Thursday, 5 September 2013

Kimchi amarcord

Una decina di giorni fa mi sono trovata reduce da un paio di giorni e situazioni spiacevoli e deludenti.

Ci sono molti modi per reagire a tutto ciò: modi negativi, come ricadere in comportamenti autolesionisti.
Fatto.
Un altro modo è trasformare una brutta cosa in un'occasione per fare qualcosa o migliorare.
Fatto pure questo.

Così, dopo una settimana passata in bilico fra sensi di colpa e binge, domenica scorsa mi sono trovata seduta sul pavimento del soggiorno: lo stomaco un crampo unico, la pelle sembra esplodere, un tornado di sensazioni fisiche che avevo praticamente scordato.

Mi guardo intorno e penso che la mia casa mi rispecchi: anche lei è pesante e appesantita. Troppa roba inutile, troppe cianfrusaglie e ciapa puer. Mi sembra sia un unico immenso muro, uno di quei brutti muri di periferia, non con un graffito di Bansky, ma con qualche scarabocchio di un graffittaro sgrammaticato. Che tristezza.
Dev'essere stata l'immagine del tamarro di periferia, scommetto pure irrispettoso dei congiuntivi, che mi scrive in casa a farmi reagire. Ah no! Non scherziamo! Accetto tutto io, sopporto tutti quanti io, ma i congiuntivi non si toccano!!!
E così scatto in piedi, figurativamente parlando, si intende. Già non sono propriamente ginnica, domenica scorsa poi... comunque, scatto in piedi e in men che non si dica mi trovo con un enorme sacco per la spazzatura in mano.

Servizi di tazzine, magliette, borsette, foto, cd, appunti, cartoline, post-it: prima del tutto vuoto, il sacco pian piano inizia a riempirsi ed assume la forma delle mie delusioni. Piuttosto sgraziate, le mie delusioni.

Ma in mezzo a tutto questo ciarpame, ho ritrovato cose che avevo scordato e che mi hanno fatto sentire meglio.
Come le foto di un barbecue a casa di Robert a Waterloo e un sacchetto di lavanda di Mayfield; una cartolina che mi aveva spedito Gill. "L'arte della guerra" di Sun Zi in mezzo alle buste paga inglesi, ecco dov'era finito il maestro Sun! Ma meglio non sprecare troppo tempo a domandarsi come, quando e perché il libro sia finito lì.
Il box-set dei successi di Wang Fei... E pure il box-set di "Lovers in Paris"!!! Me l'avevano recuperato a Shanghai Miky e Corra, dopo che io gli avevo fatto una proverbiale capa tanta su questa fantomatica soap opera coreana.

Era iniziato tutto a Düsseldorf: mammaMoto mi ci aveva spedito in trasferta per un mese intero, senza rientri nei weekend. Nulla di cui lamentarsi sul serio. Lavoravo in settimana e nel weekend prendevo un treno a caso: Bonn, Colonia, poi più lontano, fino a Francoforte. Non era male. La sera dopo cena me ne andavo in giro per la città oppure stavo in camera a leggere o guardare la televisione: tv negli alberghi non è mai il massimo, ma io non ne guardo comunque molta già normalmente, quindi non è esattamente un problema.

In quelle sere guardavo la CNN e mi domandavo come fosse possibile che a New Orleans stesse succedendo quello che vedevo e nessuno facesse nulla. Per riprendermi, finiva che facevo zapping (saltando doverosamente Rai International) ed è così che in uno di questi girotondi fra i canali sono finita su CCTV-non-mi-ricordo-più-che-numero. Trasmettevano questa soap opera coreana con sottotitoli in cinese. Beh, è un'ottima occasione per mantenersi in allenamento con la lettura, mi sono detta.

Non so esattamente dopo quanto tempo leggere i sottotitoli fosse diventato una semplice scusa per poter vedere "Lovers in Paris". Poco tempo, sospetto.
Il fatto è che un dramma coreano è così assolutamente e completamente diverso da un suo corrispettivo americano o italiano da risultare non solo incredibile e divertente, ma pure affascinante. Ai tempi, è stata proprio quella differenza, il contrasto rispetto a tutto ciò che avevo visto fino ad allora a renderlo speciale, a farmelo sembrare surreale e al tempo stesso unico.
Non avevo nessun problema ad ammettere che mi piaceva, per quanto strano fosse e per quanto così diverso dai programmi che mi piacciono di solito: anzi, mi sembrava impossibile non parlarne ed è stata una bella sorpresa scoprire che non ero la sola ospite dell'hotel ad esserne affascinata. Avevo conosciuto Phil, un ragazzo canadese in trasferta e anche lui era diventato un devoto fan della soap-opera; e da questo si capisce il potere della trasmissione, perché Phil non parlava una parola di cinese e men che meno lo sapeva leggere.

In quei pochi giorni ho imparato alcune delle alcune regole fondamentali del k-drama; ad esempio l'ampio uso di pedane rotanti per girare scene di baci: bocca appoggiata, occhi della protagonista spalancati a pesce, il ragazzo di solito alto venti cm più della ragazza così da doversi abbassare per baciarla e mantenere una certa distanza di sicurezza, e niente lingua, schersuma nen!; poi ci sono le ubriacature a turno a base di soju: perché ci vuole che uno dei due riporti a casa l'altro, alcolismo responsabile! e l'abitudine piuttosto compulsiva del protagonista e del suo antagonista a prendere la protagonista per un braccio e strattonarla a destra e a manca manco fosse un sacco di patate.

"Lovers in Paris" era diventata una droga, tanto che, quando ho lasciato Düsseldorf, la serie era a metà e io sono entrata in piena crisi di astinenza una volta a Torino. Ecco perché ho chiesto a Miky di recuperare la serie in DVD: credo che me l'abbia comprata per pura disperazione, e per paura che avrei continuato a ricordarle del k-drama ogni sacrosanto giorno.
Il cofanetto mi ha fedelmente seguito nei vari traslochi, ma negli ultimi mesi me ne ero completamente scordata. Era finito nella fila posteriore  di DVD e CD, nascosto fra Woody Allen e Mel Brooks.

L'ho spolverato per bene, l'ho guardato per un po', persa nei ricordi di quell'estate:



E poi l'ho guardato ancora un po'.
Sono alla terza puntata. Stay tuned... 

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