Wednesday, 19 March 2014

Il bene e il male ad Amberville



E' la copertina che mi attrae a prima vista. Poi il nome inglese dell'autore. Negli scaffali di letteratura scandinava? E come ci è finito? Si sarà sbagliato il bibliotecario?

Qualunque dubbio possa avere avuto sul prenderlo in prestito o meno svanisce davanti alla quarta di copertina: "Amberville" è stato scritto da Tim Davys.
Tim Davys, recita per l'appunto l'esilarante quarta di copertina, è lo pseudonimo del vero nome. Tim Davys non avesse fatto lo scrittore, da grande avrebbe fatto il lettore. Dovrebbero essere scritte tutte così, le quarte di copertina.
Io di mio, non avessi fatto la lettrice, da grande mi sarebbe piaciuto fare la scrittrice, ma credo che mi sarebbe risultato molto più difficile di quanto sarebbe stato per Davys fare il lettore.

E' descritto come thriller, il che è quasi prevedibile: a giudicare dal numero di gialli provenienti dai paesi scandinavi, è inevitabile chiedersi se la ragione per cui non sono molto popolati sia legata all'elevato numero di efferati omicidi (per quanto quasi tutti risolti) piuttosto che a caratteristiche geo-climatiche. E' come una lunga serie di Cabot Cove, sprovviste però di una signora Fletcher d'ordinanza.

Eric, il protagonista di questo romanzo, un giorno vede la sua vita perfetta di pubblicitario di successo con bella moglie artista e casa di lusso messa in pericolo da Nicolas, un boss della malavita organizzata, una vecchia conoscenza rispuntata a ricordargli il suo passato criminale.

Fin qua tutto normale. Solo che Eric di cognome fa Orso e Nicolas Colomba. E sono due animali di pezza.

Tutti i personaggi di Amberville sono animali di peluche: l'idea di un thriller alla Raymond Chandler interpretato da conigli, corvi, cani, pinguini di pezza ha un certo fascino, l'assurdità che provoca immaginare scene cruente con dei dolci animaletti con le manine tozze e "pacioccone", le descrizioni di come l'imbottitura esca a fiotti al posto del sangue mantengono l'interesse e l'attenzione alti. Fino a un certo punto per lo meno.
La storia purtroppo si perde un po', alcuni capitoli e personaggi introdotti dopo la prima parte appaiono slegati rispetto al resto della storia, la parte finale è trascinata forse un po' troppo per le lunghe, ma forse acquisteranno più senso nella trilogia a quattro libri di cui Amberville è il primo capitolo.

Alla fine non sono così sicura che sia un thriller. La base di partenza è quella, ma dopo poche pagine si capisce che è una scusa, o forse un palcoscenico poco appariscente per parlare di altre cose: cosa sono il bene e il male? Qual è il rapporto fra queste due forze? Come reagire di fronte alle scelte difficili che la vita ci propone ogni giorno?
Teddy Orso, il fratello gemello di Eric, sceglie la via del bene assoluto: nessun compromesso, ma una vita moralmente al di sopra del male. Ma non è così facile, perché, come dice Teddy, il male è sociale e vivendo all'interno di una società è impossibile evitarlo. Come confida a Eric, Teddy paga questa scelta: "Ho dei problemi. Con la vita, Eric. E' difficile essere buoni." 
Il male parte da una posizione di vantaggio: "Il bene non cerca niente, dal momento che sa a priori che cosa è buono. Se il male è dinamico, mutevole e stimolante, il bene è, per dirla tutta, noioso.”

Eric, per quanto il protagonista, non è il mio personaggio preferito. Questo premio virtuale se lo spartiscono a pari merito due altri personaggi, Iena Bataille e Tom-Tom Corvo.
Iena Bataille è uno di quei personaggi che compaiono senza una spiegazione apparenta, all'improvviso a metà romanzo. La narrazione e la prospettiva cambiano in maniera così drastica che sulle prime sono rimasta confusa e ho dovuto rileggere alcune pagine per cercare di capire cosa stesse succedendo. Dopo essere riuscito a risalire dalle stalle fino alle stelle, la caduta ben sotto le stalle è stata tremenda per Iena: la sua disperazione per quello che ha perso è stata eliminata dall'odio e dal risentimento, tanto che ho provato una certa sensazione di comprensione e solidarietà nei suoi confronti, il che rende più complicato accettare i suoi comportamenti crudeli. 
E' il personaggio che ha probabilmente la battuta più affascinante del romanzo, il che non è poco: "Ma sai," aveva detto Bataille, [...], "io sono fatto di tempo."

Tom-Tom Corvo invece è il "miglior amico" (in mancanza di una definizione migliore) di Eric Orso. Anche il corvo, come Eric, si è rifatto una vita e all'inizio del racconto lavora come commesso in un grande magazzino. Ma non esita un secondo ad abbandonare tutto per aiutare Eric, anche se mi rimane il dubbio se questa sia stata una scelta più egoista o altruista.
Tom-Tom è capace di ripiegare i tovaglioli in maniera complicata ed elegante con la stessa facilità con cui si lascia andare a scatti di violenza incontrollata e cieca.
Ma soprattutto Tom-Tom lavora a maglia. 
In una scena, mentre è appostato in macchina, Tom-Tom passa il tempo lavorando a un maglione blu mare con dei teschi bianchi sulla schiena: deve contare i punti al diritto e al rovescio e fare attenzione perché alla trentacinquesima maglia in bianco deve cambiare colore ed è proprio mentre sta contando se ha fatto trentadue o trentatré punti che il camioncino che doveva trovare passa lungo la strada.
Quante erano le possibilità di entrare nella biblioteca di zona, scegliere un libro a caso e prendere proprio quello in cui uomo dei personaggi chiave è un corvo di pezza che lavora a maglia?!?

"Amberville" di Tim Davys è edito da Bompiani e lo trovate in libreria. Se siete di Milano da sabato mattina lo ritroverete pure nella biblioteca di zona di Lambrate: prima di sabato, non penso di riuscire a passare a restituirlo.

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