Wednesday, 9 May 2012

Le affinità locomotive

Domenica pomeriggio sono salita sulla metro: di nuovo in viaggio, un nuovo lavoro, una nuova città.

Alla fermata di Pozzo Strada sale un signore e, non so bene il perché, ma mi sembra di conoscerlo: dove l'ho già visto?

Aggrotto la fronte e scavo fra i ricordi: chi sei signore con tracolla e ombrello? Studiavamo nella stessa sala studi all'Università? Andavamo nella stessa palestra? Al corso di fotografia? Ti ho già visto, poco ma sicuro, anche se nei miei ricordi non hai ancora nessun capello bianco e indossi un montgomery… eccoti! visto! Tu sei il professore! Nei tre anni da pendolare verso MammaMoto (come si usava chiamarla affettuosamente fra colleghi), noi due eravamo compagni di autobus e prendevamo il bus più o meno alla stessa ora al mattino.

Ora, non so se fosse davvero tale, il professore.
So che scendeva alla fermata davanti a una scuola superiore. 
So che era vestito da prof.
So che aveva sempre un libro con sé che riusciva a leggere in qualunque condizione di sovraffollamento dell'autobus, quando io invece a un certo punto ero costretta ad arrendermi alla fisica.

Ma pensa, rieccolo! Spuntato all'improvviso da un angolo della memoria e sceso a XVIII Dicembre.

Il professore ha aperto la porta a tutta una serie di ricordi, una sfilata di personaggi che non ho mai conosciuto, ma che hanno condiviso con me migliaia di chilometri da e per il lavoro.

Ad esempio il poker di impiegate: erano quattro impiegate di banca che salivano al capolinea del 15 quando andavo alle superiori. Si sedevano sempre vicino al guidatore, erano tutte sempre sorridenti, una era cresciuta in America, mentre un'altra amava correre e si stava preparando per una mezza maratona.

Poi ci sono stati i moschettieri di Farnborough: due donne e un uomo che aspettavano una delle navette che dalla stazione portavano ai vari uffici. La prima donna prendeva pure il treno con me quando vivevo a Surbiton e lei saliva alla fermata successiva, a Walton-on-Thames. Io la chiamavo la "pensionata", perché era decisamente in età di pensione, o forse gli anni se li portava proprio male, chissà.
Era sempre un po' addormentata ma non dimenticava mai di prendere una copia di Metro all'uscita della stazione.
La seconda era la rossa: io la chiamavo così per via dei capelli rossi e per il fatto che in tre anni, l'ho sempre e solo vista vestita allo stesso modo: pantaloni rossi e una giacca rossa. Inverno o estate, caldo o freddo, gli abiti cambiavano, ma la costante rossa restava (comunista?).
E poi marathon man, un signore che sembrava portarsi la casa dietro, dato il volume dello zaino da trekking che si caricava in spalla. Era costantemente in ritardo così doveva sempre correre per prendere il bus e non aveva quasi mai tempo di andare a prendere il giornale alla stazione, meno male che ci pensava la pensionata a consegnargli la copia che aveva preso prima.

Persone con cui posso avere al massimo scambiato due parole ma che, per via della routine, sono arrivati a essere importanti, tanto che mi trovavo a preoccuparmi quando non li vedevo: sarà mica ammalato? Oppure è in ferie? E ovviamente, ne ho sentito la mancanza ogni volta che le nostre abitudini di viaggio subivano dei cambiamenti e non li vedevo più.

Non ci saremo scelti a vicenda ma, condividendo gioie e dolori del pendolarismo applicato, il legame che si è formato fra noi era unico: ci bastava uno sguardo per sorriderci a vicenda. Una volta persi di vista, molte cose sono cambiate, ma quell'affinità rimane, anche se assopita fra tanti altri ricordi, ma quell'affinità è rimasta, come mi ha dimostrato il professore.

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