Monday, 29 April 2013

Effetto pioggia


Che strana questa primavera autunnale. Ormai ci ho quasi fatto l'abitudine, e non mi dispiace del tutto perché posso continuare a dedicarmi a progetti di maglie in lana pesante.

Non ci penso nemmeno troppo: non sono io, ma il mio pilota automatico che mette l'ombrello in borsa. Non controllo le previsioni, non guardo fuori dalla finestra.
So che piove e basta.
E ho ragione.

Sabato a Palazzo Reale la coda per la mostra dedicata a Robert Capa era praticamente inesistente. Stavo guardando il suo ritratto, l'unica foto della mostra non scattata da lui, quando ho sentito il primo tuono.  Poi un secondo, seguito a breve distanza da un terzo.

Avevo ragione, piove-governo-ladro, ma al momento non me importava molto: ero al riparo e soprattutto la mia mente era concentrata sulle foto appese alle pareti.

Adesso hanno iniziato a fornirti di audio guida per le mostre, ma io non la prendo mai. Le cuffie in testa hanno su di me un profondo effetto estraniante e non aggiungono molto alla mia visita: se si tratta di informazioni generali sull'oggetto della mostra, preferisco lasciare alla parte ossessivo compulsiva del mio cervello procurarsi tutte le informazioni prima o dopo la mostra.
Se si tratta di commenti alle opere, le audio guide le sopporto ancora meno: amo guardare foto e quadri per i fatti miei e farmi un'idea mia. Senza contare che trovo la maggior parte dei commenti a corollario delle mostre di una tale spocchiosità pseudo intellettualoide da farmi ribollire il sangue.

L'effetto delle audio guide a una mostra di foto è praticamente lo stesso del visitare il museo d'Orsay con una comitiva di turisti medi. Tutto quello indicato dalla guida si guarda, il resto si salta. Così mentre erano tutti raggruppati davanti alla foto del miliziano, io mi guardavo la foto di un altro soldato, che difendeva la città di Barcellona (e che assomiglia paurosamente al mio amico Enric, che è di Barcellona, per l'appunto).

La mostra ha iniziato a riempirsi più in fretta quando ero quasi alla fine della mia visita, quindi ho avuto abbastanza fortuna a evitare il cosiddetto "effetto pioggia".

Dicesi "effetto pioggia" quel fenomeno socio-meteorologico per il quale l'affluenza a una mostra o a un museo è direttamente proporzionale al numero di persone senza un ombrello sorprese da un temporale.
L'effetto pioggia l'ho visto con maggiore pienezza alla mostra successiva, quella dedicata a Elliott Herwitt a Palazzo Madama. Lì c'era molta più gente e alcune delle conversazioni hanno confermato i miei sospetti sul l'effetto pioggia. Un effetto non volutamente comico delle audio guide è che la gente non si accorge di quanto parli ad alta voce uno con l'altro, quindi non mi sono stupito molto quando la voce di un tamarro medio, con orecchio incollato alle radioline guida, è risuonata fra le volte del palazzo: "Ma minchia! No, cioè, vuoi dirmi che con quel che abbiamo pagato per vedere quattro foto in croce, manco a colori le hanno stampate, sti pezzenti?!?"
Vabbè...

Saturday, 27 April 2013

Deconstructing Capote

Breakfast at De Carlo's


"What I've found does the most good is just to get onto the tram and go to De Carlo. It calms me down right away, the quietness and the proud look of it; nothing very bad could happen to you there, not with those kind ladies and their nice cutlery sets [...]

If I could find a real-life place that made me feel like De Carlo, then I'd buy some furniture, get a cat and give the cat a name."

Holly Golightly had Tiffany's.
I have De Carlo, the boutique of kitchenware in center Torino. It's amazing, beautiful, packed with all the best, nicest, finest kitchenware ever. I love it so much and today I spent some time in front of it. Not for breakfast, but for the afternoon snack. I bet Holly would have loved De Carlo.

A/R

Appena mi siedo sull'aereo a Linate crollo. Il viaggio per Barcellona è breve e io me lo dormo tutto.
Lascio una Milano ancora più grigia del solito, uggiosa e grigia e ad accogliermi in Spagna c'è il cielo blu e il sole che splende.

barceloneta


Anche se per lavoro, tornare a Barcellona è sempre bello; in questo viaggio sono riuscita anche a fare una capatina a Barceloneta: so che Barcellona non è una tipica città di mare, ma ogni volta me ne stupisco.
Occhiali da sole, crema in faccia eppure non riuscivo a respirare la salsedine, non c'era aria di mare, bensì di Barcellona.

Neanche il tempo di abituarmi del tutto a questa idea di città non di mare sul mare e mi ritrovo a mercoledì, ad ammirare il fluire della vita nel centro città; il riflesso del sole del tardo pomeriggio dona una luce dolce e poetica ai caller e a Passeig de Gràcia e Barcellona è più bella che mai.

Attraverso Diagunal e fermo un taxi: le vie sono davvero affollate. Oggi è Sant Jordi, dal finestrino guardo la gente che passeggia lenta con rose e fiori in mano.

Per tutto il tragitto chiacchiero in un mix di italiano, spagnolo zoppicante e residui di catalano con David, il tassista.
Mi siedo sull'aereo e l'ultima immagine che ho di Barcellona è del sole che inizia a tramontare e incendia il paesaggio sotto me.
Mi addormento e mi risveglio in Italia. Fuori piove e già sento la mancanza della città che ho lasciato alle spalle.

Friday, 26 April 2013

il 25 aprile e Nara

Belief

Giorni strani e inquieti.
Ho di nuovo spento la tv. Non ho resistito.
Vorrei spegnere il cervello a volte, perché leggere certe cose sui giornali fa male: alla mia coscienza di cittadina italiana e alla mia intelligenza.

Anche se non vado in piazza, come ogni anno, il 25 di Aprile è un giorno importante.
Magari le vicende attuali non lo fanno sembrare molto in salute ma io credo che il suo spirito e il suo valore siano vivi: vivono nella mia possibilità di scegliere, di essere d'accordo e dissentire.
Il 25 aprile vive nella possibilità di gente (con piattaforme di comunicazione molto più ampie delle mie) di diffondere odio verso tutto e tutti, di opporre rifiuti populisti senza però fornire soluzioni materiali e reali ai problemi del paese.

Vive nei miei diritti e doveri di cittadina della Repubblica Italiana.


Vive nella memoria di Nara che quando se n'è andata alla funzione hanno ascoltato "Bella ciao" e un partigiano ha letto la preghiera del partigiano.
Nara, che ha fatto la staffetta sui monti sopra Oropa.
Nara che ha combattuto perché la gente oggi abbia la possibilità di dire di tutto senza rischiare il confino o peggio.
Nara che mi ha regalato il 25 aprile. 
Nara che è stata la meglio gioventù di un paese immerso nelle tenebre: è a lei che ho pensato ieri, perché grazie a lei il 25 aprile lo posso festeggiare tutti i giorni e posso vivere in una democrazia (imperfetta, ma pur sempre democrazia). 
Sfido qualunque ortotterino a fare (meglio).

Saturday, 20 April 2013

Un presidente per tutte le stagioni

La primavera sembra non voler rimanere in Italia: ti illude con qualche giorno di sole, poi il cielo si rannuvola il venerdì pomeriggio e sabato mattina piove e sembra ottobre.
Il tempo miserabile influisce sull'umore e a pranzo, tanto per farmi del male, ho riacceso la tv e mi sono sintonizzata su La7, dov'era (ed è) in corso una super-mega-extra maratona sull'elezione del presidente della repubblica.

Un susseguirsi di politici ed opinionisti vari ed eventuali, che si sono mischiate in un enorme pot pourri, tanto che non ricordo bene più chi ha detto cosa riguardo alla possibile e poi confermata candidatura di Napolitano.

Una cosa mi è rimasta impressa. Questo continuo e petulante riferimento al presidente di tutti.
Ora io non sono in parlamento, ma ho spesso l'impressione di aver letto la costituzione più spesso dei nostri parlamentari.
Non devono eleggere il presidente di tutti.
Devono eleggere il Presidente della Repubblica.

Le parole sono importanti.
Le Maiuscole sono importanti, e non dovremmo abbassarle al livello delle minuscole: "tutti" è la pancia populista, è facile essere presidente di quelli che si lamenta nei mercati, di quelli che "quando c'era lui i treni partivano in orario".

Quindi, mentre ancora non si sa chi verrà eletto Presidente, io riapro il mio vecchio libricino, regalatomi a un Salone del Libro di molti anni fa, e ricopio qua una frase importante: "Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale."

(s)Watch out!

swatches

This is my Swatch ball. It used to be a chocolate box, well a ball wrapped like a candy, that Patrick brought over to the team meeting in Warsaw last year. When i saw it two thoughts immediately crossed my mind: the first one was damn, that's milk chocolate. Second thought: but the box is cool.
And so I brought it back home to Italy and started filling it with swatches.
Amongst the many things I say as a knitter, there's "I always swatch". And it's true. I actually love the swatching.
I didn't like it that much at the beginning, it was something very close to a chore.. But then things changed and I learnt to love knitting swatches for my projects: most of the time I knit two swatches for the same project. I knit the first one and, by the time I get to start the project, I've forgotten about it and so I knit a second one.

Knitting is relaxing, it helps me focus and unwind. Sometimes I'm too tired in the evening to take up one of my projects. And that's when a tension swatch comes in handy: a small square that doesn't require too much time nor effort, yet can make me feel I did accomplish something.
Sometimes, when the day's been too long and I feel a bit down, there's nothing better than a small square to think about the next project and to stuff later on in my Swatch ball. 
It works better then medication and drugs and, most of the times, it's less expensive as well, but this depends on the type of yarn I'm knitting with.

Thursday, 18 April 2013

Imparare, sentire, andare, tornare

E' successo che martedì mattina ho letto un post sul blog di Ciami mentre andavo al lavoro.
E' successo che dopo averlo letto, sono entrata un po' nel pallone.

Il post si intitola "E poi ci sono io" ed è la risposta a un post apparso su un altro blog.
La questione, spinosa e per me senza (facile) risoluzione, è quella degli Italiani e dell'Italia, di chi va e di chi resta.
E' una questione troppo vicina alla mia storia recente, per non sentirla "mia".

Quando ho scritto il primo posto di questo blog, nel giugno 2007, ero pronta alla partenza per l'Inghilterra. Sono passati quasi 6 anni da quel giorno e ora sono tornata in Italia, anche se non a Torino. Sono passata attraverso ogni possibile stato emotivo verso l'Italia e verso l'Inghilterra: le ho amate e odiate contemporaneamente, ho sempre voluto tornare in uno dei due paesi per voler poi ripartire appena ci mettevo piede.

In questi sei anni sono passata attraverso lo shock culturale. Non una, non due, ma ben tre volte: due volte volontariamente, l'altra costretta, da un sistema sociale ed economico, quello italiano, che non mi ha lasciato altra scelta, se non quella di ripartire. 
E per mia scelta, per due volte, ho sperimentato cosa voglia dire "shock culturale da rientro".

Non ho mai risolto completamente questa tensione che sento dentro, ancora adesso.
Quando torno a Londra, il cuore si riempie di felicità, ma anche di malinconia perché Londra non ho saputo farla mia, perché non sono mai riuscita a vivere come gli italiani (i cervelli in fuga, gli expat, quelli che si incontrano per l'aperitivo trendy da qualche parte a nord del fiume verso Hampstead e Primrose Hill).
Suppongo sia il mio lato più nomade, lo stesso che per un attimo si è infiltrato, subdolo, fra le pieghe del mio animo, mentre mi riempivo gli occhi della vista della baia di San Francisco. Quello che per un attimo mi ha fatto considerare la possibilità di fare la pendolare San Francisco - Cupertino.
Ma questo lato convive con il suo opposto, quella parte di me che non smette di sorridere all'idea che sì, sono tornata. Sono di nuovo in Italia e cosa c'è di meglio? Sono vicina a Torino, posso tornare a trovare le persone che amo ogni volta che ne ho voglia, posso andare a  guardare spezzoni di film comodamente stravaccata su un divano del museo dei cinema dentro la Mole. E sono cose che ho desiderato fare per così tanto tempo che riesco quasi a sopportare il fatto che devo abitare a Milano, Milano,che a me proprio non piace e che non riesco a farmi piacere: piccola e provinciale, architettonicamente piatta eppure sì che se la tira.


In questi ultimi giorni, ho ripensato spesso alle parole contenute nei due post, al fatto che li capivo e li comprendevo entrambi, perché in momenti diversi ho provato gli stessi sentimenti.
Ho cercato una risposta, un giusto equilibrio, ma ho capito che  il massimo a cui posso aspirare è la mia personale verità. La mia piccola verità è che ciò che vorrei veramente, difficilmente lo otterrò: vorrei mantenere il mio lavoro e vivere a Torino, perché lì sono le mie radici e il mio cuore non riesce a staccarsene.


E dove mi lascia tutto questo pensare? Mi lascia sul divano, con una tisana allo zenzero e Chet Baker che suona. Mi lascia con la convinzione che non esiste una verità univoca per me, ma solo opinioni. E va bene così.
Qualcuno molto più saggio di me ha scritto che anche ad essere si impara. Però se deve essere l'emigrare in un paese straniero a insegnarti cos'è la civiltà, a farti capire che fare i furbetti non è un bene, a farti sentire rabbia (e non solo), allora non importa quanto lontano vuoi e puoi arrivare: è solo apparenza, perché in realtà non ti sei mai mossa. O almeno così la penso in questo momento.

musica di corsa

Si dice che l'importante sia scendere dal letto con il piede giusto.
Io espanderei il concetto: non basta scendere dal letto con il piede giusto, bisogna che poi il piede sbagliato lo segua.
Specie se la sveglia suona presto di mattina e ai piedi del letto c'è il borsone della palestra.

Un po' come è successo stamattina: sveglia alle 6:30 e per le 7 ero in palestra.  Andare in palestra di prima mattina è un'abitudine che ho preso a Londra e che ancora non ho abbandonato. Non sempre è facile: ci sono giorni, specie quando il tempo fuori è brutto, in cui svegliarsi per trascinarsi a un km di distanza portandosi dietro una borsa non proprio leggera non è esattamente il massimo.

Ciò nonostante, il più delle volte vinco la tentazione di rimanere a letto, perché so che dopo la palestra tutto è più facile e anche un po' più chiaro. O quantomeno penso: se non mi sono provocata gravi danni in quest'ora in movimento, le possibilità che lo faccia nelle prossime 15 ore in giro per la città e in ufficio sono minime.
Prendiamo oggi come esempio: ero in palestra per l'appunto, correvo con la grazia di un elefante in tutù e boccheggiavo con l'eleganza di uno di quei pesci di "River monsters".
Dall'iPod partono le note dell'ultima canzone degli Elio e io sorrido.
La canzone prosegue e io sorrido un po' di più. E ancora un po' di più. Un cicinin ancora.

E poi la canzone arriva al punto in cui parla dei linea 77 e dice:
Canto io
No, canto io
Tocca a me, tu avevi cantato prima
Sì, ma un pezzo più corto
Non mi stare davanti, non mi cantare sopra
Vi invito a lasciare tutto
Rispetto la vostra decisione di farci da parte
No mi faccio da parte io

e io scoppio a ridere nel mezzo della palestra, come la balenga che sono.
E più cerco di smettere di ridere, più mi viene da ridere. Anche perché mica ho smesso di ascoltare la canzone!

Ah, ovviamente non ho nemmeno smesso di correre, così alla fine della canzone avevo le lacrime agli occhi, mal di pancia e un bel fiatone. In più, mi guardavano tutti fra l'incuriosito e il preoccupato.

No, forse è più giusto dire che mi guardavano fra il preoccupato per una possibile crisi asmatica e il preoccupato per un possibile tracollo nervoso.


Sunday, 14 April 2013

Hipster Milan

One of the things I learnt from Mo while in San Francisco is what hipster means.
I told him that I kept hearing the word and each time I had to go back to urban slang online to check the meaning of it.
We had just parked the car next to Alamo Square and he told me to have a look at the park, at the people sitting there. So I did. And Mo told me: "There. Here's what hipsters are"
"Who hipsters are, you mean"
"Nah, more a what than a who"
And that was it, cause we were all desperate for coffee and we left in search of a cafè.

I could see his point however, and I also could see the people sitting in the park: so now I know what hipster means without checking a dictionary online.

The best chance I got so far to expand my knowledge on the subject came with the Fuorisalone, i.e. the Milan Design Week, a series of events and exhibitions about design held in different areas of Milan.

I start noticing them around Wednesday: I live nearby one of the areas of the Fuorisalone, Ventura Lambrate, and, on the way to work, I was amazed about the amazingly high density of Buddy Holly glasses, skinny jeans just above the ankle mismatched to the rest of the outfit. The amount of hats, or better hats of the same type, was impressive, so much that I thought all the hipsters of Milan got together and bought a huge container of them straight from China.

This afternoon I met with Vivi and we went all around the area of Ventura Lambrate. There were some interesting designer exhibiting. The object that stuck most in my mind was "Bobbin", a stool by a Swedish designer Martin Björnson, looking just a thread spool.
There were other "things" I didn't properly understand, but altogether I enjoyed most of what I saw:



And, of course, there were hipsters, lots of hipster: not only Italians, but from all over Europe: so many, all dressed the same, the girls all with an Holga around their necks, the boy all with the same unkempt beard, that more than once I felt I ended up in one of those cheap sci-fi novel about a future of clones. And I have no prejudice about clones, I just resent their poor fashion sense a little bit...

Friday, 12 April 2013

la brucaliffa


Quando sono tornata dagli Stati Uniti, sul volo da Francoforte, c'era una signora che ne fumava una.
Era seduta lì, seduta tranquilla con il suo laptop. E la sua sigaretta elettronica.
Per un po' batteva sui tasti e poi tirava su dalla sua sigaretta, come una moderna brucaliffa.
Invece di starsene appollaiata su un fungo era abbarbicata sopra il sedile.
E come il brucaliffo, ogni tanto buttava fuori una nuvoletta di fumo. In faccia a me.

Sotto casa mia a breve apriranno un negozio di sigarette elettroniche. Così come i compraoro, anche le sigarette elettroniche sembrano non conoscere crisi. O per lo meno i negozi che le vendono.
Hanno chiuso diversi negozi negli ultimi mesi: un ottico, la merceria, un negozio di abiti per bambini e soprattutto l'enoteca.
Quindi io mi ritroverò a breve con un nugoli di brucaliffi ma senza l'enoteca: ho come l'impressione che il feng shui del mio isolato sia leggermente andato in fumo.

Monday, 8 April 2013

Breakfast in America

"An empty sack cannot stand upright"
I was taught this saying as if it were doctrine, both home and school. I repeated it, without thinking about it too much, without really thinking about the meaning of the words.

To understand their meanings, I had to wait for some years: late for school, or better afraid of being late for school, I skipped breakfast and I dropped just like, well, an empty sack.

Since then, no matter what happens, it doesn't matter how late I might turn out to end, breakfast is a must. Most of the time, my breakfast last less than 2 minutes: it's important, it's vital and necessary, but 5 out 7 I don't give it the proper credit and value it deserves.

But then the weekend arrives and everything changes: minutes are important, they seem to expand and acts have meaning.
So I take out the Neapolitan coffee pot and start my coffee: it takes longer than with a moka, but who's in a hurry?

I'm not.
So, while the coffee brews slowly, I take the turntable out and put some music on.

Breakfast in...

I bought this vinyl at Amoeba, in San Francisco.
When I saw it, I knew I had to buy it. Just the day before I woke up with "Goodbye stranger" in the head and then, 24 hours later, there they were, the Supertramp.

"Breakfast in America" takes me back to lazy Sunday morning, my mum humming in the kitchen, the sun filtering in, the feeling of spring at my doorstep.
It makes me smile because of the memory, because of the tune, because of this feeling this record gives me every time: put my Converse on, sunglasses on top of my head and out! Feeling the pull to go out wander and wonder.

And so I did, after my slow breakfast, of course.

"Feel no sorrow, feel no shame, come tomorrow feel no pain"

Wednesday, 3 April 2013

You can call me Hulk



The song has been stuck in my brain since yesterday evening. The tin whistle woke me up this morning alongside the alarm.
The chorus has been my official soundtrack of the day, with just some little changes to it.

You see, yesterday evening I felt in the mood for a Ernst Lubistch marathon: "Ninotchka", "To be or not to be" and "Trouble in Paradise".
First DVD in and I feel I could have some coffee.
I guess it's a fortune I don't live in one of those huge mansions you see on TV shows, otherwise I would have got to stop the DVD, walk the other side of the house and get the coffee from the kitchen. And probably I would have got to put it in a thermos to avoid it turning cold by the time I got back to the sitting room.
Luckily for me I live in a small house, so I got off the sofa, 2 steps and I was already in the kitchen.
Coffee done, I just grab a glass, the first thing within my grasp in the cupboard.

I poured the coffee in it and I broke the glass! Call me Hulk, I broke the glass!

broken glass

Split in half, so long my Lubitsch marathon, welcome cleaning evening: because obviously the glass cracked open when it was completely full of coffee (and grappa...) and, needless to say, drop down in every single drawer and compartment of the kitchen.
So...

"If you'll be my bodyguard
I can be your long lost pal
I can call you coffee
And coffee when you call me
You can call me Hulk!"

Monday, 1 April 2013

accadueò

E' semplice, no?
H2O, accadueo, pronunciato tutto di filato, più veloce di un respiro o di un battito di ciglia.
L'acqua è una cosa semplice, o per lo meno mi è sempre sembrata tale da bambina.
Da piccola l'acqua era acqua, semplice e trasparente in un bicchiere con i puffi della Nutella.

Poi, con gli anni che passano, ho capito che le cose non sono mai come sembrano e pure l'acqua non è lineare. D'altro canto, secondo me c'è già abbastanza casino in un solo atomo, figurarsi con 3!
L'acqua è complicata e semplice, culla della vita e assassina, trasparente e torbida. E va bene così, perché nulla è come appare e l'importante, in fin dei conti, è saperlo, così ti eviti brutte sorprese.

L'acqua non è una cosa a cui dedico molte riflessioni, anche se ogni tanto un po' ci penso. Di solito succede quando sono a casa dai miei e mi accorgo che hanno almeno due o tre diversi tipi di acque minerali a casa: quella per loro e almeno due tipi per i nipoti. Più l'acqua distillata per stirare e quella presa alla fontana di Corio che mia mamma usa per cucinare. A volte mi sorprendo a chiedermi il perché di questo prosperare di acque... l'acqua è sempre e solo acqua, giusto?
E' giusto considerare la cucina dei miei come un'esasperazione del consumismo imperante, che ci porta a creare dei finti bisogni?
Non proprio, credo sia più corretto considerare la cucina dei miei come la giusta reazione al saporaccio schifoso dell'acqua del rubinetto che si beve a Torino, per non parlare della patina di calcare spessa 2 mm che la stessa acqua lascia su qualsiasi superficie essa venga a contatto.

Ma ora, quando mi troverò a parlare di consumismo applicato all'acqua, avrò un'immagine in mente, un'idea di riferimento.
Questa:


Naturale? Gassata? Leggermente frizzante?
Principianti.
L'acqua negli Stati Uniti te la vendono come se fosse davvero qualcosa di unico, diverso.
Quella dell'ufficio si chiamava "Smart water". Non so se fosse l'acqua ad essere intelligente, o fossi io che ero o stavo diventando intelligente per il semplice fatto di berla.
Nessuna acqua in America ha nomi di fonti, sorgenti o cose simili. Innanzitutto perché è una noia e poi perché mica è semplice acqua minerale. Mica vorrai bere qualcosa sputato fuori dalle viscere della terra?!?! Che volgarità!
No, in America l'acqua la distillano e poi le aggiungono dei minerali e/o degli elettroliti. Per dargli sapore.
E la differenza si sente... o almeno così c'era scritto sull'etichetta dell'acqua furba. Anche se c'era un avvertimento che diceva che sì, la differenza si sente, a meno che tu non sia uno di quelli che preferisce il sapore delle cose che arrivano da sottoterra ("perché in quel caso sono fattacci tuoi", come c'era scritto sull'etichetta).

sfocata, ma pur sempre smart