Wednesday, 14 December 2011

train and boats and plain

Fra i libri che Terzani ha scritto, il mio preferito è senza dubbio "Un indovino mi disse". E' un libro che già dalla prima riga ho capito mi sarebbe piaciuto.
"Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile."

E' l'unico libro di Terzani che ho letto anche in inglese: a Parigi avevo trovato la traduzione da Shakespeare & Co. e mi era sembrato un segno del destino, una buona occasione, insomma.
L'ho letto e riletto, ho spulciato i suoi capitoli nei momenti di pigrizia domenicale.

E non è solo il mio preferito per il suo contenuto, ma anche per i ricordi che porta con sé. Insieme a "Fever Pitch", è il mio libro "cinese", perché per dieci mesi buoni mi ha accompagnato nei viaggi su e giù per la terra di mezzo.
Proprio in "Un indovino mi disse" c'è la migliore descrizione di cos'è stato avere questi volumi in spalla, infilati fra i rullini per la macchina fotografica e l'asciugamano: "
Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla."

Il mio compagno di viaggio si è rivelato molto utile nel viaggio in Yunnan (e ritorno). Il treno che da Beijing porta a Kunming attraversa la Cina in diagonale in circa 43 ore: per quasi due giorni, il treno è diventato il mio comune di residenza, il mio vagone letto ha assurto a ruolo di condominio e la cuccetta in alto a monocale da "Il ragazzo di campagna".
Ho mangiato, bevuto tè, chiacchierato con un nonnino che al mattino faceva taiqi e al pomeriggio mi distruggeva a una specie di pinnacola, ho dormicchiato e ho letto Terzani.
Il suo resoconto di un anno passato a viaggiare con ogni mezzo fuorché l'aereo si combinava bene con il momento e il luogo, con quel treno che, per quanto veloce, andava comunque piano e con lui pure il tempo sembrava aver rallentato il suo passo: "D'un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente ovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto
[...]
Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m'ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m'ha fatto riscoprire un'umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quali l'esistenza: l'umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.
"



Fra tutti, il treno è il mio mezzo di trasporto preferito: mi piace l'idea di sedermi, dedicarmi a ciò che voglio mentre lui va e mi porta a destinazione.
Anche viaggiare in aereo mi piace, ma ultimamente l'esperienza non è più così piacevole. 
Quello che mi piace del viaggiare in aereo è proprio questa sensazione di tempo sospeso, ma si sta diluendo sempre di più. Ci ho ripensato in questi giorni, leggendo un post di Daniele, altro italiano ad Amsterdam: ci sono cose che mi piacciono del viaggiare in aereo, il fatto che posso tornare a casa in poco tempo, il fatto che mi permetta di osservare di sottecchi gli altri passeggeri in attesa con me e inventarmi delle storie su di loro.
Ma per il resto... innanzitutto tornare a casa vuol dire passare per l'aeroporto di Caselle, un aeroporto rimasto fermo a un'epoca in cui le poltroncine in finta pelle color vinaccia erano il massimo della raffinatezza.
Le uniche volte che ho tentato un rientro su Malpensa, me ne sono pentita amaramente, visto che per tornare a Torino da Malpensa o te la fai a piedi o implori un'anima pia (altresì nota come "papà, mio adorato e mai troppo lodato papà, luce dei mio occhi, oh mio prode, valente e automunito genitore") per un passaggio. Ci metti comunque meno tempo che sfidando la sorte affidandoti alla navetta o a Trenitalia.


E poi c'è sempre il rischio meteo: a poco più di una settimana dall'inizio delle mie ferie, controllo con apprensione il sito delle previsioni e appena un mio collega accenna a possibili nevicate nei prossimi giorni, dalla gola mi esce soffocato uno squittio terrorizzato: "Pazzo! Certe cose non si dicono neanche per scherzo!"
Ancora mi ricordo la sensazione di paura all'ipotesi di passare il Natale a Londra che ho provato l'anno scorso in questo periodo, quel continuo controllare lo stato delle piste di Gatwick su Twitter. No, grazie, preferirei non ripetere l'esperienza. Inoltre non condivido nemmeno più la casa e la pena degli update di Gatwick con Enric e Robert, l'unico elemento che ha reso quelle settimane di ansia e bronchite sopportabili.


Il problema più grande però è un altro: ormai ho sempre meno tempo a disposizione per spiare i vicini d'attesa e cucirgli addosso vite parallele. I controlli e controcontrolli di sicurezza sono tanti e tali che il più delle volte faccio in tempo ad arrivare al cancello d'imbarco, sedermi, inspirare, trattenere il fiato per due secondi, buttare fuori l'aria e rialzarmi per andare a imbarcarmi.
Comodo il check-in online, peccato la coda chilometrica per imbarcare la valigia.
Poi via al controllo di sicurezza! Separa i liquidi, togli il computer dalla borsa, togliti la giacca, levati la cintura, via le scarpe, via le mollette dai capelli, hai monete in tasca?, passa il metal detector, torna indietro, ri-passa il metal detector, perquisizione, ah! è il gancetto del reggiseno che ha fatto scattare il metal detector!?! Ma che sensi raffinati, complimenti! Recupera tutto, rimetti la cintura, cerca di non caracollare a terra nel tentativo di infilarti la scarpa destra e allacciare quella sinistra allo stesso tempo, ricontrolla di avere tutto, rimettiti l'orologio al polso e oh no! sono in ritardo! Quando mi siedo finalmente sull'aereo ho un livello di nervosismo tale che potrei illuminare a giorno non dico New York, ma quanto meno Buttigliera Alta! 

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