Monday, 8 September 2014

pensierini sparsi

È Settembre.
Le rondini migrano a sud.
La gente vendemmia.
I/le blogger tornano dalle ferie con un surplus di energie e buoni propositi.
E con questo ho raggiunto la mia quota mensile di luoghi comuni.
Ora aggiungo pure una foto per completare l'opera. Voilà!


La mia estate non è stata propriamente l'ortodossa estate media italiana, d'altro canto non lo è più da tanto tempo ormai, e io tutto questo entusiasmo del "ricominciare" proprio non lo sento.
Deve essere la mia base da bastian contrario ma di fronte a questa esplosione di positività e creatività mi chiudo a riccio e reagisco in maniera estremamente misantropa.
Forse, come mio solito, mi sto facendo troppe paranoie. Anche questa è una mia non troppo sana abitudine che porto avanti da tanti anni. Eppure di spunti di riflessione e cose da raccontare sono circondata, e allora cose che mi frena? Credo che il conclamato terrore dei refusi scampati al correttore automatico e al correttore ortografico del MacBook mi faccia tirare il freno a mano di fronte al post seriale e compulsivo, ma non può essere solo questo.

Allora, visto che non ho buoni propositi, nuovi spunti, inizi o iniziative con cui illuminare le 4 persone che ancora si incaponiscono a leggermi, vi voglio raccontare una storia.
Anzi no. La storia ve la racconto dopo.

Prima voglio ringraziare le suddette 4 persone che ancora si incaponiscono a leggermi: se quando mi fate i complimenti a quattrocchi sembro scostante o poco felice, beh non lo sono, anzi è tutto l'opposto. I complimenti mi fanno molto piacere ma allo stesso tempo mi gettano nel panico: vengo da una lunga tradizione di understatement piemontese, quel tipo di educazione per la quale le cose vanno fatte bene perché è questo l'unico modo accettabile in cui farle, tanto meglio se si aggiunge una una soddisfazione intima e basta; i traguardi raggiunti non vanno sbandierati troppo perché sta male.

Se passi una vita a non ricevere complimenti perché "quello che hai fatto è il minimo che avresti comunque dovuto fare", credetemi, al primo "sei stata brava" da una persona che non conosci magari benissimo, ma alla cui buona opinione tieni tanto, il cervello va in corto: le sinapsi assumono la forma di urlo di Munch e con una vocina da particella d'acqua Lete ti gridano nelle orecchie: "E ora che facciamo? Che facciamo? Che facciamo? Aiuto! Mamma!"
Ecco, io ai complimenti ancora non ho imparato come reagire. Mi fanno piacere ma non so esprimermi, perché tutte le frasi di risposta mi suonano "false e cortesi" e pure presuntuose: allora piuttosto abbozzo un grazie stentato e poi sto zitta.

Ecco, ora vi voglio finalmente raccontare una storia. Storia di vita vissuta, neh, mica bruscolini o pettini per bambole usati sui baffi dei gatti.
Alle superiori non sarò stata la più simpatica della classe, nè la più furba, ma avevo capito che il modo migliore per continuare a farmi gli affari miei, giocare al gioco del 100 e soprattutto leggere Pennac durante le lezioni era capire cosa volessero da me i singoli professori.
Non ero in grado di capire chi fra i miei compagni di scuola mi stesse prendendo per i fondelli, ma i professori erano libri aperti: i miei preferiti erano quelli lineari e onesti, quelli che non facevano gli amiconi o i gggiovani, ma volevano semplicemente impegno e studio. C'erano le perle rare, come la prof di lettere e storia del terzo anno capace di far abbandonare la lettura di "Cioè" anche le takethattiane più sfegatate.

In quarta superiore, mi erano bastati un tema e un'interrogazione di storia per inquadrare la nuova docente di lettere: la professoressa assegnava dei temi dai titoli tremendi, vuoti e io mi vedevo costretta a riempire almeno un intero foglio protocollo di parole vuote. Faceva domande allucinanti alle interrogazioni, ma non mi fregava.
Io sapevo che a lei importavano solo il primo e l'ultimo paragrafo.
Del tema o del capitolo da studiare, la prof valutava solamente in base a quella ventina di righe.
Ovviamente avevo subito ricambiato la mia produzione scolastica ed ero diventata bravissima a scrivere un inizio scoppiettante del tema, a cui facevo seguire tre pagine di "bla bla bla" per poi concludere con un paragrafo altrettanto buono.
Lo facevo per il quieto vivere e perché sapevo che superate le 3 pagine e mezzo di scritto in calligrafia media (spaziata ma non troppo, per non far scattare il sospetto che la stessi prendendo in giro) scattava il sette.
Delle tre ore assegnateci per il tema, riuscivo così a ricavarmi due ore durante le quali scrivevo quel che più pareva a me sui fogli di brutta. Buona parte della mia corrispondenza con Gill di quell'anno è stata un gentile omaggio delle tre ore di tema.
Sapevo che alla professoressa non interessava che io esponessi i miei pensieri e le mie idee in maniera interessante (a Gill invece interessavano eccome); le interessava piuttosto che io non commettessi strafalcioni grammaticali e argomentassi le mie idee secondo il suo punto di vista. Sapevo che impegnarsi a esporre le proprie idee in maniera personale e originale non mi avrebbe fatto guadagnare nulla se non un sei scarso e infinite discussioni; ma io di discussioni infinite non ne volevo fare: ne avevo già diverse in corso nella vita extra-scolastica, le sue ore di lezione erano le mie ore di cessate-il-fuoco cerebrale, perché rovinarsele?

Nel corso degli anni ho spesso ripensato a quei temi: mi sono chiesta se la mia decisione del tempo, quella specie di bandiera bianca sul versante della critica e della libera espressione sia stata la migliore, la più saggia scelta che avessi potuto prendere. Ai tempi mi sembrava tale: era un ennesimo modo di amalgamarsi alla visione che gli altri avevano di me, non scontentavo nessuno e potevo continuare a vivere tranquilla e fare ciò che mi interessava davvero.

Non li rimpiango però, ecco, penso che avessi fatto quei temi come andavano veramente fatti, avrei acquisito delle doti che oggi, di fronte alla schermata bianca di TextEdit, vorrei tanto possedere. Però, di contro, ci avrei messo molto, ma molto di più a finire Dostoevskij.

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