Thursday, 18 April 2013

Imparare, sentire, andare, tornare

E' successo che martedì mattina ho letto un post sul blog di Ciami mentre andavo al lavoro.
E' successo che dopo averlo letto, sono entrata un po' nel pallone.

Il post si intitola "E poi ci sono io" ed è la risposta a un post apparso su un altro blog.
La questione, spinosa e per me senza (facile) risoluzione, è quella degli Italiani e dell'Italia, di chi va e di chi resta.
E' una questione troppo vicina alla mia storia recente, per non sentirla "mia".

Quando ho scritto il primo posto di questo blog, nel giugno 2007, ero pronta alla partenza per l'Inghilterra. Sono passati quasi 6 anni da quel giorno e ora sono tornata in Italia, anche se non a Torino. Sono passata attraverso ogni possibile stato emotivo verso l'Italia e verso l'Inghilterra: le ho amate e odiate contemporaneamente, ho sempre voluto tornare in uno dei due paesi per voler poi ripartire appena ci mettevo piede.

In questi sei anni sono passata attraverso lo shock culturale. Non una, non due, ma ben tre volte: due volte volontariamente, l'altra costretta, da un sistema sociale ed economico, quello italiano, che non mi ha lasciato altra scelta, se non quella di ripartire. 
E per mia scelta, per due volte, ho sperimentato cosa voglia dire "shock culturale da rientro".

Non ho mai risolto completamente questa tensione che sento dentro, ancora adesso.
Quando torno a Londra, il cuore si riempie di felicità, ma anche di malinconia perché Londra non ho saputo farla mia, perché non sono mai riuscita a vivere come gli italiani (i cervelli in fuga, gli expat, quelli che si incontrano per l'aperitivo trendy da qualche parte a nord del fiume verso Hampstead e Primrose Hill).
Suppongo sia il mio lato più nomade, lo stesso che per un attimo si è infiltrato, subdolo, fra le pieghe del mio animo, mentre mi riempivo gli occhi della vista della baia di San Francisco. Quello che per un attimo mi ha fatto considerare la possibilità di fare la pendolare San Francisco - Cupertino.
Ma questo lato convive con il suo opposto, quella parte di me che non smette di sorridere all'idea che sì, sono tornata. Sono di nuovo in Italia e cosa c'è di meglio? Sono vicina a Torino, posso tornare a trovare le persone che amo ogni volta che ne ho voglia, posso andare a  guardare spezzoni di film comodamente stravaccata su un divano del museo dei cinema dentro la Mole. E sono cose che ho desiderato fare per così tanto tempo che riesco quasi a sopportare il fatto che devo abitare a Milano, Milano,che a me proprio non piace e che non riesco a farmi piacere: piccola e provinciale, architettonicamente piatta eppure sì che se la tira.


In questi ultimi giorni, ho ripensato spesso alle parole contenute nei due post, al fatto che li capivo e li comprendevo entrambi, perché in momenti diversi ho provato gli stessi sentimenti.
Ho cercato una risposta, un giusto equilibrio, ma ho capito che  il massimo a cui posso aspirare è la mia personale verità. La mia piccola verità è che ciò che vorrei veramente, difficilmente lo otterrò: vorrei mantenere il mio lavoro e vivere a Torino, perché lì sono le mie radici e il mio cuore non riesce a staccarsene.


E dove mi lascia tutto questo pensare? Mi lascia sul divano, con una tisana allo zenzero e Chet Baker che suona. Mi lascia con la convinzione che non esiste una verità univoca per me, ma solo opinioni. E va bene così.
Qualcuno molto più saggio di me ha scritto che anche ad essere si impara. Però se deve essere l'emigrare in un paese straniero a insegnarti cos'è la civiltà, a farti capire che fare i furbetti non è un bene, a farti sentire rabbia (e non solo), allora non importa quanto lontano vuoi e puoi arrivare: è solo apparenza, perché in realtà non ti sei mai mossa. O almeno così la penso in questo momento.

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