Tuesday, 27 May 2014

gli scribacchini del Vaticano

Nei giorni passati, quei pochi spazi non occupati dalle elezioni europee, sono stati usati per parlare di quel gran simpaticone del papa 2.0 che ha deciso di passare un weekend lungo in terra santa.
Eh già, FGTH, Frankie goes to Holyland.

I giornali e le tv ci sono andati a nozze. Ma com'è simpatico sto papa, com'è sim-pa-ti-co.
Non è che c'è l'ho con lui o voglia fare facili ironie, per carità! Concordo sul fatto che si presenti all'opinione pubblica come una persona aperta, solare e simpatica: ma va messo in prospettiva. Ovvio che confrontato al papa precedente, questo ti sembra tutto questo e molto di più. Allora perché più lo vedo in tv, più leggo articoli che parlano di lui e delle sue telefonate a caso, più il tutto mi puzza come un'immensa operazione di marketing e rebranding (mi pare si dica così, negli ambienti della comunicazione moderna)? Vorrei vedere dei fatti seguire le sue buone parole.

Personalmente sono sempre più cinicamente convinta che, i papi cambieranno pure, adesso non ne deve morire nemmeno più uno prima di farne un altro, ma certe idee e certi atteggiamenti del Vaticano non sono destinati a cambiare.
Non cambiano le politiche del Vaticano nel confronto delle donne (dei loro diritti, in primis quello di decidere del proprio corpo e della propria vita), nei confronti del controllo delle nascite e della lotta all'AIDS.
Non mi sembra ci sia un vero e concreto impegno nei confronti della protezione dell'infanzia. Si dovrebbe iniziare a fare pulizia nel proprio cortile e solo dopo andare in giro a razzolare nei cortili altrui dicendo ai proprietari che sono sporchi.
In più se ami metterti spirituale e una tua superiorità morale (cose che il vaticano ama dire e ribadire) allora accettane le responsabilità civili, penali ed economiche correlate.
La chiesa non ha difeso i bambini vittime di abusi e violenze da parte di preti violenti e pedofili. La gerarchia ha voltato le spalle e chiuso gli occhi di fronte alle sofferenze di tanti di quegli innocenti di cui il papa parla nei suoi discorsi: invece di questo continuo scorrere di parole, farebbero una figura migliore riconoscendo i crimini commessi dai preti e assumendosi la responsabilità per la complicità e l'omertà nel coprire questi crimini; che poi sono anche peccati, per il loro credo, ma credo che applichino il famoso "chi è senza questo peccato scagli la prima pietra".
Lo faranno? Beh, considerato che Galileo l'hanno perdonato solo negli anni Novanta, credo che non sarà una cosa molto veloce.

Detto ciò, la cosa che mi ha fatto davvero imbestialire questo weekend è stata la disastrosa e vergognosa situazione di servilismo nei confronti del Vaticano in cui versano i mass-media e le forze politiche italiani.
Ad esempio, prendiamo una notizia uscita sui giornali: il comitato contro la tortura delle Nazione Unite ha criticato il modo in cui la Città del Vaticano si è comportata nello scandalo degli abusi sui minori da parte dei suoi preti, rigettando la tesi vaticana che ci sia solo un obbligo morale e non legale legato all'intervento dei vertici della Curia in questa questione quando i preti si trovano al di fuori dei confini di Città del Vaticano.
Il comitato ha messo in evidenza come non si sia fatto effettivamente nulla per punire questi preti, a parte spostarli in altri diocesi, liberi di ricominciare con i loro crimini e ha espresso rammarico per come la Chiesa non abbia collaborato con le autorità locali in queste vicende.
Questa dichiarazione dovrebbe dare una mano alle vittime nelle cause in sede civile per i danni fisici e morali derivati dagli abusi di preti pedofili, visto che il Vaticano non si è finora mostrato molto entusiasta di utilizzare l'8 per mille per risarcire queste persone.

Se vi state chiedendo su che giornale abbia letto tutto ciò, perché a voi deve essere sfuggito fra una dichiarazione del Berluska e una di Grillo, beh vi sarà sfuggito perché nessuna l'ha pubblicata.
Ho letto la notizia venerdì scorso, sul Guardian e ho iniziato a cercarla sui siti italiani: La Stampa (che ha pure un "Vatican Insider" in italiano e in inglese), Corriere, Repubblica, Il Post. Cercavo un editoriale, un articolo, un commento... Domenica mattina ero disposta ad accontentarmi di un trafiletto. Mi bastavano 2 righe sull'Eco del Canavese accanto alle comunicazioni dei cresimandi di quella domenica.

Niente. Silenzio assoluto o quasi. Alla fine, a forza di cercare la notizia l’ho trovata sul sito de “La Gazzetta del Sud”.  Nella versione inglese; nella versione italiana del sito la notizia non sono riuscita a trovarla, mentre in quella inglese la notizia viene data dal punto di vista del Vaticano, che "prenderà in seria considerazione" quanto dichiarato dalla commissione.  L'ho pure trovata su un altro sito di profonda matrice cristiana, che ha fatto una "leggera" operazione di editing alla notizia.

Non è nulla di nuovo, da un certo punto di vista: non ho grande stima per i grandi giornali italiani e per i telegiornali ancora meno, ma ci sono rimasta male lo stesso. Sono profondamente amareggiata e pure incazzata di fronte a questa situazione, a questa compiacente omertà di tutti quei giornalisti seduti sull'aereo con il Papa pronti ad osannarlo e che al massimo fanno solo una blanda domanda all'argentino sulla questione della pedofilia nella chiesa.
Questa sospensione dell'obiettività mi sembra addirittura peggiorata negli ultimi tempi. Leggere un quotidiano a volte equivale a leggere un riassunto delle dichiarazioni dell'ufficio stampa della Santa Sede e nulla più.
Se aspettate quindi che questi giornalisti vi diano informazioni su questi fatti, potete stare freschi.
L'avrete capito da soli, ma io non ho l'obiettività necessaria per parlarvene in maniera imparziale e calma: ho già esercitato un profondo controllo su me stessa per scrivere queste righe senza mettere troppe imprecazioni e andando a cancellare le frasi in cui spiegavo cosa mi auguravo per questi preti e per chiunque li abbia coperti. 
Ma qualcosa posso farla: mettere il link della pagina dove si trova il documento di 8 pagine con le conclusioni del comitato contro la tortura dell'ONU a proposito del Vaticano. Lo potete leggere qua.

Thursday, 22 May 2014

Can che abbaia...

- Schegge di Cina/II -

E' successo poco dopo che io e Ba abbiamo comprato da poco i biglietti aerei per la Cina. Dovevamo solo fare il visto e le pratiche burocratiche pre-partenza si sarebbero potute dire concluse.
Da una mezza idea gettata lì, su un tavolino del bar Zucca, a due posti assegnati su un aereo, di strada ne abbiamo fatta, ma ne abbiamo ancora davanti.

Barbara mi manda un messaggio che si conclude con la speranza di unoshock gastronomico non troppo forte e sconvolgente.
Inizio a scrivere la risposta mentre cammino verso casa: "ma no... non ti preoccupare... vai tranquilla...."

Cerco di essere rassicurante, ben conscia di cosa vuol dire cibo e ristoranti cinesi in Cina.
Alzo gli occhi.
Gli occhi cadono sulla scritta sul muro.
Cancello tutto ciò che ho scritto, click!, scatto una una foto e gliela mando.


E' diventato come un mantra e una frase con cui sostituire "buon appetito", tanto per esorcizzare la paura di non sapere cosa c'è nel piatto, alla faccia del politicamente corretto.
Di cibi ne abbiamo visti e provati tanti; ovviamente di cose che si sono confermate immangiabili ne abbiamo viste molte, e non mi riferisco solo al tofu puzzolente (e Barbara può confermare): al mercato di Wangfujin, abbiamo visto un po' di tutto, dagli scorpioni infilzati ancora vivi sugli spiedini agli anatroccoli alla pechinese, mentre a Shanghai la cosa che mi ha colpito di più è stata la faccia di maiale compressa.
Di cani non ne abbiamo mangiati o, quantomeno, erano cotti abbastanza!

Wednesday, 21 May 2014

Ananas

- Schegge di Cina/I -

Io e Barbara l'avevamo ribattezzato così: "ananas".
Il suo nome in realtà è Bund Center e, a leggere la guida, dovrebbe ricordare un fiore di loto. Mah, sarà, se lo dice la guida... però dai, se lo guardi bene, non assomiglia ad un ananas? Oppure possiamo dire che assomiglia a Telespalla Bob che, alla fin fine, a sua volta è pettinato come un ananas.


L'ananas non è il grattacielo più alto e moderno di Shanghai; rispetto a quelli più nuovi e scintillanti sull'altro lato di Shanghai ha quasi un'aria sofferta e decadente, ma poco importa: in quanto a simpatia il nostro ananas mangia in testa a tutti gli altri grattacieli.
Anche loro sono stati ribattezzati: c'era la chiavetta USB, il pelacarote (o apribottiglie?), c'erano le grandi palle (freudiane o meno, lo lascio alla vostra malizia).

L'ananas è stato estremamente importante per me e Barbara a Shanghai.
Pietro ci aveva fornito delle mappe, che sono state abbondantemente usate, scartate, ripiegate, segnate e stropicciate fino a diventare macere e illeggibili; però quando eravamo per strada, incerte sul dov'eravamo, da dove arrivavamo e sul dove stessimo andando, ecco che l'ananas arrivava in nostro soccorso. Bastava che alzassimo il naso e toh! eccolo lì.
Sapevamo dove si trovava l'ananas sulla mappa, sapevamo dov'era casa di Pietro, aprivamo la mappa e riuscivamo in questo modo a capire più o meno dove ci trovassimo.
Giravamo la mappa in modo da orientarla rispetto all'ananas, il nostro nord, e subito ci sentivamo meno perse e pronte a ripartire.

Una sera, siamo andate a una festa: era in un locale all'ultimo piano di un altro mega-palazzo, c'era un complesso di musiche sudamericane, gente che ballava e un gran casino intorno a me. Ho guardato fuori, osservato la città che da lassù sembrava più calma. E anche un po' più scura, perché dopo una certa ora le luci nei grattacieli vengono finalmente spente. Mi dispiaceva non riuscire a vedere l'ananas da lì. Ero talmente abituata a vederlo che mi sentivo un po' spersa.
Però poi mi sono resa conto che stavo guardando la cosa dal punto di vista sbagliato. L'ananas ce l'avevo proprio davanti al naso. Eppure mica è piccolo! Solo quando ho messo a fuoco questa foto, l'ho visto, nello schermo del mio cellulare. Eccolo lì, l'ananas: con le luci spente e da una prospettiva diversa, ma sempre lui.


Talmente abituata a tenere il naso all'insù, non mi ero accorta di cosa avessi davanti al naso.
La prospettiva, la visuale erano cambiati, ma io non me ne ero accorta, accecata dai miei preconcetti toponomastici. E così mi sono trovata a dovermi rimetter al passo affannosamente, a cercare di ricalibrare la mia bussola.
Mi succede spesso, e non solo con i palazzi a forma di ananas.

Tuesday, 20 May 2014

campanelli e strilli

Domenica mattina ho avvitato un campanello nuovo su Voodoo Lady.
Due anni a Milano, due campanelli rubati, una bella media di certo. Ora, non è che voglio passare per quella che si lamenta di tutto e tutti: a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, in due anni di vita meneghina la bici non me l'hanno (ancora) mai rubata. Ciò nonostante, trovarsi di nuovo senza campanello, dà fastidio.

Quindi mi sono detta: a che pro andare a spender soldi per un campanello che, tempo tre mesi scarsi, me lo fanno di nuovo su?
Così sono andata da Tiger a farmi un giro per chincagliere e mi sono comprata un campanello da due soldi: investimento minimo per massima resa e soddisfazione.
E' un bellissimo campanello rosa e rosso con un cuoricino, rosa pure lui, nel mezzo. Fa allegria ed è una piccola macchia colorata nel grigiore cittadina.


Bellino, vero? Certo, quello che avevo prima, comprato per il Queen's Day ad Amsterdam era tutta un'altra cosa, ma anche questo si difende.
Campanello nuovo, bel tempo, birkenstock ai piedi: ero pronta a una tranquilla pedalata domenicale, cosa poteva andare storto?
(Sì, perché fra il tempo di avvitare il campanello, fare colazione, controllare post secret e fare a maglia, si erano fatte le tre come per maglia)
Nemmeno il tempo di fare due o tre pedalate e già avevo capito che tutto poteva andare storto e forse aveva già iniziato a farlo.
Dopo aver evitato per un pelo la portiera spalancata all'improvviso da un bauscia al telefono e essermene lasciata alle spalle gli insulti ("Uè! Fai attenzione, la strada mica è tua! Io non so questi ciclisti di m..." e un buon pomeriggio pure a lei, mi verrebbe da chiosare) arrivo in Corso Buenos Aires.
C'era una specie di festa di quartiere in svolgimento e così ho deciso di farmi il viale a piedi per dare un'occhiata; a costo di essere davvero quella che si lamenta sempre, non posso che dire: ma che tristezza! Ci saranno state 20 bancarelle a dir grosso, una ogni 15 metri, disposte a zig zag: quando sono tornata indietro stavano già smantellando tutto e non erano nemmeno le 6. Se chiudi il corso intero ma vuoi metterle due bancarelle in più, o no?!? Oppure, se proprio non c'è abbastanza gente che vuole mettere su le bancarelle, fai la festa in una strada un po' più piccola che la riempi di più e non ti da quell'effetto "vorrei ma non posso" di sagra paesana che cerca di imitare la parata di Macy a New York. 
Ma cosa ne voglio sapere io di come si organizza un evento nella città dell'Expo.

Se il "miglio delle culture", così si chiamava la manifestazione, non era già abbastanza triste di suo, la gente ci ha messo del suo per renderlo ancora peggiore. Le votazioni europee sono ormai alle porte e ovviamente c'era una densità impressionante di partiti e partitini che facevano promozione ai loro candidati.
Io questa campagna elettorale la sto seguendo poco: la trovo sciatta e volgare. Come ebbe a dire un professore dell'università a una mia compagna di classe particolarmente insistente nel fare domande avulse dal contesto, "dietro il muro delle sue domande, scorgo il vuoto e il nulla del suo pensiero": ecco, io allo stesso modo, quando sento o leggo i politici parlare (o forse è meglio dire, urlare), scorgo il nulla delle loro proposte politiche.
Parlassero (uno per volta) li potrei anche ascoltare, ma il chiasso ha sempre avuto il potere di farmi estraniare e loro di chiasso ne fanno molto.
Il problema è che io lascio stare la campagna elettorale, ma la campagna elettorale non vuole lasciare stare me. 
Così fra chi cerca di infilarti un volantino fra le mani a viva forza, chi ti insulta come rovina del paese perché dici che non sei interessata a votargli, chi attacca rissa e inizia a staccare le bandiere da un banchetto per poi andare a sogghignare con altri seduti quattro banchetti più in giù, è finita che domenica pomeriggio alle quattro ero un fascio di nervi. Sembrava che si fossero messi tutti quanti d'accordo per offrire la peggiore immagine di loro stessi possibile: roba che a vederli e sentirli, mi hanno fatto quasi pensare che i loro leader fossero degli intellettuali raffinati, è tutto dire.

Sono stata ancora un po' in giro prima di tornare a casa: ho pedalato senza badare a dove stessi effettivamente andando, volevo solo sentire il vento fischiarmi nelle orecchie e coprire le voci dei miei consimili. Ho dato due o tre scampanellate per avvisare i pedoni sulla pista ciclabile che stavo passando. I km mi hanno sciolto i muscoli, ma non la tensione che ho assorbito per osmosi.
Rientrata all'ovile e incatenata come si deve la bici, ho dato un'occhiata al mio campanello. Ho poche cose rosa, ma sto campanello mi mette allegria: mi piace e continuerò ad usarlo, finché non brevetteranno un campanello che fa spostare al tuo passaggio gli attivisti dei vari movimenti e partiti che ti si parano sul cammino. O finché non me lo fregano di nuovo.

MOOC, 1 year later

(Not so) Fast forward an year and I'm again brain deep into MOOC, or better mooooooc!, in honor of the cow in a can toy.

In the past 12 months, my interest for MOOC have been going up and down: I took some other classes, but rarely submitted homework and even more rarely took the final exam. Ok, to be honest, I took a final quiz for a class tonight, and it was the first time in a whole year, but let's not waste precious bits over such irrelevant petty details.
Last year, my favorite class had been The Language of Hollywood: Storytelling, Sound, and Color by professor Scott Higgins. After that, I took some other class, but didn't finished them. Either because I'm still catching up on the video lectures (the philosophy of mathematics is proving to be a very tough subject) or because I simply forgot about them.
And that's still ok, because I'm not doing it for any specific, practical scope and I'm not paying any university fee. 
This week was the final one for my second class on cinema, still by a professor of Wesleyan University and I think I will try to take the quiz for "Marriage and Movies" with professor Jeaning Basinger.
I loved it so much that I have been basicall binge-watching movies (and if there's something I'm good at, it's precisely that: bingeing, and it feels good for once to do it on movies), watched the last lecture and went straight to the final quiz. I guess I just fulfilled my yearly quota of examinations.
As usual, my presence on the forums is close to zero and my choice of classes can still be interpreted as a sign of a multiple personality disorder: there's no other possible way to link studies on Emotive intelligence to the art and archeology of Ancient Nubia, after all. 

Something has changed however in the past few months, not only because now some of the mooc institution offer some payment options that will give some sort of "value" to your certification. The number of courses available out there has increased exponentially and now they're not only in English, but in many other languages. Even Italian!

Something has changed however, because for the first time I'm starting a course that actually has some sort of connection with my professional life: it's called "Technology and Ethics". It's about the impact technologies have on our ethics and our culture. I'm still not sure if it'll have a direct impact on my day-to-day tasks, but it promises a lot of time spent thinking, as if that doesn't occupy such a big part of my everyday life already.

Friday, 16 May 2014

surrounded by books


I've always lived surrounded by books. It's been like that my whole life. 
My family is a fine example of controlled hoarders: we collect a lot of stuff around us, yet we always manage to stack it in a deceitfully tidy, definitely pest and bugs free way.

My parents had the whole collection of Linus issues, an italian magazine that started publication back in 1965. Each move we did, it meant packing and unpacking the magazine collection (by the age of 15, my ears would automatically shut down when my mum said "oh, I'm so going to throw them all away in the recycle bin"), their childhood books and my dad's collection of Sanantonio novel by Fréderic Dard.
On top of whole this, we also had to pack my books and my sister's books. Right: Adriana's the kind of teenager that used to slouch on the sofa carrying along a Stephen King's novel alongside 2 volumes of Marcel Proust' Recherche.

"Why two volumes?" 
"In case I need to double check some events" 
"Right. Silly of me asking"

Even with all of these mass of paper around the house, I never fully appreciated the space I had. That's it until I moved into shoebox#4.

At the shoebox the choice was pretty clear: either me or the books. Fitting my books with me in the same (limited) space would have simply meant defying the basic rules of physics, thus a chain effect that would have eventually ended in the collapse of the solar system.
While living in the shoebox, I acquired a powerful weapon: the library card. 
I still had my books piled on two lines on each shelf, plus an extra layer on top, as if my bookcase was a real-life Tetris grid, yet it became slightly more bearable. For me at least: by the time I moved out of the shoebox, the poor Ikea bookshelf was curved beyond repair.

Before moving to the Netherlands I got myself a Kindle and I felt pretty smug about it: I thought that by starting reading ebooks, I would avoid buying too many paper books. It blatantly worked the other way around. Before buying the kindle, I used to think twice about buying a book; I would ask myself if I really wanted it (yeah!) and if I knew where to put it (under the pillow? next to coffee machine?). With the kindle in my handbag, I would justify myself: "Well, but I haven't bought any new real book recently, what's the harm of getting one now?". 
So the number of books started growing again, with me living in denial.

Then I moved back to Italy. I didn't really think about the books when I was flat hunting: I was two weeks into the job, overworked already, it was damn hot and my brain was way uncooperative.
I signed the contract and I moved into the flat.
After few days the boxes arrived from the Netherlands. And then I started unpacking. Ah. It was only then that it hit me.
This place has no bookshelves! What the f**k? Seriously? How didn't I notice it?
It has a built-in cabinet and that's it: I decided I was going to put the books there, until I found a better solution.
Fast forward 18 months and the books are still there: they share the space with my smurfs collection, the vinyls, the Dalek alarm clock (exterminate!), some tea and coffee set and some other random things.

Moreover, because it took me more than an year to get the library card, the number of books kept on growing and growing  exponentially over the limits of the cabinet's available shelves. I moved the crafts books into the bedroom, yet another temporary solution.
Books in a way decided for me and started finding their own spaces: some books enjoy the space of my desk, some other took up residency on the sewing machine table. 
Romain Gary likes the spot next to the turntable, while Calvin and Hobbes like my sofa and Stephen Kind relocated next to the scarves and hats.

Given I have very few people visiting me I don't really mind: the Mekong river cookbook fits very well on my chair and then when I sit down, I just put it on my lap, as if it were a cat. 
When I say that I literally live surrounded by books, I mean it. Literally.

The problem that I can't find a good bookcase is something I should fix but that I never really do anything about it, but postponing it. I only feel the urgency in evening like this, when my mum phoned me to tell me that yes, she and dad are really coming to visit me tomorrow, and I'm left wondering how to fit the books without making them look a Jenga set.

Thursday, 15 May 2014

Uno sguardo sulla Cina


Ho rimandato, ci ho pensato poi ripensato, ma ancora non sono del tutto sicura su cosa e come scrivere della Cina.
Una settimana prima della partenza, con l'acume e un senso dell'intuizione che pure Sherlock si sogna, ho iniziato a rendermi conto che stavo, ecco, per partire di lì a breve. Ho fatto finta di nulla finché a tre giorni dall'ora ics mi sono resa conto di non poter più negare l'evidenza, ma mi sono anche rincuorata con la confessione di Barbara: anche lei non era pronta. Ottimo. Ce la possiamo fare. 
Siamo arrivate a Malpensa un lunedì d'aprile senza una guida o uno straccio di idea di cosa avremmo fatto nelle due settimane a seguire.

Quando durante le vacanze di Natale avevamo deciso di partire, io mi ero ripromessa di ripassare un po' di cinese: nei mesi successivi il ripasso si è ridotto a riascoltare i CD di Wang Fei e riguardare "Chongqing Express", che è in cantonese con sottotitoli in inglese; utilità per un viaggio a Shanghai e Pechino? Sotto zero.


Io sospetto che una parte di me avesse pianificato e preparato nei minimi dettagli questa mia impreparazione.
Ero spaventata all'idea di ritrovarmi in posti che conoscevo ma di non riconoscerli. Avevo paura di confrontare ricordi e realtà; in più non ero sicura di chi volevo che ne uscisse vincitore.


Vivere in Cina è stata (finora) la più forte esperienza di amore-odio di tutta la mia vita. E per questo mi è sempre riuscito difficile parlarne: come fai a mettere su carta (o su bytes, in questo caso) dei sentimenti così forti, irrazionali, estremi e contrapposti? O meglio, come farlo senza passare per una sconclusionata o una psicopatica?

C'erano giorni in cui mi svegliavo in piena armonia con tutto quello che mi circondava: pedalavo fino a lezione, andavo in mensa, mi perdevo per gli hutong e tutto si incastrava alla perfezione. La sera spegnevo la luce, mi addormentavo con un sorriso e, quando al mattino riaprivo gli occhi, odiavo tutto ciò che mi circondava: odiavo Pechino, non ne sopportavo gli abitanti, detestavo le loro parole e quella loro "r" retroflessa, che se non l'aggiungi alla fine di ogni parola non capiscono cosa gli stai dicendo e ti guardano come se gli stessi parlando in greco antico.


老外来了, arriva la straniera.
La straniera se ne va, 老外走了.
Odiavo parlassero di me come se non esistessi, manco fossi un complemento d'arredo urbanistico, con lo stesso riguardo che dedicavano a un semaforo: praticamente zero, come può testimoniare chiunque abbia mai avuto a che fare con il traffico in una metropoli cinese.

Tornare in Cina dieci anni dopo aver provato tutto ciò un po' mi frastornava: l'avrei vista con occhi nuovi, certo, ma non completamente obiettivi. A questo punto è entrata in gioco, volente o nolente, Barbara.
Barbara non parla cinese e fino allo scorso mese non era mai stata in Cina. 
Interrogata oggi sul viaggio lo negherebbe, ma dopo due settimane di parole di cinese ne sapeva quattro, solo che continua a dimenticarsi di sapere pure dire "zaijian".
Comunque, a differenza di alcuni turisti incontrati per strada, sa la differenza fra yuan e yen, anche se tende a chiamare i primi "raminghi", invece che "renminbi". Ma forse ha ragione lei perché a ben pensarci, i raminghi nella terra di mezzo ci stanno bene, lo diceva pure Tolkien.
La Cina in un certo senso l'ho rivista con gli occhi di Barbara, con il suo stupore e la sua frustrazione, con le occhiate complici e terrorizzate che ci scambiavamo quando sentivamo qualcuno accanto a noi preparai per lo sputo del secolo (1-2-3...)
Con Barbara accanto che non si capacitava di quello che ci succedeva intorno, specie quando eravamo in una non-coda, è stato più facile osservare la Cina. Avevo un bel dire "eh sai, sono fatti così, è una cultura diversa", come se in questa frase ci fosse la chiave per capire il paese e la sua gente. Mi sono ritrovata ad altalenare fra il tentativo di capire tutto razionalmente e la scelta di accettare tutto irrazionalmente.

Gli occhi di Barbara mi hanno permesso di attutire l'impatto dei ricordi, a ricordarmi delle cose belle e cercare di controbilanciare quelle brutte. Mica è così facile però: per un tassista gentile che ti racconta dei suoi amici e di bevute di ergoutou, ne trovi almeno due che ti guardano male e fanno finta di non capirti. 
Per una persona che ti osserva come fossi un agente al servizio dei capitalisti corruttori morali della società (ma che, davvero?), c'è qualcuno che ti sorride (dopo la prima occhiata di stupore, ovviamente).

E' passato un mese dalla partenza: non ho ancora finito di mettere a posto le foto, ma sono a buon punto; le cartoline sono arrivate; mia nipote ha voluto imparare a scrivere i numeri in cinese; un po' mi manca, la Cina: ma forse è perché ero in ferie, camminavo tanto e ho conosciuto delle belle persone. 
Pechino è cambiata tantissimo, ma in molte cose non si è mossa di un millimetro. A Shanghai i palazzi sono cresciuti ancora di più, se possibile, ma tanto non li riesci a vedere per via dello smog.
La gente gira con il naso attaccato ai cellulari in metropolitana e sembra più interessata agli status symbol che ad altro. Ma ti basta girare l'angolo e ti trovi il gruppetto di anziani che fa ginnastica o lezione di ballo.

Ho pensato che se avessi fatto decantare con calma quei giorni, mi sarebbe riuscito più facile scrivere di questa sensazione di immobile evoluzione che sembrava percorrere le strade cinesi. Ma non è andata così: ancora brancolo nel buio e dovrò pensarci un po' più a lungo; nel mentre, comunque, voi potete fare come me e vedere la Cina attraverso gli occhi di Barbara, leggendo la prima parte del resoconto della mia compagna di viaggio.

Sunday, 11 May 2014

My book of errors


Gianni Rodari is one of my favorite writer. He's a children authors but I don't really care about the classification: his novels and short stories are great, no matter the age you read them, so the slot is just useful when looking for his works in a book shop. So if you never read him while growing up, it's not too late.

Even though I read a lot by Rodari, I had few of his books on my shelves: school library was my source, so I'm slowly building up my collection now.
During Christmas break, I stopped by one of my favorite book shop and, before even realizing what I was doing, I found myself at the cashier paying for "Il libro degli errori", "The book of errors". It's a collection of poetries and short stories: they all begin from a mistake, either of grammar or spelling, and then Rodari writes his own magic into the story; like all stories they got a moral and Rodari delivers it with poetic softness.

He saw a lot of mistakes, being a primary school teacher; so he was an expert in the field and the moral of the whole book is written in its own introduction:
Mistakes are useful, as necessary as our daily bread and often even beautiful: for instance, the tower of Pisa.
I bought the book because it contains one of my favorite short story, "L'acca in fuga". Its title could be roughly translated into "The runaway H".
In Italian the letter "h" has no phonological value, but we use it to differentiate the spelling of some words and to write some phonemes. If something has little value, we say it's got the worth of an H.

In Rodari's story, once upon a time there was an H: it was very conscious of the fact people didn't deem it that much worthy or important. H started thinking about other countries, such as Germany, where the letter H is really important, and so H decided to run away from Italy. And everything started to crumble, because without the h things were not holding up any longer: they were just "olding" up.
At this point, churches started falling, Chianti wine became undrinkable, even Dante Alig(h)ieri was not himself any longer. People went and beg H to come back and that's why we can still chat nowadays.

Mistakes are part of life and yeah, they're often beautiful: like the one that happened yesterday and that made me go and pick up the book from my shelves.
Somebody wrote me a mail. Just it wasn't for me. It was for a Virginia with a single "s" in the surname.
A small extra letter, a little mistake and there I was, walking towards the metro station, reading the mail on my mobile. A mail to a different Virginia; and this Virginia is surely something. For sure she's an Argentinian, teaching American literature and she's surely passionate about what she does: so much that one of her former students wrote her an email to tell her how she was inspired by her classes and how she wanted to pursue a career in the same field: it was the passion and the enthusiasm Virginia showed during class that showed her the way. Her love for what she's teaching, for the books she brought to the class felt real and almost "material" by reading the words of her former student-

As soon as I started reading the mail, I knew it wasn't for me: who would send me a mail in Spanish? But it was not the usual Nigerian prince scam, so I kept reading and I'm glad I did. Somebody made a small mistake, a little "s" that opened me a small window: a brief glimpse of another Virginia, of another world made of good moments and problems, of books and people she touched.
I smiled and replied the mail, thankful for the beauty that small error brought into my life.

Thursday, 8 May 2014

Puffetta vuole la luna


Un grande classico della letteratura puffa.
La storia me l'hanno letta talmente volte da bambina che la ricordavo benissimo, ancora prima che il librino rispuntasse fuori da chissà dove per finire nella libreria dei miei nipoti.

Inizia tutto con Puffetta: un giorno Puffetta si stava annoiando molto. Tenendo conto che ai tempi internet non esisteva e l'iPhone nemmeno, Puffetta non aveva nemmeno la possibilità di scattarsi dei selfie e poi pubblicarle su Instagram.

Decise allora di fare una cosa molto puffa: si sarebbe sposata.
Si sarebbe sposata con il pino buffo che gli avrebbe portato la luna.
Alla notizia, tutto il villaggio dei puffi impazzisce in preda a un terremoto ormonale che dà all'espressione "puffa di qua, puffa di là" tutta un'altra prospettiva di interpretazione.
Si mettono tutti alla ricerca di un modo per prendere la luna. Puffo atleta cerca di imitare Bubka per saltare e acchiappare la luna; Puffo sarto la ritaglia nella stoffa; Puffo sognatore invece cerca di pescarne il riflesso nel torrente vicino al villaggio.

La mattina dopo sono tutti più o meno malconci. E Puffetta? Beh, Puffetta ci ha ripensato. Non è che non voglia più la luna, forse la vuole ancora. E forse si annoia ancora, ma non si sente pronta per il matrimonio e se ne va dal villaggio.

I piccoli cuori blu dei piccoli puffi sono infranti, fino a quando il Grande Puffo non organizza una festa e i puffi si ritrovano tutti a ballare intorno al fuoco, dimenticando Puffetta, la luna e i loro cuori infranti.

Fine.
Forse.

Fino a quando non ho rivisto il libricino fra i libri dei miei nipoti non ci ho mai pensato; ma adesso, ci qualche dubbio ce l'ho; la storia è tutta dal punto di vista di sti balenghi blu in mutande bianche che probabilmente con mononeurone in multiproprietà.
Anaffettivi, rimpiazzano Puffetta con un girotondo intorno ai fuochi.

Pure il comportamento di Puffetta non è dei più lineari. Perché pure lei è abbastanza balenga in fin dei conti. Appare all'inizio della storia, poi sparisce dalle pagine e poi pure dal villaggio alla fine. Come le è venuto in mente di decidere di sposarsi in maniera così sconsiderata e francamente stupida? Ti annoi? Iscriviti a un corso di ceramica, piuttosto che sposarti!
E quando alla fine cambia idea, che fa? Se ne va senza spiegare nulla.

Ma soprattutto: che stavano pensando i miei genitori? Letta ora, questa storia non ha chissà quale grande lezione alle spalle: i miei nipoti possono solo concludere che i Puffi sono un ammasso di idioti in preda a scompensi ormonali e che Puffetta soffre di personalità multipla.
Come se la nostra famiglia non fosse già sufficientemente scompensata: non abbiamo mica bisogno di nanerottoli blu per sbilanciare lo sviluppo emotivo dei nostri nanerottoli.

Friday, 2 May 2014

click!

Seven days ago I was sitting on a plane heading back to Europe.
This morning I was sitting on a train heading back to Torino.

Last week, Barbara was telling me she didn't know how to start writing about the 2 weeks we had just spent in China.
I was feeling the same, but I deluded myself into thinking that, if I gave myself some days to mull overm I'd be able to come up with something.
Truth is I did almost everything (I even ironed! Twice!!) but writing a post about my vacations in China. I guess I could never be a travel blogger: yet another doomed career of mine.  The only way I could label my blog (also? at least?) as a travel blog is considering I write most of my post while commuting as travel enough.

I thought I could start writing about it today, but haven't done a lot: I 've kept looking at the photos. I promised myself I will order some print outs, so I need to organize and sort them, decide which to keep and which to trash.
I've started pretty well, I just hope I'll keep up till the end: I normally stray, after a while I start postponing and that's when everything grinds to an halt (I still need to finish sorting the photos back from Australia after all).

However, after going through a first quick scan, trashing the most atrocious shots and started sorting them, I realized this journey had for sure one very positive effect for me: it reconnected me with photography. Or better: it reconnected me with taking photos.
I've always enjoyed both sides of photography, watching and taking them, but in the past few years I have been taking less and less photos.
I've been taking my 40D out for a lot of walks but I very rarely bothered taking it out of its bag.

Oh, yeah, I know the usual comment at this point: it's because of the smartphone. It's so much easier and lighter to carry around a phone rather than a DSLR: just few taps and well aimed filters and voilà!, you're ready to go social, right?
Wrong. For me, at least. Despite the fact I sometimes I end up traveling  with more phones in my pockets than fingers in my hands, it doesn't really make me want to take more photos. In a way it made me even lazier. The notion that other people around me are happily snapping away means that I'll eventually get the photo. Or so I hope, because most of people put their photos on Facebook or Instagram and don't send them across.

No, it's not because of the iPhone, but still there's been a moment, before leaving for Shanghai, when I thought about leaving the camera behind at home and just taking the mobile with me instead. The notion of having to carry a heavy DSLR along the whole day, taking photos of things and people instead of looking at them was not ideal. I was somehow afraid of turning in that kind of tourist that in front of some important spot, snap 2 or 3 pictures and then moves quickly to the next "must see". I was honestly scared that I became so rusty that I couldn't be able to do more. So, why bother with a camera and 2 lens? An iPhone would do just fine.
I voiced my doubts aloud on a phone call to Barbara: I don't exactly recall how I put the idea down, but I clearly remember the gasp of shock on the other end of the line.
I could imagine Barbara's eyes literally popping out cause of disbelief, ready to travel the all length to Milan to slap some good sense into that thick brain of mine.
I quickly did a 180 degree turn and packed my camera in the backpack. As if what I've been blabbing about so far wasn't proof enough, when i packed my camera I discovered I had no clue where the memory cards where: well, I had a 2GB memory card with me and thought that if I was really going to need some more memory, I could easily buy a new one once there.

And guess what?
I had to buy a new memory card because, even before leaving Shanghai I was already running low on space.
I had to laugh at my silly fears. Sure, my pictures are not that great, but having the camera with me allowed me to see more, not less. Looking through the viewfinder didn't reduce my attention span, rather increased it: it made me more aware of small details I would have missed otherwise.
It broadened my perspective and slowed me down, so that I could take more impressions and memories back with me.

I was grumbling a lot back there, complaining about how shitty my pictures look, but now I look at these pictures and for each of them there is some little story, fact or laughter linked to it. I can't really judge them based on how good or bad they are, I can't classify them based on any criteria but the memory behind.
This might delay my blog post about China even more, but who cares?
I might stop taking pictures with my camera soon enough, but, again, who cares? I don't.
I look at the pictures and wonder if I can manage to order the prints before my next trip.

I think this will be the first one in the order:


(It's amazing the amount of shots of people with a mobile I got in my folder)