Tuesday, 18 December 2007

Homeward bound


Biglietto dell'aereo: c'è. Controllato tre volte.
Biglietto del bus: c'è. Controllato tre volte.
Portafoglio: c'è. Controllato dieci volte.
Cellulare: c'è. Controllato dieci volte.
Macchina fotografica: c'è. Controllato venti volte.
Batteria, carica batteria e scheda memoria della macchina fotografica: ci sono. Controllato una quarantina buona di volte.


Come forse potete intuire, come molti di voi già sanno, amo avere tutto sotto controllo e sto per tornare in Italia. Questa volta mi aspettano ben due settimane e mezza di ferie! A ottobre cause di forza maggiore e natura odontotecnica, mi hanno impedito di godermi le ferie e adesso non vedo l'ora di staccare. Ho voglia di vedere gli amici, di viziare la nipotina e a farmi viziare dalla mamma. Già mi pregusto questo periodo di espresso al bar e "curry-free" (apro una piccola parentesi. Il curry mi piace ma inizio a esserne un po' stufa. E' ovunque, anche al pub! E' strano prendersi una pinta di Strongbow e poi poter scegliere fra patatine gusto aceto e cipolla -la morte sua- o il curry verde alla tailandese o i curry chicken satay... comunque il mio fegato sta bene, ringrazia e mi invita a chiudere la parentesi).
I regali sono pronti e impacchettati (e sì, sono in valigia) e ho aggiunto Gesù bambino al presepe.
Ho svuotato il frigo di tutti i cibi deperibili e che potrebbero imparare a danzare la milonga in mia assenza, congelato il congelabile, ricontrollato di aver preso la macchina fotografica... Si può dire che sono pronta!


In questo periodo anche il blog sarà in vacanza: a casa dei miei genitori è già un miracolo ci sia il telefono, figurarsi bande larghe o strette! Controllerò ogni tanto flickr e la posta, ma credo che per la maggior parte del tempo mi terrò ben alla larga dal computer (ammesso che quella ciofeca che mio padre definisce "computer" non sia già passato a miglior vita, nel qual caso non controllerò proprio nulla).


Quindi vi faccio già ora gli auguri di Natale e di buon anno nuovo. E metto giù la lista dei miei buoni propositi per il 2008 alla Bridget Jones, così posso iniziare a non mantenerli già da adesso:
1. non lascerò che la roba da stirare si accumuli nel corso delle settimane fino a creare un Nanga Parbat sul divano: stirerò con costanza tutte le settimane.
2. ovviamente perderò dieci chili (quelli che sembro così ben disposta a mettere su nelle prossime due settimane).
3. sarò paziente, anche e soprattutto con le persone che prenderei volentieri a randellate in testa.
4. ridurrò il numero di unità alcoliche settimanali.
(mi sento nel mezzo di un deja-vu, ho come l'impressione che questi siano propositi buoni ma vecchi)
5. non rimarrò indietro con le mail, le lettere e le discussioni su flickr.
6. ridurrò il numero di battute acide e cattivelle e cercherò di rivolgerle solo a persone che sono in grado di comprenderle.


Buon anno e se non ci vediamo prima a Torino, ci rileggiamo qua nel 2008.

Monday, 10 December 2007

Da piccolina, quando mi voleva spaventare, mio nonno Eugenio non mi raccontava mai storie di mostri, orchi o fantasmi.
Mi raccontava di quando lavorava agli alti forni.
Mi raccontava dei pericoli e degli incidenti.
Mi raccontava di quando un suo lontano cugino era stato passato da parte a parte dall'acciaio incandescente.
Quando ero vicinissima alle lacrime e ormai completamente spaventata, sorrideva e mi diceva che era un tempo passato, che ora era tutto diverso perché c'erano delle nuove regole.
Mio nonno è mancato qualche anno fa e non ho mai avuto l'occasione per chiedergli se stesse mentendo. O chissà, magari ci credeva davvero in quel che mi diceva.
Come diceva il sommo poeta Rokko Smitherson, "non ci servono nuove regole, ci basta non applicare quelle che abbiamo già": a leggere i quotidiani di oggi nulla è cambiato. E volendo essere realisticamente pessimista, non credo cambierà molto: dopo le manifestazioni, gli articoli di giornale, la vibrante protesta, rimarrà ancora spazio per la giustizia?

Saturday, 8 December 2007

My Tea Shop


Sono le 3 di pomeriggio.
Sono in giro per Londra da almeno 4 ore, la missione è una sola: trovare gli ultimi regali e pensierini natalizi. Non sono nemmeno molti: ho imparato ad apprezzare la praticità degli acquisti on-line, specie dopo alcune scene viste in negozi in diverse zone di Londra (ma possono due sessantenni litigarsi un capo della collezione cavalli di H&M?!? Possono, oh se possono!). Poi io preferisco i regali "pensati e creati", quelli che creo o mi ingegno per trovare, quelli che hanno un significato per me e le persone che li riceveranno. Quindi ho potuto evitare i centri commerciali, le vie dello shopping e concentrarmi su alcuni negozi in maniera mirata. Peccato fossero tutti in zone diverse.
La giornata promette bene: da stamattina soffia un vento forte e freddo che ha spazzato via le nuvole e lo smog, lasciando solo una stranamente respirabile aria frizzantina. Ho già trovato due dei regali, quindi si può dire che è proseguita anche meglio.
Però c'è qualcosa che non va. Tutta questa gente intorno a me che mi spinge, mi urta, mi sorpassa di corsa. I ragazzi che stanno per iniziare il loro turno da EAT o KFC, gli impiegati in pausa pranzo, i turisti italiani e spagnoli, le ragazze in missione shopping: la frenesia, il correre, non fermarsi mai, non sedersi mai... mi sento un alieno e non riesco a fare parte di questo stile di vita.
L'insofferenza cresce, direttamente proporzionale al numero di gomitate e spintoni che ricevo. Vorrei fermarli, tutti, uno per volta, prenderli da parte, farli sedere e fargli qualche domanda: dove stai andando? Perché ci stai andando? Cosa farai quando sarai arrivato? C'è qualcuno che ti aspetta? O qualcuno da cui stai fuggendo?
Ho bisogno di un caffè. Subito.
Mi dirigo verso la stazione della Tube, sicura di trovare un Caffe Nero o almeno un Costa Cafè. A fine giornata sono tornata a Surbiton senza prendere nessun caffè. Ho trovato di meglio. Ho trovato questo:




"My Tea Shop" è il tipico caffè inglese, dove ti servono la colazione all'inglese, ti preparano il caffè e il tè, ma non hanno organic brownies o low-fat frappuccino. Tutto è spartano: è piccolissimo, solo 4 tavoli, il menù è stampato direttamente da excel e non ci sono fronzoli o decorazioni. Appena entrata, sono stata accolta dall'aroma del bacon che soffriggeva in cucina (a vista!) e alla fine ho deciso di prendere un tè, quando mi sono accorta che il tè che servivano non era fatto con le bustine ma con le foglie sfuse.
Vista da dentro il My Tea Shop, il mondo fuori sembrava essere avanti di trent'anni buoni e si fosse portato con sé tutti i rumori.






Non sono entrata per caso nel My Tea Shop. Sono entrata perché qualcosa mi ha colpito. Questo:





Questa fotografia la conosciamo tutti, appassionati di ciclismo o meno. Ma gli inglesi? Sono veramente pochi gli inglesi che sanno qualcosa di ciclismo. Sono entrata senza pensarci e dopo aver ordinato il tè, ho detto che a mio nonno piaceva più Coppi che Bartali. E' stato l'inizio di una piacevole conversazione con Germano, emigrato da Mondovì, appassionato di ciclismo e tifoso di Coppi (lo vedete girato di spalle nella foto sopra). Mi ha fatto vedere un vecchio giornale risalente al giorno della morte di Coppi che un suo cliente inglese gli ha regalato. Dieci minuti soltanto, poi lui è dovuto tornare al lavoro e io mi sono diretta verso la metro, ma sono stati minuti importantissimi.
Mi hanno rimesso a nuovo, calmato, rassicurato, perché, per ogni dieci persone che spintonano, c'è un Germano che vuole parlarti di Coppi e che vale mille volte tanto uno di questi campioni dello shopping.

Tuesday, 4 December 2007

Sufganiot, ovvero perché bisogna comprare prima gli ingredienti e poi cucinare

Cosa sono le sufganiot?
Dicesi sufganiot il dolce tradizionale della festa di Hanukkah. Sono simili ai bomboloni, fatte con un impasto simile a quello delle ciambelle americane, sono fritte nell'olio, hanno il ripieno di marmellata e una bella spolverata di zucchero a velo. Mi piacciono davvero tanto, così il commento di Mont mi ha fatto venire voglia di mangiare sufganiot: quindi perché non prepararne un po'?
Magari state pensando che il blog stia per trasformarsi in un blog culinario. Nessuna paura: per quanto mi piacciano i blog di cucina, quelli che prendono spunto dalle ricette per parlare di cibo, ma non solo cibo, sono anche cosciente del fatto che non sono assolutamente portata per questo tipo di scrittuta. Richiede metodo, attenzione e un livello di cura per i dettagli che non sempre possiedo.
La prova (semmai ne avessi avuto bisogno) l'ho avuta stasera: sono arrivata a casa, ho preso una terrina, aperto l'anta del mobile della cucina e... mi sono accorta di non avere abbastanza farina. E pochissimo lievito. E come faccio a friggere le sufganiot se sono agli sgoccioli dell'olio???
Scommetto che i blogger culinari seri questi problemi non ce li hanno! Comunque, lungi dal tirarmi indietro, mi sono ugualmente dedicata alla cucina ebraica. Questo sarebbe il punto perfetto per una foto. Peccato che il numero totale di sufganiot fosse molto singolo e l'unica ciambellina me la sia mangiata a fine cena: era molto buona finché è durata.

Friday, 30 November 2007

How clean is their house?

Avere la palestra in ditta è molto comodo, anche se a volte quando non ho voglia di andare in palestra non posso usare le scuse che usavo a Torino (principalmente il tempo perso per andare da un posto all'altro).
Oggi era "Doughnut Friday": l'ultimo venerdì del mese, per facilitare i rapporti fra colleghi, abbiamo ciambelle e caffè gratis. Nonostante mi riprometta di non mangiare più di una ciambella, l'impresa si rivela pressoché improbabile. Non solo ci sono le ciambelle e i muffin, i cookies e la frutta, ma pure le sufganiot. E come faccio a resistere!?!? Mangiarne solo una??? Ma siamo impazziti? No, no, no, faccio il bis e normalmente ne salvo una terza per pranzo.
Quindi va da sé che oggi sono andata in palestra a smaltire. Sono andata a pranzo, perché è il momento migliore: venerdì c'è sempre poca gente e all'ora di pranzo ancora di meno. In più all'ora di pranzo i programmi che posso vedere alla TV (ci sono quattro televisori in palestra) sono migliori di quelli che potrei vedere se andassi dopo il lavoro (alle cinque la tv è bombardata da telenovele e programmi sul cricket).
Non che all'ora di pranzo ci sia una grande scelta: un programma su come investire nel mercato immobiliare inglese, un programma su come investire nel mercato immobiliare estero (che vi posso dire? Sono un po' fissati con le case da queste parti), un programma in cui la gente vende all'asta le cianfrusaglie che ha in casa per finanziare i propri progetti alternato a un altro in cui due squadre gareggiano per vedere chi tira su più soldi a un'asta di cianfrusaglie. E poi ci sono i Simpson: fatico lo stesso, ma per lo meno mi diverto se posso guardare una puntata o due dei Simpson.
Così oggi, dopo aver mangiato 3 sufganiot sono andata spedita in palestra a smaltire la bomba calorica convinta di potermi guardare in santa pace le avventure del compare di ciambella Homer. Mi sbagliavo. Hanno cambiato i canali sulla TV della palestra così mi sono ritrovata a vedere "
".
Scrivo "vedere" perché dopo i primi due minuti, mi sono levata gli auricolari e ho cercato di guardare il meno possibile lo schermo.
Dal titolo si può capire benissimo di cosa parla "How clean is your house": due signore si recano in una casa a esaminare il livello di sporcizia e la ripuliscono da cima a fondo. Una delle due si occupa delle analisi batteriologiche, mentre l'altra si occupa delle pulizie vere e proprie.
Non che mi aspetti un gran livello di igiene da gente che ha la moquette in bagno e non risciacqua i piatti insaponati, ma ci sono dei limiti!!! Questa gente non li ha nemmeno mai lavati i piatti! Non credevo avrei mai visto qualcosa di simile in TV.
Stasera appena tornata a casa ho pulito tutta la cucina e l'ho ripulita una seconda volta dopo cena...
Ecco cosa succede a mangiare troppe sufganiot.

Wednesday, 28 November 2007

Mostre e pubbliche scuse

Un altra domenica all'insegna della cultura e dell'arte in quel di Londra.
Se conosco i miei polli (e vi conosco, oh! se vi conosco!), scommetto che siete già pronti a farvi quattro risate per i miei scontri frontali con l'arte... ah! illusi!
Mi spiace deludervi, ma questa volta nessuna figuraccia, nessuna frase umiliante pronunciata al momento sbagliato nel luogo sbagliato.
Domenica, per una volta ogni tanto, ho giocato in casa: mostra sull'esercito di terracotta al British Museum.
Comunque, tanto per essere sicura, mi sono preparata a dovere: ho rispolverato le mie conoscenze di storia e la scorsa settimana mi sono rivista ben due film che parlavano di Qin Shi Huangdi. Per primo ho rivisto "Hero" di Zhang Yimou, limitando al minimo il numero di sospiri per ogni volta che Liang Chaowei compariva sullo schermo (le cotte adolescenziali sono dure a passare) .
Poi è stata la volta de "L'imperatore e l'assassino" di Chen Kaige: mi ci sono volute due sere per finire di vederlo. Me lo ricordavo come un film noioso, ma non così tanto! Lo scorso mercoledì sera, mentre tentavo disperatamente di vedere gli ultimi venti minuti del film, mi sono sentita in dovere di scusarmi con tutte le persone che, nel corso degli anni ho costretto o convinto a vedere certi film con me.
Papà, mamma, mi spiace per avervi convinto che il modo migliore per passare un sabato sera sia guardare insieme a vostra figlia "Addio mia concubina".
Franceschina, ora ho capito che la mera presenza di Ewan McGregor non giustifica il prezzo di un biglietto del cinema per vedere "Young Adam", e che non devo mai e poi mai fidarmi delle palle che la Tornabuoni schiaffa ai film sulla stampa.
Lucia, quando ti ho detto che mi sono addormentata mentre guardavamo "Ran" perché l'avevo già visto, mentivo. Mi sono addormentata perché lo trovavo incomprensibile e noioso.
Marco e Stefy, perdonatemi per avervi trascinato a vedere "Le Divorce". Non lo farò mai più.
Comunque, chiusa questa parentesi di pubbliche scuse, torniamo alla mostra: in una sola parola, stupenda. L'emozione che ho provato a trovarmi faccia a faccia con i guerrieri nel British Museum è stata diversa da quella che si prova a Xi'an. Diversa ma non meno forte: a Xi'an si è colpiti dalla maestosità dell'esercito: si possono leggere pagine e pagine sull'esercito, ma quando si arriva a Xi'an si resta senza parole: sono tutti lì, sull'attenti i soldati, pronti a difendere l'imperatore, sembra che l'occhio umano non sia pronto a raccogliere tutte le informazioni che arrivano dai quattro angoli del capannone... ma quanti sono?!?
I guerrieri al British sono un numero inferiore, una percentuale infinitesimale, ma non per questo meno emozionante. Mi sono trovata faccia a faccia, a meno di cinquanta centimetri dai guerrieri e le luci soffuse dell'esibizione, l'assenza di flash che scattano e cellulari che squillano (un leitmotiv fastidioso come pochi in quel di Xi'an) li fa sembrare reali vivi: sono passati millenni eppure eccoli qui e mi stanno guardando negli occhi.
Una parte molto interessante della mostra è quella che parla di come i guerrieri venivano prodotti e delle persone che li hanno costruiti. Come diceva Brecht, "dove andarono i muratori, la sera che terminarono la Grande Muraglia?". Lo stesso discorso vale per i molti artigiani che per anni crearono i guerrieri di terracotta, un gran numero dei quali morì durante la fabbricazione dell'esercito. La mostra parla anche di questi artigiani, descrive la loro vita nelle "fabbriche" dei guerrieri (perché era una produzione in serie... il primo modello T, altro che Henry Ford!).
Se progettate un viaggio a Londra entro il sei aprile, vi consiglio caldamente una visita (vi conviene però comprare già adesso i biglietti, visto e considerato che i biglietti per fino a dicembre sono esauriti, quelli fino ad aprile limitati e al museo vengono messi in vendita per il giorno stesso "solo" 500 biglietti al giorni). Se siete interessati, date un'occhiata al
Rispettosa delle regole non ho fatto foto alla mostra, quindi vi dovrete accontentare dell'esercito di terracotta creato dalle scolaresche in visita.
love not war

Monday, 26 November 2007

Un anno fa

i segni, un anno dopo



Una domenica, dodici mesi fa, sono uscita a fare una passeggiata per il centro. La giornata non era un granché: cielo grigio, poca luce, temperature basse. Avevo comunque deciso di fare un giro in centro e riguardarmi con calma la mostra "I segni del corpo".
Di quella domenica mi ricordo la sensazione di calma; nelle settimane prima erano successe molte cose: ero diventata da poco proprietaria di un mutuo trentennale, avevo perso degli amici e ne avevo guadagnati di nuovi, non pensavo ad altro che a "sedermi", rilassarmi, lasciare passare il tempo e costruirmi una nuova routine.
Non mi sono rilassata molto, perché dopo pochi mesi è di nuovo cambiato tutto: dodici mesi, due traslochi, due città e due lavori. Spero di potermi sedere per un po' adesso. Comunque, visto che la prudenza non è mai troppa e amo essere preparata a ogni evenienza, ho conservato tutti gli scatoloni del trasloco, 't sas mai...

Monday, 19 November 2007

Lost and Found

Succede che divago.
Salto di palo in frasca.
Quando chiacchiero, quando scrivo lettere ed e-mail, anche quando penso, invece di andare da A a B, finisce che parto da A e passo da C e Z salvo poi non ricordarmi dove volevo andare.
Seguire il filo dei miei pensieri a volte è fin troppo complicato, anche per me; è un po' come i labirinti della "Settimana Enigmistica", dove c'è una sola uscita e un solo percorso giusto, mentre gli altri finiscono in vicoli ciechi. L'unica differenza è che il più delle volte non solo finisco nei vari vicoli ciechi, ma dopo un po' ne sono talmente presa che non mi interessa più uscire dal labirinto.
Così, ogni volta mi perdo per poter scoprire cose nuove e gettare nuova luce su cose che già sapevo (ma che avevo in qualche modo scordata).
Oggi è stato un giorno di salti continui su internet, che mi hanno fatto scoprire tante cose. Ho scoperto che: alla V&A c'è in esibizione temporanea un "esercito di terracotta" formato di Power Rangers; esistono in commercio degli
per proteggersi gli occhi quando si tagliano le cipolle.
Ho anche realizzato quanto sia distante dall'Italia. Ok, l'avevo già capito da qualche mese: alcuni indizi mi avevano già portato a questa conclusione, come ad esempio la densità pro-capite di pub, il tè con il latte, quella simpatica nonnina con cappellini assurdi che va sotto il nome di "regina"...
Oggi pomeriggio, verso le due, mentre fuori pioveva giù il mondo io mi bevevo un tè (con il latte), mentre leggevo un po' di pagine dei giornali con brevi escursioni nelle pagine di wikipedia, mi sono resa conto di una verità che è sempre stata sotto il mio naso. Saltando da un sito all'altro, mi sono resa conto che sono mesi che non leggevo una notizia sul papa. Non il minimo accento. Non ci avevo mai fatto caso, ora capisco perché non sono più cosa nervosa e arrabbiata quando guardo i telegiornali: finora pensavo fosse solo la distanza da Emilio Fede!

Thursday, 15 November 2007

Uffa! Argh! Parte II

Sarebbe bello poter credere che una notte di sonno abbia portato con sé qualche miglioramento, che la mia sbadataggine sia evaporata, scomparsa.
Purtroppo non è così, la sbadataggine è rimasta dov'era.
In compenso stamattina è scomparsa dal bagno la crema per il viso; non me ne capacito...

Tuesday, 13 November 2007

Argh! Uffa!

Vi succede mai di voler dire qualcosa, ma non ricordarvi esattamente cosa? A volte mi capita: per una ragione o l'altra, il filo del discorso si interrompe e io rimango impalata dove mi trovo, a tentare disperatamente di recuperare nella mia mente le parole che avrei voluto dire solo cinque secondi prima. Non riesco più a parlare, perché sono così inutilmente impegnata a ritrovare i pensieri persi che non riesco più a concentrarmi sul presente.
C'è qualcosa di più fastidioso e irritante? Direi proprio di sì. Non c'è nulla che mi fa innervosire, perdere la pazienza e arrabbiarmi è quando perdo qualcosa per casa. Non parlo solo della seccatura di lottare con una lavatrice che ama abbuffarsi di calzini (entrano pari ed escono dispari, se qualcuno sa spiegarmi le cause e possibili soluzioni, avrà la mia riconoscenza eterna). Parlo proprio di perdere oggetti grandi e piccoli per casa. Poso una penna sul tavolo e quando la cerco per scrivere non è più lì; poso l'orologio sul comodino e per magia il mattino dopo è scomparso. È una brutta abitudine che ho sempre avuto, sin da bambina: non mi ricordo esattamente l'ultima volta che ho visto un oggetto, anche se sono convinta del contrario.
Tutto ciò che perdo ricompare prima o poi, ma quando mi accorgo che qualcosa manca, allora inizio a scartabellare tutte le stanze, gli armadi, le scatole, e così facendo finisce che ritrovo qualcosa che avevo perso un po' di tempo prima; ma non ritrovo MAI ciò che sto cercando in quel momento.
Ora, la mia casa dolce casa in quel di Surbiton non è grande, anzi è proprio piccola: mini ingresso, camera bonsai, cucina e bagno, non è un buco, ma ci si avvicina.
Ieri ho scaricato delle foto da una memory card sul computer, ho rimesso la memory card nella custodia e messo via tutto nella borsa.
Stasera ho aperto la borsa e indovinate un po'... non mi è sparita la memory card, no! Ne sono sparite due!!! Due memory card su tre, e la terza probabilmente si è salvata da un simile destino crudele solo perché l'avevo lasciata dentro la macchina fotografica.
I casi sono due: la mia borsa si è mangiata le memory card; oppure, in qualche modo, sono riuscita a perdere le memory card nel tragitto di cinquanta centimetri fra il lettore di memoria e la borsa e questa non è altro che l'ennesima prova che sono una casinara.

Monday, 12 November 2007

1995

Fu un'estate veramente calda, quella del 1995 in Inghilterra: pochissima pioggia, temperature elevate, e tanto, tanto sole.
In un caldo pomeriggio di giugno del 1995 ero insieme ad altre cinque ragazze italiane sul piazzale davanti alla stazione di Reading; le orecchie mi fischiavano per lo sbalzo di pressione dell'aereo, non riuscivo a tenere gli occhi aperti per via del sole che picchiava forte; non era esattamente l'inizio migliore di una vacanza studio da un mese quando, dal parcheggio, ecco apparire una signora: una cinquantina d'anni, vestito blu con motivi floreali, un cappellino bianco che faceva pendant non solo con la borsa e le scarpe ma anche con i due cagnolini che teneva al guinzaglio. Lo sguardo allegro, il sorriso felice, salutò la signora che ci aveva accompagnato dall'aeroporto. Le altre ragazze mi dissero sghignazzando che sarebbe toccata a me, "la regina degli stereotipi britannici".
Gill, questo il vero nome della regina, era tutto fuorché uno stereotipo e mi ci vollero pochi minuti per capirlo: il tempo di recuperare la valigia e arrivare alla macchina, e mi sentivo già a casa, sapevo quasi tutto delle persone che abitavano e gravitavano intorno a Kalewa, la casa dove avrei passato le quattro settimane successive. Sapevo di Gill, di Phil, suo marito, dei 4 figli, del fratello di Phil, dei vari amici ed ero già diventata amica di Polly e Dolly, i due cagnolini. Sin dal primo giorno mi sono sentita parte della famiglia, non un'ospite; e mi sentivo così perché era così che tutta l'allegra combriccola di Kalewa considerava gli studenti che passavano una parte delle loro vacanze a studiare inglese.
Gill era un vulcano di idee e quelle quattro settimane volarono via così veloci, fra lezioni al mattino e pomeriggi passati in giro.
C'era sempre qualcosa da fare, qualcuno da andare a trovare, qualche posto da vedere, era come una trottola che non si fermava mai. Anche se la scuola organizzava attività tutti i pomeriggi, il più delle volte andavo in giro con Gill: andavamo a trovare le sue amiche, a raccogliere fragole e mirtilli ai "pick your own", oppure andavamo in giro per la campagna inglese, trovavamo un bel posto e ci fermavamo, lei dipingeva, io leggevo Faulkner e giocavo con Polly e Dolly. A diciassette anni ero un problematico brutto anatroccolo: mi sentivo fuori posto ovunque e comunque, con gli altri e con me stessa, pensavo di non essere all'altezza delle persone che mi circondavano; ero reduce da una guerra del silenzio in famiglia che mi aveva lasciato con un po' di cicatrici e con molta diffidenza nei confronti del genere umano.
La cosa che più apprezzavo dei pomeriggi con Gill era che non mi dovevo nascondere, non dovevo cercare di essere qualcuno di diverso, riuscivo a essere onesta non solo con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Un elefante spigoloso, ecco come mi ero descritta in uno di questi pomeriggi oziosi a Gill: mi sentivo, vedevo, credevo goffa, senza grazia e senza diplomazia, introversa e lunatica. Non volevo essere così, avrei voluto essere più estroversa, ma finivo per chiudermi in me stessa per paura di venire ferita. Senza contare, aggiunsi, che avevo le orecchie a sventola, proprio come Dumbo. Gill non cercò di convincermi del contrario, non mi rassicurò con storie di fasi di passaggio e miglioramenti nel futuro immediato. No, no, lei scoppiò a ridere invece, una risata fresca e contagiosa e mi disse che dovevo girare alla larga dagli alcolici la sera, se non volevo svegliarmi il giorno dopo appollaiata su qualche albero. E io risi insieme a lei. Quelle 4 settimane mi hanno cambiato: non mi sono trasformata in cigno, questo no, ma sono state l'inizio di un lungo processo di accettazione. Gill, con il suo modo di fare dolce e il suo amore per la vita, mi ha insegnato ad apprezzare i lati positivi e convivere con quelli negativi del proprio carattere. Gill mi ha dimostrato che si può essere felici ed essere amati anche se si è un brutto anatroccolo. O un elefante spigoloso.
Tornata in Italia, siamo rimaste in contatto, sarebbe stato impossibile pensare il contrario: era diventata la mia seconda mamma, la mia mamma inglese e non è concepibile non sentire la propria mamma; così è iniziata una corrispondenza fitta e continua, fatta di lettere e cartoline, costellata di piccoli e grandi eventi e tante foto. Tornare a casa e trovare una sua lettera ad aspettarmi rendeva tutto migliore: lettere dolci e piene di calore e amore, pagine di calligrafia minuta che raccontavano di viaggi, matrimoni, nipotini e fatti buffi, così, quando ci rincontravamo, ne potevamo riparlare e scherzarci su.
Gli anni passano e le persone se ne vanno e ci lasciano. Per quanto inevitabile, per quanto ci si possa preparare a notizie del genere, la dura e cruda realtà è che non si è mai pronti. Non ero pronta, la scorsa settimana quando, seduta in fondo alla chiesa di St. Peter per il funerale di Gill, sono ritornata con la mente alla calda estate del 1995: alla station wagon blu con cui scarrozzavamo su e giù per il Berkshire, alle partite a Thekenspiel e i bicchieri di limonata, ai pic-nic improvvisati con tutta la famiglia e alle gite lunto il Tamigi, a come cercasse inutilmente di convertirmi alla fede della Marmite. A quando, durante un viaggio, era passata davanti a uno stabilimento della Marmite, e si era fermata apposta per farsi fare una foto da spedirmi.
A Torino è rimasta una scatola di lettere e cartoline; con me ho tanti bei ricordi, una fotografia nel mio cuore di Gill che balla un twist con Jakub (un altro dei suoi studenti) durante la festa per i suoi 60 anni e ride. Se penso a Gill, sorrido, mentre una lacrima scende sulla guancia.
Mi manca. Tutto qua.

Friday, 2 November 2007

A small truth

A volte la vita ci mette davanti a scelte fondamentali, che cambieranno per sempre il modo in cui noi vediamo il mondo e il giudizio che hanno di noi le persone che ci circondano. Caffè macchiato o normale? Scarpe umane o dolorosamente a punta? Occhiali o lenti a contatto?
La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità? O un'alterazione lieve e marginale della verità -no, non è una bugia, ci assomiglia e infatti molti le prendono per gemelle, ma non è così- detta a fin di bene?
Personalmente propendo per la prima opzione, non solo per quanto riguarda la verità. Ammetto però che spesso una piccola bugia salva da molti mal di testa. Se un'amica chiede un parere su vestito che si è appena comprata, che dici? È più comodo e accomodante dire che le mette in risalto gli occhi o andare dove ci porta il cuore, e chiederle se ha approfittato di una svendita al circo Togni? Di sicuro a seguire il cuore la offenderete, perché lei penserà a un commento su qualche kg in più. Se cercate di rassicurarla, dicendo che piuttosto voi pensavate ai pagliacci, sappiate che peggiorerete (e di molto, fidatevi, parlo per esperienza personale) la situazione.
Il più delle volte comunque cerco di essere onesta, prima con me stessa e poi con gli altri: non che ci pensi sempre, ma quando meno me l'aspetto succede qualcosa che mi fa pensare all'importanza di dire la verità.
Ora, non so esattamente bene cosa sto scrivendo, né cosa sto pensando. Forse l'avrei dovuto precisare all'inizio: sono imbottita di antidolorifici e antibiotici, causa maledetto ascesso e futura devitalizzazione di un dente, quindi è altamente probabile che io sragioni.
Tra una maledizione e l'altra lanciata alla mia ex-dentista, mi mi sono ricordata di un episodio, capitatomi in settimana, che mi ha fatto venire voglia di dire una verità piccola piccola, che molti giudicheranno strana e che alcuni conoscono già.
Antefatto: in settimana ero a Copenhagen per lavoro. Città bellissima con le nuvole raso terra, alle quattro finivo di lavorare, il che mi lasciava circa un'ora di luce e tutta la serata per andare in giro per la città. Il centro di Copenhagen è pieno di negozi e negozietti e io non sono certo una che si tira indietro! Non conoscendo una parola di danese, le probabilità di comprare dei libri erano piuttosto basse, ma ciò non mi ha certo fermato e così sono entrata in più di una libreria. E in una libreria davanti allo sguardo esterefatto di una commessa, mi sono ricordata di questa piccola verità. Fine antefatto.
La verità è questa: io sniffo i libri.
Sì, sì, avete letto bene, sniffo i libri. Più salutare della cocaina, no? E anche del gessetto, che un mio compagno balengo delle superiori si divertiva a tagliuzzare con una carta telefonica e a sniffare a mò di coca, ma sto andando fuori argomento di nuovo.
I libri profumano, ogni libro profuma in una maniera unica. Provate: aprite a metà un tascabile Newton e tirate su una bella soffiata, partendo dal basso verso l'alto. Ora ripetete l'esperimento con un rilegato Einaudi. Oppure sfogliatelo velocemente da un capo all'altro. Sono profumi diversi o no?
Non mi ricordo bene quando ho iniziato, ma so che ho sempre amato i libri nuovi, quando hanno ancora quell'odore di "nuovo", non sono ancora passati per due o tre zaini, non ci ho ancora fatto cadere sopra (accidentalmente) la spremuta di arancia e non ho lasciato nessuna impronta digitale alla marmellata di more. Con il tempo, il profumo di nuovo si perde, ma ne arrivano altri: il mazzetto di lavanda lasciato per un anno a fare compagnia ai fratelli Karamazov, l'odore di eucaliptolo fra i gialli Mondadori, la sabbia rimasta fra le pagine di "Alta Fedeltà", l'aroma di chaomian che "Fever Pitch" ha acquisito in 43 ore di treno Beijing-Kunming e che da allora non se n'è più andato. Ed è bello ogni tanto non solo leggere i libri, ma perdersi nei loro profumi.
Che male c'è ogni tanto a ficcare il naso in un libro e dare una breve sniffata? Ho letto da qualche parte che gli odori catalizzano i ricordi: visto e considerato che gran parte della mia vita è stata accompagnata da un libro, annusare i libri è un ottimo modo per ricordarsi qualcosa.
Stesso discorso per le librerie. Anche le librerie profumano. Sono fragranze diverse, ovviamente: Paravia non ha lo stesso profumo della Feltrinelli, mi pare ovvio.
Se poi vi trovate all'estero le differenze sono ancora più evidenti.
In Cina la prima impressione che provo quando entro in una libreria è di trovarmi in una stamperia di inizio Novecento. L'odore dell'inchiostro è così forte che sovrasta quello della carta e dei pavimenti di legno o di cemento. Ti si attacca addosso, rimane sulle dita dopo aver sfogliato un libro.
Anche a Londra l'odore è diverso: diversi inchiostri, diverse carte, a volte il tutto si mischia con il profumo di caffè che arriva dalla caffetteria che c'è all'interno della libreria.
Indovinate un po'? Anche in Danimarca, libri e librerie hanno un profumo diverso.
I miei amici sanno di questo mio, ehm, "vizio". Quando Miky mi ha regalato per Natale un volume di Harry Potter in cinese, la prima cosa che ho fatto è stato sfogliarlo velocemente e darci una veloce sniffata come un segugio, per poi dire tutta soddisfatta: "Ah! Sa davvero di Cina!".
Lei sapeva a cosa mi riferivo e non ha trovato strano l'episodio, anche perché non sono la sola! Conosco molte altre persone che come me amano annusare i libri.
A quanto pare, non ce ne sono molte di persone così in Danimarca, o forse annusano i libri in maniera meno evidente, almeno a giudicare dalle occhiate esterefatte delle commesse delle librerie...

Monday, 22 October 2007

Crack at Tate

Il fatto che da bambina non fossi in grado di disegnare una linea retta nemmeno su un foglio a quadretti, usando il righello per giunta, dovrebbe dirla tutta sulle mie doti artistiche.
Il fatto che ancora adesso non sia sempre in grado di disegnare una linea retta su un foglio a quadretti, usando ovviamente un righello, è la prova che non è cambiato molto da allora.
Questa storia del righello, beh lo ammetto, l'ho sempre usata come prova lampante per giustificare il mio rapporto problematico con l'arte contemporanea, come se fosse una scusa, un motivo sufficiente a spiegare perché non sia mai riuscita a capire la buona parte della produzione artistica mondiale dopo le "Ninfee" di Monet.
Come tutti quanti, provo un po' di diffidenza per ciò che non conosco e non capisco; e sono profondamente a disagio e diffidente quando non riesco a distinguere un occhio da un naso. Ciononostante cerco sempre di trovare qualche punto di contatto. Molto spesso davanti a certi dipinti, a buona parte delle sculture mi sento come Fantozzi davanti a "La corazzata Potemkin"... sfortunatamente, senza i 92 minuti d'applausi dopo.
Tutto ciò si riflette in una serie di passaggi, che si ripetono quasi ogni volta che ho a che fare con l'arte del Novecento e che, nonostante mi siano ormai familiari, non riesco a evitare.

Passaggio 1.
Sono davanti a un dipinto o a una scultura. Non capisco cosa sia.
Passaggio 2.
Mi viene in mente un'idea sul possibile significato o un commento generico. Ovviamente trattasi di una stupidagine di proporzioni titaniche.
Passaggio 3.
Ancora più dolorosamente ovvio, mi accorgo che non solo è una stupidaggine, non solo l'ho pensata, ma l'ho anche pure detta, a voce sufficientemente alta.
Passaggio 4.
Per aggiungere umiliazione su umiliazione, quasi in contemporanea mi accorgo che nella stanza con me c'è qualcun altro. Una guida, un turista o una comitiva intera di turisti: ovviamente ho pronunciato tutto nella lingua compresa dalla maggioranza delle persone intorno a me.


A 19 anni a Barcellona, in visita al Museo Picasso, davanti all'ennesimo quadro che non capivo, ho inclinato la testa su un lato e pensato, anzi, detto: "Secondo me, l'hanno appeso al contrario". Al che, la guida alle mie spalle ha tenuto a precisare che no, era appeso dal lato giusto. Essendo Barcellona, potete tranquillamente immaginare quanti italiani c'erano in quella stanza del museo in quel momento.
Fino a qualche settimana fa, l'ultima figuraccia l'ho rimediata alla Tate Modern. Non capirò nulla d'arte, ma amo la Tate Modern e ci passerei ore, se non giorni. Ci vado spesso e in una delle mie ultime visite, mi sono fermata davanti a un'opera di Jo Baer, intitolata "Stations of the Spectrum, Primary Colors". Sono tre tele bianche, con una cornice colorata (nero e blu scuro) intorno. Tre cornici, una accanto all'altra. Mentre ero davanti alle cornici, guardandole e cercando di capirne il senso, ho notato una mosca sulla cornice colorata. Nel momento esatto in cui dicevo ad alta voce la frase: "Chissà che cosa rappresenta la mosca rispetto al resto dell'opera", la mosca è volata via. Credo abbia comunque fatto in tempo a sentire la guida dietro di me dire che "in realtà la mosca non fa parte dell'opera".
Così, qualche settimana fa, chiacchierando con dei colleghi, uno di loro mi ha detto che tutti i giornali parlavano della crepa della Tate. Probabilmente, anche a causa della carenza di caffeina, mi sono ritrovata a dire che forse era prevedibile, che a forza di montare e smontare esposizioni, il pavimento si rovinasse. Nel silenzio successivo, mi è sembrato che la mia voce fosse eccessivamente stridula mentre dicevo: "Ah, la crepa E' l'opera in esposizione quindi..."
Dopo l'ennesima figuraccia ho scoperto che...
Crack!
Questa non è una crepa.
Questa è Shibboleth; è la frattura profonda che divide le razze, il golfo fra il mondo occidentale e il terzo mondo.
Mi sembra ovvio.
Mi sembra una frattura profonda, che assomiglia pericolosamente a una crepa.

Friday, 19 October 2007

night fever, night feveeer....

Mal di gola, mal di testa, brividi... i sintomi c'erano tutti e avevano deciso di manifestarsi a metà giornata, nel preciso
momento in cui una mole di lavoro si era delicatamente posata sulla mia scrivania. Mi sono trascinata a casa e ho Mal di gola, mal di testa, brividi... i sintomi c'erano tutti e avevano deciso di manifestarsi a metà giornata, nel preciso momento in cui una mole di lavoro si era delicatamente posata sulla mia scrivania. Mi sono trascinata a casa e ho
deciso che un giorno di mutua non me l'avrebbe tolto nessuno.
Ora, quando ero piccola, anche se con la febbre a quaranta, amavo stare a casa. Era stupendo perché significava una sola cosa: coccole a gogo!
Mia mamma mi cucinava sempre qualcosa che mi piaceva (il bunet, il semolino, il risolatte), quando al mattino usciva per andare a comprare il pane, tornava anche con qualche fumetto per me e a volte anche un puffo per la mia collezione.
Potevo stare sdraiata sul divano quanto volevo, potevo guardare i cartoni animati; bastava un piccolo lamento e mia mamma arriva subito a chiedermi come stavo, sistemarmi i cuscini, chiedermi se volevo una spremuta d'arancia...
Ah i bei tempi andati! Le cose sono leggermente cambiate da allora e ormai sono anni che non ricevo puffi per la mia collezione quando sono malata.
Così, adesso i giorni di mutua proprio non mi piacciono: certo, di mattina mi piace potere stare a letto un poco più a lungo, ma poi le cose non migliorano molto. Devo comunque cucinare, pulire la casa e non sono riuscita a trovare un canale in TV con dei cartoni che mi piacessero.
Non sono sola però ad essere febbricitante: l'Inghilterra è alle prese con un attacco virale inaspettato. Il virus è conosciuto con il nome di finale della coppa del mondo di rugby. L'Inghilterra era partita malissimo ma poi ha imbroccato la settimana giusta e lo scorso sabato è arrivata in finale. Domani gioca contro il Sudafrica e ovviamente tutti ne parlano e tutti si stanno preparando per domani. A quanto si dice e si legge, anche la regina guarderà la partita. Se poi oggi fossi stata in forma, ad esempio, avrei potuto fare un salto a Trafalgar Square: per tutta la giornata, in bella mostra sulla piazza, c'era la statua di cera di Madame Tussauds di Johnny Wilkinson. In più so tutto ciò che c'è da sapere sullo sciopero dei dipendenti del metrò parigino, visto che BBC e ITV trasmettevano aggiornamenti sulla situazione dello sciopero ogni ora.
A domani per vedere come va con la febbre...

Thursday, 18 October 2007

As seen on TV

Per un momento ho creduto di avere le allucinazioni. Ho pensato che forse era la febbre a farmi vedere e sentire cose che non esistono. Invece era ed è tutto reale... domani mi faccio un giro da Sainsbury's...



Il Jukebox di Pandora

Dopo aver passato buona parte di lunedì sera a mettere insieme il porta CD B(r)enno (guai ai giunti!), la cosa più logica che potessi fare era metterci i miei cd in bella mostra. Che ci vuole? Nulla, basta aprire lo scatolone in cui ho depositato i miei cd quando ho traslocato, prendere i cd e via! infilarli nei vari ripiani. Facile, vero?
Ceeerto, facile, facilissimo! Se non fossi un'ossessiva compulsiva sarebbe facile, facilissimo! Purtroppo è verità universalmente riconosciuta che se qualcosa può andare storto lo farà.
Sono partita bene: tutti i cd di De André erano ordinati e vicini, e dopo è stato il turno di Gershwin; i Clash e Wang Fei sono stati un gioco da ragazzi, più facile che rubare le caramelle a un bambino.
Chiunque di voi che abbia ascoltato sia i Clash che Wang Fei potrebbe pensare che metterli sullo stesso ripiano (per non estendere il discorso all'intera discoteca) sia un accostamento un po' originale, ma non è questo il momento per simili piccoli e marginali elementi. Con un veloce calcolo mentale sono arrivata alla conclusione che non mi ci sarebbe voluta più di mezz'ora per finire di svuotare la scatola. Come diceva Antonello (che al momento è fra "Meteora" e "I canti del Gobi": non fatemi domande, un giorno potrei rispondervi), la matematica non sarà mai il mio mestiere. Infatti i calcoli erano completamente sballati
Tutto è iniziato con una semplice e innocente domanda: dove diavolo è finito "Sinchronicity"? Per quale motivo non è vicino a "Ghost in the machine"??? La risposta è stata: non lo so, ma so che è da qualche parte e mi basta cercarlo per trovarlo.
Col senno di poi, avrei dovuto capire: ero inequivocabilmente davanti all'inizio della fine; ma il falso miraggio di una serata passata ad oziare sul divano mi ha tratto in inganno e quando mi sono accorta dei pericoli che correvo era ormai troppo tardi. Mi fossi fermata al "non lo so", invece di riprendere fiato e dire cretinate, nulla di ciò che è successo dopo sarebbe accaduto.
Mezz'ora più tardi non solo non avevo finito di riordinare, non solo non ero spaparanzata sul divano a mò di balena spiaggiata, ma il pavimento della cucina era invaso di custodie aperte di cd; non paga di aver perso dei cd, ho scoperto che molti superstiti erano finiti nelle custodie sbagliate, per cui ho deciso di riordinare pure loro.
Mi ci sono volute cinque ore per finire tutto. Spero solo che stanotte i miei sogni non siano più popolati da cd che mi inseguono su e giù per Victoria Road. Dovrei anche chiedermi dov'è finito il Greatest Hits dei Bee Gees, ma forse è meglio se rimando la domanda a data da destinarsi.

Monday, 15 October 2007

La vis mode d'emploi

Ieri mattina ho fatto un giro all'Ikea di Croydon, avevo bisogno di una cassettiera piccola per l'ingresso e una scarpiera.
Ne sono uscita con una cassettiera piccola per l'ingresso e una scarpiera.
E un porta CD Benno. E una lavagna magnetica. E dei pennarelli per scrivere sulla lavagna magnetica. E dei bicchieri. E un pela patate. E un set di mestoli. E un portaoggetti per i cassetti. E delle tende.
Ah l'Ikea! L'Ikea è casa per me: in Italia, Cina o Inghilterra, l'Ikea è uguale a se stessa sempre e ovunque nel mondo. Non solo lo stesso catalogo, ma ogni negozio è uguale agli altri, con la stessa esposizione e la stessa musica in sottofondo... purtroppo anche i cartellini del prezzo hanno gli stessi numeri!ua
Ogni volta che entro in un'Ikea, mi tranquilizzo; passeggio nell'esposizione e mi trovo a immaginarmi parte di questo fantastico mondo in cui tutte le famiglie sono felici e sorridenti e riescono a vivere in 4 in un appartamento da 50 mq con cucina stile piazza d'armi.
Adoro curiosare negli esempi di disposizione dei mobili: "Io e la mia ragazza top-model viviamo in un monolocale da 35 metri quadri ma abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno!". Evidentemente né lui né la morosa top-model leggono molto, perché c'è solo una striminzita libreria. A voler essere pignola, non c'è nemmeno traccia del tavolo, ma probabilmente è per via della fidanzata top-model.
La cosa che mi piace di più è la parte dedicata allo studio: che bello questo mondo dove c'è uno studio in ogni casa! La libreria, la scrivania, il portadocumenti, scatole, scatoloni e scatoline...
La fregatura è che, così persa a fantasticare di improbabili case future con cucine giganti, camere da letto soppalcate e studi con librerie sui quattro lati, mi dimentico di alcuni punti fondamentali. Elementi che non andrebbero mai scordati quando si va all'Ikea.
Punto 1. Tutto ciò che compri lo devi portare a casa.
Punto 2. In mancanza di automobile, tutto ciò che compri lo devi riportare a casa in tram fino a Wimbledon, e poi in treno fino a Surbiton. E poi a piedi. In salita. Fino a casa.
Punto 3. Il tuo appartamento è al secondo piano. Senza ascensore.
Punto 4. Tutto ciò che hai comprato e che era in una scatola va montato, avvitato e inchiodato... ma non ti preoccupare, tanto ci sono le istruzioni. E la chiave a brugola.
Ce ne sarebbe abbastanza per farmi correre lungo tutta l'Ikea urlando come Macaulay Culkin in "Mamma, ho perso l'aereo" (un giorno ci proverò, tanto per il gusto di farlo). Ma io ho due assi nella manica: il primo è il servizio di consegna a domicilio. Costa 30 sterline e c'è il rischio di incappare in un corriere imbranato con seri problemi di orientamento, ma eviti il rischio di stramazzare a terra nel tentativo di trascinare 20 kg di mobili lungo le strade di Surbiton.
Ci sono voluti alcuni anni di tentativi, esperimenti e prove per arrivare al secondo asso nella manica, il più importante: una volta aperta la scatola, il trucco sta nello sfogliare le istruzione e poi usarle per ricoprire il pavimento e ricordarsi di gettarle nella raccolta differenziata alla fine.

Tuesday, 9 October 2007

Cosa bolle in pentola




I miei nove giorni di ferie in Italia sono volati via veloci come non mai e prima ancora di riuscire a dire "neh" mi sono ritrovata a Caselle ad aspettare il volo che mi avrebbe riportato a Londra. Mi sono bastati questi pochi giorni per farmi assalire da un po' di nostalgia (canaglia, direi). So che fino a Natale sentirò la mancanza di molte cose: il coniglio come solo mia mamma sa cucinare, il gelato di Grom, Piazza Carlina.
Ovvio e scontato, ma lo scrivo lo stesso, sentirò pure la mancanza delle persone: la famiglia, gli amici, gli ex-vicini di casa.
Sono di nuovo a Surbiton e, manco a farlo apposta, fuori piove e fa freddo. I miei vicini si rinchiudono in casa e le possibilità di non dico parlargli, ma almeno salutarli, rimangono bassissime. Come se tutto ciò non bastasse, il coniglio rimane ancora difficile da trovare.
Ci sono comunque alcuni lati positivi: ho ancora abbastanza Nutella e San Simone per i prossimi mesi, non mi hanno rubato la bicicletta e la pianta di peperoncino non è proprio morta... è solo leggermente seccata, così ora ho anche del fantasctico olio al peperoncino pronto all'uso.
Sto rientrando nella mia routine di tutti i giorni: per ora nessuna nuova piaga d'Inghilterra è apparsa all'orizzonte (dopo la malattia della lingua blu... siamo a quattro in quattro mesi, mi sembra un'ottima media); il treno non ha ancora subito tremendi ritardi a causa delle foglie e Metro continua a fornirmi il sudoku, i fumetti e le notizie su Amy Winehouse e Pete Doherty, senza i quali la mia mattina non sarebbe completa.
Qualcosa in realtà è successo a Surbiton e ancora mi stupisco che nessuno in Italia ne abbia fatto menzione alcuna! Il Vaticano ha negato che ci sia qualcosa di miracoloso o sacro nelle presunti apparizioni della Madonna sul tronco di un pino qua a Surbiton. La notizia è finita anche sulla
BBC: considerando che gli UFO li hanno già avvistati, con che cosa verranno deliziate le cronache cittadine nei prossimi mesi?

Tuesday, 25 September 2007

Foglie sui binari

Da bambina non leggevo spesso "Topolino": mia mamma lo considerava troppo costoso, quindi lo comprava raramente. Questo mi tagliava fuori da molte conversazioni con i miei compagni di classe visto che ero finita in una classe di disneyani di ferro. L'unico motivo per cui non facevo (troppe) storie quando era ora di andare dal dentista era perché sapevo che era abbonato a Topolino e quindi ero certa di poter leggere qualche storia che mi ero persa. In realtà sospetto che più che il costo effettivo, mia mamma non volesse comprare Topolino per una profonda e mal celata antipatia nei confronti del roditore e compagnia cantante; alla fine io e Adri avevamo sempre dei fumetti da leggere, e non credo che quelli fossero gratis (mio padre non è mai stato tipo da spesa proletaria): c'era Mafalda (la mia preferita), c'era Tiramolla, c'erano Geppo il diavolo buono e Hagar l'Orribile, ogni tanto ci capitava pure un numero di Nonna Abelarda fra le mani e non mancavano mai gli album delle Sturmtruppen e Nick Carter. Poi, poi c'era "Linus". Linus! I miei avevano la collezione completa: dalla prima uscita in avanti, non mancava nemmeno un numero in casa. Io e Adri adoravamo Linus e, specie d'estate, passavamo interi pomeriggi a leggere i vecchi numeri, da leggere ce n'era a volontà. Ovviamente non leggevamo mica tutto: a pensarci bene erano più le pagine che saltavamo che quelle che leggevamo; evitavamo con grande cura tutti gli articoli e i fumetti che avevamo deciso non essere degni di nota venivano sorpassati a velocità smodata.
A conferma delle radici lontane delle mie manie ossessivo-compulsive, mi ricordo ancora l' ordine di lettura, un ordine che seguivo rigorosamente per ogni numero: iniziavo con i Peanuts, poi passavo a Calvin & Hobbes, B.C. e il Mago di Wiz, Dilbert e Bristow, e finivo con Beetle Bailey. In mezzo potevano capitare altri fumetti, ma non capitava mai che leggessi B.C. prima di Calvin & Hobbes. Una volta ho letto prima Dilbert di Beetle Bailey convinta che quest'ultimo non avesse fumetti su quel numero di Linus: quando ho scoperto che in realtà c'erano due pagine di strisce, ho riletto l'intero numero da capo... ma non è delle mie manie che voglio scrivere (magari potrei scriverne in una lettera a una delle mie povere e indifese corrispondenti; Barbara mi ha regalato una fantastica penna del museo di Sigmund Freud, con un divano che va su e giù, che aspetta solo di essere usata. Per ora la uso solo per fare il sudoku di Metro al mattino, visto che l'unica volta che l'ho sfoggiata a una riunione di lavoro, i miei colleghi mi hanno guardato un po' storto)
Oggi mi è tornato in mente Bristow.
Non so quanti di voi abbiano mai letto "Bristow": Bristow è il tipico impiegato della City, uno di quelli con bombetta e ombrello tanto per intenderci. Lavora (per modo di dire) alla Chester-Perry, dove passa il suo tempo a dormire alla scrivania con gli occhi aperti e la penna in mano, a parlare con un piccione che si ferma ogni tanto sul davanzale e a contare i minuti che lo separano dalla pausa tè o alle 5 del pomeriggio, in attesa della busta paga.
Una striscia che ricorreva spesso era quella ambientata alla stazione di East Winchley, dove il nostro prendeva il treno ogni giorno per andare in ufficio. Il treno era regolarmente in ritardo e su una lavagna si poteva leggere una scritta che diceva più o meno "Le Rapide Ferrovie Britanniche sono dispiaciute dell'estremo ritardo dovuto a..." e poi c'era una scusa differente ogni giorno: mucche sui binari, il linciaggio del macchinista, foglie sui binari...



Ora, io ho sempre pensato che fosse una battuta e nulla più, un modo per fare satira sui ritardi delle ferrovie (ogni mondo è paese).
Lo pensavo fino a stamattina, quando ho sentito un annuncio in stazione, con cui la SouthWest Trains informava i gentili clienti (non viaggiatori: finché sei sulla piattaforma sei un cliente, poi quando sali sul treno ti tramuti in passeggero, mah!) che dal 30 settembre alcuni treni partiranno cinque minuti prima e altri subiranno dei ritardi. La causa? Non è colpa delle mucche, che hanno le loro epidemie a cui badare, e non c'è nessun linciaggio in programma: il pericolo si annida fra le foglie che cadono e finiscono sui binari.
All'inizio ho pensato che il mio sistema mono-neuronale fosse rimasto a letto a dormire; in effetti, per come è andata la giornata, credo che sia entrato in letargo. Però avevo sentito bene! Una chiacchierata con Beth mi ha convinto che no, non è uno scherzo: i treni accumulano davvero ritardi a causa delle foglie cadute e mi capiterà di sentire e/o leggere annunci come quello che leggeva Bristow alla stazione.
Se anche voi vi siete domandati come è possibile dare la colpa alle foglie, la spiegazione la trovate qua.
Se desiderate approfondire l'argomento foglie, ritardi e scuse improbabili o semplicemente prolungare la vostra pausa cazzeggio in attesa della pausa caffè (e non assumete espressioni scandalizzate: I know my chickens!) potete dare un'occhiata a questi siti: le foglie e i loro perché e le scuse sempre pronte.

Monday, 24 September 2007

The Magnificent Seven

Non voglio che nessuno di voi pensi che io sono strana. Quindi, sapendo che sono normale, sappiate che la scorsa settimana ho realizzato un mio piccolo sogno. Ho fatto la pendolare a Londra!
Mercoledì scorso, alle 7 di mattina ero pronta, vestita business casual, con iPod che trasmetteva i Clash.

Ring! Ring! It's 7:00 a.m.
Move y'self to go again
Cold water in the face
Brings you back to this awful place
Knuckle merchants and you bankers, too
Must get up an learn those rules

A voler essere precisi, io sono comunque una pendolare, però viaggio in direzione (ostinata e) contraria: lavorare fuori Londra significa prendere il treno in direzione opposta rispetto alla maggioranza delle persone. Ovvio, ci sono pure i lati negativi: se finito il lavoro, mi viene voglia di fare un giro alla Tate Modern o prendermi una birra a St. Christopher, non è così facile e immediato; però i vantaggi sono di gran lunga in maggioranza: quando salgo sul treno, mi guardo intorno con calma, e con calma scelgo dove sedermi; mi accomodo con calma e appoggio la borsa sul sedile accanto al mio. Appoggio la bottiglia dell'acqua sul tavolinetto, spalanco per bene il giornale e allungo le gambe. Con calma, ovviamente.
Prendere un treno per Londra al mattino alle sette invece vuol dire rimanere in piedi con la borsa spiaccicata addosso e il sudoku iniziato di metro pericolosamente vicino all'occhio destro (e la matita altrettanto pericolosamente vicina al naso). Prendere un treno e successivamente un autobus a Londra apre le porte della percezione a tutta una serie di personaggi e situazioni che non si incontrerebbero altrimenti.
Il dubbio che mi intriga di più riguarda le impiegate della City e il trucco e parrucco. Io non mi trucco spesso: messa davanti alla scelta fra dieci minuti di sonno in più e svegliarmi dieci minuti prima per truccarmi, normalmente scelgo di dormire venti minuti in più, tanto per non scontentare nessuno. Suppongo di non essere la sola a pensarla così, infatti molte altre ragazze sono salite sul 243 struccate, salvo poi scenderne con addosso una maschera di fondotinta e mascara. Avrei davvero voluto chiedere a una di queste ragazze come fa a truccarsi: come riesci a passare l'eyeliner senza nessuna sbavatura, quando il bus sterza veloce e subito dopo prende in pieno una buca!?! Come riesci a tenere lo specchietto in una mano, passarti l'ombretto ed evitare di spiaccicarti contro un finestrino quando barbapapà viene a sederti accanto a te? Spiegami il tuo segreto!!!
La più grande domanda però rimane quella sulla velocità di crociera dei pendolari. A Torino, ogni volta che vado in giro con mia mamma, il suo lamento è uno solo: "Rallenta!!!"; a quanto pare, vado troppo veloce. In questa città invece io sono la lumaca, anche quando cammino spedita! Camminano tutti più veloce di me, nonostante gli sforzi, rimango sempre indietro e, anche quando provo ad accelerare, non c'è gara. Al mattino alla stazione di Waterloo, tutti vanno più veloci di me, ma quello che non sono riuscita a capire è dove vadano. Quando il treno arriva in stazione e le porte si aprono, la gente si getta letteralmente sulla piattaforma e via! Ovviamente ci si guarda tutti in cagnesco e non c'è spazio per la cortesia o la gentilezza, chiunque si trovi sulla strada del pendolare ne diventa il nemico e come tale dovrà pagarne le conseguenze: spintoni, parolacce sbofonchiate a mezza voce (convinti che gli auricolari mi avessero resa sorda, ah!). Corrono tutti... salvo poi trovarsi tutti imbottigliati all'entrata della metro; ero tentata di chiedere a uno qualsiasi dei miei co-pendolari dove avesse fretta di arrivare, ma la paura di amare conseguenze ha avuto la meglio sulla mia curiosità . Ho scoperto che è una frenesia contagiosa: giovedì sera, sono arrivata in stazione e ho iniziato a correre verso il treno, arrabbiata e pronta a insultare a mia volta, salvo poi rallentare e bloccarmi in mezzo alla stazione con una sola domanda che vorticava in testa: "Ma per quale stupido motivo corro!?!? Il mio treno parte fra 15 minuti!!!".
Ho provato il "We got to work An' you're one of us" e con mia inaspettata somma gioia domani torno a fare la pendolare calma e tranquilla: sudoku, libro nuovo da iniziare a leggere.
E allungare le gambe.
Con calma, ovviamente.

Monday, 17 September 2007

Tofu, Joy Division e ballerini inutili

Stasera mentre i peperoni ripieni ai pomodorini, peperoncino e doufu erano in forno, a cuocere la loro strada verso il mio stomaco, io mi sono sintonizzata su Radio Due via streaming.
Radio Due è la mia stazione radio preferita: non che l'ascolti moltissimo (un po' mi mancano pure le continue interferenze di Radio Maria, ora pro nobis: sarà la distanza o che questo è un paese protestante?), ma ci sono legata per via di tanti, tanti ricordi: da bambina ascoltavamo sempre Radio Due, su quella fantastca radio nera ITT, residuato degli anni Settanta dei miei genitori, e anche se non ricordo che musica trasmettessero, mi rimane la sensazione di casa e pomeriggi pacifici e tranquilli.
Oggi Radio Due trasmette alcune delle mie trasmissioni preferite, come "Caterpillar", "610" e "Alle otto della sera". E, ultimo ma non per importanza, il mio programma radiofonico preferito, nonché distributore automatico di stimoli quotidiani: "Dispenser".
Dopo le ferie estive, oggi riprendeva la programmazione abituale. La prima puntata della stagione, la prima puntata non condotta da Matteo Bordone (Freddie Nietzsche,il suo
che abbraccia i cavalli, è una delle mie letture preferite), la prima puntata con una nuova voce, quella di Federico Bernocchi.
Il programma rimane bello e interessante, e non ha deluso; stasera si è iniziato con un omaggio a Tony Wilson, un servizio sul film di Anton Corbin sui Joy Division e una canzone degli Happy Mondays (anche se Bez non era un ballerino inutile, magari un ballerino tossico, ma non inutile) e si è finito per parlare del Mile High Club.
Trenta minuti di musica, libri, cinema, varie ed eventuali che spazia da un capo all'altro del mondo e della vita. Il tutto accompagnato da una Leffe e dai miei peperoni. Cosa manca per rendere il tutto perfetto?!? Credo un po' di cumino e semi di sesamo, altrimenti era tutto molto buono.
peperoni

Monday, 10 September 2007

Castagne e libri

Alle elementari e alle medie (e alle superiori, a pensarci bene) nessuna mi capiva se parlavo di "castagne ginge".
Le castagne ginge mi sono tornate in mente oggi, mentre tornavo a casa dalla stazione: ogni strada di Surbiton ha un numero minimo di ippocastani, e in questo periodo le strade sono piene di ricci e castagne. Se non l'aveste ancora capito, le castagne ginge sono le castagne degli ippocastani.
Quando ero bambina, io e Adri andavamo a raccogliere le castagne nel parco vicino alla chiesa di La Cassa. Non ce ne facevamo nulla, rimanevano fino a ottobre nel garage della casa vecchia, poi mia mamma si scocciava di averle fra i piedi, borbottava, si lamentava, "questacasanonèunalbergoesonopropriostufa", prendeva un sacco della spazzatura e gli dava l'andi. Succedeva tutti gli anni, a meno che mio cugino Eugenio non fosse nei paraggi: in questo caso, una parte delle castagne veniva gettata nel potagé di mio nonno, o usato come pallina da baseball e lanciato oltre il giardino del sempre meno calmo e pacato nonno (extra punti a chi centrava il tettuccio aperto delle macchine che passavano).
Al pensiero delle castagne ginge io associo sempre (oltre alle minacce di mio nonno contro mio cugino) un fantastico libro, "They have a word for it: A Lighthearted Lexicon of Untranslatable Words & Phrases" di Howard Rheingold (Sarabande Books, lo trovate su Amazon se vi interessa). Non è un dizionario vero e proprio, piuttosto è una raccolta organizzata di parole ed espressioni intraducibili.
Una delle mie espressioni preferite è "Holopis Kuntul Baris", una frase indonesiana che si può tradurre con "o-issa" e che serve per incanalare le proprie forze quando si trasportano oggetti pesanti: non solo infonde effettivamente forza fisica a chi la pronuncia, ma serve anche per farsi coraggio quando si devono affrontare le difficoltà della vita. Oppure la parola svedese "
uffda" che serve per dimostrare solidarietà a chi sta male (fisicamente, ad esempio se ti sei appena pizzicato un dito nella porta, come quando sono tornata a casa stasera... ahi che dolor! Ho un'unghia violetta, ora mi dovrò comprare lo smalto per le altre 9 dita).
Non si può consultare come un dizionario, ovviamente, e il suo fascino è proprio poterlo tirare giù dallo scaffale su cui è riposto e sfogliarlo a proprio piacimento, perché sappiamo mai quando capiteremo sulla parola intraducibile che stavamo cercando da una vita.

Friday, 7 September 2007

Each Londoner has a London in his mind (which is the real London)

Non mi ricordo più quando mi hanno preso in giro la prima volta per il mio nome: probabilmente, anzi, quasi sicuramente, è successo appena uno dei miei compagni delle elementari ha scoperto come mi chiamavo. Non è esattamente il nome più comune che popola l'anagrafe italiano.
Non mi ricordo nemmeno se ci fossi rimasta male; mi ricordo però che molte persone confondevano il mio nome (mi chiamavano con qualsiasi nome iniziante per "V"). Mi è capitato pure di sentirmi rivolgere domande come: "Ah, come la scrittrice? Hai mai letto un suo romanzo?".
Ammettiamolo: bisogna essere un po' rinco per fare una domanda simile a una bimba di otto anni (impegnata in quel momento a versare un mare di lacrime su "Piccole donne crescono"). Non mi ci è voluto molto per scoprire il piacere che si prova nel vedere l'espressione vacua di chi mi aveva appena fatto la domanda di cui sopra quando rispondevo con un collaudato: "no, tu invece?".
Il più delle volte la risposta era un no abbastanza imbarazzato, a volte un no piccato e offeso (un piccolo consiglio a voi che vi avventurate innocenti nel mondo: se conoscete qualcuno che è molto, ma anche solo leggermente, omofobo, non chiedetegli se ha letto, visto o ascoltato un'opera di un autore o autrice omosessuale. Tendono a vivere la domanda come un affronto... ma non è dell'idiozia umana che ho voglia di scrivere stasera).
A otto anni lo trovavo irritante e ingiusto. Quelle stesse persone, quando mia sorella diceva che si chiamava Adriana, non le chiedevano mica se avesse mai visto "Rocky". Probabilmente perché avevano paura del gancio di mia sorella...giustamente, aggiungerei: chiunque avesse mai visto la precisione con cui Adri centrava i suoi compagni di classe con il suo ombrellino rosa, sapeva che non era saggio scherzare con lei.
Crescendo, l'assunzione gratuita che io passassi il mio tempo libero a leggere "Orlando" solo per via del mio nome non è scomparsa, anzi è diventata ancora più evidente. E con essa il fastidio che provavo ogni volta che mi capitavano scambi di battute di questo genere:


"Cosa leggi?"
"Chaucer."
"E che ne pensi di Virginia Woolf?"


"Che libro è?"
"Il nome della rosa."
"Bello, a proposito di rose, cosa ne pensi di "Flush"???"


Eh!?! Fermate il mondo e spiegatemi il collegamento, il processo mentale, il numero di Bacon che unisce Adso da Melk a un cane!!!
Per molti anni, Virginia Woolf è stata (insieme a Milan Kundera) il mio scoglio letterario per eccellenza: avevo deciso che non mi sarebbe piaciuta ed ero fermamente intenzionata a non farmela piacere. Più le varie professoresse di lettere e inglese mi davano da leggere Virginia Woolf, più io non lo facevo o, se proprio non potevo evitarlo, leggevo senza attenzione, come si possono leggere le pubblicità lasciate nella buca delle lettere.
Più mi spingono a fare qualcosa, più io mi tiro indietro: psicologia al rovescio, ecco cosa ci vuole per me. E infatti ho iniziato a leggere Virginia Woolf in un momento in cui tutti erano troppo perplessi per il fatto che avessi deciso di studiare cinese per farmi le solite domande sul mio nome. Per puro caso e assoluta noia, un giorno mi sono trovata a leggere "La signora Dalloway" e, mio malgrado e nonostante la mia decisione di cui sopra, il libro mi è piaciuto. Non l'ho capito, ma mi è piaciuto.
Allora ho provato a leggere "Gita al faro": dopo le prime dieci righe ho capito che il semplice pensiero di tentare di capirlo mi avrebbe provocato mal di testa di proporzioni bibliche. Dopo venti pagine ho scoperto che il romanzo è molto più leggibile se accompagnato da un barbera barricato e un panino al salame. Dopo trenta pagine avevo abbandonato l'idea di versare il barbera nel bicchiere e mi sono attaccata alla bottiglia. Nel complesso ne conservo un ricordo piacevole: confuso ma piacevole.


Ora sono a Londra, e Londra è la città di Virginia Woolf, il suo universo, il palcoscenico su cui si muovono i suoi personaggi. Le strade, i negozi, le chiese e il parlamento, i londinesi e le loro case...
Il primo libro che ho preso in biblioteca è stato "Mrs. Dalloway", il suo romanzo che forse maggiormente vive di Londra: si nutre delle vite che si sfiorano in questo enorme dedalo di vie, delle emozioni che ne fanno palpitare il cuore, di quella Londra che, per citare la mia omonima, esisterà sempre perchè cambia.
Un'idea ha iniziato a farsi strada in me, mentre Clarissa passeggiava per Bond Street e il mio treno arrivava alla stazione di Woking. Quando Septimus era seduto a Regent's Park e io scendevo a Surbiton la decisione era presa. Il mio zaino è pronto all'ingresso, con dentro la mia oyster, il diario e la penna (non si sa mai quando avrai bisogno di una penna), London A-Z, la macchina fotografica con il cinquantino, e "Mrs. Dalloway". Domani Virginia e Clarissa mi porteranno a spasso per la loro Londra.

about Clarissa

Thursday, 6 September 2007

Pensavo dovessero essere biscotti e invece sono... boh



L'intenzione era buona. Non so bene cosa sia andato storto lungo la strada, sta di fatto che i miei biscotti allo yogurt non sono usciti dal forno con le sembianze di biscotti. Nei 15 minuti che li ho lasciati soli, si sono trasformati in un qualcosa di non facilmente classificabile: mini-torte, forse? Sarà perché non ho steso abbastanza la pasta? Sarà perché da mia mamma non ho ereditato solo il viso e le mani, ma anche una spiccata incapacità a preparare biscotti???
Comunque non sono così male: ne ho mangiate tre e sono ancora in salute! :-)
Se vi interessa ecco la ricetta (se non vi interessa, beh, allora non leggete, semplice!): prendete 200 gr di farina, 50 gr di fecola di patate, un vasetto da 125 gr di yogurt (quello che preferite, io ho optato per quello magro in scadenza domani), 50 gr di zucchero di canna, 50 gr di burro, mezza bustina di lievito, scorza di limone grattugiata, una bustina di vanillina, rum q.b. (e a volte non sembra mai abbastanza, hic!) e impastate tutto insieme. Stendete la pasta (sottile, a giudicare dai miei risultati) e mettete a cuocere in forno preriscaldato a 180° C per un quarto d'ora.

Tuesday, 4 September 2007

Ultime da Wisteria Lane

(Nessun giardiniere che gira a petto nudo da queste parti, purtroppo...)
In questi giorni trovo sempre sul treno il "Surrey Comet", il quotidiano locale, che qualche anima pia (e pigra) lascia a bordo prima di scendere. Non ho ancora capito per quale motivo la scelta sia caduta su un simile titolo: a quale ubriaco è venuto in mente di associare la parola cometa al Surrey? Difficile da dire, vista la quantità pressoché illimitata di ubriachi, specie il venerdì verso le 6 di sera. Oppure è passata una cometa da queste parti, proprio nel momento in cui l'ubriacone di cui sopra ha deciso di fondare questo quotidiano?
Non so e non so se voglio sapere. So che leggere il "Surrey Comet" mi fa uno strano effetto, perché mi essere ancora a Torino: quando andavo dai miei genitori
a scroccare una cena
-ehm ehm- a deliziarli con la mia fulgida, briosa ed angelica presenza, normalmente finivo per leggere "Il Risveglio" (il settimanale indipendente del Canavese e delle Valli di Lanzo). Ecco, leggere il Surrey Comet è come leggere in maniera intensiva il Risveglio.
Ci sono notizie più o meno interessanti, le notizie dalle varie congregazioni religiose (chi è nato, chi è passato a miglior vita, chi si è sposato, non chi ha divorziato, perché quelli sono peccatori condannati a bruciare all'inferno per l'eternità, feste di beneficenza e catechismo), le polemiche sulla raccolta rifiuti, le polemiche su come i costi per la costruzione del teatro di Kingston siano lievitati in maniera molto sospetta (e questa notizia mi fa sentire davvero a casa!).
A volte anche la mia suburbana Surbiton fa capolino fra le righe del giornale! I motivi? Tanti e variegati, l'ultimo in ordine di tempo: gli alieni.
Ebbene sì. Io non me ne sono accorta, ma venerdì nei cieli di Surbiton sono apparse delle luci sospette e di provenienza sconosciuta. Gli alieni sono fra noi e a quanto pare si manifestano come dodici raggi luminosi a forma di ruota panoramica. Non si sa se volessero lasciarci un messaggio. Magari qualcosa a che vedere con la possibile imminente chiusura del Surbiton Pet Club, un'altra notizia che occupa le prime pagine di tutti i giornali di Surbiton.
Ma non è tutto ora quello che luccica, anche Surbiton ha la sua dose di criminali e violenza, contro cui la polizia si trova a combattere giorno dopo giorno. Così dopo l'arresto del serial-ladro di biciclette (ha fatto su più di 100 bici e gli è stato interdetto l'accesso a tutte le stazioni della SW Trains), stavolta vengo a sapere, sempre dalla scintillante cometa surreiese, che un drogato è stato arrestato a Surbiton: il malvivente ha rubato 80 £ di carne da un supermercato, per comprarsi delle dosi. Purtroppo non spiegavano come avesse intenzione di convertire la lombata in droga.

Sunday, 2 September 2007

QUACK!!! (Papere e papere)

Oggi sono andata ad Hampton Court per assistere alla grande gara britannica delle papere: un evento di beneficenza, il cui scopo principale era raccogliere fondi per diversi enti e associazioni non governative. Per raggiungere l'obiettivo del mezzo milione di sterline, gli organizzatori hanno pensato in grande: entrare nel Guinness dei primati per la più grande gara di paperotte di gomma.
Credo ci siano riusciti: 165.000 papere di gomma sono state messe in acqua al Molesey Lock e dopo un'ora di preparativi lasciate libere di seguire la corrente e gareggiare.
Il Tamigi si è tinto di giallo; il che, considerato quanto è zozzo, è decisamente un miglioramento!

ducks on the way

Thursday, 30 August 2007

Do you know what it means to miss New Orleans?

Il mio programma per ieri sera era semplicissimo: tornare a casa presto, capatina supersonica al supermercato per comprare il latte, un piatto di pasta veloce veloce, e poi davanti alla tv per una puntata di "Heroes" (questa nuova serie TV di cui tutti parlano, ma che ancora non mi convince del tutto... sarà perché non l'ho vista dall'inizio e non capisco che succede? non mi raccapezzo fra chi è cattivo, chi no, chi muore, chi sopravvive... argh!) e poi andare a dormire presto, visto che oggi mi aspettavano 8 ore di corso intensivo.

Si dice che pianificare è il modo con cui noi umani facciamo ridere gli dei. Probabilmente ieri sera gli dei hanno deciso di vedere una sit-com di cui io ero protagonista indiscussa.
Sono uscita presto, ma la capatina supersonica al supermercato ha subito un'atroce battuta d'arresto: la legge di Murphy ha deciso di rientrare prepotente nella mia vita, sotto le mentite spoglie una cassiera con occhi tondi e vitrei da pesce lesso. Non solo era lenta, non solo sembrava non avesse mai visto un codice a barre in tutta la sua vita (forse era per questo motivo che si fermava a fissare il codice di ogni singolo prodotto), no! Ogni tanto si bloccava, fissava un punto del soffitto e non dava piu' segni di vita. Con i suoi occhioni spalancati avrebbe messo tenerezza a tutti, tutti tranne le persone che andavano a formare la coda alla sua cassa, fra le quali spiccava anche la sottoscritta. La ragazza prima di me in coda ha pensato bene di schioccarle le dita davanti alla faccia, tanto per accertarsi che fosse ancora viva (e ha dovuto schioccarle tre o quattro volte prima di ottenere una reazione).
Ovviamente a quel punto, non potevo esimermi dal complicare le cose a mia volta: per quale motivo cucinare qualcosa di veloce? Per quale arcano motivo limitarsi a una veloce e indolore spaghettata, quando posso perdere un'ora e mezza a preparare polpette di melanzane e broccoli al forno?! [le polpette erano buonissime, anche se preferisco la ricetta originale senza broccoli]
A quel punto mi ero quasi dimenticata di "Heroes": ho acceso la tv, sapendo di aver perso dieci minuti buoni del telefilm e sapendo che avrei capito ancora meno del solito. Ma non è un gran problema ora, visto che alla fine non ho visto "Heroes". Probabilmente, come ricompensa per le risate, gli dei hanno deciso di ricompensarmi. Appena accesa la tv, sono finita su BBC 4 dove trasmettevano "
", il documentario di Spike Lee che parla dell'uragano Katrina e delle sue conseguenze per la città di New Orleans e i suoi abitanti.
Come tante altre (troppe) "tragedie naturali", anche la distruzione portate da questo uragano era facilmente evitabile, ma a Spike Lee non interessa più di tanto questo aspetto della storia (d'altronde gli bastano meno di venti minuti per dimostrarlo). Al centro di questo documentario, ci sono le persone, i poveri di New Orleans, il loro dolore e la loro sofferenza.
Non è un'analisi o una ricostruzione degli eventi: è un atto di accusa contro il razzismo strisciante e spesso mal celato, il pressapochismo di chi era responsabile per garantire la sicurezza e gli aiuti per i cittadini di New Orleans e non ha fatto nulla, e l'avidità e ingordigia degli speculatori che ora quasi non nascondono più il loro desiderio di trasformare New Orleans in una specie di Disneyworld unicamente bianca. Ma è anche una struggente dichiarazione d'amore per la città e ciò che rappresenta, la sua cultura creola, la sua gente e la musica; alla rabbia per essere stati abbandonati da tutti, alla disperazione per aver perso tutto, all'angoscia di chi non ha ritrovato i corpi dei propri cari, si mescola l'orgoglio e la determinazione a tornare a casa, per far tornare la città com'era prima e non farne morire lo spirito.
Sono 4 ore che scorrono via veloci, non mi sono accorta che era l'una passata quando l'ultimo atto è finito: mi ha lasciato un senso confuso di rabbia, tristezza e indignazione che non vuole più andare via. Mi è rimasto anche tanto sonno, perché ieri notte non riuscivo a prendere sonno: sono rimasta sdraiata nel letto con gli occhi sbarrati a pensare a quello che avevo visto e a come sia stato possibile accadesse. Non vivo in Louisiana e le possibilità di tornare dall'altro lato dell'oceano sono minime; ma credo nell'effetto farfalla e mi domando quali effetti potranno avere quegli argini rotti due anni fa nella mia vita futura.