Monday, 12 November 2012

San Martino

Qualche settimana fa sul monitor appare un tweet, un cinguettio fra i tanti che appaiono ogni giorno sulla rete. Sarebbe potuto scorrere via come molti altri, invece no.  Quelle parole le ho riconosciute subito, dal primo verso so già il nome di chi le ha scritte. So già che dopo il punto finale il nome che i miei occhi incontreranno, il mio cervello processerà e il mio cuore accoglierà sarà il suo, quello di Cesare Pavese.

C'è stato un momento in cui il tempo scorreva lento, il lavoro mi stancava, e una raccolta di poesie di Pavese era sempre nella mia borsa.
La mia preferita era "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi".
Già solo dal titolo, qualcosa mi affasciava e mi teneva legata e avvinghiata a quelle parole. Rotolavano impetuose, scivolavano languide. Le leggevo e rileggevo in una voce non mia.

Cesare lo leggevo, spesso non lo capivo, altrettanto frequentemente lo comprendevo fin troppo bene e mi spaventavo. Leggere le poesie di Pavese mi stordiva, troppe emozioni e sensazioni in un solo verso e mi trovavo indifesa.
Io e la poesia non abbiamo mai avuto un buon rapporto, non la capisco sempre, anzi quasi mai: alle superiori e all'università mi guardavo intorno e mi domandavo cosa avessero queste persone che si emozionavano alle poesie, che le scrivevano o recitavano. Le invidiavo e mi domandavo come mai non potevo avere la loro stessa sensibilità.

Poi ho iniziato a leggere Pavese e Pavese mi ha insegnato che è ok, va bene non capire la poesia, perché la poesia non deve per forza essere capita (anzi, non mi fido di chi capisce tutte le poesie sempre e comunque, a meno che non sia un liceale interrogato dal prof di italiano, e in quel caso è una bugia al fine della sufficienza).

A rileggere quelle parole sullo schermo, ho provato nostalgia. Una sensazione dolce e amara a pensare a un periodo differente, quando tenevo Cesare in borsa, avevo un abbonamento mensile della GTT e pensavo la vita mi avrebbe portato in tutt'altra direzione.

Nostalgia per la mia città, che è così bella e che mi manca così tanto, ma dove ormai non posso che tornare ogni tanto, anche se mi ritengo fortunata perché posso tornaci più spesso di quanto potessi un tempo.

Ho ripensato alle parole di Cesare, seduta sul treno che mi riportava a Milano. Ancora non mi riesci di scrivere casa e forse non ci riuscirò mai.
Escluso il viaggio da e verso l'ufficio, il Milano-Torino-Milano è il mio itinerario più frequente.
Avanti e indietro. Indietro e avanti.

Leggo, faccio a maglia, dormicchio, guardo fuori e vedo Milano trasformarsi lentamente in pianura e la pianura lasciare il passo a Torino. E viceversa

Rimango a Torino per un weekend di solito, se ho fortuna qualche giorno di più.
Questa è stata una di quelle occasioni. E' l'estate di San Martino. Io non avevo molti piani.

Il weekend lungo è passato felice e veloce.
E' iniziato con pretzel e weiss bier a "La Deutche Vita", risate e chiacchiere con amici di lungo corso, quelli che anche se non li vedi da 4 mesi ti sembra di avergli detto arrivederci solo l'altro ieri :

La Deutsche Vita

Poi la notte di venerdì è scivolata tranquilla via e si è trasformata in sabato, e io mi sono ritrovata da "Wool Crossing", per una giornata di chiacchiere, risate, sferruzzio e nuove amiche.

Domenica ho cercato di battere il record di ore domenicali in pigiama, ma alle 4 e mezza mi sono dovuta cambiare in abiti di servizio, visto che era giunto il momento di espletare i miei incarichi istituzionali di zia.

E devo dire che ho svolto con onore il mio ruolo: filastrocche della pappa, ten, disegni e partite con gli squali che mangiano i pinguini (lunga storia):

Aunt time

World is a canvas

(Questa non è una manina sporca, bensì il modo in cui l'Artista esprime attraverso sé stessa e una scatola di pennarelli la sua personale visione del mondo. Ok, l'abbiamo persa di vista per un nano-secondo e questo è stato il risultato: quindi non ho solo una nipote artista, ma pure sprinter!)

Mi siedo sul treno, l'oscurità è già calata. E' ora di andare, di tornare a Milano.
Io penso a quelle parole, le recito mentre il treno lascia la stazione.

«Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest'ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch'è tutto buio
e la sera soffrire da sola»!
Mi vuole vicino come fossi un amico:
quest'oggi ha saltato l'ufficio per trovare un amico. 
«Ma posso star sola cosi?
Giorno e notte -l'ufficio - le scale - la stanza da letto
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere
solamente poter respirare». 
Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese..
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
«Se trovassi un amico quest'oggi, starei sempre qui ».

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