Wednesday, 24 December 2014

La verità sul Quebert e altri casi (letterari)

“Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito - Harry Quebert”
(Joël Dicker, La verità sul caso Harry Quebert)


A voler dar retta a uno dei suoi protagonisti, questo libro non mi è piaciuto un granché.

Molti mesi fa ero a Porta Garibaldi, in Feltrinelli: non volevo comprare nulla, solo fare un giro per ammazzare il tempo che mi separava dal treno per Torino. Ero alla ricerca di un’idea, un libro in cui investire un credito residuo per un e-book. Ed eccolo lì, accatastato in una pila che assomigliava pericolosamente alla torre di Pisa, il libro di Dicker: un bel tomo, con lodi sperticate stampate sulla quarta di copertina e una fascetta che ne declama i premi e i successi.

E ho pensato, “perché no?”. Seduta sul treno, ho usato il codice e scaricato il libro. L’ho capito dopo poche pagine, ma ci ho messo mesi ad ammettere che un no c’era eccome.

Ci ho messo tanto a finirlo e più di una volta sono arrivata al limite dell’abbandono con vaffa incorporato. Ma più che l’onor potè la mancanza di libri nella casa rimessa a nuovo, quindi ho rispolverato il Kindle e ho finito di leggere quale fosse la verità sul caso Quebert.

E la verità è una sola: è fuffa, fuffa letteraria ma pur sempre fuffa.

Non è una lamentela da intellettuale da salotto (non sono un’intellettuale e non ce l’ho nemmeno il salotto), un voler andare contro il coro di lodi che sembrano essere comprovate dai dati di vendita.
Ci sono degli spunti interessanti nel libro, come l’idea del libro dentro il libro o il sovrapporre momenti nella vita dei protagonisti con momenti della stesura di un libro.

Purtroppo però non bastano a sopperire alle troppe mancanze e al fatto che è un libro noioso e prevedibile: chiunque abbia visto la signora Fletcher almeno una volta, riconosce i personaggi, (quelli della città, della cittadina universitaria e quella di provincia a-là-Cabot Cove), non è necessario aver letto centinaia di gialli per capire dove Dicker vuole andare (e poi alla fine va) a parare.

Solo che al posto di J.B. Fletcher c’è uno scrittore tronfio che si pensa furbo ed interessante, ma che è in realtà di una noia e pomposità incredibile.
Più che personaggi, in questo thriler ci sono macchiette che recitano una parte trita e ritrita. I personaggi femminili sono di una tale sciatteria e banalità che sembrano uscite dal salone di Loretta o, nel caso della madre del protagonista, dal palazzo dove abita la zia di Fran la Tata.
Nola, la quindicenne di cui Harry si innamora follemente ha lo spessore di una carta velina, tanto che a un certo punto mi sono augurata che fosse un’invenzione, una specie di Harvey il Coniglio sotto forma di ragazzina. 
Nessuno dei personaggi è memorabile, al punto che faccio già fatica, a meno di 48 ore da quando l'ho finito, a ricordarmi qualche particolare, a parte il senso di profondo fastidio che alcuni di loro mi procuravano, ma già i loro nomi e i loro tratti stanno svanendo nella mia memoria.

Forse l'avrei dovuto leggere sotto un ombrellone d'estate, quando la tintarella frigge i neuroni e non ti rendi conto di quello che stai leggendo. 
Probabilmente diventerà un film di successo, perché ha la consistenza giusta per certi film usa e getta che finiscono per incassare milioni di dollari e vincere Oscar su Oscar e tu poi li guardi e ti domandi come sia possibile anche solo pagare un euro per una tale boiata.

Spero di ricordarmi di questo senso di delusione e spreco che non vuole saperne di andarsene da quando ho finito di leggere il libro (ma anche prima). Spero di ricordarmene la prossima volta che girovagherò fra gli scaffali di una libreria, per ricordarmi di non fidarmi mai e poi mai di recensioni, lodi sperticate e fascette urlanti.

Spero che di fronte a una copertina con una fotografia che sembra promettere emozioni e una storia interessante mi ricorderò che la quantità di pagine è a volte inversamente proporzionale alla qualità che esse contengono; e che mi ricorderò di Harry e di tutti gli altri casi di fuffa letteraria di cui sono caduta vittima.

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