Sunday, 17 February 2013

la questione tuta

Domenica è il giorno del risveglio lento. Mi sveglio piano, ci metto di più a capire che ore sono, ci metto un tempo indefinito per percorrere i pochi passi che mi separano dalla cucina e dalla caffettiera. Stamattina, arrivata in cucina, ho dovuto accelerare il processo di risveglio.
Ho finito il latte.

Entra in azione il piano stilato dal dipartimento emergenze del centro mono-neuronale che prevede di recuperare soldi e chiavi di casa, infilarsi la tuta e mettersi le scarpe da ginnastica e fare una toccata e fuga al supermercato per comprare il latte.

Attività abbastanza facile, nulla di eccezionale che meriti di essere ricordato. Quante volte mi è capitato negli ultimi anni di essere convinta di avere qualcosa in frigo che in realtà avevo finito 4 giorni prima?
Troppe, ma è un problema di mancanza di fosforo e carenza di ossigeno che fa vivere le mie sinapsi in stato di costante tilt.
Eppure oggi mentre ero in coda al supermercato mi sono resa conto che c'era qualcosa di diverso.
Getto uno sguardo alle gambe e no, non sono uscita in pigiama e ciabatte, ho davvero messo la tuta e le Converse blu.
Controllo il cappotto: è ok.
La bottiglia del latte non perde... allora perché sento tutti gli occhi dei pochi avventori alla cassa su di me???
La ragazza in fila dietro di me sembra voglia usare la vista alla Superman per passarmi da parte a parte. Mi giro e mi accorgo che potrebbe al massimo gambizzarmi: sta guardando con sommo schifo la tuta.

Già, perché a questo punto devo precisare una cosa, anzi devo confessare una cosa: non è una tuta firmata.
- Generale mormorio di shock e sorpresa-
Non è una di quelle tute con le strisce sui lati o qualche altro logo riconoscibile che sembrano urlare "Ehi! Ho indosso almeno 60 euro di stile!".
No. E' una banale, vissuta tuta da casa. Comprata al mercato dai cinesi, lavata così tante volte che definirla sformata è un complimento, eppure comoda, la mia tuta sembra invece biascicare "Ehi! Non è che hai cinquanta centesimi perché ho perso il treno e devo telefonare a casa".

Quando è arrivato il mio turno alla cassa, anche la cassiera mi ha squadrato.
E io sono stata bravissima. Paziente come un monaco zen, non ho detto nulla ma ho interiorizzato e convogliato tutta la mia energia negativa in un vaffanculo cosmico che è poi esploso dalle mie labbra una volta tornata a casa.

Insomma, mica sono scesa alla latteria di via Montenapoleone vestita con un sacco di patate! Vivo a Lambrate, non esattamente il polo nazionale della classe e dell'alta società.
Che ti frega se non sono vestita all'ultimo grido?
Pensate davvero di potermi giudicare per come mi vesto di domenica mattina?

Poi pensandoci su, mentre bevevo il mio caffellatte, mi sono dovuta ricredere. La commessa e la ragazza in coda avevano tutti i diritti di giudicarmi in base a come ero vestita. Perché, ad essere onesta, io ho fatto la stessa cosa: per il modo in cui mi hanno guardato, io, senza conoscerle, ho fatto il mio personale due più due di stereotipi e le ho classificate come tipico esempio di italiote medie. Vacue e vanesie, bisognose di cose materiali per riempire il loro vuoto interiore.
Alla fine non siamo poi così diverse, anche se io ho risparmiato almeno 60 euro in stile.

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