Thursday, 30 January 2014

pioggia di parole

Stasera è volata via in maniera strana, a degna conclusione di una giornata altrettanto sui generis.

E’ iniziato tutto con il solito secondo caffè della mattina, ché io sono come gli hobbit. No, non ho i piedi pelosi, ma come loro ho bisogno della seconda colazione, che per me equivale a un secondo caffè: se non lo bevo rischio di azzannare un collega e, visto che ora in ufficio siamo in due (evviva! Ora il lavoro di due lo facciamo davvero in due e non più io da sola eremita in quel di Cologno!), il rischio è decisamente alto.

Il primo caffè lo bevo a casa e poi, una volta sopravvissuta ai mezzi ATM e al percorso da G.I. Jane fra Gobba e l'ufficio, in ufficio prendo un caffè alla macchinetta con Claudio, il ragazzo che lavora in reception.

Oggi sono rimasta senza parole perché, mentre chiacchieravamo, Claudio ha utilizzato la parola “balengo”: l'ha usata in una frase dal senso compiuto e l'ha utilizzata correttamente. A sentirgli pronunciare “balengo”, con una “e” anche abbastanza aperta, ho avuto un momento di felicità, mista a stupore e familiarità. Mi sono fermata per un secondo e poi mi sono girata verso di lui: “Ma tu! Tu hai usato la parola balengo, vero!?!?"

Fuori ha continuato a piovere per tutto il giorno, ma chi se ne frega! Non sono più la sola nel palazzo a dire “balengo”!

Durante la pausa pranzo ho scritto una mail a Laura. Laura l’ho conosciuta la scorsa settimana ad Amsterdam, alla craft night da Penelope: abbiamo iniziato a chiacchierare, dalla maglia (tu cosa stai facendo, che lana usi, che ne pensi del muro della perdizione di Tosh che c’è nell’altra stanza…) siamo passate a parlare di altre cose e alla fine ci siamo cementate sui libri.
Abbiamo parlato di autori, ultimi libri letti, i su e e giù di Murakami e letteratura per l’infanzia che non è solo per l’infanzia però, anzi il contrario. Lei mi ha consigliato alcuni libri olandesi, io ho perorato la causa di Rodari e poi le ho consigliato un libro che ho comprato a Sara per il compleanno: “La famiglia Sappington”.
Tempo una settimana e Laura mi scrive dicendo che lei, di questi Sappington, non ha trovato traccia. Al che io penso: vuoi che nel paese del dolce sì, dove un film dal titolo “Eternal sunshine of the spotless mind” è stato storpiato e mutilato in “Se mi lasci ti cancello”, non abbiano fatto danno anche nel reparto letteratura?

Colpito e affondato: i Sappington non si chiamavano mica così. Titolo originale: “The Willoughbys” di Lois Lowry. Anche se magari Willoughby non suona bene come Sappington in italiano, mi domando da dove sia saltata fuori la traduzione italiana. Ma soprattutto perché hanno deciso di cambiare così il titolo? Per non destabilizzare le fragili menti dei giovani lettori? O per confondere ulteriormente le idee ai lettori diversamente giovani?

Così, con l’euforia per il balengo e i dubbi sui Sappington, sono tornata a casa e mentre preparavo cena poco ci manca che, insieme al porro, mi affetto pure l'indice: avevo l’iPad appoggiato su uno stand e stavo leggendo il mio feed di Twitter quando becco un retweet che mi lascia completamente senza parole.

Capisco che non si può sapere tutti, ma voi, voi! Amici piemontesi! Voi che avreste potuto mettermi in guardia e avete taciuto!!! Ignavi!!!
A 35 anni suonati ho scoperto che “solo più” e “facciamo che” sono piemontesismi. Come sarebbe a dire che “solo più” lo devi spiegare ai non piemontesi perché al di fuori dei confini regionali nessuno lo usa?!? Ma davvero?
Perché non me l'ha detto nessuno prima!?! Avete idea dello scompenso emotivo in cui sono piombata? E già partivo da una situazione di evidente svantaggio, ora devo riassorbire pure questa botta alla semantica!

La preparazione della cena è stata momentaneamente accantonata, perché oramai il neurone era andato in tilt. Mi sono rivolta al grande oracolo (leggi: ho cercato “solo più” su Google) e pure l’accademia della Crusca mi conferma la piemontesità del suddetto. Ummisignur?!? E ora? Ora me ne vado a dormire, ma domani inizio un sondaggio di opinioni fra i ragazzi della reception e il collega. Penso che con un po’ di pazienza e sana rassegnazione, forse fra qualche mese (o anno) riuscirò ad accettare questa verità.

No comments:

Post a Comment