mercoledì 22 maggio 2013

liberi tutti

Venerdì scorso, mentre aspettavo nell'antro d'attesa del dentista, leggevo un articolo dedicato a Milena Gabanelli, su come fosse stata candidata dal movimento cinque stelle alla presidenza della Repubblica.
Poco più di 48 ore dopo leggevo di come le stesse persone che la volevano al Quirinale, adesso le scaricavano addosso insulti di varia natura. Da possibile garante della nostra Costituzione a venduta il passo è breve in questo paese.

A volte spero che sia tutta una candid camera alla Nanni Loy, mi immagino Telespalla Bob che fa zuppetta con la brioche nel cappuccino di Bersani.
Poi mi rendo dolorosamente conto che è la realtà che ha superato l'assurdo e la fantasia.


Longanesi viene sempre citato per quel suo pensiero: "Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi".
Uomini o donne, continuo a sperare ce ne siano tante di persone libere come Milena Gabanelli.

lunedì 6 maggio 2013

Of MOOCs and other ramblings

MOOCs make me laugh.
Not because I find them a laughable matter. Quite the contrary. It's just that the sounds of the word when I pronounce it: the double "o" extends longer than it should probably do and it sounds like the "moo" of a cow.
Most of the time I say "mooc", but I think "mooooc!!!"
Every time I say the word I feel like one of those moo cow toy been turned over and back again. Given my ever expanding size it's a fitting image, but again, I don't laugh for the notion of it.

I'm actually enrolled in my 3rd class at Coursera and I've read quite a lot of articles about the subject in the past months.
Overall it's very hard to find something that is not "fanboy" driven. In a word made of shades, you can rely on journalism to provide you a black or white analysis on any given subject:
MOOCs are bad. MOOCs are good.
MOOCs are the end of University education as we know it. MOOCs are the 2.0 version of University by post and they're doomed to fail it.
So where do I stand on the topic?
Well, first of all I am not taking any class to improve my University curricula, nor I am doing it in order to get something out for my work. It's more of a way to learn new stuff while enjoying myself at the same time.

So far my favorite class has been "The Language of Hollywood": it was all about sounds and color, how they play in the creation of movies before and after the era of sound movies. The best part was not watching the movies, even though I discovered some brilliant masterpieces on the line. The best part were the video lessons by professor Higgins: he gave me a new set of eyes and ears I can now use to look at and listen to a movie.

Objectively there's very little in this class a SW tester could use in everyday office task, but as a movie lover I can say that the way I looked at the silver screen has changed from what it was some week ago.

Second class was a bit tougher, "Introduction to Philosophy". Course wrapped up some weeks ago, but I'm not convinced yet I enjoyed it. Yet it gave me loads of food for thoughts, which I think it's good. It made me think, which I think it was the primary idea of me taking the class, even though I always believed that time travel would be confined to Doctor Who's Saturday slot on telly, rather than a steampunk inspired philosophy lecture.

The third class, "Rhetorical writing" started about two weeks ago and I don't have that many opinion about it right now as it's just at the beginning.
However, because of my small experience, I came to some conclusion about them.

A lot of the work around MOOC seems to happen around the discussion forums of the class. And that's what I'm not very good at: as my day is still made of the standard 24 hours, I don't have the time to work, clean the house, study, do the assignments for the class and also spend time on the forums. So from this point of view, I think MOOCs would be better  for people still studying or for people with better time management skills. Even if I had more time, I'd probably still struggle with forums: people look quite assertive and this put me off a big deal. The key point of the whole thing is something called connectivism, which is a thesis that bases knowledge on social and cultural context and on the idea that knowledge is distributed across a network of connections. Now the idea in itself is appealing, but it leaves me wondering a lot: in a world where neighbours don't even greet you at your building entrance,  how can knowledge really circulate in network of connections amongst strangers?

There's a lot of focus about one of the 2 Os, the one standing for "open", because it obviously brings in a lot of different factors: new companies set up for the coursers, founding and financial sponsors. Accessibility to knowledge sources is very important and a new channel to get it is something that obviously causes interest, but I don't really seem able to focus too much on this, because topic is so broad and complicated that doesn't fit very well with my late nights musings: at the end of it, the only thing remaining short of midnight is the laughing notion of a tin turning upside down... mooooc!

lunedì 29 aprile 2013

Effetto pioggia


Che strana questa primavera autunnale. Ormai ci ho quasi fatto l'abitudine, e non mi dispiace del tutto perché posso continuare a dedicarmi a progetti di maglie in lana pesante.

Non ci penso nemmeno troppo: non sono io, ma il mio pilota automatico che mette l'ombrello in borsa. Non controllo le previsioni, non guardo fuori dalla finestra.
So che piove e basta.
E ho ragione.

Sabato a Palazzo Reale la coda per la mostra dedicata a Robert Capa era praticamente inesistente. Stavo guardando il suo ritratto, l'unica foto della mostra non scattata da lui, quando ho sentito il primo tuono.  Poi un secondo, seguito a breve distanza da un terzo.

Avevo ragione, piove-governo-ladro, ma al momento non me importava molto: ero al riparo e soprattutto la mia mente era concentrata sulle foto appese alle pareti.

Adesso hanno iniziato a fornirti di audio guida per le mostre, ma io non la prendo mai. Le cuffie in testa hanno su di me un profondo effetto estraniante e non aggiungono molto alla mia visita: se si tratta di informazioni generali sull'oggetto della mostra, preferisco lasciare alla parte ossessivo compulsiva del mio cervello procurarsi tutte le informazioni prima o dopo la mostra.
Se si tratta di commenti alle opere, le audio guide le sopporto ancora meno: amo guardare foto e quadri per i fatti miei e farmi un'idea mia. Senza contare che trovo la maggior parte dei commenti a corollario delle mostre di una tale spocchiosità pseudo intellettualoide da farmi ribollire il sangue.

L'effetto delle audio guide a una mostra di foto è praticamente lo stesso del visitare il museo d'Orsay con una comitiva di turisti medi. Tutto quello indicato dalla guida si guarda, il resto si salta. Così mentre erano tutti raggruppati davanti alla foto del miliziano, io mi guardavo la foto di un altro soldato, che difendeva la città di Barcellona (e che assomiglia paurosamente al mio amico Enric, che è di Barcellona, per l'appunto).

La mostra ha iniziato a riempirsi più in fretta quando ero quasi alla fine della mia visita, quindi ho avuto abbastanza fortuna a evitare il cosiddetto "effetto pioggia".

Dicesi "effetto pioggia" quel fenomeno socio-meteorologico per il quale l'affluenza a una mostra o a un museo è direttamente proporzionale al numero di persone senza un ombrello sorprese da un temporale.
L'effetto pioggia l'ho visto con maggiore pienezza alla mostra successiva, quella dedicata a Elliott Herwitt a Palazzo Madama. Lì c'era molta più gente e alcune delle conversazioni hanno confermato i miei sospetti sul l'effetto pioggia. Un effetto non volutamente comico delle audio guide è che la gente non si accorge di quanto parli ad alta voce uno con l'altro, quindi non mi sono stupito molto quando la voce di un tamarro medio, con orecchio incollato alle radioline guida, è risuonata fra le volte del palazzo: "Ma minchia! No, cioè, vuoi dirmi che con quel che abbiamo pagato per vedere quattro foto in croce, manco a colori le hanno stampate, sti pezzenti?!?"
Vabbè...

sabato 27 aprile 2013

Deconstructing Capote

Breakfast at De Carlo's


"What I've found does the most good is just to get onto the tram and go to De Carlo. It calms me down right away, the quietness and the proud look of it; nothing very bad could happen to you there, not with those kind ladies and their nice cutlery sets [...]

If I could find a real-life place that made me feel like De Carlo, then I'd buy some furniture, get a cat and give the cat a name."

Holly Golightly had Tiffany's.
I have De Carlo, the boutique of kitchenware in center Torino. It's amazing, beautiful, packed with all the best, nicest, finest kitchenware ever. I love it so much and today I spent some time in front of it. Not for breakfast, but for the afternoon snack. I bet Holly would have loved De Carlo.

A/R

Appena mi siedo sull'aereo a Linate crollo. Il viaggio per Barcellona è breve e io me lo dormo tutto.
Lascio una Milano ancora più grigia del solito, uggiosa e grigia e ad accogliermi in Spagna c'è il cielo blu e il sole che splende.

barceloneta


Anche se per lavoro, tornare a Barcellona è sempre bello; in questo viaggio sono riuscita anche a fare una capatina a Barceloneta: so che Barcellona non è una tipica città di mare, ma ogni volta me ne stupisco.
Occhiali da sole, crema in faccia eppure non riuscivo a respirare la salsedine, non c'era aria di mare, bensì di Barcellona.

Neanche il tempo di abituarmi del tutto a questa idea di città non di mare sul mare e mi ritrovo a mercoledì, ad ammirare il fluire della vita nel centro città; il riflesso del sole del tardo pomeriggio dona una luce dolce e poetica ai caller e a Passeig de Gràcia e Barcellona è più bella che mai.

Attraverso Diagunal e fermo un taxi: le vie sono davvero affollate. Oggi è Sant Jordi, dal finestrino guardo la gente che passeggia lenta con rose e fiori in mano.

Per tutto il tragitto chiacchiero in un mix di italiano, spagnolo zoppicante e residui di catalano con David, il tassista.
Mi siedo sull'aereo e l'ultima immagine che ho di Barcellona è del sole che inizia a tramontare e incendia il paesaggio sotto me.
Mi addormento e mi risveglio in Italia. Fuori piove e già sento la mancanza della città che ho lasciato alle spalle.

venerdì 26 aprile 2013

il 25 aprile e Nara

Belief

Giorni strani e inquieti.
Ho di nuovo spento la tv. Non ho resistito.
Vorrei spegnere il cervello a volte, perché leggere certe cose sui giornali fa male: alla mia coscienza di cittadina italiana e alla mia intelligenza.

Anche se non vado in piazza, come ogni anno, il 25 di Aprile è un giorno importante.
Magari le vicende attuali non lo fanno sembrare molto in salute ma io credo che il suo spirito e il suo valore siano vivi: vivono nella mia possibilità di scegliere, di essere d'accordo e dissentire.
Il 25 aprile vive nella possibilità di gente (con piattaforme di comunicazione molto più ampie delle mie) di diffondere odio verso tutto e tutti, di opporre rifiuti populisti senza però fornire soluzioni materiali e reali ai problemi del paese.

Vive nei miei diritti e doveri di cittadina della Repubblica Italiana.


Vive nella memoria di Nara che quando se n'è andata alla funzione hanno ascoltato "Bella ciao" e un partigiano ha letto la preghiera del partigiano.
Nara, che ha fatto la staffetta sui monti sopra Oropa.
Nara che ha combattuto perché la gente oggi abbia la possibilità di dire di tutto senza rischiare il confino o peggio.
Nara che mi ha regalato il 25 aprile. 
Nara che è stata la meglio gioventù di un paese immerso nelle tenebre: è a lei che ho pensato ieri, perché grazie a lei il 25 aprile lo posso festeggiare tutti i giorni e posso vivere in una democrazia (imperfetta, ma pur sempre democrazia). 
Sfido qualunque ortotterino a fare (meglio).

sabato 20 aprile 2013

Un presidente per tutte le stagioni

La primavera sembra non voler rimanere in Italia: ti illude con qualche giorno di sole, poi il cielo si rannuvola il venerdì pomeriggio e sabato mattina piove e sembra ottobre.
Il tempo miserabile influisce sull'umore e a pranzo, tanto per farmi del male, ho riacceso la tv e mi sono sintonizzata su La7, dov'era (ed è) in corso una super-mega-extra maratona sull'elezione del presidente della repubblica.

Un susseguirsi di politici ed opinionisti vari ed eventuali, che si sono mischiate in un enorme pot pourri, tanto che non ricordo bene più chi ha detto cosa riguardo alla possibile e poi confermata candidatura di Napolitano.

Una cosa mi è rimasta impressa. Questo continuo e petulante riferimento al presidente di tutti.
Ora io non sono in parlamento, ma ho spesso l'impressione di aver letto la costituzione più spesso dei nostri parlamentari.
Non devono eleggere il presidente di tutti.
Devono eleggere il Presidente della Repubblica.

Le parole sono importanti.
Le Maiuscole sono importanti, e non dovremmo abbassarle al livello delle minuscole: "tutti" è la pancia populista, è facile essere presidente di quelli che si lamenta nei mercati, di quelli che "quando c'era lui i treni partivano in orario".

Quindi, mentre ancora non si sa chi verrà eletto Presidente, io riapro il mio vecchio libricino, regalatomi a un Salone del Libro di molti anni fa, e ricopio qua una frase importante: "Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale."