Sunday, 4 August 2013

scenes from a Japanese restaurant

Fa caldo e le zanzare fanno più rumore del camion per la raccolta del vetro.
Sono le sette e mi chiedo perché ho già gli occhi aperti: è sabato e dovrei riposarmi, specie in previsione della domenica al lavoro che mi attende.
Ma fa già troppo caldo e la zanzara-camion sta cercando di parcheggiare vicino al mio orecchio.
Mi trascino giù dal letto e mentre sono sotto la doccia prendo una decisione.
Ambarabaciccicocco... faccio la conta e fra i laghi vicini a Milano scelgo quello di Como.

Raccatto due cose e via! in gita. Voglio vedere una distesa d'acqua e magari avere un po' meno caldo che a casa.
Cammino lungo il lago, prendo la funivia, mi guardo intorno senza nessun piano vero e proprio, finché non arriva un segnale preciso: lo stomaco borbotta e si fa sentire.
Così inizio a cercare un posto per mangiare e per puro caso finisco in un ristorante giapponese.
E' un po' fuori mano rispetto al centro di Como e non c'è nessuno per pranzo. Il cuoco mi chiede se sono da sola e mi fa accomodare.
Ordino del sashimi, lui si mette a prepararmi il pranzo e io mi perdo nei miei pensieri. Mi guardo intorno: arredamento minimal, niente maneki neko dai colori improponibili o altre carabattole.
Il sashimi è lo stesso: sashimi, punto e basta.
La musica arriva a basso volume e non riesco a distinguerla. Penso che in un certo senso è come essere sott'acqua: è tutto attutito, io sono temporaneamente in un luogo diverso, la realtà è fuori, è oltre.

Dopo pranzo, attacco bottone con il cuoco-cameriere. O forse è lui che attacca bottone per primo. Non so.
La cosa più dura dei pasti quando si viaggia da sole è che finiscono prima. Se non hai nessuno con cui chiacchierare, anche a masticare un boccone 120 volte, si finisce comunque in fretta. Ma alla fine è un piccolo prezzo che si paga per non gettare via al vento altre opportunità più preziose e importanti.

Se fossi rimasta a casa perché non c'era nessuno ad accompagnarmi a Como, non solo avrei sofferto al caldo e all'afa di Milano, ma mi sarei persa Yoshihide.
Abbiamo iniziato a chiacchierare e quando ho pagato e sono uscita dal locale mi sono resa conto che la nostra chiacchierata è durata quasi un'ora.
Non abbiamo parlato di massimi sistemi, ma di piccole cose di tutti i giorni: di viaggi, trasmissioni televisive, del problema di trovare del buon pesce fresco, dei ladri che entrano in casa ad Agosto e ti portano via un orologio che ti sei appena comprato, della cucina coreana.
Insomma di tutto e di niente; ovvero della vita.

Ci ho ripensato, in mezzo a casino dei ragazzini e le ciarle delle signore sedute accanto a me sul treno che mi riportava a Milano: il tempo passerà e qualche dettaglio di questa giornata sparirà dalla mia memoria, mentre altri diventeranno più confusi e sfocati. Ma resterà integro il ricordo di un sorriso e di una chiacchierata in un ristorante vuoto.

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