Thursday, 27 September 2012

404

Ieri il giornale di casa si presentava al mondo del web nella sua nuova versione, tutta rimesso a nuovo e tirata a lucido.
Boh, sarà, per fortuna l'hanno ripetuto in ogni come e dove, altrimenti non sono così sicura me ne sarei accorta.
O forse no?

Ok che è un quotidiano serio, ma è la più deprimente pagina 404 che io abbia mai visto.



Wednesday, 26 September 2012

Facts. Fiction. Needles.

I spent last Friday at the hospital.
It was a vascular surgery that has left me limping slightly and has provided me an interesting lesson on how to keep reality from fiction separated.

Fiction:
The doctor tells you: "it's a very quick procedure, you'll be home by noon"

Reality:
The surgery in itself is very quick, but the procedure to check-in into hospital, undergo the surgery and check-out of the hospital is going to be dull, long and exhausting and will leave you in a state very close to a nervous breakdown.

Fiction:
The nurse tells you: "I shall be with you right away. Just give me two minutes."

Reality:
What she means is: "I shall be with you right away. Just give me two minutes... after I had my coffee break, chatted with a doctor and three other nurses, went out for a fag, took care of something else, had my pizza delivered for lunch and... what was it that you wanted, again? Oh right, I shall be with you right away. Just give me two minutes"

Fiction:
The doctor that looks like Stanley from Leon tells you: "it's not going to hurt"

Reality:
The doctor that looks like Norman Stansfield from Leon tells you: "Ah ah! I was kidding! What do you think, we laser your vein and it's not going to hurt!?!?"


Fiction:
The doctor tells you: "You won't have to do anything in particular after the surgery"

Reality:
Norman tells you: "Have I mentioned you the shots of heparin you'll have to inject yourself??? Ahhh...."

Only 2 medications left

Yep, after I managed to leave the hospital I had to drag myself to the pharmacy and get a nice set of 6 ready-to-inject heparin, to prevent possible thrombosis to the leg (I already got Dr. House lovely temper, we don't want to add the walking cane, do we?).

I will never ever understand people that inject themselves: drugs or botox, doesn't matter. It's the injection in itself that leaves me puzzled.
How can people stand to do such a thing to themselves. It may sounds weird, given the tattoos I carry around, but my brain seems to distinguish clearly between a tattoo ink needle and needle connected to a syringe.

And mind you, this is not even a big needle! It's quite tiny, it doesn't need to get that deep, it's not to be injected into veins or anything. Still having to "stab" myself with it is the thing I dread the most of my whole day. It takes me more time to get myself "ready" than to actually inject the heparin.

The first injection was quite easy, as my mum was over for the weekend and she took pity on my shaking hands and deep breaths. But from the second injection on, it was on me.
The first time I pinched myself with the needle, unsure of how much force to use, so I got some bruises. here and there. However I think I got better and I'm so glad that tonight is the last round of treatment!

Saturday, 22 September 2012

"day" hospital

Tornare dalle ferie è stressante, sento il bisogno di prenderne altre.
Sembra che il mondo in generale e il servizio sanitario nazionale in particolare si siano messi di buon impegno per farmi perdere la pazienza.
Con il mondo più di tanto non me la prendo, perché, beh, è così che va.
Anche con il servizio sanitario nazionale dovrei non prendermela perché so benissimo come va. E invece...
Prima delle ferie l'angiologo mi aveva detto che mi sarei dovuta operare e così ieri è stato, il che di suo non è male. Solo che quando sono uscita dall'ospedale, dopo le quattro, ero una specie di fascio di nervi ambulante, una carica di TNT pronta a saltare contro il primo sfortunato che mi fosse passato davanti.
Non credo nemmeno si possa dire sia stata una reazione eccessiva: il dottore mi ha detto di presentarmi in ospedale alle 6:45 di mattina, cosa che io ho ovviamente fatto.
L'intervento è durato 25 minuti.
Ora, facendo un po' di matematica spiccia e imprecisa, uno può domandarsi che cosa abbia fatto nelle rimanenti 8 ore e qualcosa.
Me lo sono chiesto pure io. Nulla, non ho fatto nulla. Ho chiacchierato con l'altra signora che doveva essere operata e che, come me, alla fine aveva accumulato un livello di incazzatura tale da illuminare a giorno Milano. E poi ho aspettato. Aspettato. Aspettato ancora. Ah, non mi posso scordare anche di come abbia continuato ad aspettare, il tutto mentre aspettavo di sapere per quanto altro tempo ancora avrei aspettato.
Quando un'infermiera ha avuto la faccia tosta di dirmi che "dovevo prenderla come una rilassante giornata di vacanza", non le ho staccato la testa a morsi e di questo mi sento molto orgogliosa: alla faccia di tutti quelli che mi hanno sempre detto che non ho pazienza, più paziente di così!

E ora? Beh, il chirurgo mi aveva detto che sarei uscita con le mie gambe (aveva ragione) e che potevo tornare a camminare senza alcun problema. Qui mentiva sapendo di mentire, perché ieri la camminata massima che mi sono concessa è stata dalla sala al letto. Finora oggi non è andata meglio.
Poco male, però. Mamma è venuta a passare il weekend a Milano: non andremo in giro, ma almeno chiacchiereremo un po' in tranquillità e mi dirà cosa ne pensa della casa.  Mi ha già comprato un set di bicchieri: non che io non ne avessi, ma le dava fastidio li avessi tutti spaiati e che l'abbia fatto bere l'acqua in un boccale da birra.

Monday, 17 September 2012

The zen and the art of using the washing machine

the only way is up

Today's been a long and weird day: I felt like a zombie.
Luckily I didn't look like one.
This morning I went to the gym, but then on the way back got lost, because I was not really looking at the street I was walking in and added 15 minutes to my journey.
In the office it took me 10 minutes to realize I was trying to open the door using my flat's key.
I feel I need some extra time to get back into my everyday routine.
Was it really only a week holiday? It felt longer. I left completely drained and I've got back with a huge smile on my face.

Not sure exactly what happened, yet something switched.
Serendipity or not, things changed. I met incredible people. I laughed. I breathed deeply. I talked and thought, I wandered around and wondered, aloud and by myself about life and other disasters.
Since the first day up in Trentino's mountains, my brains stopped the overflow of thoughts and worries and concentrated just on the present at hand.
I spent a nice week, meeting nice people, walking a lot and laughing even more. 

Am I really happy now? Perhaps.
Am I ready to get back to life in the city? Maybe not.

Right now I don't know, but I don't care either.
Memories of places, people and colours are still too fresh in my mind: what matters to me now is savoring the memories, browsing and organizing all the photographs, sending out some mails and getting back into my daily routine.
And getting back into memories means one thing and one thing only above everything else: washing machine.

Luigi told me that washing machines are somehow therapeutic: when you're down, upset or things just don't work as you wish them to, you just need to start 2 or 3 washing machines in a row and you feel better on the spot, like there's some order in your life already.
I decided that, given I almost got nothing clean to wear, I could try this theory out tonight. It makes sense in a way: it cleans and rinses, things looks nice, fresh and neat once out of the machine.
It didn't completely work. Yes, I felt more order around me, but I also felt like Munch's screaming man: why, oh why, do I always forget one or two socks out of the washing machine!?! I thought I had double checked, no heck, I treble checked. Still, when I closed window, start the coloured cotton program and half of the washing machine was filled with water, my eyes felt on 2 singles, lonely, crumpled, unpaired socks. Welcome back, Virgi.

Tuesday, 11 September 2012

Oink oink

Succede che ormai i miei non mi chiamano più al telefono, ma solo Skype. È una tradizione nata e sviluppatasi mentre ero a Londra, quando la distanza sembrava accorciarsi un po' grazie alle webcam.

Adesso non siamo più così lontani, ma la tradizione della chiacchierata serale su Skype è rimasta.

Succede che di solito trovo mia mamma dall'altro lato dello schermo, poi dopo un po' mio padre la raggiunge.

Ogni tanto, se i nipoti si sono fermati a cena, arriva portandosi Ilaria in braccio, poi la piazza davanti alla webcam e lei ride felice e cerca di ciucciare lo schermo del computer.

Così la scorsa settimana, non mi sarei dovuta stupire più di tanto quando ho visto arrivare mio padre dalla cucina con un fagotto in braccio. Eppure qualcosa non quadrava, perché sapevo che i nipoti erano in ferie e in più quel fagotto era grande il doppio di Ilaria.

E in effetti non era Ilaria, bensì un porco.



 

Un porco di gesso, fatto così bene che quando mio padre l'ha piazzato davanti alla webcam ho pensato fosse vero e che i miei fossero completamente partiti e si fossero comprati un piccolo di maiale. L'effetto teatro dell'assurdo era amplificato da mio padre che continuava a "cullare" il porco di gesso mentre mi spiegava calmo che "al Brico non c'era nulla di interessante, però il maiale era in offerta a 19 e 90. Pensavamo di comprarne due, ma poi ci abbiamo ripensato... Bello, no? sembra vero!"


Quando sabato sono tornata a casa venerdì sera per andare al matrimonio di Ema, ad aspettarmi c'era il porco. Mamma e papà me l'hanno mostrato orgogliosi, quasi fosse un terzo figlio. Devono trovargli una posizione adeguata e soprattutto sicura per evitare che i nipoti lo distruggano. Scherzando, ho detto ai miei che proprio lo amavano, sto crin. Al che mio padre, placido come suo solito, mi ha risposto: "Beh, tra tutte le bestie che mi circolano per casa, almeno lui non sporca". Bello sapere che, nonostante tutto quello che gli è capitato quest'estate, mio padre è rimasto il solito balengo.

 

Saturday, 8 September 2012

Cuore e occhi

Fra i miei link è salvata come "Busiarda".
Con gli anni ho imparato che, parlando di lei con persone non di Torino, bisogna chiamarla con il suo "vero" nome, "La Stampa".
Ho anche imparato che nessuna possibile risposta può soddisfare la loro domanda: "Ma se la chiamate "Bugiarda" allora perché la comprate?". Beh, sappiamo tutti di che pasta sono fatti politici e politicanti vari, ma non per questo abbiamo smesso di votarli.

A casa mia non siamo abbonati e non la compriamo sempre, a parte il venerdì che esce con TorinoSette. A Milano non c'è TorinoSette (eresia!), quindi mi accontento di leggere il buongiorno di Gramellini sul sito e poco più (magari una sbirciatina a specchio dei tempi, il misuratore della pressione sociale della città).

Ieri il Buongiorno parlava dei cambiamenti, all'apparenza quelli del giornale, ma in generale, quelli che animano la nostra vita.

"Sul lavoro, in amore e in ogni altra cosa, il cambiamento vero è la rottura di uno schema. Un distacco che fa paura e produce sofferenza, ma una sofferenza indispensabile, preludio alla gioia. Perciò va affrontato col futuro negli occhi e il passato nel cuore."

Spesso mi succede il contrario: mi capita di avere il futuro nel cuore e il passato negli occhi, ecco perché cambiare mi risulta a volte così difficile, anche quando sento di volerlo e di averne bisogno.
Ma una cosa l'ho imparata quest'estate: a spolverare il passato, rimuovere quella patina dorata che rende migliore molte cose. Ora guardo al passato e lo vedo per quello che è: un insieme di cose belle e brutte, qualcosa che mi ha portato dove sono ora, ma che deve rimanere lì dov'è, alle mie spalle.
Davanti c'è il futuro, ma in questa strana mattina di fine estate conta poco anche lui, è il presente che richiede pressante ed egoista la mia attenzione; e io ho deciso di essere altrettanto egoista e pensare solo al presente, al mio presente: non credo di poter rompere i miei schemi in maniera più definitiva e completa di così.

People all get ready
'Cos we're breaking down the band
Rewrite what's gone already
And see it through with wiser hands
And what has gone between us
Is a lot, is a lot
And who'll be there to ignore us
When you're not, when you're not
(People get ready - The Frames) 






(Beh, un occhio al futuro l'ho comunque buttato ieri: il 9 febbraio si torna in Scozia per il 6 Nazioni!)

Sunday, 2 September 2012

Cose di casa / 2.a parte: Coniglio con pipa e occhiali

Non sono un'artista, ma amo pensare di appartenere a una famiglia di artisti.
Chiunque ne dubitasse, si ricrederebbe subito vedendo l'eclettico portfolio di mia sorella: dagli autoritratti ai vulcani dei dinosauri fatti con carta igienica e colla vvvvinilica, passando per le vignette satiriche disegnate nella scatola dello Scarabeo.

Mia sorella è anche una pianista, musicista anche lei come mio madre: un cantautore dell'assurdo, nonché narratore straordinario, creatore di fate puzzolenti e disegnatore di lupetti cicciotti con tendenze suicide.

E poi c'è mia mamma, capace di dare a ogni sua creazione un tocco unico: dalla bicicletta puffetta, alla puffosa cassa della legna e i complementi di arredo in pongo per la casetta delle bambole, ogni sua opera è unica.  Lei a sua volta aveva preso qualcosa da sua mamma, ovvero sia mia nonna, che ha sempre mostrato un approccio al disegno degno di Quentin Tarantino, come dimostra il suo cavallo di battaglia: il gatto infilato nel frullatore.

C'è una pietra miliare fondamentale ma non riconosciuta delle arti visive contemporanee, un punto di non ritorno della ermetica corrente balenga, una tappa della storia dell'arte.
Un capolavoro. Il Capolavoro.
Si tratta della tela firmata da mia madre, "Coniglio con pipa e occhiali":

dettagli

Il coniglio l'ho sempre amato, sin da quando era appesa nella casa vecchia di La Cassa, da bambina ero convinta che il prato fiorito alle spalle del coniglio fosse quello lungo la strada per il Colverso dove andavamo a funghi con mamma.
E gli occhiali il coniglio li aveva probabilmente fregati a mio nonno Eugenio, mentre non so dove potesse aver recuperato il farfallino.

Quando ho comprato casa, mia mamma mi ha regalato il suo quadro e io ero felicissima come non mai.
Poi, quando sono emigrata, il coniglio non l'ho potuto portare con me.
Qualche mese fa, ho firmato il contratto, ho fatto le valigie e sono tornata in Italia: fra tutte le cose che ho impacchettato e portato a Milano da Torino, la tela del coniglio è stata la prima cosa a cui ho pensato.

coniglio con pipa e occhiali

Ora il coniglio con pipa e occhiali mi tiene compagnia in salotto. Non vedo l'ora che i miei vengano a cena a casa mia per mostrargli, non solo la casa, ma soprattutto il quadro.
So già cosa cucinerò: coniglio, ma senza pipa e occhiali, altrimenti lo digeriamo fra vent'anni.