Saturday, 6 October 2012

Autunno a Varsavia

Con il tempo strano che ci ritroviamo fra le mani, ho potuto indossare i sandali per molto più tempo del solito, un recupero per le ultime estati passate con gli scarponcini pesanti.
Lo scorso weekend comunque, mi sono goduta un tipico pomeriggio d'autunno; sono dovuta arrivare a Varsavia per poterlo fare, ma ne è valsa la pena. Ok, non che sia andata a Varsavia perché mi mancasse l'autunno; il motivo principale è il lavoro, ma per una volta sono riuscita a vedere qualcosa della città in cui mi trovo che non fosse l'aeroporto, l'hotel o l'ufficio. D'altro canto ho avuto molte possibilità di vedere e rivedere l'ufficio.

Varsavia mi è piaciuta, anche se lo trovata strana e non bella quanto Cracovia (che, a sua volta, mica è Ciriè).
Il mio albergo era un grattacielo di 43 piani che si affacciava sulla piazza con il Palazzo della Cultura e della Scienza, un palazzone che sembra urlare "Stalin!" da ogni suo mattone. Adesso è diventato un complesso di uffici e c'è un multisala all'interno. Di giorno non è un granché, ma bisogna ammettere che di notte ha un certo fascino.

Pałac Kultury by night

Passeggiando si passa da un estremo all'altro, da un tempo remoto a un futuro che deve ancora arrivare eppure lo stanno già aspettando per poi superarlo di gran carriera. Eppure il contrasto non si sente, rimane in sottofondo.

in the old town


Ci sono tutte le catene straniere, anzi inglesi, da Caffè Nero a M&S; le chiese sono piene, c'è una religiosità più sentita (forse più vera).
I grattacieli vengono su come funghi, mentre per le strade circolano ancora vecchie Trabant e autobus risalenti ad almeno cinquanta anni fa.

di corsa


Cielo blu, foglie ingiallite sugli alberi, aria frizzante, il camminare lento della domenica pomeriggio.
Famiglie che passeggiavano, bambini che correvano e si inseguivano ridendo, turisti che scattavano foto (io in primis).
Tanti bar e ristoranti, tutti pieni, ma i suoni mi arrivavano attutiti, o forse parlavano tutti a bassa voce.
Mi sono fatta trasportare dai piedi, piuttosto che dalla mappa. Non ho badato all'orologio, ma ho seguito le note di Chopin, che arrivavano a volte dalle fisarmoniche e dai piani dei suonatori di strada, a volte dalle panchine musicali.

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