lunedì 2 giugno 2014

Le schiacciabottoni e altri lavori

Nel dormitorio dell'università c'erano un paio di ascensori. 
In ogni ascensore sedeva una schiacciabottoni.

Le schiacciabottoni erano incaricate di premere i bottoni dell'ascensore.
Erano una serie di donne dall'età e dai tratti indefiniti: alcune giovani, altre vecchie, alte e basse, magre e grasse. In comune avevano tutte un'aria apatica e rassegnata ai fatti della vita.

Non sorridevano mai.

Avevano sempre gli occhi chiusi a mezz'asta e non parlavano: la loro lingua si era come atrofizzata ed era diventata un insieme di suoni biascicati, trascinati per inerzia dal palato.
Stavano sedute tutto il giorno su una sediolina, leggendo riviste stampate su carta di pessima qualità o guardando nel vuoto.

Le notavi a fatica o forse di imponevi di non notarle perché questa piattezza era un po' inquietante, specie se avevi avuto modo di conoscere il loro lato oscuro.
Le schiacciabottoni erano infatti esseri indifferenti ed anonimi finché non venivano provocate. E c'era una cosa, una cosa soltanto, in grado di trasformarle in Gorgoni spaventose.
Io avevo scoperto cos'era questo qualcosa, per puro sbaglio, ovviamente. Ero andata a trovare Franceschina, ero salita in ascensore persa nel mio mondo e, senza pensarci troppo, avevo premuto il pulsante.

Non.
L'avessi.
Mai. (e poi mai)
Fatto.

La schiacciabottoni è stata colta da una metamorfosi talmente violenta e improvvisa da far impallidire quella di Hulk e ha iniziato a urlarmi contro di tutto. Purtroppo, abituata a biascicare solo poche frasi, "Benvenuto", "A che piano?", "Arrivati al piano numero...", la poveretta aveva perso la capacità di scandire le parole, per cui pure le urla uscivano dalla sua bocca appiattite. Dopo l'iniziale reazione di sconcerto, ci avevo riso su. E avevo smesso di prendere l'ascensore, per paura di rincontrare la schiacciabottoni offesa armata di ascia.

Ora la capisco un po' di più, la schiacciabottoni. O per lo meno, capisco il motivo della sua presenza lì. Ci ho ripensato di nuovo sabato in coda all'aeroporto di Istanbul. Non mi ricordo bene in quale delle interminabili code (metal detector all'entrata, bagaglio, passaporto, controllo di sicurezza, scan della carta di imbarco), ma di tempo per pensare alla mia schiacciabottoni ne ho avuto, visto che ci ho messo più di due ore per superare tutte le code.

Il fatto è che la società ha bisogno delle schiacciabottoni. Se non avessero avuto quelle sedioline sull'ascensore, dove sarebbero state? A spasso probabilmente. Fuori a domandarsi come godere della bellezza di Pechino senza uno stipendio. Fuori a chiedersi come ottenere quel qualcosa in più, a pensare a chi ha più di loro. Invece se passi la vita a "sgnaccare" bottoni, la tua possibile irrequietezza sociale e politica viene a essere anestetizzata. 
Così, anche in Turchia, hanno implementato dei lavori simili. Capisco benissimo il bisogno di garantire la sicurezza, ma perché allora l'aeroporto di Istanbul è stato il posto in cui finora mi sono sentita meno sicura? Già di mio, non sono una grande amante degli aeroporti, ma quello di Istanbul li ha battuti tutti. Forse perché, al di là del fare i controlli, vedevo un mucchio di gente che faceva lavori di per sé inutili. Quante volte bisogna mostrare all'addetto con lo scanner la propria carta di imbarco? Eppure ha visto il suo collega passare la mia carta solo cinque minuti prima. Cos'è? Temono sia scaduta perché nel frattempo sono andata in bagno? 
Loro non sono lì per assicurare ai viaggiatori un viaggio tranquillo, né per garantirne la sicurezza. Loro sono lì per leggere quei codici a tutti quanti, due o tre volte a seconda di quanto tempo abbiano i viaggiatori per fare una passeggiata al duty free o una tappa bagno prima della partenza.
Ma forse è meglio tenerli qua, questi ragazzi, piuttosto che lasciarli in giro per Istanbul con il rischio che bighellonando qua e la finiscano in piazza Taksim.
Loro non hanno la faccia apatica delle schiacciabottoni di Pechino, ma le loro voci e le loro facce sono blande e anonime, ormai già sbiadite nella mia memoria; fra qualche anno forse li avrò dimenticati o forse gli avrò battezzati con un nomignolo per ricordarmeli: purtroppo l'unico nome con cui li definisco ora nella mia mente, gli scannerizzatori di Istanbul, è francamente patetico e ricorda molto un film horror anni Settanta.

2 commenti:

  1. un misto di tenerezza e pena per le schiacciabottoni che difendono la dignità del proprio lavoro da gente troppo intraprendente che schiaccia i tasti da sola....
    Mio zio andava per lavoro nella Russia socialista e raccontava di certi incaricati piazzati all'ingresso dei bagni aziendali che ti consegnavano i foglietti di carta igienica, e a cui dovevi dire in anticipico quanti ne volevi...

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  2. Sono d'accordo con te, questa gente troppo intraprendente che schiaccia bottoni quando dovrebbe tenere le mani in tasca! :-D
    Purtroppo questo tipo di lavori sono piuttosto comuni in certi regimi, ma non è che negli altri paesi ci sia molto di cui gioire su questo fronte.

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