Thursday, 15 May 2014

Uno sguardo sulla Cina


Ho rimandato, ci ho pensato poi ripensato, ma ancora non sono del tutto sicura su cosa e come scrivere della Cina.
Una settimana prima della partenza, con l'acume e un senso dell'intuizione che pure Sherlock si sogna, ho iniziato a rendermi conto che stavo, ecco, per partire di lì a breve. Ho fatto finta di nulla finché a tre giorni dall'ora ics mi sono resa conto di non poter più negare l'evidenza, ma mi sono anche rincuorata con la confessione di Barbara: anche lei non era pronta. Ottimo. Ce la possiamo fare. 
Siamo arrivate a Malpensa un lunedì d'aprile senza una guida o uno straccio di idea di cosa avremmo fatto nelle due settimane a seguire.

Quando durante le vacanze di Natale avevamo deciso di partire, io mi ero ripromessa di ripassare un po' di cinese: nei mesi successivi il ripasso si è ridotto a riascoltare i CD di Wang Fei e riguardare "Chongqing Express", che è in cantonese con sottotitoli in inglese; utilità per un viaggio a Shanghai e Pechino? Sotto zero.


Io sospetto che una parte di me avesse pianificato e preparato nei minimi dettagli questa mia impreparazione.
Ero spaventata all'idea di ritrovarmi in posti che conoscevo ma di non riconoscerli. Avevo paura di confrontare ricordi e realtà; in più non ero sicura di chi volevo che ne uscisse vincitore.


Vivere in Cina è stata (finora) la più forte esperienza di amore-odio di tutta la mia vita. E per questo mi è sempre riuscito difficile parlarne: come fai a mettere su carta (o su bytes, in questo caso) dei sentimenti così forti, irrazionali, estremi e contrapposti? O meglio, come farlo senza passare per una sconclusionata o una psicopatica?

C'erano giorni in cui mi svegliavo in piena armonia con tutto quello che mi circondava: pedalavo fino a lezione, andavo in mensa, mi perdevo per gli hutong e tutto si incastrava alla perfezione. La sera spegnevo la luce, mi addormentavo con un sorriso e, quando al mattino riaprivo gli occhi, odiavo tutto ciò che mi circondava: odiavo Pechino, non ne sopportavo gli abitanti, detestavo le loro parole e quella loro "r" retroflessa, che se non l'aggiungi alla fine di ogni parola non capiscono cosa gli stai dicendo e ti guardano come se gli stessi parlando in greco antico.


老外来了, arriva la straniera.
La straniera se ne va, 老外走了.
Odiavo parlassero di me come se non esistessi, manco fossi un complemento d'arredo urbanistico, con lo stesso riguardo che dedicavano a un semaforo: praticamente zero, come può testimoniare chiunque abbia mai avuto a che fare con il traffico in una metropoli cinese.

Tornare in Cina dieci anni dopo aver provato tutto ciò un po' mi frastornava: l'avrei vista con occhi nuovi, certo, ma non completamente obiettivi. A questo punto è entrata in gioco, volente o nolente, Barbara.
Barbara non parla cinese e fino allo scorso mese non era mai stata in Cina. 
Interrogata oggi sul viaggio lo negherebbe, ma dopo due settimane di parole di cinese ne sapeva quattro, solo che continua a dimenticarsi di sapere pure dire "zaijian".
Comunque, a differenza di alcuni turisti incontrati per strada, sa la differenza fra yuan e yen, anche se tende a chiamare i primi "raminghi", invece che "renminbi". Ma forse ha ragione lei perché a ben pensarci, i raminghi nella terra di mezzo ci stanno bene, lo diceva pure Tolkien.
La Cina in un certo senso l'ho rivista con gli occhi di Barbara, con il suo stupore e la sua frustrazione, con le occhiate complici e terrorizzate che ci scambiavamo quando sentivamo qualcuno accanto a noi preparai per lo sputo del secolo (1-2-3...)
Con Barbara accanto che non si capacitava di quello che ci succedeva intorno, specie quando eravamo in una non-coda, è stato più facile osservare la Cina. Avevo un bel dire "eh sai, sono fatti così, è una cultura diversa", come se in questa frase ci fosse la chiave per capire il paese e la sua gente. Mi sono ritrovata ad altalenare fra il tentativo di capire tutto razionalmente e la scelta di accettare tutto irrazionalmente.

Gli occhi di Barbara mi hanno permesso di attutire l'impatto dei ricordi, a ricordarmi delle cose belle e cercare di controbilanciare quelle brutte. Mica è così facile però: per un tassista gentile che ti racconta dei suoi amici e di bevute di ergoutou, ne trovi almeno due che ti guardano male e fanno finta di non capirti. 
Per una persona che ti osserva come fossi un agente al servizio dei capitalisti corruttori morali della società (ma che, davvero?), c'è qualcuno che ti sorride (dopo la prima occhiata di stupore, ovviamente).

E' passato un mese dalla partenza: non ho ancora finito di mettere a posto le foto, ma sono a buon punto; le cartoline sono arrivate; mia nipote ha voluto imparare a scrivere i numeri in cinese; un po' mi manca, la Cina: ma forse è perché ero in ferie, camminavo tanto e ho conosciuto delle belle persone. 
Pechino è cambiata tantissimo, ma in molte cose non si è mossa di un millimetro. A Shanghai i palazzi sono cresciuti ancora di più, se possibile, ma tanto non li riesci a vedere per via dello smog.
La gente gira con il naso attaccato ai cellulari in metropolitana e sembra più interessata agli status symbol che ad altro. Ma ti basta girare l'angolo e ti trovi il gruppetto di anziani che fa ginnastica o lezione di ballo.

Ho pensato che se avessi fatto decantare con calma quei giorni, mi sarebbe riuscito più facile scrivere di questa sensazione di immobile evoluzione che sembrava percorrere le strade cinesi. Ma non è andata così: ancora brancolo nel buio e dovrò pensarci un po' più a lungo; nel mentre, comunque, voi potete fare come me e vedere la Cina attraverso gli occhi di Barbara, leggendo la prima parte del resoconto della mia compagna di viaggio.

2 comments:

  1. Cara Virgi,
    grazie. E' vero, è come se lo smog cinese avesse imbrigliato i nostri ricordi nella sua densità. Ma via via che emergono, penso che in quel paese strano abbiamo fatto un'esperienza bellissima. A presto!

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  2. Lo smog era davvero pesante, e noi non avevamo la maschera giusta per affrontarlo! Ma confido che le nebbie si diradino sempre più.

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