Monday, 30 June 2014

Wilco (il mangiadischi)

Silenzio. Nessuno per strada. Anime sperdute e sparse sulla metro.
Zero fila al supermercato.

L'Italia sta per essere sbattuta fuori dai mondiali, ma io non lo so; e anche l'avessi saputo non è che mi sarebbe fregato molto. Forse per un breve momento mi è tornato in mente il torneo di fantacalcio in corso con i miei colleghi; un veloce appunto mentale, "ricordarsi di aggiornare la squadra", un pensiero di cui mi sono ovviamente scordata con la stessa velocità con cui l'ho formulato. Ora magari me lo scrivo su un post-it, così è ancora più comodo per me scordarmene.

Torno a casa e per una volta non ho gli auricolari con la musica a coprire i rumori della città. Penso che l'Italia dovrebbe giocare più spesso di tardo pomeriggio, così le strade si svuotano e io riesco a vederla per davvero la città in cui vivo.
Lo sguardo cade su una vetrina e non provo nemmeno a razionalizzare le idee che si materializzano in testa: entro nel negozio e ne esco un quarto d'ora dopo con un bel sorriso, il portafoglio più leggero e una borsa.



Da bambina mia nonna ne aveva uno simile, di mangiadischi: questo oltre che a pile va pure a energia.
La marca è Wilco e ho scoperto che è più corretto dire "fonovaligia".
Per il numero limitato di 45 giri che ho a casa potrebbe quasi essere considerato uno spreco. Ma è uno spreco che ho consciamente deciso di fare.
E inoltre i Wilco suonano incredibilmente bene nel Wilco.

Wednesday, 25 June 2014

Censura all'acqua di fonte

Sulla metro finisce sempre che penso alle parole. Sono importanti, le parole: hanno un loro peso specifico, dimensione, massa che non vanno mai dimenticati.
Ed è così facile pensare alle parole sulla metro, visto che ne è piena che quasi scoppia; la gente che chiacchiera al telefono (non fra di loro, non sia mai che il milanese imbruttito sfoggi segnali di empatia con il vicino di sedile), le pubblicità, gli annunci che si scusano in due lingue (italiano e pseudo-inglese): non c'è via di scampo.

E' sulla metro che mi riporta a casa che mi trovo a pensare a una parola su cui ho rimuginato molto in questi giorni.
La parola è "censura".

La maestrina dalla penna rossa che è in subaffitto in me inforca i suoi finti occhiali da hipster (che con tutte le rate che ho pagato per estinguere il debito del laser agli occhi ci manca solo più che abbia bisogno pure di occhiali veri) e vi copia e incolla qua parte della definizione di "censura" tratta dal vocabolario Treccani:
Censura s. f. [dal lat. censura «ufficio di censore; giudizio, esame»].
[...]

b. Controllo che in periodo di guerra (e, in qualche nazione o in determinate contingenze, anche in tempo di pace) l’autorità politica e militare esercita sulla corrispondenza proveniente dall’estero o da zone militari, o ivi diretta, e anche sulla corrispondenza fra privati in genere, per impedire lo spionaggio o la diffusione di notizie militari o depressive del morale delle truppe e della popolazione civile, quando non sia addirittura rivolto (come avviene in paesi a regime totalitario) a reprimere la libera espressione e circolazione delle idee.
[...]
Lunedì mattina la parola censura è comparsa davanti ai miei occhi mentre saltellavo su Twitter fra un hashtag e l'altro, durante un momento di stacco dal lavoro, relazione a una notizia che riguardava Milano. 

L'antefatto: una nota marca italiana deve promuovere un suo prodotto. Come fare? Semplice: tappezzando l'intero sistema della metropolitana di Milano con delle pubblicità che si focalizzino sui meriti e pregi del proprio prodotto. 
Ora immaginiamo di cancellare ogni parola utilizzata nella pubblicità e basarci solo sulla foto per capire quale sia l'oggetto del contendere: non so voi, ma io direi che si tratta un rivenditore di mutande che fa una pubblicità di pessimo gusto usando un fondoschiena fotoshoppato e pure male e che riprende una pubblicità di altrettanto pessimo gusto di una ventina di anni fa. 

E invece no, è una pubblicità di un "nettare di frutta" in pura acqua di fonte.

Fin qui, alla fine non sforiamo dal solito, triste e deprimente sessismo di cui molte pubblicità vanno fiere.
L'ho vista anche io questa pubblicità, campeggiare in cartelloni grandi come il Cenacolo di stazione in stazione e devo ammettere di aver scosso la testa rassegnata perché che altro potevo fare o dire?
Al massimo potevo constatare che la pubblicità italiana è veramente in crisi visto che in vent'anni non è riuscita a tirare fuori nient'altro se non un paio di chiappe (e qui lascio campo libero a tutte le vostre interpretazioni più maliziose).
Beh, è successo che l'hanno vista pure in Comune il vicesindaco e altri, e loro, invece che riflettere sulla devoluzione creativa italiana, hanno chiesto di far sparire quegli obbrobri.  

Ed è a questo punto che scatta la parola censura, che viene utilizzata per descrivere la rimozione dei cartelloni. La pubblicità non è stata rimossa, no! E' stata censurata.
Non l'hanno tolta perché gretta, sessista ecc. no! L'hanno censurata.

Ma le parole hanno un peso, miseria!
Censura, censura, censura: ripetila ad alta voce, la parola, ma non lo senti quanto pesa la "censura"? Porta con sé in dote altre parole come oppressione, limitazione, controllo; non la puoi usare con la stessa leggerezza con cui usi la parola "campanello" o "gessetto".
Come fai ad appiccicare la parola censura a questa notizia, pensaci un attimo su prima di scrivere! Davvero la pubblicità è stata censurata?
Il diritto alla libera espressione e circolazione delle idee è venuto a essere limitato?
Secondo l'amministratore delegato della Sant'Anna, almeno a voler leggere ciò che ha dichiarato ai giornali, non c'è "nulla di particolarmente offensivo" e alla fine si tratta di "un autogol del comune".
Davvero chiedere la rimozione di un paio di chiappe che pubblicizzano un succo di frutta corrisponde almeno semanticamente a pratiche dittatoriali, a quello che i giornalisti e gli attivisti politici devono subire in molte parti del pianeta?

E' sconsolante sotto talmente tanti punti di vista che non so da quale iniziare la mia disanima. Ed è per questo che ho deciso di fare un'altra cosa. Ecco quindi una disanima approfondita del messaggio che ovviamente io, in quanto bacchettona repressa, non ho saputo comprendere di questa pubblicità, palesemente non lesiva della dignità della persona:
  1. Il gusto pieno della frutta non si trova dal contadino a km 0. Si trova in un paio di chiappe, preferibilmente femminili.
  2. Quando mia mamma dice che la frutta che compri è una merda, forse non ci va troppo lontana.
  3. A guardarla bene, la pubblicità non lede la dignità delle donne in particolare o delle persone in generale: o il mouse l'aveva in mano Stevie Wonder o è la foto del sedere di una barbie. Io punto per la seconda ipotesi. Se il soggetto della foto è una Barbie, quindi al massimo si è andata a ledere la dignità di un cattivo modello per le bambine.
Potrei anche continuare con il punto 4, in cui suggerisco la prossima campagna della Sant'anna con i fondoschiena del consiglio di amministrazione di mutandona fantozziana o della faccia, tanto lato A e B a volte sono uguali o al massimo remix della stessa canzone.
O il punto 5, in cui ricordo a certi figuri di come sia dignitoso far la pubblicità con il culo degli altri, ma mai con il proprio o quello della propria madre/sorella/moglie/figlia, ma qui starei a sottolineare ulteriormente la loro viscida ipocrisia.

O il punto 6 in cui...
No, non mi censuro, ma il punto 6 e quelli a venire li lascio a voi: vi passo un testimone virtuale.
Mi fermo qui perché sono frustrata, nervosa e arrabbiata e quello che voleva essere un post di dieci righe si è trasformato in qualcosa di diverso. Questo post un po' sconclusionato e altalenante lo voglio gettare nel mare informatico con un piccolo pensierino: ogni giorno leggiamo di violenze sulle donne, piccole e grandi (sia le donne che le violenze); ogni giorno siamo testimoni di atti di sessismo, dal collega che in ufficio non ti considera e non ti rispetta solo perché sei donna allo sconosciuto che pensa sia un suo sacrosanto diritto importunarti e molestarti per il semplice fatto che il caso ha voluto tu gli passassi accanto.
E la gente comune, a lungo andare, si abitua; io faccio parte della gente comune e cosa faccio? Tiro un sospiro rassegnato, alzo gli occhi al cielo, ma poi vado avanti, perché penso che le battaglie vere sono giù grandi di quel cartellone lì. E come me, tante altre persone bofonchiano qualcosa e vanno avanti, perché tanto non c'è nulla da fare.
Ma non è così: perché se tu sei un papà che alza le spalle, chiediti chi la difende la tua bimba, a 16 come a 40 anni, da quelli che la vedono come una portatrice sana di fondoschiena e basta.
Perché se tu sei una donna in carriera e pure in corriera, non basta dire che vai di fretta. Fermati davanti a quel cartellone, come di fronte a molti altri, e pensaci un attimo a come la società ti rappresenta. E poi fai qualcosa, nel tuo piccolo, come una formica ma fai qualcosa. 
Ad esempio, potresti risparmiare sull'acqua in bottiglia e sui nettari di frutta. Tanto, a giudicare dalla pubblicità, sono comunque fatti col culo. 

Thursday, 19 June 2014

Palindromicity



With one breath, with one flow
You will know
Palindromicity

Manu's birthday was on June, the seventh.
Mine is going to be on July, the sixth.

June, 7th.
July, 6th.

7/6.
6/7.

I was at my desk, looking at the calendar and Eureka! We've got palindrome birthdays.
Actually, let me rephrase it: We've got palindrome birthdays!!! F**k yeah!
The notion of yet one more palindrome event in my life is enough to make me lightheaded, ridiculously chirpy and squeaking like a geek girl that has just discovered the most amazing easter egg in a software or that a game by the guy that, amongst many other amazing things, scripted Monkey Island has been finally released for iPad... not that I would ever ever squeak like a geek fangirl for something like this, hell no! I'd recharge my visa electron and buy it on the spot, but I'm sidetracking right now.

Part of me is constantly waiting for this kind of coincidence to happen, because I know that somehow they're not really coincidences: average, everyday life has plenty of occasions to find palindrome events.
For example, my mailbox at work is stuck 2002 unread mails at the moment (I'm still working on the past holiday backlog) and, while I despair about all these informations doomed to be lost and forgotten in a sea of bites, I look at the mail icon, at that 2002 and think "how cool is that!?!"

The most common event however is the time: it seems I always check for the time in a palindrome moment: 20:02, 11:11, 15:51... I stare at the display and I just have to grin. I bet you do the same (or so I hope, I can't be possibly the only person that models part of her life on the likelihood of palindrome time)

I remember checking at Tuttocittà, the Torino A-Z, when I was a kid; I recall being puzzled and slightly worried because of the lack of 10101 as post code: how was I going to get a flat growing up, if I couldn't buy it in an area with a palindrome post code at least?!? That's the kind of drama of my childhood, and it's still so, given I have never ever lived in a place with a palindrome post code and I believe I'd be much better off if I had.

I obviously had to share the knowledge with Manu and pretty much everybody that was within ear shot. I have to admit I am growing wiser, so I fought the feeling of picking the phone to call my mum to tell her about it: I guess it was the time, 14:41, that sidetracked me.



A star fall, a phone call
It joins all
Palindromicity
(The Police a-là-ziaVirgi)

Wednesday, 11 June 2014

ipotesi su una foto

- Schegge di Cina/III-

Tanti Qualche anno fa le foto non le stampavo a casa e non mi arrivavano nemmeno a casa: ero io che uscivo di casa e andavo a ritirare i rullini dal fotografo e, mentre camminavo verso l'uscita, guardavo velocemente cosa ne era uscito.Non ero nemmeno arrivata all'uscita che già mi stavo domandando: "Ma perché diamine ho fatto click?"

A volte dal fotografo ci andavo diversi mesi dopo aver scattato le foto, perché non avevo i soldi; ero più che attenta a quante e quali foto scattassi. Lo scatto compulsivo non l'ho mai avuto. Eppure, più spesso di quanto le mie finanze potessero augurarsi, ecco che sbucavano queste foto incomprensibili.

"Questa, questa non l'ho scattata io", pensavo, "questa l'ha scattata qualcun altro: mi sono distratta un secondo, It mi ha fregato la macchina fotografica e l'ha fatta lui, sta foto; non c'è altra spiegazione logica".

Le foto incomprensibili dilagano ormai incontrollate sui miei hard disk. Liberate dall'ansia dell'ocio-che-costa, si sono propagate peggio che la gramigna: sono più veloce a scattarle che a cestinarle. La mia paura di perdere tutto mi porta a fare copie di back-up su copie di back-up, quindi le foto assurde le posso pure cancellare, tanto poi rispuntano. Come la gramigna, appunto.

Il problema in Cina è ricomparso prepotente, ma per una volta la colpa non è solo mia. Il problema in Cina è l'aria: è talmente sporca che altera la luce nelle foto: tutto risulta piatto e anonimo, a volte avvolto da una foschia che a occhio nudo non si vede, ma che i polmoni ti dicono pesante.

Guardi in controluce gli occhiali e noti una strana patina maculata: mia mamma sostiene probabilmente che era la stessa aria inquinata che respiravamo ai tempi in cui le ferriere e la Michelin di via Livorno erano ancora attive, e le macchie sono semplicemente i metalli più pesanti. Quindi, conclude la mia sempre incoraggiante mamma, non dovrei stare a preoccuparmi troppo perché tanto di quelle sostanze cancerogene mi sono già foderata i polmoni e non solo a suo tempo.

A parte i discorsi estremamente positivi della mia comunque ottimista genitrice, rimane il fatto che sta luce sballa le foto. Che fare? Semplice, ho pensato: faccio un po' di foto di prova, foto a casaccio solo per controllare come risulta la luce. Ho cancellato a maggior parte di queste foto casuali subito dopo averle scattate. Alcune le ho dimenticate nella memory card e da lì sono state sincronizzate in troppe copie sparse fra casa e ufficio.

Così, ora, nella comodità di casa mia, senza nemmeno dover andare dal fotografo, ecco che mi chiedo: ma sta foto qua. Io. Perché diavolo l'ho scattata???

Alcune è ovvio che siano prove, ma altre hanno un qualcosa di non definito che mi fa dubitare: magari non è una foto di prova, magari è una foto scattata apposta. Il che è ancora peggio perché non ho la più pallida idea di cosa stessi pensando quando l'ho fatta.

Così ieri sera mi sono trovata a passare qualche ora nel (vano?) tentativo di ricostruire una storia.
La foto l'ho scattata in piazza Tian-An-Men.

Mi ricordo che mi sentivo sfasata e cotta: ci avevamo messo quindici minuti buoni a trovare l'ingresso giusto: la piazza è transennata. Mentre una volta bastava "solo" attraversare la strada (e chiunque si sia mai trovato nella condizione di dover attraversare una via in Cina, sa che il "solo" è riduttivo e a volte offensivo di un'impresa notevole) ora bisogna imboccare il sottopassaggio giusto, passare il controllo di pseudo-sicurezza e sbucare sulla piazza.
Sul lato che da verso Qian Men ci sono sei entrate di cui una sola ti porta in piazza: le altre sono "solo" (e rieccolo) attraversamenti pedonali oppure ingressi alla metro.
Siamo sbucate in un tripudio di eroici faccioni rivoluzionari, bandierine, ombrelli e cappelli di forme varie e disperate e fauna locale e d'importazione.
E in mezzo alla piazza ho guardato dal mirino, messo a fuoco e fatto click:


Ok, non è esattamente un capolavoro: l'avrò scattata a caso oppure no? Qual è la risposta migliore in questo caso?
Immaginatevi fossimo a una serata fra amici con il dopo-cena a base di San Simone e proiezione delle diapositive delle ferie.
"Qua siamo sul Bund di Shanghai"
"Questa è la Grande Muraglia a Mutianyu"
"Oh è qui c'è un tizio con una borsa argentata che sta scrivendo sul suo iPhone 4, con indosso un paio di jeans che assomiglia tanto a un paio che ho io; solo che i miei sono blu scuro e i bottoni sono argentati non ramati: però li ho comprati in Cina, anche se ero a Shanghai e non a Pechino. Oh e alle sue spalle ci sono due donne: una tiene in braccio un pupetto e probabilmente sta parlando con il tizio in giacca che si scorge giusto alle spalle del tizio in primo piano. L'altra donna invece è seduta su una tola di vernice,  da una quindicina di litri direi. Sullo sfondo si nota poi una signora con un vestito rosso e nero e posso azzardare stesse indossando uno di quei cappelli assurdi a forma di pera che vendevano sulla piazza... beh o è uno di quei cappelli o è l'elmo di una guardia svizzera. Ve la sto mostrando, questa foto, perché ho sperato foste tutti già abbastanza pieni di vino e San Simone per notare che nell'era di instagram, noi stiamo guardando delle diapositive. E poi anche perché secondo me qui c'è materiale per qualche bella storia dell'assurdo. Passiamo alla prossima?"

Sunday, 8 June 2014

La libraia della domenica

La nostra storia si svolge in un negozio di una nota catena di librerie italiane, anche se il termine libreria mi sembra un po' esagerato per questi negozi che vendono pure insalatiere, crackers e accendini che si chiamano "Pietro".

E' una domenica mattina calda e afosa. La primavera si sta facendo da parte, per lasciare spazio all'estate.
Entro in libreria per comprare un regalo di compleanno: non devo nemmeno stare a pensarci troppo su, perché so perfettamente cosa voglio prendere per Manu. Entro e ad accogliermi ci sono le note di Ludovico Einaudi in sottofondo e il refrigerio dell'aria condizionata; non penso che qualcosa possa andare storto e, come al solito, il mio problema è proprio questo: non penso.

Guardo nella sezione letteratura. Non c'è.
Guardo nella sezione horror. Neppure.
Allora provo nella saggistica. Macché.

Alla fine mi avvicino al punto informazioni.
"Mi scusi."
La commessa mi lancia uno sguardo non assassino, ma quasi. Mi guarda ma mica parla. Se ne sta zitta
Ecco, quando una commessa mi guarda male e non si degna nemmeno di rispondermi con un semplice striminzito "sì", io mi sento tanto a disagio. Ma proprio tanto, tanto a disagio: manco avessi una patacca di sugo in mezzo a una camicetta bianca. Vorrei scomparire, sento che sto arrossendo, ma perché poi?
Mi scrollo di dosso queste seghe mentali da idiota, alzo il mento e faccio la mia domanda.

"Salve, io sto cercando un libro di Stephen King..."
"Stephen chi?"

E' il mio turno di guardarla male. Le lancio un'occhiata vuoi-che-muoro à-la-Bastianich, faccio un profondo respiro e poi riprovo.

"King, Stephen King, lo scrittore. Si intitola...
A questo punto mi dò da sola della balena e mi domando perché debba sentire la necessità di ribadire che Stephen King di mestiere fa lo scrittore. Siamo in libreria, che altro potrei cercare se non libri? Insalatiere? Ok, la domanda retorica non è perfettamente riuscita visto l'evoluzione delle librerie negli ultimi anni, e forse proprio alla luce di questo la parte più cinica di me ha deciso di abbondare con le ovvietà.
"Guardi sotto", mi risponde la commessa senza nemmeno aspettare che le dica il titolo.

Non ci vuole una mente eccelsa per capire che la mia commessa non è esattamente una commessa di libreria, e probabilmente non è neppure portata molto per questo lavoro, dove non far sentire il cliente una merda ha una sua certa importanza.
Probabilmente per la mia commessa lavorare in libreria o dal ferramenta non fa molta differenza; per me sì però: non chiedo certo al mio librario di consigliarmi qual è il miglior tassello per le mensole, così come mai mi sognerei di entrare in ferramenta per avere un parere su quale libro della Pitzorno prendere per mio nipote. Anche se entrambe le ipotesi potrebbero portare a risultati interessanti o quantomento esilaranti, non è certo mentre sono alla ricerca di un regalo di compleanno che mi viene voglia di sperimentarci su.

O forse chissà la mia è una commessa da ferramenta costretta a un lavoro in libreria. Lei sogna tubi, viti e saldatori ma la vita le ha dato Ammaniti e Sophie Kinsella. E ogni volta che un cliente le fa una domanda sull'ultimo libro di Fabio Volo, lei deve rinunciare ai suoi sogni di cacciaviti a stella e nastro isolante per tornare alla dura realtà fatta di inchiostro nero ed elettronico.

O magari è una commessa snob? Di quelle che considerano Stephen King come letteratura di massa, dove quel "di massa" marchia di infamia i libri a cui è affibiato, peggio di una lettera scarlatta. Ecco, magari in quanto commessa snob, ha trovato orribile l'idea che qualcuno le chiedesse di King piuttosto che Camus o Joyce ed è per questo che ha reagito male. Lei sogna un mondo di librerie di classe, una libreria in via Montenapoleone, con l'usciere che ti apre la porta, libri su un piedistallo dorato e nemmeno un accenno prezzo sulla quarta di copertina... che volgarità! Sogna di fuggire da questa prigione fatta di tascabili scontati al 25%, libri in offerta per un negozio con controllo all'ingresso e adatto solo a una clientela scelta e raffinata.

Alla fine non sono riuscita ad arrivare a una risposta definitiva su che tipo fosse, la mia commessa. Tutti i miei castelli in aria sulle sue possibili aspirazioni professionali li ho tirati su  mentre ero lì, ferma al banco informazioni con lo sguardo perso nel vuoto.

"Qualcos'altro?"

La commessa mi riporta alla realtà. La ringrazio (di cosa, ancora me lo chiedo) e me ne torno a casa, non prima di aver dato un'occhiata alle insalatiere, ovvio.

Monday, 2 June 2014

Le schiacciabottoni e altri lavori

Nel dormitorio dell'università c'erano un paio di ascensori. 
In ogni ascensore sedeva una schiacciabottoni.

Le schiacciabottoni erano incaricate di premere i bottoni dell'ascensore.
Erano una serie di donne dall'età e dai tratti indefiniti: alcune giovani, altre vecchie, alte e basse, magre e grasse. In comune avevano tutte un'aria apatica e rassegnata ai fatti della vita.

Non sorridevano mai.

Avevano sempre gli occhi chiusi a mezz'asta e non parlavano: la loro lingua si era come atrofizzata ed era diventata un insieme di suoni biascicati, trascinati per inerzia dal palato.
Stavano sedute tutto il giorno su una sediolina, leggendo riviste stampate su carta di pessima qualità o guardando nel vuoto.

Le notavi a fatica o forse di imponevi di non notarle perché questa piattezza era un po' inquietante, specie se avevi avuto modo di conoscere il loro lato oscuro.
Le schiacciabottoni erano infatti esseri indifferenti ed anonimi finché non venivano provocate. E c'era una cosa, una cosa soltanto, in grado di trasformarle in Gorgoni spaventose.
Io avevo scoperto cos'era questo qualcosa, per puro sbaglio, ovviamente. Ero andata a trovare Franceschina, ero salita in ascensore persa nel mio mondo e, senza pensarci troppo, avevo premuto il pulsante.

Non.
L'avessi.
Mai. (e poi mai)
Fatto.

La schiacciabottoni è stata colta da una metamorfosi talmente violenta e improvvisa da far impallidire quella di Hulk e ha iniziato a urlarmi contro di tutto. Purtroppo, abituata a biascicare solo poche frasi, "Benvenuto", "A che piano?", "Arrivati al piano numero...", la poveretta aveva perso la capacità di scandire le parole, per cui pure le urla uscivano dalla sua bocca appiattite. Dopo l'iniziale reazione di sconcerto, ci avevo riso su. E avevo smesso di prendere l'ascensore, per paura di rincontrare la schiacciabottoni offesa armata di ascia.

Ora la capisco un po' di più, la schiacciabottoni. O per lo meno, capisco il motivo della sua presenza lì. Ci ho ripensato di nuovo sabato in coda all'aeroporto di Istanbul. Non mi ricordo bene in quale delle interminabili code (metal detector all'entrata, bagaglio, passaporto, controllo di sicurezza, scan della carta di imbarco), ma di tempo per pensare alla mia schiacciabottoni ne ho avuto, visto che ci ho messo più di due ore per superare tutte le code.

Il fatto è che la società ha bisogno delle schiacciabottoni. Se non avessero avuto quelle sedioline sull'ascensore, dove sarebbero state? A spasso probabilmente. Fuori a domandarsi come godere della bellezza di Pechino senza uno stipendio. Fuori a chiedersi come ottenere quel qualcosa in più, a pensare a chi ha più di loro. Invece se passi la vita a "sgnaccare" bottoni, la tua possibile irrequietezza sociale e politica viene a essere anestetizzata. 
Così, anche in Turchia, hanno implementato dei lavori simili. Capisco benissimo il bisogno di garantire la sicurezza, ma perché allora l'aeroporto di Istanbul è stato il posto in cui finora mi sono sentita meno sicura? Già di mio, non sono una grande amante degli aeroporti, ma quello di Istanbul li ha battuti tutti. Forse perché, al di là del fare i controlli, vedevo un mucchio di gente che faceva lavori di per sé inutili. Quante volte bisogna mostrare all'addetto con lo scanner la propria carta di imbarco? Eppure ha visto il suo collega passare la mia carta solo cinque minuti prima. Cos'è? Temono sia scaduta perché nel frattempo sono andata in bagno? 
Loro non sono lì per assicurare ai viaggiatori un viaggio tranquillo, né per garantirne la sicurezza. Loro sono lì per leggere quei codici a tutti quanti, due o tre volte a seconda di quanto tempo abbiano i viaggiatori per fare una passeggiata al duty free o una tappa bagno prima della partenza.
Ma forse è meglio tenerli qua, questi ragazzi, piuttosto che lasciarli in giro per Istanbul con il rischio che bighellonando qua e la finiscano in piazza Taksim.
Loro non hanno la faccia apatica delle schiacciabottoni di Pechino, ma le loro voci e le loro facce sono blande e anonime, ormai già sbiadite nella mia memoria; fra qualche anno forse li avrò dimenticati o forse gli avrò battezzati con un nomignolo per ricordarmeli: purtroppo l'unico nome con cui li definisco ora nella mia mente, gli scannerizzatori di Istanbul, è francamente patetico e ricorda molto un film horror anni Settanta.

Sunday, 1 June 2014

storia sul taxi

Tornare dalla Turchia è stato stancante, a un certo punto ho iniziato seriamente a temere che non sarei mai arrivata a casa: fila dopo fila, controllo dopo controllo, al rullo bagagli a Malpensa ero ormai in una condizione di disfacimento fisico e morale tale da farmi pensare che avrei passato il resto del weekend in viaggio. Controllo l'ora e penso che ormai sono quasi 8 ore che sono in giro e devo ancora passare dall'ufficio prima di tornare a casa. Ciliegina sulla torta, aspetto una trentina abbondante di minuti per la valigia: questo di certo non ha certo contribuito al mio umore; ovviamente ero abbastanza incarognita quando, recuperata finalmente la valigia, mi avvio all'uscita: mi guardo in giro, faccio un breve calcolo mentale ("se prendo il Malpensa express, ci arrivo davvero alla prossima glaciazione a casa") e mi dirigo ai taxi: io con i tassisti non ho sempre il migliore dei rapporti, per qualche strana combinazione astrale finisco quasi sempre con un musone di prima categoria. Non va bene, perché ci sono già io a occupare quel ruolo.
All'andata mi era andata bene: avevo beccato un tassista socievole e avevamo passato il tempo chiacchierando dei suoi tentativi per lo più falliti di insegnare al figlio come si affronta un viaggio. Dopo essere partiti all'avventura con il solo biglietto d'andata per la Grecia l'anno scorso pensava di avergli fatto capire come ci si muove e ci si organizza e invece è punto e a capo quest'anno, perché il ragazzo non ha la minima idea di cosa fare per andare a passare una settimana al mare a casa della morosa.

Per la legge dei grandi numeri, se becchi il tassista simpatico all'andata è pressoché impossibile beccarne uno simile al ritorno. Se la tua giornata di viaggio è stata poi tendenzialmente un susseguirsi di schifezze come quella che ho appena trascorso allora le possibilità si riducono al lumicino.

Salgo sul taxi, spiego al tassista dove andare, faccio due battute generiche sul tempo e poi lui attacca con le domande di rito: "Di ritorno dalle vacanze o da affari?"
Io: "Lavoro, trasferta breve."
Lui: "Oh, e da dove?"
Io: "Istanbul."

Sarebbe potuta finire qua. E invece no, perché per la legge dei piccoli numeri io ho beccato forse l'unico tassista della regione Lombardia appassionato di Istanbul e della sua storia.
E' stato un continuo saltare fra la Istanbul di oggi e quella del passato, dalle proteste di Gezi Park a Mehmet II. Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul, Turchia e paesi confinanti. Filippo il Macedone e Ataturk. La storia scivola lungo l'autostrada e alla fine eccomi di nuovo a casa. Ad attendermi nemmeno della pubblicità in buca, in compenso però mi sono portata dentro casa la voglia di tornare presto a Istanbul. E perché no, di prendere un altro taxi.