Tuesday, 18 February 2014

la vita davanti a me

"E' sempre negli occhi che la gente è più triste"
(Romain Gary, "La vita davanti a sé")

Sto leggendo il regalo di natale di Barbara, seduta sul 15 diretto in centro.
E' domenica pomeriggio, il cielo è plumbeo, la vita scorre lenta.
E' una scena un po' vintage, si respira aria di deja-vu tutto intorno, c'è un certo senso di protezione, "ovatta" contro gli attacchi del mondo esterno.
Mi ricorda un po' le domeniche pomeriggio di tanti anni fa. Le cose sono cambiate ma poi mica tanto: la vita va sempre a ritmo di tram, il libro in una mano, gli auricolari con la musica che non è forte abbastanza per proteggermi dalla cafonaggine e ignoranza dei miei compagni di viaggio. Tamarroland-centro solo andata.

Eccomi, sono io a 35 anni suonati, ma potrei essere benissimo io a 15 appena sorpassati.
E' confortante sapere che certe cose non sono cambiate, che sono rimaste a conferma, certezze di qualche cosa non meglio definito in questa vita sabbiosa.

Mi avvio verso Palazzo Madama. C'è una retrospettiva dedicata a Eve Arnold nella corte medievale. La biglietteria è  lenta come al solito e l'illuminazione ancora una volta è stata curata da Stevie Wonder. La mostra però è bella, anzi di più. Merita una seconda visita, magari in un giorno con meno gente.

E' a metà mostra che mi tornano alla mente le parole di Romain.
C'è una foto di Marilyn Monroe. A colori, ritrae l'attrice in penombra: lo sguardo è abbassato, la luce le illumina qualche ciocca bionda, puoi immaginare un lieve sorriso malinconico che le increspa le labbra.
Non riesco a staccarle gli occhi da dosso. Alcuni dei visitatori intorno a me sono chiaramente infastiditi perché mi sono piantata davanti al pannello e non do nessun segno di muovermi.

E' bellissima in questa foto. Dio se è bella.
Così bella non l'ho vista mai. E' stupenda e magnetica. E' un ritratto intimo e triste. Anche se non la guardi negli occhi, lo sguardo lo vedo o quantomeno lo percepisci. Te lo senti addosso e ti ci specchi dentro: un amare di tristezza, malinconia ma anche dolcezza.
Termino di visitare la mostra, poi torno indietro: prima di uscire voglio sentirmi avvolta ancora per un po' in quel misto di sentimenti a cui non so dare un nome. Guardo Marilyn e per un momento penso di comprendere cosa provasse, almeno in quell'istante. Ma soprattutto penso che Momo avesse ragione da vendere.

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