Monday, 24 March 2014

Il caffè del sabato sera

Non sono una grande fan di Starbucks, ma gli riconosco alcuni meriti: il wi-fi gratuito e la possibilità di passarci delle ore senza che nessuno venga a chiederti nulla, a meno di non essere prossimi all'orario di chiusura.

Qualche tempo avevo visto delle foto di alcune tazze usa-e-getta di Starbucks con delle frasi scritte sopra; faceva parte di "The way I see it", una serie di frasi e pensieri di scrittori, filosofi e persone famose.

La frase in questione é dello scrittore statunitense Augusten Burroughs:
"I used to feel so alone in the city. All those gazillions of people and then me, on the outside. Because how do you meet a new person? I was very stunned by this for many years. And then I realized, you just say, "Hi." They may ignore you. Or you may marry them. And that possibility is worth that one word.

La mia prima reazione era venata di una buona dose di cinismo: "Augusten, tu non hai mai potuto ammirare il terrore e l'indecisione dovuta a un comportamento così fuori dall'ordinario per un londinese, come dirgli ciao e scambiare quattro parole con lui. Non hai mai potuto osservarlo alla ricerca di una via di fuga quando sorridi senza motivo: sarà mica una psicopatica, questa qua?"

Poi però mi sono venire in mente tutte quelle volte che ho scambiato quattro chiacchiere con qualcuno in stazione quando la Southwest Trains cancellava un treno, al pub o al mercato. E agli sguardi d'intesa per qualcosa di divertente che stava capitando sul vagone della metro. E al cantare "Redemption Song" con il mendicante stonato di Stockwell.

E allora il dubbio mi è sorto: o io e Augusten partivamo da due concetti un po' diversi di "incontrare nuove persone" o io finivo con un terzo risultato non contemplato dalla sua frase.

Io le persone le incontro, ma alla fine è una sensazione di mitigata solitudine che non si protrae nel tempo, ma che dura solo per pochi attimi dopo che l'incontro è avvenuto. Se non abbia incluso questa terza opzione per motivi letterari o perché non gli è successo mai, questo non lo so.

La frase mi è tornata in mente sabato: incasinata per la partenza, stavo cercando di finire tutte le commissioni, fare la valigia e allo stesso tempo non perdermi nelle troppe seghe mentali che ti porta un sabato noioso e piovoso come quello appena passato.

E all'improvviso ecco che succede l'imprevedibile: inizio a parlare con un ragazzo che lavora in un negozio, facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo che la macchinetta del bancomat faccia il suo dovere e quando me ne vado mi saluta sorridente e mi stringe la mano. Ce n'è abbastanza per sconvolgere l'equilibrio del mondo meneghino così come lo conosco. Era un sorriso onesto, fatto senza alcun motivo secondario. Un sorriso e basta.

Poi sulla via del ritorno verso casa non mi accorgo di nulla perché sono presa a scambiare messaggi, e mi viene da ridere a certe battute lanciate qua è la nelle chat comuni.

Prima di rientrare a casa devo passare al bancomat, perché altrimenti il taxista per Linate il mattino dopo come lo pago? E la serie di curiosi eventi continua. Davanti al bancomat c'è un ragazzo al telefono. Il bancomat gli ha mangiato la tessera. Sta cercando di capire che fare con il servizio clienti. Fra un "no, non mi metta in attesa un'altra volta" e un "ok, mi dia il numero da chiamare" scambiamo quattro battute fra noi. Cerchiamo di capire se possiamo fare qualcosa, "ma se provassimo a fare ctrl+alt+canc?"
I tasti ci sono sulla tastiera del bancomat ma non funzionano, "e allora che diavolo li hanno messi a fare?". La domanda rimane senza risposta al momento attuale.

Pulsanti on/off non ce ne sono, ogni tanto il bancomat emette dei rantoli che noi all'inizio interpretiamo come deboli segni di vita, ma la speranza muore presto. Io lo saluto e gli auguro buona fortuna, lui fa altrettanto.

Mi avvio al bancomat successivo con il timore che pure quello mangi le tessere. Sabato sera, mi preparo un caffè e ripenso alla mia giornata: mi sentivo meno sola del solito, sapevo anche che era una sensazione temporanea e non del tutto vera, ma ero pure cosciente di avere deciso di ignorare questa porzione di verità. 
Forse era questa sensazione che descriveva Burroughs, solo che lui è in grado di descriverla con parole migliori. Però io il caffè lo faccio molto più buono di quello delle sue tazze usa-e-getta.

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