Wednesday, 25 June 2014

Censura all'acqua di fonte

Sulla metro finisce sempre che penso alle parole. Sono importanti, le parole: hanno un loro peso specifico, dimensione, massa che non vanno mai dimenticati.
Ed è così facile pensare alle parole sulla metro, visto che ne è piena che quasi scoppia; la gente che chiacchiera al telefono (non fra di loro, non sia mai che il milanese imbruttito sfoggi segnali di empatia con il vicino di sedile), le pubblicità, gli annunci che si scusano in due lingue (italiano e pseudo-inglese): non c'è via di scampo.

E' sulla metro che mi riporta a casa che mi trovo a pensare a una parola su cui ho rimuginato molto in questi giorni.
La parola è "censura".

La maestrina dalla penna rossa che è in subaffitto in me inforca i suoi finti occhiali da hipster (che con tutte le rate che ho pagato per estinguere il debito del laser agli occhi ci manca solo più che abbia bisogno pure di occhiali veri) e vi copia e incolla qua parte della definizione di "censura" tratta dal vocabolario Treccani:
Censura s. f. [dal lat. censura «ufficio di censore; giudizio, esame»].
[...]

b. Controllo che in periodo di guerra (e, in qualche nazione o in determinate contingenze, anche in tempo di pace) l’autorità politica e militare esercita sulla corrispondenza proveniente dall’estero o da zone militari, o ivi diretta, e anche sulla corrispondenza fra privati in genere, per impedire lo spionaggio o la diffusione di notizie militari o depressive del morale delle truppe e della popolazione civile, quando non sia addirittura rivolto (come avviene in paesi a regime totalitario) a reprimere la libera espressione e circolazione delle idee.
[...]
Lunedì mattina la parola censura è comparsa davanti ai miei occhi mentre saltellavo su Twitter fra un hashtag e l'altro, durante un momento di stacco dal lavoro, relazione a una notizia che riguardava Milano. 

L'antefatto: una nota marca italiana deve promuovere un suo prodotto. Come fare? Semplice: tappezzando l'intero sistema della metropolitana di Milano con delle pubblicità che si focalizzino sui meriti e pregi del proprio prodotto. 
Ora immaginiamo di cancellare ogni parola utilizzata nella pubblicità e basarci solo sulla foto per capire quale sia l'oggetto del contendere: non so voi, ma io direi che si tratta un rivenditore di mutande che fa una pubblicità di pessimo gusto usando un fondoschiena fotoshoppato e pure male e che riprende una pubblicità di altrettanto pessimo gusto di una ventina di anni fa. 

E invece no, è una pubblicità di un "nettare di frutta" in pura acqua di fonte.

Fin qui, alla fine non sforiamo dal solito, triste e deprimente sessismo di cui molte pubblicità vanno fiere.
L'ho vista anche io questa pubblicità, campeggiare in cartelloni grandi come il Cenacolo di stazione in stazione e devo ammettere di aver scosso la testa rassegnata perché che altro potevo fare o dire?
Al massimo potevo constatare che la pubblicità italiana è veramente in crisi visto che in vent'anni non è riuscita a tirare fuori nient'altro se non un paio di chiappe (e qui lascio campo libero a tutte le vostre interpretazioni più maliziose).
Beh, è successo che l'hanno vista pure in Comune il vicesindaco e altri, e loro, invece che riflettere sulla devoluzione creativa italiana, hanno chiesto di far sparire quegli obbrobri.  

Ed è a questo punto che scatta la parola censura, che viene utilizzata per descrivere la rimozione dei cartelloni. La pubblicità non è stata rimossa, no! E' stata censurata.
Non l'hanno tolta perché gretta, sessista ecc. no! L'hanno censurata.

Ma le parole hanno un peso, miseria!
Censura, censura, censura: ripetila ad alta voce, la parola, ma non lo senti quanto pesa la "censura"? Porta con sé in dote altre parole come oppressione, limitazione, controllo; non la puoi usare con la stessa leggerezza con cui usi la parola "campanello" o "gessetto".
Come fai ad appiccicare la parola censura a questa notizia, pensaci un attimo su prima di scrivere! Davvero la pubblicità è stata censurata?
Il diritto alla libera espressione e circolazione delle idee è venuto a essere limitato?
Secondo l'amministratore delegato della Sant'Anna, almeno a voler leggere ciò che ha dichiarato ai giornali, non c'è "nulla di particolarmente offensivo" e alla fine si tratta di "un autogol del comune".
Davvero chiedere la rimozione di un paio di chiappe che pubblicizzano un succo di frutta corrisponde almeno semanticamente a pratiche dittatoriali, a quello che i giornalisti e gli attivisti politici devono subire in molte parti del pianeta?

E' sconsolante sotto talmente tanti punti di vista che non so da quale iniziare la mia disanima. Ed è per questo che ho deciso di fare un'altra cosa. Ecco quindi una disanima approfondita del messaggio che ovviamente io, in quanto bacchettona repressa, non ho saputo comprendere di questa pubblicità, palesemente non lesiva della dignità della persona:
  1. Il gusto pieno della frutta non si trova dal contadino a km 0. Si trova in un paio di chiappe, preferibilmente femminili.
  2. Quando mia mamma dice che la frutta che compri è una merda, forse non ci va troppo lontana.
  3. A guardarla bene, la pubblicità non lede la dignità delle donne in particolare o delle persone in generale: o il mouse l'aveva in mano Stevie Wonder o è la foto del sedere di una barbie. Io punto per la seconda ipotesi. Se il soggetto della foto è una Barbie, quindi al massimo si è andata a ledere la dignità di un cattivo modello per le bambine.
Potrei anche continuare con il punto 4, in cui suggerisco la prossima campagna della Sant'anna con i fondoschiena del consiglio di amministrazione di mutandona fantozziana o della faccia, tanto lato A e B a volte sono uguali o al massimo remix della stessa canzone.
O il punto 5, in cui ricordo a certi figuri di come sia dignitoso far la pubblicità con il culo degli altri, ma mai con il proprio o quello della propria madre/sorella/moglie/figlia, ma qui starei a sottolineare ulteriormente la loro viscida ipocrisia.

O il punto 6 in cui...
No, non mi censuro, ma il punto 6 e quelli a venire li lascio a voi: vi passo un testimone virtuale.
Mi fermo qui perché sono frustrata, nervosa e arrabbiata e quello che voleva essere un post di dieci righe si è trasformato in qualcosa di diverso. Questo post un po' sconclusionato e altalenante lo voglio gettare nel mare informatico con un piccolo pensierino: ogni giorno leggiamo di violenze sulle donne, piccole e grandi (sia le donne che le violenze); ogni giorno siamo testimoni di atti di sessismo, dal collega che in ufficio non ti considera e non ti rispetta solo perché sei donna allo sconosciuto che pensa sia un suo sacrosanto diritto importunarti e molestarti per il semplice fatto che il caso ha voluto tu gli passassi accanto.
E la gente comune, a lungo andare, si abitua; io faccio parte della gente comune e cosa faccio? Tiro un sospiro rassegnato, alzo gli occhi al cielo, ma poi vado avanti, perché penso che le battaglie vere sono giù grandi di quel cartellone lì. E come me, tante altre persone bofonchiano qualcosa e vanno avanti, perché tanto non c'è nulla da fare.
Ma non è così: perché se tu sei un papà che alza le spalle, chiediti chi la difende la tua bimba, a 16 come a 40 anni, da quelli che la vedono come una portatrice sana di fondoschiena e basta.
Perché se tu sei una donna in carriera e pure in corriera, non basta dire che vai di fretta. Fermati davanti a quel cartellone, come di fronte a molti altri, e pensaci un attimo a come la società ti rappresenta. E poi fai qualcosa, nel tuo piccolo, come una formica ma fai qualcosa. 
Ad esempio, potresti risparmiare sull'acqua in bottiglia e sui nettari di frutta. Tanto, a giudicare dalla pubblicità, sono comunque fatti col culo. 

No comments:

Post a Comment