere l'Italia?
Ma d'altro canto, se
 il lavoro non c'è, se quello che c'è ti costringe in uno stato di sub-occupazione o di insoddisfazione, se non ti permette di  costruirti un lavoro, cosa fai? Esiste una soluzione giusta per tutti?
Scegliere di andarsene non è una scelta facile e mi sento punta sul vivo, specie quando la critica arriva non da un disoccupato della FIAT, ma da un ex-dirigente RAI: una decisione come quella che molti devono prendere fra il restare e l'emigrare non andrebbe generalizzata e minimalizzata a una questione di "amore".
Come diceva il Greco di Primo Levi, prima hai bisogno delle scarpe, poi del cibo, e poi del resto. Quando poi hai scarpe e cibo, aggiungo io, sarebbe meglio non credere di avere tutte le risposte.

E' un tema senza una risposta facile e univoca, ogni volta tocca dei nervi scoperti e mi fa piombare in uno stato di insoddisfazione, malcontento e nervosismo.
Non uso la parola "expat", quando parlo di me in inglese, perché implica un senso di superiorità, una scelta voluta di trasferirsi all'estero per motivi non lavorativi che io non posso condividere.
Quando parlo in italiano, odio l'espressione "cervello in fuga", la trovo oltremodo fastidiosa e spocchiosa, come se ad andare via dall'Italia fossero solo ed esclusivamente i frustrati possessori di lauree in fisica e simili. E anche un po' ridicola: mi immagino correre con il cranio mezzo aperto dietro al mio cervello, che scappa correndo su due gambe minuscole, "aspettami! vigliacco, aspettami! Se ti prendo...!"

Mi sono sempre considerata relativamente fortunata: ho alle spalle una famiglia forte che ha fatto da muro a molte avversità della vita in Italia, non ho mai vissuto in condizioni lavorative di estremo sfruttamento, direi uno sfruttamento nella media, ecco...
Ma non sono ricca, non conosco le persone giuste e mi è stato instillato dalla suddetta famiglia un rispetto per le regole di matrice quasi teutonica: una combinazione tale da garantirmi insuccessi a manetta nel bel paese; infatti tutti i tentativi fatti di realizzare i miei sogni o quanto meno avere un lavoro decente sono affondati tutti miseramente. Un Titanic con un'unica scialuppa di salvataggio: un biglietto per l'estero.

Io sono un'emigrata, "a migrant". Non ho la valigia di cartone, ma questo non rende la mia decisione meno sofferta.
Dopo un po' ti abitui: alla lontananza, al tempo infimo, al cibo per cani... no, in realtà ti abitui quasi a tutto, ma non alla lontananza: mi mancano gli amici, la famiglia, non riesco ad abituarmi del tutto alla distanza.

Vedere mia nipote crescere via skype mi lascia un triste senso di perdita e vuoto.
Mi manca l'Italia, mi manca Torino, mi mancano nonostante tutti i loro difetti e le loro mancanze. Mi mancano nonostante sia ben conscia di come sarebbe difficile rientrare a lavorare e vivere in Italia: andare all'estero ti fa capire come ci sia un'altra via, un altro modo di vivere, di lavorare, di essere retribuita in base ai propri meriti. Non è una cosa a cui mi sento pronta a rinunciare facilmente. Ci ho provato l'anno scorso ed è stato, ammettiamolo, un fallimento su tutta la linea. Ci provassi di nuovo ora, le cose non andrebbero meglio di sicuro.

Non sono la sola a vivere quest'incertezza. Dall'altro lato delle Alpi, Giuseppe è nelle mie stesse condizioni, ma al rovescio.
E' un altalenare continuo, un triste ping pong fra volere e non potere.

L'Italia è bella, ma senza lavoro, e senza lavoro cosa ne sarebbe di Faussone? Ce la farebbe Faussone a vivere con mille euro al mese, senza la certezza di arrivare a fine mese, ma con quella di venire costantemente sfruttato? Riuscirebbe Faussone a resistere?
Ma forse il problema è racchiuso proprio nel verbo che si decide di usare. (R)esistere. Esistere. Non mi basta. Voglio qualcosa di più, vivere.
Ho sempre avuto l'impressione che fossero due cose diverse. Esistere è il cosiddetto tirare avanti, vivere è qualcosa di più.
Qua in Olanda, come in Inghilterra, non esisto e non vivo. Sono sospesa in uno stato intermedio: le condizioni economiche e lavorative sono tali che esistere è facile, ma qualcosa manca per poter definire tutto ciò "vivere". 
Probabilmente, dato come vanno le cose un po' ovunque nel mondo, è al momento attuale il massimo che posso fare.
Vorrei poterlo fare a Torino, a casa; tutto qua.

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