Tuesday, 29 May 2012

a Nara

Dopo una giornata passata in giro per la zona di Monterey, sono tornata a casa e ho controllato un po' di cose su internet.
Ho letto il Buongiorno di Gramellini per augurare a me stessa la buonanotte: parla della sua maestra delle elementari, che ha rivisto in occasione della riunione dei compagni di classe per festeggiare il suo 88.m o compleanno.
"Prima di andare a dormire ci ha detto che averci avuti come alunni era stato, per lei, come riceverci in dono."

Questa frase mi ha fatto pensare a Nara.
Penso alle cartoline spedite, ai sabati mattina quando passavo a trovarla o alle improvvisate nel pomeriggio con Franceschina per tè e pasticcini. 
Penso al suo modo di raccontare il passato, la guerra, il dopoguerra, di Carlo e di Francesca-
Penso al suo sorriso, alla sua voce.
Penso a Nara, che non c'è più da poco.
Penso a Nara, che mi manca tantissimo. 

Thursday, 24 May 2012

coccodrilli e informazioni meteo

"In America lo sai che i coccodrilli 
vengon fuori dalla doccia?
E che le informazioni meteo sono prese pari pari dalla bibbia?"

Sabato scorso mi sono svegliata presto, preso un taxi, preso un treno, preso un aereo e poi un altro aereo molto più grande del primo. Nel giro di poco meno di venti ore ero arrivata dall'altra parte del mondo, vale a dire San Francisco.
Okay, geograficamente non è l'altra parte del mondo, ma l'America lo è: è un altro pianeta, fatto di autostrade enormi, trattori che chiamano macchine, porzioni giganti di cibo, ciliegie grandi come palle da tennis e gente che parla inglese con accento americano. Il che per me è strano, visto che sono abituata all'accento britannico.
Tutto è più grande, più spazioso, cosa ovvia visto lo spazio che hanno a loro disposizione. Ma sono anche lontani da tutto: tutto è da qualche altra parte, altrove.

Dopo i mesi in Olanda e il brutto tempo in Italia arrivare a San Francisco, significa per prima cosa godere del bel tempo e del cielo blu. E visto che questo è un grande paese c'è tanto blu sopra la mia testa in cui perdersi.

Bay Bridge

La cosa che mi ha sempre lasciata a bocca aperta quando si tratta degli Stati Uniti è come siano simili ai loro film e telefilm. Quando uno guarda un telefilm italiano, sa che quello che vede è un telefilm, che non è la realtà, ma solo finzione.
Invece quando sono negli Stati Uniti questa separazione non la sento. Mi guardo intorno e mi sento un po' cretina a dire "Oh, è proprio come in TV!"
Ok, gli attori in TV sono tutti mediamente molto più longilinei della gente che vedo per strada, ma a parte quello le differenze sono poche e, ci fossero, io non le vedo di sicuro!

Saturday, 19 May 2012

La differenza non c'è ma si sente

Frase captata ieri mattina al tg di La7: "...
durante la videoconferenza, anzi la conference call..."

Perché?!?
Sul serio, giornalista laureato, saputo e iscritto all'Ordine, spiega a me, misera sfigata in cosa consiste la differenza tra questi due termini: deve essere bella grossa, se ti spinge a correggerti in diretta!

Wednesday, 16 May 2012

And we all shine on...

The shining

Oh, I wish I could have already found a place of my own.
But nope, for the time being I'm in a hotel.

I'm not sure why and how, but all the hotels I've been staying in the past few years remind me, each in its own way, of the Overlook Hotel.

All work and no play makes Virgi a dull girl,
All work and no play makes Virgi a dull girl,
All work and no play makes Virgi a dull girl,
All work and no play makes Virgi a dull girl,
All work and no play makes Virgi a dull girl...

Tuesday, 15 May 2012

il giardinetto


In quest weekend non so quante volte ho visto la pubblicità dell'ultima trasmissione di Fazio e Saviano, "Quello che (non) ho".
Le reazioni dei miei erano sempre identiche a loro stesse e differenti fra loro.
Mia mamma sbuffava: "uh mi signor, ancora?!?! Non se ne può più di pubblicità! Ma tanto io la trasmissione non la guardo, no, no!" Certo, e io ti credo…
Mio padre invece attaccava a cantare e non smetteva a fine pubblicità ma continuava a cantare:

"Quello che non ho sei tu dalla mia parte.
Quello che non ho è di fregarti a carte..."


e andava avanti canticchiando fino al successivo stacco pubblicitario.

Ho avuto l'impressione che stesse nascendo un altro rituale tipico degli aRissogatti, uno di quei momenti che non sembra far particolarmente felice nessuno in famiglia, ma che tutti aspettano in maniera febbrile e che se lo salti, gli altri se la prendono.
 
Ieri, mia mamma mi ha accompagnato dal dentista. Saliamo in macchina, mia mamma guarda il giardinetto con l'erba ormai troppo alta, cresciuta oltre modo negli ultimi giorni.
Guarda il giardinetto e la sua voce è triste quando dice "Questo è il giardino dei bambini e delle bambine di Beslan".

Più tardi, di sera, seduta sul letto dell'albergo, ho ascoltato Saviano parlare di Beslan e ho sentito la stessa tristezza del pomeriggio: la tristezza di mia mamma, la tristezza di una mamma, così profonda e viscerale da togliere il fiato e bloccare le parole.

Il giardinetto è dedicato alle vittime di Beslan, ma per mia mamma è "il giardino delle bambine e dei bambini di Beslan". La differenza c'è e si vede negli occhi di mia mamma.

Monday, 14 May 2012

Serendipshitty

While writing a mail to Flavia (my Australian friend that lives in Amstelveen with Rob the boyfriend and Basil the cat), I remember a quote by an Italian comedian: "bad luck is an amazing lover, never leaving your side, not even when you're in deep shit."

So imagine what a wonderful lover bad luck can be when things are going right!

Let's get back to the beginning. Last week I got to Milan and started my new job. Overall happy and excited and things looked getting better and better, everything looked promising but the small little pain on one side of my mouth. Did I chew the inside of my cheek? Probably.

Days passed, work proved to be hectic but interesting and kept being really happy about going to the office, but the pain increased just a little bit.

On Wednesday I took a painkiller before going to bed. It didn't really work as I woke up at 2 in the morning in sheer pain. I thought I just needed a stronger painkiller but twenty minutes later I had to hop on a taxi and get to the A&E.

They got me a stronger painkiller and the address of the 24hrs dental emergency that, being an Italian 24hrs emergency service, was running only from 8 in the morning to 8 in the evening.
Still, the painkiller allowed me to sleep for about 3 hours before losing all effect: I dragged myself to the hospital once more and there I was told I had an infection of the gum and that the only possible solution was a root canal. They gave me antibiotics and anti-inflammatory and I managed to sneak in a last minute visit to my dentist on Saturday.

I took the train back on Friday evening: the pain was still there, but more on the background. I got to the central station of Milan and relaxed a little before getting on the train. Right. The "regionale veloce", speedy regional train was obviously overcrowded with people perched about everywhere (yours truly was sitting on the floor outside the main part of the carriage next to the exit), luggage that didn't fit anywhere and air-conditioning not working on the very day that temperature shot over the roof and reached 30°C.

I got back to my parents' place looking and feeling crap. The morning after I woke up with a little more of pain and by the time I got to the dentist I had not even the strength to cry.
Still the director of the clinic wanted me to talk about prices for the cure and other possibility. Look sister, seriously, just knock me out and take this pain away no matter what.

And the dentist did just about that: not immediately, however. First he complemented me on my teeth: "They are quite long, look how deeply rooted into the gum they are!"
"Am  I not lucky, doc? Now please just knock me over with a baseball bat and take care of this tooth, will ya? Pretty please?"

He set to work and had to go through extra rounds of anesthetics (I lost count around injection number 5). At that point I didn't feel any pain at all. Actually that's an understatement: I couldn't feel about 3/4 of my face as it was completely asleep.
My stomach however wasn't as asleep as my face:it seems I just react badly to any antibiotics, so even now that I'm writing, cramps are dancing happily around my abdomen.

My face is still sleeping as I got back for round 2 at the dentist today.
Going back to Milan, I managed to get on yet another delayed train.

But hey, don't think I'm just complaining about the whole thing. Let me go all Pollyanna on you and tell you why at the end it could have been worse: first of all, if this whole root canal ordeal would have happened just one week later I'd be in America and I'd be probably broke with who knows how many thousand dollars bill to set. Or probably with a kidney or part of my liver missing, as I'd have had to sell it to pay the dentist there.

Second, it turns out I got gorgeous fangs, inside & out, not sure how many people can boast around about it: I'm planning to ask my doctor for a copy of my x-ray and frame it.

Third… well the best thing of being at your parents and being ill is that you turn back into a kid: I could watch what I wanted on TV, I got priority on the sofa over my dad, my mum fussed over me… well when she was not busy laughing at the way I spoke.

I spent the whole weekend in a slightly dozy state but I still managed to finish a little cross-stitch project:

come to the dark side...


I will have to frame this one as well and bring it into the office as I think it requires some geeky/crafty/silly make-over.

Oh, and I also learnt the meaning of a new word...

Wednesday, 9 May 2012

Le affinità locomotive

Domenica pomeriggio sono salita sulla metro: di nuovo in viaggio, un nuovo lavoro, una nuova città.

Alla fermata di Pozzo Strada sale un signore e, non so bene il perché, ma mi sembra di conoscerlo: dove l'ho già visto?

Aggrotto la fronte e scavo fra i ricordi: chi sei signore con tracolla e ombrello? Studiavamo nella stessa sala studi all'Università? Andavamo nella stessa palestra? Al corso di fotografia? Ti ho già visto, poco ma sicuro, anche se nei miei ricordi non hai ancora nessun capello bianco e indossi un montgomery… eccoti! visto! Tu sei il professore! Nei tre anni da pendolare verso MammaMoto (come si usava chiamarla affettuosamente fra colleghi), noi due eravamo compagni di autobus e prendevamo il bus più o meno alla stessa ora al mattino.

Ora, non so se fosse davvero tale, il professore.
So che scendeva alla fermata davanti a una scuola superiore. 
So che era vestito da prof.
So che aveva sempre un libro con sé che riusciva a leggere in qualunque condizione di sovraffollamento dell'autobus, quando io invece a un certo punto ero costretta ad arrendermi alla fisica.

Ma pensa, rieccolo! Spuntato all'improvviso da un angolo della memoria e sceso a XVIII Dicembre.

Il professore ha aperto la porta a tutta una serie di ricordi, una sfilata di personaggi che non ho mai conosciuto, ma che hanno condiviso con me migliaia di chilometri da e per il lavoro.

Ad esempio il poker di impiegate: erano quattro impiegate di banca che salivano al capolinea del 15 quando andavo alle superiori. Si sedevano sempre vicino al guidatore, erano tutte sempre sorridenti, una era cresciuta in America, mentre un'altra amava correre e si stava preparando per una mezza maratona.

Poi ci sono stati i moschettieri di Farnborough: due donne e un uomo che aspettavano una delle navette che dalla stazione portavano ai vari uffici. La prima donna prendeva pure il treno con me quando vivevo a Surbiton e lei saliva alla fermata successiva, a Walton-on-Thames. Io la chiamavo la "pensionata", perché era decisamente in età di pensione, o forse gli anni se li portava proprio male, chissà.
Era sempre un po' addormentata ma non dimenticava mai di prendere una copia di Metro all'uscita della stazione.
La seconda era la rossa: io la chiamavo così per via dei capelli rossi e per il fatto che in tre anni, l'ho sempre e solo vista vestita allo stesso modo: pantaloni rossi e una giacca rossa. Inverno o estate, caldo o freddo, gli abiti cambiavano, ma la costante rossa restava (comunista?).
E poi marathon man, un signore che sembrava portarsi la casa dietro, dato il volume dello zaino da trekking che si caricava in spalla. Era costantemente in ritardo così doveva sempre correre per prendere il bus e non aveva quasi mai tempo di andare a prendere il giornale alla stazione, meno male che ci pensava la pensionata a consegnargli la copia che aveva preso prima.

Persone con cui posso avere al massimo scambiato due parole ma che, per via della routine, sono arrivati a essere importanti, tanto che mi trovavo a preoccuparmi quando non li vedevo: sarà mica ammalato? Oppure è in ferie? E ovviamente, ne ho sentito la mancanza ogni volta che le nostre abitudini di viaggio subivano dei cambiamenti e non li vedevo più.

Non ci saremo scelti a vicenda ma, condividendo gioie e dolori del pendolarismo applicato, il legame che si è formato fra noi era unico: ci bastava uno sguardo per sorriderci a vicenda. Una volta persi di vista, molte cose sono cambiate, ma quell'affinità rimane, anche se assopita fra tanti altri ricordi, ma quell'affinità è rimasta, come mi ha dimostrato il professore.

Friday, 4 May 2012

this must be the place

Home is where I want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb - burn with a weak heart
(So I) guess I must be having fun

Sabato scorso sono stata a vedere "This must be the place" di Sorrentino. E' già uscito in DVD in Italia, ma l'Olanda e i sottotitoli in olandese hanno dei tempi tutti loro.
Io e Francesco siamo andati al Tuschinski, il mio cinema preferito di Amsterdam. Coon le sue luci e il suo arredo art decò, mi dà l'impressione di essere in un cinema di una volta e indipendente, non in un multisala appartenente a una catena multinazionale.

Non è il mio film preferito di Sorrentino: anche se mi sono piaciuti la regia, la scenografia, le musiche e il cast, non credo di averne capito bene il senso. Comunque è un signor film che ha aperto le porte a un lungo weekend di addio all'Olanda, una serie di corsi, ricorsi e coincidenze.
La prima reazione è stato ovviamente il tradizionale e feroce assalto a wikipedia e imdb sul treno verso Haarlem: controllo di cast, filmografia del cast, curiosità, recensioni e via dicendo.
La seconda reazione invece è avvenuta domenica: con Francesco siamo ritornati ad Amsterdam alla ricerca di suoni.
Le canzoni di David Byrne e Talking Heads ci risuonavano in testa e così ne abbiamo approfittato per un secondo salto ad Amsterdam. Ho un vago ricordo di qualche settimana fa, seduta da qualche parte che dichiaro pomposamente che non avevo più intenzione di andare da Concerto o RecordFriend, perché "non voglio comprare altri dischi da imballare durante il trasloco". Quelle parole mi sono tornate alla mente domenica sera, quando notavo il peso delle borse con 33 giri di Conte, Cohen e Talking Heads.

Lunedì era non solo Koninginnedag, il giorno della Regina, ma anche il giorno del mio trasloco. I traslocatori sono arrivati in mattinata e in meno di trenta minuti si sono fumati due sigarette, impacchettato la mia vita e se ne sono andati in allegria.
Koninginnedag è il giorno in cui gli olandesi si vestono di arancione, si rilassano, sorridono e bevono litri e litri di birra... motivo per cui le vie sono puntellate da eleganti pisciatoi e lastricate da un mare di bicchieri di birra spiaccicati. Io ho resistito solo tre ore mescolata alla folla: troppa gente, troppa, troppa, troppa musica tamarra e un attacco di nervi all'ennesima cover di "Don't you (forget about me)".

E così alla fine, fatti armi e bagagli me ne sono tornata in Italia. A casa.
Mi sto godendo questa mini-vacanza in attesa di ricominciare: nuovo lavoro, nuova città. 
Mi sono tagliata i capelli, sto insegnando a Sara a ricamare a mezzopunto, mi sto facendo aggiornare da mia mamma su tutte le ultime... 
Sorrido tanto.
Ascolto musica.

Home - is where I want to be
But I guess I'm already there
I come home - she lifted up her wings
Guess that this must be the place

Sorrido di più.