Saturday, 29 January 2011

Ernst, Hurbinek e la memoria rubata

Ieri sera, ho rivisto dal sito di La7, lo spettacolo di Marco Paolini, mandato in onda il giorno precedente, in occasione della giornata della memoria.
L'ho rivisto pure stasera: ho continuato a pensarci tutto il giorno ed ero ormai troppo coinvolta dall'esercizio della memoria per far finta di niente. 
"Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute" andava in onda dal "Paolo Pini", l'ex-manicomio (anche se "ospedale psichiatrico" suona più politicamente corretto) di Milano: ripercorreva le vicende dell'Aktion T4, il programma nazista che fra il 1933 e il 1945 (ben dopo la conclusione della II Guerra Mondiale!) sterelizzò prima e stermino in una fase successiva di persone affette da malattie genetiche, malformazioni fisiche, problemi psichiatrici.
Si stima che duecentomila persone siano state uccise dal programma T4: vecchi e bambini, uomini e donne. Sono state le cavie di tanti esperimenti, esercitazioni di logistica e omicidio volte allo sterminio. In "piccola scala", con camioncini che prelevavano i pazienti dagli ospedali e li portavano a morire nelle prime camere a gas, i nazisti si sono fatti le ossa e si sono preparati così ai carri merci piombati e ai forni di Birkenau.


Paolini racconta un pezzo di storia, mettendo insieme tutti i pezzi, interrogandosi e interrogando il pubblico: io che avrei fatto? Al posto dei medici di famiglia, delle ostetriche, delle infermiere, degli psichiatri che hanno collaborato volontariamente a uno sterminio, io come mi sarei comportata?


Paolini mette paura perché, anche non attualizzando la storia, mette in luce pericolosi segni in comune con quello che capita nel mondo e in Italia al giorno d'oggi. I parametri con cui veniva valutata l'utilità delle persone, il rischio di cercare un capro espiatorio in tempi di ristrettezze economiche e l'affidarsi ciecamente e senza spirito critico a chi si presenta con una soluzione facile e demagogica sono elementi comuni a tutte e due le epoche.
Il giorno della memoria è un giorno come gli altri, tante frasi fatte da dimenticare il giorno successivo, ma Paolini non te lo concede il lusso dell'ignoranza.


Ci mette dei nomi. Ci mette delle vite. Rimette al centro una memoria cancellata e dà la responsabilità a chi lo ascolta di farsene carico.
Come fai a dimenticarti allora che l'ultimo bambino a essere ucciso si chiamava Riccardo e aveva 4 anni? Specie quando sai che la guerra era finita già da diverse settimane.


E poi c'è Ernst Lossa: com'è possibile dimenticarsi di quegli occhi che ti fissano dallo schermo, gli occhi di un bambino vivace, un monello che si rifiuta di morire ma che non ce la fa contro una bestialità più grande di tutte le sue forze.


La memoria non è qualcosa di statico. E' viva, va vissuta attivamente, è responsabilità individuale e collettiva. E' il dovere di guardarsi indietro, senza la giustificazione e consolazione dell'essere "brava gente", confrontarsi con ciò che è successo e imparare. 


La memoria è coscienza civile.
La memoria è il monito di Primo Levi.





"Hurbinek, who was three years old and perhaps had been born in Auschwitz and had never seen a tree; Hurbinek, who had fought like a man, to the last breath, to gain his entry into the world of men, from which a bestial power had excluded him; Hurbinek, the nameless, whose tiny forearm - even his - bore the tattoo of Auschwitz; Hurbinek died in the first days of March 1945, free but not redeemed. Nothing remains of him: he bears witness through these words of mine."

Thursday, 27 January 2011

London blues

Albert Embankment 


"How to fight loneliness
Smile all the time
Shine your teeth to meaningless
And sharpen them with lies...
"

(Wilco)


Le giornate si stannno allungando un poco alla volta, ma non abbastanza e troppo lentamente per trovare della luce ad aspettarmi all'uscita dall'ufficio.

Il sole, quando decide di fare capolino fra gli strati di nuvole, non scalda.
Sgocciola e piove e il vento freddo è la proverbiale ciliegina sulla torta.
Sembra un complotto meteorologico per amplificare il generale senso di "pessimismo e fastidio", che non vuole saperne di andarsene.
Londra a gennaio è terribile da vivere: Natale è alle spalle e Pasqua sembra troppo lontana. 
La gente non sorride e spintona, il senso di mancanza di legami forti e significativi si acuisce e stamattina mi sono accorta che mi riesce sempre più difficile sorridere per davvero.




Londra amplifica tutto ciò: non so quante altre città a questo mondo abbiano un potere altrettanto forte di influire così pesantemente sul proprio stato d'animo.
Tutto sembra più cupo, più difficile e lontano, senza significato.
Sorrisi vuoti e vacui, frasi vuote ripetute fino alla nausea: I'm fine, not too bad, brilliant!
La realtà è ben diversa, ma non importa a nessuno, e ora inizia a non importare nemmeno più a me.
Sembrano i mugugni di una bambina viziata e probabilmente lo sono. Ammetto senza problemi di essere una privilegiata sotto molti punti di vista: sono stata viziata a dosi massicce d'amore, tutte le delusioni che ho incontrato nella vita sono state controbilanciate dai famosi "pochi ma buoni", la mia corazza contro il lato duro della vita.


Quindi ora sorrido falsa (e cortese, in piena tradizione sabauda), fingo di divertirmi o provare interesse, sperando in qualcosa di migliore nel futuro, perché , non posso e non voglio credere che mi sentirò sempre così sola; come al solito mi aggrappo ai pochi ma buoni: ripongo la mia fiducia negli ormai pochissimi che sono in Inghilterra (sperando di evitare altre delusioni) e aspetto quelli provenienti da lidi lontani.


E aspetto la primavera...

Wednesday, 26 January 2011

Google Maps and London, act II

In December I spotted and reported an error on Google Maps: according to the maps, Buckingham Palace stood next door to the House of Parliament.
I found it quite funny: big multinational, they require you to have excellent programming skills to work for them, even if you are just in catering, and then they miss on one of the most iconic landmark of London and Great Britain.

Tonight I got a mail back from them, saying tha they corrected the error and that now the Palace is in its right place.

I had to laugh out loud because the pro-forma mail they send thanks you  "for sharing your local expertise with other Google users".
It's quite an achievement for somebody who has no orientation and map reading skills whatsoever!

Thursday, 20 January 2011

expat or migrant?

i was there

Today I went online and check two definitions on the Oxford dictionary:
Expat (short for Expatriate): noun, a person who lives outside their native country.
Migrant: noun, a person who moves from one place to another in order to find work or better living conditions.

So, apparently, the "expat" takes the choice of living abroad, a choice that is not strictly or purely related to economic reasons, while a "migrant" is somehow forced out of his/her home country in order of finding a better enviroment for living and, ultimately, working.

But there's a slightly discrepancy between the words in the dictionaries and how they're used and perceived in real life.

This morning I got to work slightly earlier than usual, so my train was quite empty: raising my eyes from my book, I briefly saw the title of the newspaper article the man standing next to me was reading. Not a free newspaper, but something like the Sun or Daily Mail. It said something on the line of "2 out of 3 new jobs are for migrants, not British", in a quite accusatory way, the usual racist bigotry of the foreigner coming in to steal work and women. The man turned the page, shaking his head. Bloody foreigner.

Well, that got me thinking a lot. I know several Americans (as in both U.S. and Canadian citizens), Australian, Southafrican and none of them would ever go and define himself/herself as a migrant. Nope: they belong to the expats community and call themselves thus.
Yet, 99.9% of them moved out of their country to find work, making them theorically a migrant.

In real life, if you're white and anglophone, you are not a migrant.
But, if you're black and anglophone, you are a migrant.

An expat works in a big multinational company, a migrant cleans the table at Starbucks. 
It seems to me that social and economical conditions, nationality of the person define the status, not the reasons behind the change of country.

What I've been asking myself today is: what am I? How am I perceived from the outside? I'm not an expat, I'd say I fall in the "migrants" category, but few people would probably think of me as such. 
I never really thought about it before today. I never questioned myself about it: in Italian, I do say "I migrated to UK" to describe my status, but it's also true that the translation for "expat" sounds weird and not related to everyday life.
Until today, I've only thought of me as one of the many young Italians that are forced out of their own country, unwillingly or not. Or both.

What am I then? An expat? A migrant? But given I just recently started a new job, possibly "stolen" from some Midlands chap,  I might fall in the category of "those bloody foreigners".

Monday, 17 January 2011

Ma non è che conosci...

Sempre a me deve capitare.
Devo avercelo tatuato a caratteri cubitali in fronte il fatto che non solo non ho rinunciato al demonio  da neonata (ma qui divido le colpe con i miei genitori, quei comunisti non-mangia-bambini), ma persevero pure in questa strada verso la dannazione.
Sta di fatto che almeno una volta a settimana si ripete questa scenetta all'inizio curiosa, ora invece il più delle volte solamente fastidiosa.


Normalmente capita su un bus o sulla metro (ma solo di sera in questo caso). E già qui penso che devo avere qualcosa che non va: qualcuno attacca bottone con me e mi chiede un'informazione per poi chiedermi da dove vengo; con gli inglesi mica ci attaccano bottone!
"Italy. What about you?"
"Africa."
"Ah, which country?"
"You guess", e già qua mi innervosisco. L'Africa è grande, ciccio!
A volte però va peggio: "Congo, you know where it is?" e non credono alle loro orecchie quando gli dimostro che sì, so piazzare gli stati africani su una cartina geografica.


Si potrebbe parlare del tempo, della politica, della vita a Londra... insomma le possibilità di fare quattro chiacchiere innocue ci sono, anche senza l'aiuto di musica da ascensore.


Magari! Nove volte su dieci questa è la piega che prende la conversazione:
"Do you know Jesus, our saviour?"
Oh mi signur!, mi verrebbe naturale da dire.
Ma è possibile che non ti venga in mente una domanda meno impegnativa sul piano filosofico, che so io... come ti chiami? Sei a Londra da molto?
No, devono chiedermi di Gesù e allora che rispondo?


"Not personally, but I heard of him..."
"Well, know him! We're just acquaintances, can't really say we got a meaningful or close relationship"
"I've been told he's a good guy, but apparently his P.R. in Rome is a bit of a close-minded, reactionary wanker."
"How do you know Mikel's friend!?" (Jesus è un ragazzo spagnolo che abita qua a Londra e assomiglia tanto all'immagine dei santini, per via della barba e dei capelli lunghi).


E' un gran bel problema, perché non mi va di trattare male la gente, anche quando se lo meritano. E loro se lo meritano, perché non vogliono parlare con me per fare due chiacchiere ma per evangelizzare, predicare e convertire.
Qualunque risposta io dia, rimango fregata.


Se dico che sì, ho presente il tipo, mi becco una predica di venti minuti buoni su come siamo tutti nelle sue mani e come basta affidarsi alle sue amorevole cure perché tutto vada bene.
Se dico che non sono credente, allora parte una filippica sul perché e per come devo capire che l'unica salvezza è tramite Gesù, il nostro salvatore etc. etc.


Qualunque risposta io dia, non è importante. 


Anche lo scorso sabato, seduta sul bus verso Marble Arch, ho beccato la predicatrice che mi spiegava di come ha smesso di disperarsi da quando ha trovato la fede. L'ho lasciata parlare, lasciandole l'impressione di aver fatto del bene e aver traghettato la mia anima dannata sul lato giusto; anche se la mia completa mancanza di entusiasmo e interesse era più che evidente, lei non se ne è accorta. O non ha voluto accorgersene.



Questi pendolari della predica mica sono veramente interessati a ciò che io (o chiunque altro al mio posto) posso pensare, credere o sentire: vogliono convertire, raccogliere anime come punti sulla tessera del benzinaio, per avere così un buono spendibile nell'aldilà.

La donna della domenica

La domenica è iniziata presto, il proseguimento del sabato sera. Dopo una cena un po' troppo pesante al "Four Seasons", uno dei ristoranti cinesi più decenti di Soho, ho deciso che il peso sullo stomaco, combinato alla temperatura insolitamente mite per essere l'una di notte di una sabato di gennaio, richiedeva una camminata verso a casa. Al bando il bus, mi sono incamminata: poco meno di 5 km, meno di un'ora di passeggiata e la possibilità di vedere Londra sotto una luce diversa. Ubriachi e ragazzotte brille seminude, gente in abito da sera e barboni, turisti a scattare foto al Big Ben, aspettando l'ora giusta... un generoso campionario di umanità, messomi gentilmente a disposizione da Londra.

Mattina con risveglio lento e colazione con biscotti secchi semplici preparati velocemente ieri sera prima di uscire. Non che avessi una voglia incontenibile di preparare dolci, ma volevo assolutamente inaugurare la nuova scatola porta-biscotti, regalo di Natale di Francesca. In teoria è una scatola per conservare cartoline e lettere, ma sia io che Fra siamo d'accordo: è più per biscotti, che  per lettere.

.

Poi ho deciso di riprendere una vecchia sana abitudine che ho lasciato ammuffire per forse troppo tempo: la foto della domenica. 
Non sono mai riuscita a stare dietro ai "Project365", una foto al giorno per tutto l'anno. Non ho così tanto da dire e il rischio che diventi una serie di autoritratti e foto senza senso è troppo elevato per me.
Invece, qualche anno fa avevo deciso per un progetto "Sunday morning". Le regole erano poche e aperte alla discussione e modifica: a) dovevo scattare la foto di domenica mattina, o per lo meno di domenica; b) dovevo scattare una foto ogni domenica, ma anche no; e c) la foto doveva avere qualche significato, ma non era indispensabile che gli altri lo capissero.
Poi ho perso l'abitudine, mi sono stancata, sono tornata in Italia. Insomma, meno foto scattavo di domenica, meno ispirazione avevo, meno voglia di scattare foto mi restava addosso.
Forse anche per questo l'ultimo anno non mi ha detto nulla di particolare dal punto di vista delle foto. Ora non credo che le cose siano cambiate drasticamente, ma penso di avere un po' più voglia di scattare foto rispetto anche solo a un mese fa.
Però quando l'occhio mi è caduto sul libro e la matita per labbra che avevo appoggiato sopra (con l'intento fallito di truccarmi prima d'uscire per non sembrare una zombie), mi è subito venuta voglia di scattargli una foto.


letture domenicali


E' l'unico libro che ho comprato mentre ero in ferie in Italia. Ne ho ricevuti in regalo e in più mi sto abituando a questo concetto (un po' alieno per me) di usare di più la biblioteca invece che comprare libri.
Avevo però voglia di comprare un libro italiano lo stesso e la scelta è ricaduta su Fruttero e Lucentini. L'avevo letto alle superiori e ho pensato che rileggere "La donna della domenica" sarebbe stato divertente. E' una Torino che non esiste ormai più, anche se alcune tracce ne rimangono nella città e nei miei ricordi più "antichi".
Poi, insomma, non per dire, ma... è possibile che un tascabile in Italia debba costare più di dieci euro? Ormai non c'è quasi più differenza di prezzo fra alcuni tascabili e certe prime edizioni rilegate.
Ok, a dire tutta ma proprio tutta la verità, queste due sono due motivazioni collaterali. La verità è che ho comprato "La donna della domenica" perché è il primo romanzo italiano che mi sono trovate sotto le mani in Feltrinelli, quando ero ormai prossima a oltrepassare l'orlo della crisi di nervi. Una volta la Feltrinelli era uno dei miei negozi preferiti, non esattamente la libreria preferita, perché quella rimane, per motivi sentimentali, Paravia.
Ora invece mi da fastidio, quasi mi ripugna. Entrare da Feltrinelli è come entrare da Asda. Insalatiere, oliere, poster di Twilight, cioccolatini, e qua e là un libro, ma di Moccia o simile, che non sia mai che alziamo il livello culturale! Degli avventori ma non solo, visto che i commessi sembrano il più delle volte incapaci di dare risposte. Ti sanno dire dov'è il libro di "Cotto e Mangiato" o di qualche altra trasmissione televisiva, ma vivono bene anche senza sapere nulla di "Un'anima persa" di Arpino; che non sia più di moda, Arpino? Non avevano nulla di suo... o forse è estremamente popolare e avevano finito tutte le scorte!

Ora, ogni volta che apro "La donna della domenica" oppure me lo ritrovo fra le mani durante i traslochi da borsa a borsa, mi sale su un sentimento misto di tristezza, malinconia, gioia e soprattutto nostalgia per tante cose e per com'erano un tempo: la Feltrinelli, Torino, me stessa.
Migliori, peggiori, eravamo semplicemente tutte e tre diverse.

Friday, 14 January 2011

Il valore del "tubo"

Probabilmente è tutto dovuto all'aver aspettato il 33 giri così a lungo; e dopo ho dovuto ancora aspettare di recuperare il mio giradischi; comunque sia, sto consumando "Once Around". Non solo a casa: al momento va a ciclo continuo sull'iPod, perché nel vinile c'era un buono per scaricare la versione elettronica dell'album che ho subito utilizzato.
Fra le canzoni, ce n'è una che si intitola "The swallows of London Town". Il ritmo, la melodia, la voce di Pat Sansone, il testo, tutto sembra complottare a mio favore perché me ne innamori ogni volta che l'ascolto, lasciandomi poi a rimuginare sul fatto che una canzone simile non passerà mai alla radio, figuriamoci su emtivì.

In più, prendendo la metro almeno due volte al giorno, mi riconcilia con lo stress da pendolare compresso:


"Well, the swallows came to land here in London town

And now they're fighting for the spaces in the underground
Are they still fascinated by the life they've found?
Since the swallows came to land here in London town

Strange afternoon
Thinking of you
As the rain comes down"

Anche stamattina ascoltavo questa canzone, quando mi è tornato alla mente un mio conoscente che si lamentava (lo fa per professione: è un "serial whiner") del fatto che la gente in metro è fredda, asociale, slavata e noiosa e, visti questi tratti del carattere dei londinesi, non riesce ad attaccare bottone quando si sente in vena di fare quattro chiacchiere.
Quando me l'aveva detto, non ci avevo fatto troppo caso, oggi invece ci ho pensato un po' su: ero schiacciata sulla Victoria a Vauxhall, eppure la gente cercava di entrare sul treno lo stesso. L'addetto agli annunci incoraggiava la gente sulla carrozza ad occupare tutto lo spazio e non fermarsi sulle porte perché "you never know, you might meet the man or woman of your dreams inside the vehicle, so don't pass up on the chance!".

Abbiamo sorriso e ridacchiato tutti, poi ognuno è ripiombato nel proprio micromondo silenzioso: chi leggeva, chi giocava sull'iPod, chi si truccava, chi dormicchiava. Pure io sono tornata alla mia musica.
Sono fredda, asociale, slavata e noiosa? Probabile ma, a pensarci sul serio, non è solo quello.
Il punto centrale è che non sono sulla metro perché non ho niente di meglio da fare. Attaccare bottone?!? Ma sei fuori? E' mattina presto e non ho bevuto il mio solito caffè doppio, ho sonno, e il tutto è aggravato da un leggero ma persistente mal di testa al solo pensiero del posto in cui andrò a rinchiudermi per almeno le otto ore successive per poter avere a fine mese di che pagare l'affitto e l'abbonamento alla metro. E ho anche messo le scarpe che mi fanno male in punta.
No, davvero, non sei tu, sono io, scusami molto, etc. et., ma preferisco fare l'asociale piuttosto che spedirti amabilmente a quel paese. Lo faccio per il tuo bene, vedi?


La metro non è fatta per attaccare bottone all'ora di punta. E' fatta per andare da una parte all'altra di questa città tentacolare, approfittando del tempo per fare altro, altro che non devono essere per forza chiacchiere vuote.

Non è tempo sprecato!
In "Come un romanzo" Pennac afferma che la metropolitana è l'assennato simbolo del dovere di vivere, la più grande biblioteca del mondo, dove dilatiamo il nostro tempo per vivere leggendo. Oppure ascoltando di strani pomeriggi seguendo la Luna per la metropolitana...



"Ooh, strange afternoon
Following the moon
Through the underground"

 


Thursday, 13 January 2011

Le ossa dei santi

Se uno dovesse cadere in coma, magari etilico, come i corvi romeni, salvo poi risvegliarsi mircolosamente, capirebbe subito di essere in Italia per il numero di articoli dedicati al Vaticano e per la quantità impressionante di minuti che il Papa e la chiesa portano via alla televisione (di Stato e non, dato che, almeno in teoria, sono due entità distinte).

Ogni tanto però gli inglesi ci tengono a farmi sentire come se non avessi mai lasciato Borgata Lesna, così oggi hanno pubblicato un articolo che si ricollegava alla richiesta di Ratzy a rinunciare a dare nomi balenghi ai figli a favore di nomi della tradizione cattolica. Il tutto, ovviamente, da un punto di vista però differente rispetto a quello dei mezzi di informazione italioti. Quindi hanno stilato un elenco di dieci nomi cristini non comuni.

Certo battezzare i propri eredi con nomi come Etheidwithas e Leocritas potrebbe sortire gli stessi effetti di un Nathan Falco o Chanel. Senza parlare di Wilgefortis, che fece voto di castità una volta promessa in sposa e il Signore la accontentò facendole crescere barba e baffi (donna barbuta...).

In più, grazie ai commenti, ho anche imparato che Dorcas era abbastanza popolare in Galles e che alcuni di questi nomi, decisamente inutilizzati in Europa, vanno abbastanza forte in Africa, come ad esempio Polycarp.
Ma pensa! e io che pensavo fosse un osso, un po' come il metacarpo!

N.d.A. a rileggero è un post un po' all donzauker; con i tempi che corrono e vista l'apertura mentale della chiesa odierna, potrei anche essere in odore di scomunica, ma tanto non mi hanno mai rinunciato a Satana quindi che si f...

Dentro la notizia

Questa mattina ci ho messo un po' piu' del solito ad arrivare in ufficio.
Nessun ritardo della metro, anche se forse avrei dovuto leggere il fatto di essermi riuscita a sedere come un segno "divino".

Scesa come al solito a Oxford Circus, superata come al solito pure dalle nonnine su per le scale mobili, arrivo in cima e sorpresa! la mia solita uscita e' chiusa. 
Mi incammino per l'uscita accanto ma alla fine ripiego su quella più lontana, data la massa umana ma inumana al tempo stesso che si accalcava su per le scale.

Riconquistata la superficie e la luce del giorno, noto che c'è della polizia e che hanno transennato la zona intorno all'entrata della metro. Non notarlo sarebbe stato difficile, dato che la zona transennata era l'intero isolato.

Fuga di gas? No, la risposta me l'ha gentilmente fornita la BBC: una persona ha forzato l'ingresso di un negozio, ha fatto scattare l'allarme e ha minacciato di farsi saltare in aria, per poi arrendersi 5 ore dopo. Ovviamente da allarme ladruncolo ad allarme attentatore il passo è breve, ma fra tutti i negozi "ricchi" che ci sono in zona, proprio il più tamarro doveva scegliere?!? Attentato al buongusto, a quanto pare. Ma non credo che sia stato arrestato per questo motivo specifico: peccato!

Wednesday, 12 January 2011

Ricomincio da qui

Red 

Finalmente, il lieto fine.
Dopo lunga e forzata separazione, le vacanze natalizie appena finite mi hanno vista riunita al mio amato giradischi.
Per citare Kubrick, questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio.

E' un giradischi portatile, un po' retrò nelle forme. Forse l'audio non è dei migliori, ma tanto non ho amplificatori che mettano ancora più in risalto eventuali mancanze di qualità.

Così ieri sera, mentre cercavo di dare una parvenza di ordine e organizzazione alla mia camera, ho acceso il giradishi e mi sono ascoltata, nell'ordine, "Once Around" dei The Autumn Defense, "Strict Joy" dei The Swell Season per poi terminare in bellezza con Fabrizio De André in concerto con la PFM.

Strano, pensare a com'era la mi vita fino a dodici mesi fa, quanto sia cambiata per tornare ad essere grosso modo la stessa, almeno in superficie. Quando sono tornata a vivere in Inghilterra, mi ero ripromessa qualcosa di temporaneo, anche per quello non avevo voluto prendere troppo. Nemmeno sei mesi e sono già carica di roba, così mi trovo a sperare di non dover traslocare per un lungo periodo.
Sei mesi e ho più scarpe, più libri, più vestiti, più lana di quando sono partita. Ho pure una bici, formine per biscotti, e ora anche il giradischi e i 33 giri.

Ieri sera ho scritto una mail di sfogo ad un amico e ho riso, amaramente, pensando a quanto lo usi male, il termine "amico" in inglese. 
"Friend": quanta fiducia mal riposta, quante delusioni. Non capisco: l'inglese lo mastico, come si suol dire, ma quando si tratta di relazioni umane, diventa l'ennesimo ostacolo oppure fonte di abbagli e cantonate.

Così, mentre rimettevo su "Once around" un'altra volta, ho cancellato quella cartella che ancora conservava le mail, rigorosamente tutte in inglese, del mio ex. In realtà non mi ricordavo nemmeno più di averle ancora. Le ho rilette e mi sono stupita di quanto, con il senno, gli occhi e il cuore di poi, le nostre parole suonassero vuote, fredde, senza senso.
Le ho rilette e poi le ho cancellate senza che dispiacermene oltre misura. Non mi hanno lasciato niente, anche i ricordi sono blandi. Nessuna emozione troppo forte, per carità non sia mai, mi rimane la curiosità di capire se magari questa non sia la mia vera natura o se sia un semplice appiattimento delle emozioni per problemi di linguistica applicata.

Le ho cancellate e le ho eliminate dal destino, per liberare spazio nella casella mail, sperando di poterlo riempire con qualcosa di più significativo e sincero. 
Un nuovo anno e ricomincio da qui, così: con la mia poca pazienza, con nostalgia di "casa", con la voglia di prendere e partire, con i miei difetti (tanti) e pregi (pochi), con la speranza di migliorare le mie capacità di giudicare le persone o per lo meno limitare i danni.

Monday, 3 January 2011

il sistema sicuro

Sono in ferie da una decina di giorni ormai.
Prima di rendermene conto, sarà di nuovo ora di fare la valigia, sperando di non averla caricata troppo, e tornare a casa.
Quando questo pensiero è affiorato per la prima volta nella mia testa stamattina, ero seduta in un ufficio postale con il sistema informatico fuori uso, pieno di pensionati che aspettavano la pensione e impiegate di una cafoneria senza limiti che urlavano frasi in un italiano sconquassato e dialettale minacciando il poveraccio di turno.
Ci sono rimasta male, per diversi motivi. Oh sì, innanzitutto l'idea di vedere i giorni di libertà diminuire ed esaurirsi non rende felici nessuno.
Ma non è che questa certezza sia la parte più dolorosa di questa faccenda.
L'anno che si è concluso ha pensato a fare fuori molti sogni e aspirazioni, lasciando al loro posto una patina di cinico realismo. "A breve tornerò a casa..." mi sono detta, e non sono riuscita a rispondermi: "ma tu sei già a casa!". Perché questa volta a Torino non sono riuscita davvero a sentirmi a casa.

A viziare la gente, come mi ha detto SViN la scorsa settimana, succede che sebbene tutti sappiano che torno per Natale, a farsi vivi siano in pochi, i soliti noti insomma. Certo se incontro qualcuno per caso, la prima frase che mi tirano fuori è una velata accusa: "Ah, ma sei tornata per Natale! Ma perché non ti sei fatta viva?"
E che rispondo? "Guarda, l'avrei fatto, ma l'idea di organizzare un aperitivo così che tu mi possa tirare pacco non mi andava molto quest'anno".
I legami si vanno sfilacciando, per lo meno quelli meno resistenti. Non che ci sia nulla di particolare che mi leghi a Londra. E questo è il primo punto doloroso, rendersi conto che ciò che mi lega a quella vita lassù è il lavoro e una pinta (smetti di bere e nessuno ti calcola più).

Ma volessi pure tornare... a fare cosa? Che vita mi attenderebbe?
La notte di Capodanno non ho visto il discorso del Presidente della Repubblica, ma ieri sera ho visto Albanese rivolgersi alla nazione nei panni di Cetto La Qualunque:



 

"Gli italiani se ne fottono..."
Sì, è il sentimento diffuso che sembra essere calato sulla coscienza civile di questo paese, per ricoprirla così di uno spesso strato di melma e cemento.


Ma sì! Chi se ne frega della monnezza a Napoli! Tanto fra una settimana siamo punto e a capo, fra due sarà di nuovo sommersa, fra tre settimane i napoletani daranno fuoco ai cumuli, il TG4 parlerà di complotti comunisti, Libero dirà che è colpa di Fini e il Berluska manderà l'esercito... Ma chi se ne frega! Sono iniziati i saldi e allora via! Andiamo a intervistare il figlio di papà che ha appena speso 200 euro per un paio di scarpe!
Oppure proponiamo il solito servizio sulla gente che va a Cortina e a sciare!


Non ho sentito il discorso di fine anno, ma mi sono sorbita discorsi allucinanti di gente che definisce Marchionne l'unico che ha capito tutto del "sistema Italia". Ho sentito gente di cultura e intelligenza (relativa, a quanto pare) dire queste cose e non ho reagito, perché l'unica reazione umana sarebbe stata quella di mandare gente così amabilmente a fanculandia oppure, ancora più sinceramente, una bella immersione profonda nella vita vera.


Quello che mi ha fatto più male in questi giorni è stato questo continuo parlare del "sistema Italia": non più una repubblica, un paese civile, uno stato. No, No. 
Un sistema. 
Una torta azionaria i cui utili verranno spartiti dai soliti noti, senza che nessuno protesti o si scandalizzi, basta avere l'ultimo modello di cellulare o la felpa di Abercrombie e poi chi se ne frega.

 Leggo affermazioni di Marchionne, per il quale la Fiat produce anche senza Fiom, che i patti gli altri li devono rispettare ma Fiat no. Ma Fiat produce anche senza Marchionne, se è solo per questo. Solo che produce macchine che all'estero non compra nessuno, quindi nel momento in cui il "sistema Italia" smette di comprare e sovvenzionare il suo stipendio da super-mega-extra-mmmmannnagger, vorrei tanto capire dove andrà a produrre fuffa Marchionne!


Sento amici e conoscenti sostenere che l'assenteismo di Pomigliano fa diminuire il valore delle azioni fiat e aumentare di qualche euro il prezzo della punto... urca! roba da non dormirci più di notte, consumati dall'insonnia! O dalla fame?!?! 
Non è questo il sistema sicuro del sistema Italia?
Il sistema sicuro è pigliarli per fame, gli operai.
Senza lavoro, in cassa, mobilità, aspettativa.
Bisogna lavorare. E allora per quei trenta miseri euro in più al mese (che fanno la differenza, vero?), vuoi non rinunciare a diritti sacrosanti, malattia, pause pranzo, sindacati, tanto che importanza hanno? 

Oh sì, non sono io e nemmeno il mio amico di Capodanno che rinunciamo a tutto ciò per trenta euro al mese.
Io fra dieci giorni torno a vivere in un paese che i sindacati li ha ammazzati 20 anni fa, in un paese in cui il senso civile e di solidarietà si esaurisce in una ipocrita faccia di beneficenza ed elemosina che nasconde la mancanza di una benché minima base morale ed etica.

Il mio amico ha già ripreso la vita di tutti i giorni nella sua bolla di cristallo, il suo mondo di transazioni, cedole azionarie e "grandi uomini", convinto che gli unici per cui cambierà qualcosa saranno quelli di Pomigliano, Mirafiori, le tute blu insomma. Tanto adesso i quarantamila non marciano nemmeno più prima di essere presi per fame (e prendersela sappiamo tutti dove) pure loro.