Saturday, 16 June 2012

il caffelatte del rientro

Barbara ha scritto da poco un post sul suo blog che parla di viaggi in aereo.
Lei li descrive in maniera molto più poetica di me, i viaggi in aereo, ma credo potrebbe fare altrettanto anche nel riferirsi a una bolletta della luce.

Anche i suoi amici descrivono i viaggi aerei in maniera più poetica di me. Un po' li invidio: ritardi, attese e cancellazioni, code ai controlli di sicurezza e molto altro hanno scalpellato via quelle sensazioni che all'inizio provavo pure io, o così mi sembra di ricordare.
Forse non è mai veramente successo, chi lo sa; eppure credo di essermi trovata un giorno d'inverno, magari di un'altra vita, su un aereo diretto a Madrid: io sopra le nuvole, il sole che tramontava sotto di loro le infuocava. Stavo scrivendo una delle mie lettere settimanali a Franceschina, ho posato la penna e mi sono sentita mancare il fiato: perché quello che vedevo era oltre il concetto di bello o poetico, era qualcosa che toglieva il respiro e le parole.

Un tempo così c'è stato, ma non puoi davvero goderti appieni lo staccarsi dal suolo, la testa che si fa leggera per lo sbalzo di pressione, se il volo l'hai quasi perso grazie alla flemma degli impiegati Alitalia in non-servizio al transito di Heathrow.

La poesia è facilmente uccisa dalla praticità bieca.
Altre cose rimangono, invece, nonostante tutto.

Mi rimane la sorpresa che ancora arriva a interrompere i pensieri. Sorpresa quando vedo la costa irlandese scomparire sotto di me. Il primo giorno guardavo le colline intorno all'ufficio, cercando di dare un senso a tutto quel verde e alla sua intensità: un verde così verde come quello irlandese non si trova da nessuna parte per davvero. Dopo tre giorni dii pioggia incessante, anche io ho iniziato ad avere qualche idea sul perché e percome di tale condizione di verdeggiante verditudine.

Rimane la nostalgia un po' velata quando vedo Cork diventare Londra: rivedo il Tamigi, piccoli piccoli, vedo i treni della South West Train andare avanti e indietro. Vedo le Shard che mi è cresciuto sotto gli occhi: io l'ho lasciato a metà e lui, come la vita e gli altri, è andato avanti nonostante tutto e nonostante me. Vedo i Kew Gardens, Chiswick, vedo un città che nel bene e nel male mi ha cambiato e che ho amato e odiato al pari di poche.


Poi tutto cambia di nuovo e non mi rimane poesia per l'ultimo tratto di viaggio. Milano mi accoglie afosa, poco disposta a parlarmi. E io con le orecchie tappate e che fischiano ho poca voglia di starla a sentire.

Quando ero piccola mia mamma preparava sempre un caffelatte al rientro da un viaggio.
Poi sono cresciuta e ho iniziato a viaggiare per i fatti miei; lei mi ha lasciato andare senza dar troppo a vedere le sue paure: io partivo, lei aspettava e veniva a prendermi in aeroporto. 
Se il ritorno era serale, arrivate a casa, metteva su un pentolino di latte e, nel tempo di una doccia, il caffelatte era pronto. Al tavolo della cucina, le raccontavo a grandi cifre cos'era successo, chi avevo incontrato, cosa mi era piaciuto. Lei mi stava ad ascoltare, ritirava la tazza quando avevo finito di bere e continuavamo a chiacchierare fino a quando la stanchezza aveva la meglio.

Sono tornata a casa e non c'era nessuno. 
Mi sono preparata un caffellatte, anche se non avevo fame, perché anche se molte cose cambiano, anche se la poesia perde smalto, è difficile rinunciare a certe sensazioni o, per le meno, all'illusione che ci siano ancora e che certe cose non possano e non debbano cambiare mai.

1 comment:

  1. Il pentolino per il latte è una valida alternativa a quello per il mate, anche per me dopo i viaggi (ti ho detto che in tante cose sembriamo separate alla nascita) oppure dopo i saggi di danza di mia sorella, corredato da toast prosciutto e sottiletta.
    Ti seguirò anche di qua, da qui e quassù.
    Grazie per la citazione... (quiero ser poeta).

    ReplyDelete