Thursday, 6 December 2012

Kalispera

cartolina da Atene

Fuori dall'aeroporto di Atene:
Io: "Hello, I need to go to the Hotel Intercontinental"
Taxista: "I know"
e io penso "Davvero?"
Taxista: "Where are you from?"
Io: "Italy"
Taxista: "I know"
e io sospetto che sia un agente inviato da mia mamma per tenermi d'occhio

Già dal mio primo scambio di battute in terra greca, ho capito che i miei tre giorni ad Atene sarebbero stati interessanti: tre giorni scarsi ma intensi, passati per lo più a lavorare molto e a dormire poco.

La prima sera ad Atene è stata uno shock.
Sono arrivata già stanca lì e con le orecchie che fischiavano per via della pressione dell'aereo: volevo solo distrarmi, non pensare a nulla di serio, godermi qualche ora di tranquilla ignoranza.
E invece no, Atene ha scelto di mostrarmi la più vera faccia di sé.
La capitale di un paese nel vortice di una crisi economica senza apparente soluzione nel breve-medio-lungo termine, non è il posto migliore per distrarsi.

Mentre camminavo verso il centro continuavo a ripetermi che il mio albergo era un po' fuori mano e questo spiegava ciò che mi scorreva davanti agli occhi: una sfilza ininterrotta di negozi chiusi, alcuni da così tanto tempo da essere sommersi da più strati di polvere, i giornali alle vetrine con date del 2009; le vie scure, tetre, con pochissima illuminazione; poca gente fuori e nei locali; ristoranti con poca gente e camerieri che vanno avanti e indietro per sembrare occupati, come terrorizzati che poi qualcuno scopra che di lavoro per così tanta gente in quel locale non ce n'è.


Vedere l'Acropoli illuminata di sera è uno spettacolo mozzafiato eppure non sono riuscito a godermelo, sembrava l'aria fosse imbevuta di angosce e rabbia in attesa di esplodere. Ma anche di indifferenza, poco rispetto per le regole, menefreghismo e poca empatia per chi ti è accanto.
Strano, perché poi sono entrata per caso e per fame in un ristorante (quasi vuoto) e mi sono trovata a chiacchierare con il cameriere in maniera tranquilla, come se le preoccupazioni per la crisi e il futuro fossero rimaste fuori dalla porta.


Ieri non è stato un gran bel giorno, ha piovuto a lungo: pioggia e nuvole hanno reso la città ancora più tetra e si respirava un'aria malinconica un po' ovunque.

It ain't easy being green


Io: "I am looking for the post Office"
Guy in the street: "I know"

Commessa: "Kalimera, qualcosa di incomprensibile in greco"
Io: "Sorry, but I don't speak Greek"
Commessa: "I know"

Ancora no l'ho capito: lo fanno apposta o c'è lo zampino di mia mamma?!?

Non so se si tratti di una traduzione letterale di qualche modo di dire, una specie di "allora" oppure il temibile "no, niente" che tanti lutti ahli achei forse no, ma all'italiano. oppure è onniscienza dovuta all'essere la culla della civiltà, ma ogni volta che aprono bocca, il tassista, il cameriere, il commesso, il greco per la strada sapevano.
E io avrei voluto chiedergli come facevano sapere tutte queste cose di me.

Sono volata via, cosciente di aver imparato alcune cose importanti, come ad esempio il fatto che i greci ci assomigliano, nel bene e nel male. E poi la gente si "stupisce" se i nostri due paesi sono quelli dove la corruzione viene percepita di più. Ma va?!?

Ma la cosa più importante che ho imparato è che gli occhi di un coniglio sono diversi da quelli di un gufo. Me l'ha detto il cameriere del ristorantino vegetariano. Ora lo so anch'io.

1 comment:

  1. Questo racconto mi ha fatto ridere e commuovere allo stesso tempo!

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