Tuesday, 4 February 2014

tempo di crisi

Ieri sera ho scoperto che la parola "crisi" mi piace.
Non tanto quanto la parola "cioccolato" o "ferie" e forse non si avvicina nemmeno ad "aumento di stipendio" o "canestrello", ma è comunque abbastanza alta in classifica.

Sulla metro ho pensato che io di crisi non so poi molto, anche se potrebbe sembrare esattamente il contrario.
Non è forse una delle parole più comuni delle conversazioni quotidiane? E dei giornali e degli altri mezzi di comunicazione? Non ci stiamo per caso sguazzando tutti in mezzo?

La crisi economica e la crisi delle istituzioni.
Giovani in crisi, vecchi in crisi. La crisi della mezza età e le donne sull'orlo di una crisi di nervi.
La crisi di coppia. La crisi è finita, andate in pace.

Crisi, crisi, crisi... ma de che?
Così, una volta tornata a casa, mi sono seduta alla scrivania e mi sono informata.
Crisi: dal greco [κρίσις], scelta, è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa. 
κρίσις da κρίνω "io decido"
Toh, guarda! Forse voi classicisti farete spallucce, "lo sapevamo già!". E' che a ragioneria ci siamo concentrati più su altri aspetti delle crisi (oh mio amato e incompreso da me e non solo da me Keynes!) e non sul suo etimo. Ma anche voi che fate spallucce, quante volte ci pensate al suo significato originario?

Siamo talmente abituati alle parole, a ripeterle in ogni momento del giorno: così si sono scolorite, le parole, hanno perso sostanza. Le parole sono diventate anemiche, ecco.

Così la crisi a cui penso in modo automatico è quella che coincide con il ristagno e conseguente e inarrestabile peggioramento di una certa situazione o condizione. Ma se la crisi è anche scelta, allora qualcosa di buono porta. Fare una scelta è già di suo positivo perché ti trasforma da oggetto passivo a soggetto attivo. Racchiude in sé la speranza di un possibile miglioramento, la volontà a concentrarsi su una trasformazione in positivo di qualcosa con il segno meno davanti.

Io vivo in crisi da una vita. Forse passo di crisi in crisi con la stessa velocità con cui Casini cambia schieramento politico. Non ho mai pensato alle scelte che ho preso per le mie crisi. Ma ultimamente, con la testa piena di mille idee e pensieri che faccio fatica a mettere in fila, penso che questa crisi in cui mi trovo impantanata mi stai facendo bene.

Mi ha costretto ad aprire gli armadi e dare aria agli scheletri. Ne ho trovati di vecchissimi, alcuni molto familiari, altri che non mi ricordavo nemmeno di avere: questa volta ho deciso di lasciarli all'aria aperta un po' più a lungo del solito, ché almeno loro mi facciano compagnia nella solitudine di tutti i giorni. Ed ecco che ad avere questi scheletri che girano per casa (ma non sporcano e sono davvero educati) mi fa venire voglia di parlare con loro e di loro, di approfondire le cose che non vanno.
Non è per niente facile, lo trovo stancante: a forza di essermi nutrita e aver propinato agli altri parole vuote e ripetitive, adesso quando parlo non mi sembra di essere me stessa. In più se la gente si è abituata ad un certo tipo di parole, se gliene fornisci di nuove, più pesanti, li squilibri. Così ora mi trovo in questa situazione: voglio parlare, voglio dire, ma mi accorgo che le persone a cui voglio parlare spesso non vogliono ascoltare. E ora che si fa? E' proprio una bella crisi, quella che ho davanti.

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