Sunday, 2 March 2014

Chiedimi se sei felice

"I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità. [...]
Ma io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita. La felicità è una bella schifezza e una carogna e bisognerebbe insegnarle a vivere."
(La vita davanti a sé - Romain Gary)

Ah, se Ba non ha azzeccato in pieno il regalo perfetto, poco ci manca! Torno a rimuginare sulle parole di Momo quasi ogni giorno.
All'inizio non me ne sono accorta; ho semplicemente iniziato a leggere il libro, ho continuato fino a finirlo e l'ho messo via. Qualche giorno dopo però, ho ripreso il volumetto dalla libreria e, non so bene il perché, ma l'ho rimesso in borsa. Ogni tanto lo tiro fuori, leggo due righe e lo richiudo.

Ieri mi sono tornate in mente alcune frasi del libro e probabilmente qualcuno all'Unes mi ha scambiata per un'invasata o quanto meno una persona "eccentrica", diciamo: una che davanti ai broccoli surgelati, inizia a frugare nella borsa per tirare fuori un libro e mettersi a leggerlo non  brilla certo come esempio di equilibrio e ragionevolezza.

Tant'è, Gary mi è tornato alla mente perché, anche se sembravo assorta nella scelta del surgelato giusto (tris di verdure, broccoli o spinaci a cubetti? Questo è il dilemma), la mia mente era persa in altre, ben più elevate, seghe mentali.

Io su questa storia della felicità forse ci perdo troppo tempo; molto probabilmente dovrei prenderla meno seriamente, come una cosa non troppo importante: a quanto pare è un argomento che non interessa molti, ma che infastidisce parecchi. O meglio: dovrei parlarne di meno, perché se dico che non sono felice passo per la solita musona e la gente mi dice di rimettermi in sesto, che c'è tanta gente messa peggio di me. Se invece dico che sono felice, mi sento ancora peggio perché dentro di me mi sento l'opposto e pure codarda, visto che non ho il coraggio di dire la felicità.
La gente che mi frequenta forse l'ha capito, perché domande sulla felicità da un paio di anni a questa parte non me le fa più: più sicuro virare verso i diplomatici lidi del "com'è che va?".

Quindi, in mancanza di interlocutori, finisce che ne parlo solo a me stessa: sono un'ottima ascoltatrice, mi interrompo pochissimo e a volte mi do pure ragione.
Così pensa che ti ripensa, guarda in giro e dentro me, eccomi di nuovo a pensare a questa parola. I casi sono due: o è l'ennesimo esempio di inflazione della parola o chi non perde occasione di affermare la propria felicità mente di sapendo di mentire.
Anzi, c'è pure una terza opzione da prendere in esame: rosico d'invidia.

Da dove partiamo? Dalla mia possibile invidia: ho forse questa reazione di forte ostilità, perché so di non essere felice e perché so che non lo sarò mai davvero?
Ci sono ancora molte cose che non conosco di me stessa ma credo di aver capito che quel genere di felicità completa, con quell'aria di pace domestica da cucina grande come Piazza Armi delle pubblicità, con quel (cercare di essere) happy ending holliwoodiano, ecco io non sarò mai in grado di sentirla. Ho un carattere troppo spigoloso per non trovare ridicoli i suoi lati più melensi; ho una malinconia di fondo troppo radicata per non provare angoscia al suo cospetto. Sono troppo ancorata alla praticità, alle beghe di tutti i giorni, alle notizie piccole e grandi per potermele lasciare alle spalle e concentrarmi su me stessa e basta. Sono troppo pigra per non pensare alla felicità come a un lavoro a cottimo: è stancante e non sempre la paga corrisponde alla fatica e all'impegno che si è messo.
Quindi forse in parte sono vittima di un "vorrei ma non posso". Vorrei poter essere "così felice", ma non so come, né perché. Forse ho pure paura di esserlo, perché sarebbe uno stravolgimento totale di ciò che sono: una volta che tutto è perfetto, cosa ti rimane da fare nella vita?

Ma poi, se ti chiedo se sei felice e tu mi dici di sì, ti devo credere? Una delle altre opzioni presuppone il fatto che la gente non sia così felice come vuol far sembrare, m
però non voglia ammetterlo. Se non voglia ammetterlo a sé stesso o agli altri è un'altra questione, ma intanto questa ammissione non c'è.
Se uno si ripete di continuo una cosa, finisce per crederci. Per anni mi sono ripetuta di stare bene, di non avere problemi con il cibo e con i miei stati emotivi, e indovinate un po'? Ho finito per credere a queste mie bugie. Poi le bugie mi sono scoppiate in faccia ed è stato ben peggio, magari altre persone però sono e saranno più "fortunate" o brave di me e non dovranno mai confrontarsi con una situazione simile e potranno continuare a credere a ciò che vogliono.

Rimane la terza opzione: la gente non mente quando parla del suo essere felice, il problema è piuttosto che quella felicità non è più così piena. A forza di ripeterle, le parole diventano inflazionate:sembrano le stesse, ma in reale valgono di meno. Sono slavate, non hanno lo stesso peso, valore e consistenza che avevano all'inizio. Sembrano sempre le stesse, ma a guardarle di taglio si nota che hanno perso spessore.
Quindi la loro felicità è qualcosa di più blando, solo che sembra "di più", come le cosce di pollo gonfiate con le iniezioni d'acqua (queste sono pur sempre considerazioni nate al supermercato).

Alla fine non ho cavato un ragno dal buco; io della felicità ancora non ho capito molto, a parte il fatto che ho capito che non smetterò di pensarci.
Ma alla felicità preferisco la vita, proprio come Momo: con le sue beghe, le sue cose belle e le sue schifezze, con un libro in borsetta e un pacchetto di broccoli surgelati nella sporta.

2 comments:

  1. io so solo che detesto la gente che è sempre felice...mi insospettisce, insomma, credo che ci sia qualcosa che non va. Per non parlare della gente tutta bacini e cuoricini. Sarà che io sono una persona tutta alti e bassi e certe mattine esco di casa con il desiderio di sbranare qualcuno. E concordo che certe parole perdono quasi tutto il loro significato se sono usate a sproposito

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  2. Sapevo che ti sarebbe piaciuto da morire. Piaciuto al punto che sì, viene voglia di riaprirlo, ri-scorrere le pagine, ritrovare le frasi magiche, trascriversele. Forse questo "cercare" frasi di verità è il nostro modo di intendere la felicità, scovare ciò che per noi è autentico, ciò che corrisponde al nostro sentire. E Momo sente come me, ma evidentemente anche come te. Avremo tempo per parlarne, molte ore...

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