Friday, 30 November 2007

How clean is their house?

Avere la palestra in ditta è molto comodo, anche se a volte quando non ho voglia di andare in palestra non posso usare le scuse che usavo a Torino (principalmente il tempo perso per andare da un posto all'altro).
Oggi era "Doughnut Friday": l'ultimo venerdì del mese, per facilitare i rapporti fra colleghi, abbiamo ciambelle e caffè gratis. Nonostante mi riprometta di non mangiare più di una ciambella, l'impresa si rivela pressoché improbabile. Non solo ci sono le ciambelle e i muffin, i cookies e la frutta, ma pure le sufganiot. E come faccio a resistere!?!? Mangiarne solo una??? Ma siamo impazziti? No, no, no, faccio il bis e normalmente ne salvo una terza per pranzo.
Quindi va da sé che oggi sono andata in palestra a smaltire. Sono andata a pranzo, perché è il momento migliore: venerdì c'è sempre poca gente e all'ora di pranzo ancora di meno. In più all'ora di pranzo i programmi che posso vedere alla TV (ci sono quattro televisori in palestra) sono migliori di quelli che potrei vedere se andassi dopo il lavoro (alle cinque la tv è bombardata da telenovele e programmi sul cricket).
Non che all'ora di pranzo ci sia una grande scelta: un programma su come investire nel mercato immobiliare inglese, un programma su come investire nel mercato immobiliare estero (che vi posso dire? Sono un po' fissati con le case da queste parti), un programma in cui la gente vende all'asta le cianfrusaglie che ha in casa per finanziare i propri progetti alternato a un altro in cui due squadre gareggiano per vedere chi tira su più soldi a un'asta di cianfrusaglie. E poi ci sono i Simpson: fatico lo stesso, ma per lo meno mi diverto se posso guardare una puntata o due dei Simpson.
Così oggi, dopo aver mangiato 3 sufganiot sono andata spedita in palestra a smaltire la bomba calorica convinta di potermi guardare in santa pace le avventure del compare di ciambella Homer. Mi sbagliavo. Hanno cambiato i canali sulla TV della palestra così mi sono ritrovata a vedere "
".
Scrivo "vedere" perché dopo i primi due minuti, mi sono levata gli auricolari e ho cercato di guardare il meno possibile lo schermo.
Dal titolo si può capire benissimo di cosa parla "How clean is your house": due signore si recano in una casa a esaminare il livello di sporcizia e la ripuliscono da cima a fondo. Una delle due si occupa delle analisi batteriologiche, mentre l'altra si occupa delle pulizie vere e proprie.
Non che mi aspetti un gran livello di igiene da gente che ha la moquette in bagno e non risciacqua i piatti insaponati, ma ci sono dei limiti!!! Questa gente non li ha nemmeno mai lavati i piatti! Non credevo avrei mai visto qualcosa di simile in TV.
Stasera appena tornata a casa ho pulito tutta la cucina e l'ho ripulita una seconda volta dopo cena...
Ecco cosa succede a mangiare troppe sufganiot.

Wednesday, 28 November 2007

Mostre e pubbliche scuse

Un altra domenica all'insegna della cultura e dell'arte in quel di Londra.
Se conosco i miei polli (e vi conosco, oh! se vi conosco!), scommetto che siete già pronti a farvi quattro risate per i miei scontri frontali con l'arte... ah! illusi!
Mi spiace deludervi, ma questa volta nessuna figuraccia, nessuna frase umiliante pronunciata al momento sbagliato nel luogo sbagliato.
Domenica, per una volta ogni tanto, ho giocato in casa: mostra sull'esercito di terracotta al British Museum.
Comunque, tanto per essere sicura, mi sono preparata a dovere: ho rispolverato le mie conoscenze di storia e la scorsa settimana mi sono rivista ben due film che parlavano di Qin Shi Huangdi. Per primo ho rivisto "Hero" di Zhang Yimou, limitando al minimo il numero di sospiri per ogni volta che Liang Chaowei compariva sullo schermo (le cotte adolescenziali sono dure a passare) .
Poi è stata la volta de "L'imperatore e l'assassino" di Chen Kaige: mi ci sono volute due sere per finire di vederlo. Me lo ricordavo come un film noioso, ma non così tanto! Lo scorso mercoledì sera, mentre tentavo disperatamente di vedere gli ultimi venti minuti del film, mi sono sentita in dovere di scusarmi con tutte le persone che, nel corso degli anni ho costretto o convinto a vedere certi film con me.
Papà, mamma, mi spiace per avervi convinto che il modo migliore per passare un sabato sera sia guardare insieme a vostra figlia "Addio mia concubina".
Franceschina, ora ho capito che la mera presenza di Ewan McGregor non giustifica il prezzo di un biglietto del cinema per vedere "Young Adam", e che non devo mai e poi mai fidarmi delle palle che la Tornabuoni schiaffa ai film sulla stampa.
Lucia, quando ti ho detto che mi sono addormentata mentre guardavamo "Ran" perché l'avevo già visto, mentivo. Mi sono addormentata perché lo trovavo incomprensibile e noioso.
Marco e Stefy, perdonatemi per avervi trascinato a vedere "Le Divorce". Non lo farò mai più.
Comunque, chiusa questa parentesi di pubbliche scuse, torniamo alla mostra: in una sola parola, stupenda. L'emozione che ho provato a trovarmi faccia a faccia con i guerrieri nel British Museum è stata diversa da quella che si prova a Xi'an. Diversa ma non meno forte: a Xi'an si è colpiti dalla maestosità dell'esercito: si possono leggere pagine e pagine sull'esercito, ma quando si arriva a Xi'an si resta senza parole: sono tutti lì, sull'attenti i soldati, pronti a difendere l'imperatore, sembra che l'occhio umano non sia pronto a raccogliere tutte le informazioni che arrivano dai quattro angoli del capannone... ma quanti sono?!?
I guerrieri al British sono un numero inferiore, una percentuale infinitesimale, ma non per questo meno emozionante. Mi sono trovata faccia a faccia, a meno di cinquanta centimetri dai guerrieri e le luci soffuse dell'esibizione, l'assenza di flash che scattano e cellulari che squillano (un leitmotiv fastidioso come pochi in quel di Xi'an) li fa sembrare reali vivi: sono passati millenni eppure eccoli qui e mi stanno guardando negli occhi.
Una parte molto interessante della mostra è quella che parla di come i guerrieri venivano prodotti e delle persone che li hanno costruiti. Come diceva Brecht, "dove andarono i muratori, la sera che terminarono la Grande Muraglia?". Lo stesso discorso vale per i molti artigiani che per anni crearono i guerrieri di terracotta, un gran numero dei quali morì durante la fabbricazione dell'esercito. La mostra parla anche di questi artigiani, descrive la loro vita nelle "fabbriche" dei guerrieri (perché era una produzione in serie... il primo modello T, altro che Henry Ford!).
Se progettate un viaggio a Londra entro il sei aprile, vi consiglio caldamente una visita (vi conviene però comprare già adesso i biglietti, visto e considerato che i biglietti per fino a dicembre sono esauriti, quelli fino ad aprile limitati e al museo vengono messi in vendita per il giorno stesso "solo" 500 biglietti al giorni). Se siete interessati, date un'occhiata al
Rispettosa delle regole non ho fatto foto alla mostra, quindi vi dovrete accontentare dell'esercito di terracotta creato dalle scolaresche in visita.
love not war

Monday, 26 November 2007

Un anno fa

i segni, un anno dopo



Una domenica, dodici mesi fa, sono uscita a fare una passeggiata per il centro. La giornata non era un granché: cielo grigio, poca luce, temperature basse. Avevo comunque deciso di fare un giro in centro e riguardarmi con calma la mostra "I segni del corpo".
Di quella domenica mi ricordo la sensazione di calma; nelle settimane prima erano successe molte cose: ero diventata da poco proprietaria di un mutuo trentennale, avevo perso degli amici e ne avevo guadagnati di nuovi, non pensavo ad altro che a "sedermi", rilassarmi, lasciare passare il tempo e costruirmi una nuova routine.
Non mi sono rilassata molto, perché dopo pochi mesi è di nuovo cambiato tutto: dodici mesi, due traslochi, due città e due lavori. Spero di potermi sedere per un po' adesso. Comunque, visto che la prudenza non è mai troppa e amo essere preparata a ogni evenienza, ho conservato tutti gli scatoloni del trasloco, 't sas mai...

Monday, 19 November 2007

Lost and Found

Succede che divago.
Salto di palo in frasca.
Quando chiacchiero, quando scrivo lettere ed e-mail, anche quando penso, invece di andare da A a B, finisce che parto da A e passo da C e Z salvo poi non ricordarmi dove volevo andare.
Seguire il filo dei miei pensieri a volte è fin troppo complicato, anche per me; è un po' come i labirinti della "Settimana Enigmistica", dove c'è una sola uscita e un solo percorso giusto, mentre gli altri finiscono in vicoli ciechi. L'unica differenza è che il più delle volte non solo finisco nei vari vicoli ciechi, ma dopo un po' ne sono talmente presa che non mi interessa più uscire dal labirinto.
Così, ogni volta mi perdo per poter scoprire cose nuove e gettare nuova luce su cose che già sapevo (ma che avevo in qualche modo scordata).
Oggi è stato un giorno di salti continui su internet, che mi hanno fatto scoprire tante cose. Ho scoperto che: alla V&A c'è in esibizione temporanea un "esercito di terracotta" formato di Power Rangers; esistono in commercio degli
per proteggersi gli occhi quando si tagliano le cipolle.
Ho anche realizzato quanto sia distante dall'Italia. Ok, l'avevo già capito da qualche mese: alcuni indizi mi avevano già portato a questa conclusione, come ad esempio la densità pro-capite di pub, il tè con il latte, quella simpatica nonnina con cappellini assurdi che va sotto il nome di "regina"...
Oggi pomeriggio, verso le due, mentre fuori pioveva giù il mondo io mi bevevo un tè (con il latte), mentre leggevo un po' di pagine dei giornali con brevi escursioni nelle pagine di wikipedia, mi sono resa conto di una verità che è sempre stata sotto il mio naso. Saltando da un sito all'altro, mi sono resa conto che sono mesi che non leggevo una notizia sul papa. Non il minimo accento. Non ci avevo mai fatto caso, ora capisco perché non sono più cosa nervosa e arrabbiata quando guardo i telegiornali: finora pensavo fosse solo la distanza da Emilio Fede!

Thursday, 15 November 2007

Uffa! Argh! Parte II

Sarebbe bello poter credere che una notte di sonno abbia portato con sé qualche miglioramento, che la mia sbadataggine sia evaporata, scomparsa.
Purtroppo non è così, la sbadataggine è rimasta dov'era.
In compenso stamattina è scomparsa dal bagno la crema per il viso; non me ne capacito...

Tuesday, 13 November 2007

Argh! Uffa!

Vi succede mai di voler dire qualcosa, ma non ricordarvi esattamente cosa? A volte mi capita: per una ragione o l'altra, il filo del discorso si interrompe e io rimango impalata dove mi trovo, a tentare disperatamente di recuperare nella mia mente le parole che avrei voluto dire solo cinque secondi prima. Non riesco più a parlare, perché sono così inutilmente impegnata a ritrovare i pensieri persi che non riesco più a concentrarmi sul presente.
C'è qualcosa di più fastidioso e irritante? Direi proprio di sì. Non c'è nulla che mi fa innervosire, perdere la pazienza e arrabbiarmi è quando perdo qualcosa per casa. Non parlo solo della seccatura di lottare con una lavatrice che ama abbuffarsi di calzini (entrano pari ed escono dispari, se qualcuno sa spiegarmi le cause e possibili soluzioni, avrà la mia riconoscenza eterna). Parlo proprio di perdere oggetti grandi e piccoli per casa. Poso una penna sul tavolo e quando la cerco per scrivere non è più lì; poso l'orologio sul comodino e per magia il mattino dopo è scomparso. È una brutta abitudine che ho sempre avuto, sin da bambina: non mi ricordo esattamente l'ultima volta che ho visto un oggetto, anche se sono convinta del contrario.
Tutto ciò che perdo ricompare prima o poi, ma quando mi accorgo che qualcosa manca, allora inizio a scartabellare tutte le stanze, gli armadi, le scatole, e così facendo finisce che ritrovo qualcosa che avevo perso un po' di tempo prima; ma non ritrovo MAI ciò che sto cercando in quel momento.
Ora, la mia casa dolce casa in quel di Surbiton non è grande, anzi è proprio piccola: mini ingresso, camera bonsai, cucina e bagno, non è un buco, ma ci si avvicina.
Ieri ho scaricato delle foto da una memory card sul computer, ho rimesso la memory card nella custodia e messo via tutto nella borsa.
Stasera ho aperto la borsa e indovinate un po'... non mi è sparita la memory card, no! Ne sono sparite due!!! Due memory card su tre, e la terza probabilmente si è salvata da un simile destino crudele solo perché l'avevo lasciata dentro la macchina fotografica.
I casi sono due: la mia borsa si è mangiata le memory card; oppure, in qualche modo, sono riuscita a perdere le memory card nel tragitto di cinquanta centimetri fra il lettore di memoria e la borsa e questa non è altro che l'ennesima prova che sono una casinara.

Monday, 12 November 2007

1995

Fu un'estate veramente calda, quella del 1995 in Inghilterra: pochissima pioggia, temperature elevate, e tanto, tanto sole.
In un caldo pomeriggio di giugno del 1995 ero insieme ad altre cinque ragazze italiane sul piazzale davanti alla stazione di Reading; le orecchie mi fischiavano per lo sbalzo di pressione dell'aereo, non riuscivo a tenere gli occhi aperti per via del sole che picchiava forte; non era esattamente l'inizio migliore di una vacanza studio da un mese quando, dal parcheggio, ecco apparire una signora: una cinquantina d'anni, vestito blu con motivi floreali, un cappellino bianco che faceva pendant non solo con la borsa e le scarpe ma anche con i due cagnolini che teneva al guinzaglio. Lo sguardo allegro, il sorriso felice, salutò la signora che ci aveva accompagnato dall'aeroporto. Le altre ragazze mi dissero sghignazzando che sarebbe toccata a me, "la regina degli stereotipi britannici".
Gill, questo il vero nome della regina, era tutto fuorché uno stereotipo e mi ci vollero pochi minuti per capirlo: il tempo di recuperare la valigia e arrivare alla macchina, e mi sentivo già a casa, sapevo quasi tutto delle persone che abitavano e gravitavano intorno a Kalewa, la casa dove avrei passato le quattro settimane successive. Sapevo di Gill, di Phil, suo marito, dei 4 figli, del fratello di Phil, dei vari amici ed ero già diventata amica di Polly e Dolly, i due cagnolini. Sin dal primo giorno mi sono sentita parte della famiglia, non un'ospite; e mi sentivo così perché era così che tutta l'allegra combriccola di Kalewa considerava gli studenti che passavano una parte delle loro vacanze a studiare inglese.
Gill era un vulcano di idee e quelle quattro settimane volarono via così veloci, fra lezioni al mattino e pomeriggi passati in giro.
C'era sempre qualcosa da fare, qualcuno da andare a trovare, qualche posto da vedere, era come una trottola che non si fermava mai. Anche se la scuola organizzava attività tutti i pomeriggi, il più delle volte andavo in giro con Gill: andavamo a trovare le sue amiche, a raccogliere fragole e mirtilli ai "pick your own", oppure andavamo in giro per la campagna inglese, trovavamo un bel posto e ci fermavamo, lei dipingeva, io leggevo Faulkner e giocavo con Polly e Dolly. A diciassette anni ero un problematico brutto anatroccolo: mi sentivo fuori posto ovunque e comunque, con gli altri e con me stessa, pensavo di non essere all'altezza delle persone che mi circondavano; ero reduce da una guerra del silenzio in famiglia che mi aveva lasciato con un po' di cicatrici e con molta diffidenza nei confronti del genere umano.
La cosa che più apprezzavo dei pomeriggi con Gill era che non mi dovevo nascondere, non dovevo cercare di essere qualcuno di diverso, riuscivo a essere onesta non solo con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Un elefante spigoloso, ecco come mi ero descritta in uno di questi pomeriggi oziosi a Gill: mi sentivo, vedevo, credevo goffa, senza grazia e senza diplomazia, introversa e lunatica. Non volevo essere così, avrei voluto essere più estroversa, ma finivo per chiudermi in me stessa per paura di venire ferita. Senza contare, aggiunsi, che avevo le orecchie a sventola, proprio come Dumbo. Gill non cercò di convincermi del contrario, non mi rassicurò con storie di fasi di passaggio e miglioramenti nel futuro immediato. No, no, lei scoppiò a ridere invece, una risata fresca e contagiosa e mi disse che dovevo girare alla larga dagli alcolici la sera, se non volevo svegliarmi il giorno dopo appollaiata su qualche albero. E io risi insieme a lei. Quelle 4 settimane mi hanno cambiato: non mi sono trasformata in cigno, questo no, ma sono state l'inizio di un lungo processo di accettazione. Gill, con il suo modo di fare dolce e il suo amore per la vita, mi ha insegnato ad apprezzare i lati positivi e convivere con quelli negativi del proprio carattere. Gill mi ha dimostrato che si può essere felici ed essere amati anche se si è un brutto anatroccolo. O un elefante spigoloso.
Tornata in Italia, siamo rimaste in contatto, sarebbe stato impossibile pensare il contrario: era diventata la mia seconda mamma, la mia mamma inglese e non è concepibile non sentire la propria mamma; così è iniziata una corrispondenza fitta e continua, fatta di lettere e cartoline, costellata di piccoli e grandi eventi e tante foto. Tornare a casa e trovare una sua lettera ad aspettarmi rendeva tutto migliore: lettere dolci e piene di calore e amore, pagine di calligrafia minuta che raccontavano di viaggi, matrimoni, nipotini e fatti buffi, così, quando ci rincontravamo, ne potevamo riparlare e scherzarci su.
Gli anni passano e le persone se ne vanno e ci lasciano. Per quanto inevitabile, per quanto ci si possa preparare a notizie del genere, la dura e cruda realtà è che non si è mai pronti. Non ero pronta, la scorsa settimana quando, seduta in fondo alla chiesa di St. Peter per il funerale di Gill, sono ritornata con la mente alla calda estate del 1995: alla station wagon blu con cui scarrozzavamo su e giù per il Berkshire, alle partite a Thekenspiel e i bicchieri di limonata, ai pic-nic improvvisati con tutta la famiglia e alle gite lunto il Tamigi, a come cercasse inutilmente di convertirmi alla fede della Marmite. A quando, durante un viaggio, era passata davanti a uno stabilimento della Marmite, e si era fermata apposta per farsi fare una foto da spedirmi.
A Torino è rimasta una scatola di lettere e cartoline; con me ho tanti bei ricordi, una fotografia nel mio cuore di Gill che balla un twist con Jakub (un altro dei suoi studenti) durante la festa per i suoi 60 anni e ride. Se penso a Gill, sorrido, mentre una lacrima scende sulla guancia.
Mi manca. Tutto qua.

Friday, 2 November 2007

A small truth

A volte la vita ci mette davanti a scelte fondamentali, che cambieranno per sempre il modo in cui noi vediamo il mondo e il giudizio che hanno di noi le persone che ci circondano. Caffè macchiato o normale? Scarpe umane o dolorosamente a punta? Occhiali o lenti a contatto?
La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità? O un'alterazione lieve e marginale della verità -no, non è una bugia, ci assomiglia e infatti molti le prendono per gemelle, ma non è così- detta a fin di bene?
Personalmente propendo per la prima opzione, non solo per quanto riguarda la verità. Ammetto però che spesso una piccola bugia salva da molti mal di testa. Se un'amica chiede un parere su vestito che si è appena comprata, che dici? È più comodo e accomodante dire che le mette in risalto gli occhi o andare dove ci porta il cuore, e chiederle se ha approfittato di una svendita al circo Togni? Di sicuro a seguire il cuore la offenderete, perché lei penserà a un commento su qualche kg in più. Se cercate di rassicurarla, dicendo che piuttosto voi pensavate ai pagliacci, sappiate che peggiorerete (e di molto, fidatevi, parlo per esperienza personale) la situazione.
Il più delle volte comunque cerco di essere onesta, prima con me stessa e poi con gli altri: non che ci pensi sempre, ma quando meno me l'aspetto succede qualcosa che mi fa pensare all'importanza di dire la verità.
Ora, non so esattamente bene cosa sto scrivendo, né cosa sto pensando. Forse l'avrei dovuto precisare all'inizio: sono imbottita di antidolorifici e antibiotici, causa maledetto ascesso e futura devitalizzazione di un dente, quindi è altamente probabile che io sragioni.
Tra una maledizione e l'altra lanciata alla mia ex-dentista, mi mi sono ricordata di un episodio, capitatomi in settimana, che mi ha fatto venire voglia di dire una verità piccola piccola, che molti giudicheranno strana e che alcuni conoscono già.
Antefatto: in settimana ero a Copenhagen per lavoro. Città bellissima con le nuvole raso terra, alle quattro finivo di lavorare, il che mi lasciava circa un'ora di luce e tutta la serata per andare in giro per la città. Il centro di Copenhagen è pieno di negozi e negozietti e io non sono certo una che si tira indietro! Non conoscendo una parola di danese, le probabilità di comprare dei libri erano piuttosto basse, ma ciò non mi ha certo fermato e così sono entrata in più di una libreria. E in una libreria davanti allo sguardo esterefatto di una commessa, mi sono ricordata di questa piccola verità. Fine antefatto.
La verità è questa: io sniffo i libri.
Sì, sì, avete letto bene, sniffo i libri. Più salutare della cocaina, no? E anche del gessetto, che un mio compagno balengo delle superiori si divertiva a tagliuzzare con una carta telefonica e a sniffare a mò di coca, ma sto andando fuori argomento di nuovo.
I libri profumano, ogni libro profuma in una maniera unica. Provate: aprite a metà un tascabile Newton e tirate su una bella soffiata, partendo dal basso verso l'alto. Ora ripetete l'esperimento con un rilegato Einaudi. Oppure sfogliatelo velocemente da un capo all'altro. Sono profumi diversi o no?
Non mi ricordo bene quando ho iniziato, ma so che ho sempre amato i libri nuovi, quando hanno ancora quell'odore di "nuovo", non sono ancora passati per due o tre zaini, non ci ho ancora fatto cadere sopra (accidentalmente) la spremuta di arancia e non ho lasciato nessuna impronta digitale alla marmellata di more. Con il tempo, il profumo di nuovo si perde, ma ne arrivano altri: il mazzetto di lavanda lasciato per un anno a fare compagnia ai fratelli Karamazov, l'odore di eucaliptolo fra i gialli Mondadori, la sabbia rimasta fra le pagine di "Alta Fedeltà", l'aroma di chaomian che "Fever Pitch" ha acquisito in 43 ore di treno Beijing-Kunming e che da allora non se n'è più andato. Ed è bello ogni tanto non solo leggere i libri, ma perdersi nei loro profumi.
Che male c'è ogni tanto a ficcare il naso in un libro e dare una breve sniffata? Ho letto da qualche parte che gli odori catalizzano i ricordi: visto e considerato che gran parte della mia vita è stata accompagnata da un libro, annusare i libri è un ottimo modo per ricordarsi qualcosa.
Stesso discorso per le librerie. Anche le librerie profumano. Sono fragranze diverse, ovviamente: Paravia non ha lo stesso profumo della Feltrinelli, mi pare ovvio.
Se poi vi trovate all'estero le differenze sono ancora più evidenti.
In Cina la prima impressione che provo quando entro in una libreria è di trovarmi in una stamperia di inizio Novecento. L'odore dell'inchiostro è così forte che sovrasta quello della carta e dei pavimenti di legno o di cemento. Ti si attacca addosso, rimane sulle dita dopo aver sfogliato un libro.
Anche a Londra l'odore è diverso: diversi inchiostri, diverse carte, a volte il tutto si mischia con il profumo di caffè che arriva dalla caffetteria che c'è all'interno della libreria.
Indovinate un po'? Anche in Danimarca, libri e librerie hanno un profumo diverso.
I miei amici sanno di questo mio, ehm, "vizio". Quando Miky mi ha regalato per Natale un volume di Harry Potter in cinese, la prima cosa che ho fatto è stato sfogliarlo velocemente e darci una veloce sniffata come un segugio, per poi dire tutta soddisfatta: "Ah! Sa davvero di Cina!".
Lei sapeva a cosa mi riferivo e non ha trovato strano l'episodio, anche perché non sono la sola! Conosco molte altre persone che come me amano annusare i libri.
A quanto pare, non ce ne sono molte di persone così in Danimarca, o forse annusano i libri in maniera meno evidente, almeno a giudicare dalle occhiate esterefatte delle commesse delle librerie...