Wednesday, 31 December 2008

Seasons of...

Non che Capodanno mi abbia mai appassionato: forse è la festa che meno mi appassiona, si gioca il titolo di regina delle feste insulse e non sentite con la Pasquetta, due giorni accumunati dal troppo. Troppo cibo, troppo vino, troppo mal di testa il giorno dopo.
Resta però il fatto che Capodanno porta con sé la voglia di far bilanci, e la ragioniera che ancora sonnecchia dentro di me, sorge a nuova vita alla possibilità di metter mano a nuove pagine di partita doppia, con quelle righe rosse e i rettangolini su cui segnare i numeri di entrate e uscite.
Perdite, ricavi e guadagni...
Anche quest'anno passo il Capodanno a casa-giù, e fra una settimana sarò di nuovo a casa-su, in questa dicotomia confusa che non voglio veramente precisare e delimitare, descrivere e concettualizzare, spaventata da cosa si cela dietro.
Alle spalle mi lascierò il 2008, ma con me porterò molto. Come dice la canzone di Rent, come si misura una vita?
Si misura in piccoli e grandi dolori, amici che se ne sono andati, altri che non si sono rivelati tali.
Si misura in un rapporto contrastato con me stessa prima che con gli altri e nella speranza di trovare l'equilibrio.
Si misura nella dolcezza che mi riempie il cuore al pensiero della famiglia che cresce e si allarga.
Si misura nello stupore a vedere che Sara sa già scrivere.
Si misura in tante foto, libri e musica, in pinte di sidro e tazze di caffè, in porzioni di fish&chips e bicchieri di porto.
Si misura in notti stellate, albe francesi e freddo polare in tre diversi fusi orari.
Si misura nei nuovi amici e nella riconferma di quei "pochi ma buoni", per i quali è stata coniata la parola "amicizia".
Si misura in partite di bowling dal vivo e alla Wii.
Si misura nell'aria che entra e esce veloce dai polmoni negli ultimi 500 metri di corsa.
Si misura in tante scoperte, come ad esempio che la marmite fa schifo, ma anche le patatine fatte di cotenna di maiale non scherzano.
Si misura in viaggi, risate, lacrime e sorrisi.
Un po' come dice la canzone di Rent, si misura in amore.

Sunday, 28 December 2008

a metà strada

Natale è passato e io sono sopravvissuta; Capodanno si avvicina e io sono sicura di poter oltrepassare anche questa data senza eccessivi danni.
Certo che però...
E' già passata una settimana e mi rimane solo più un'altra settimana da passare qui a casa-giù prima di tornare a casa-sù.
Nonostante il nervoso per le file, il tram che è in ritardo, le commesse che ti guardano come se ti stessero facendo un enorme favore a fati entrare nei loro negozi (anche se, vista l'aria di crisi che spira da queste parti, dovrebbero cospargere il percorso di ogni possibile acquirente di petali di rosa, ma vabbè, lasciamo stare), nonostante i furbetti e i tamarri, queste vacanze stanno procedendo tranquille.
Ho ricevuto dei regali stupendi: la neve a Natale e Santo Stefano, il calore della famiglia che si è ritrovata a ranghi compatti per Natale a casa dei miei, i sorrisi e la compagnia degli amici. Per questo mi viene un po' di angoscia a pensare che fra una settimana si riparte: nonostante il gelo polare che attanaglia stasera Torino, il mio cuore è al calduccio, al riparo dalle intemperie emotive.

Monday, 22 December 2008

Tomi-regalo

Mi faccio un giro per la Feltrinelli di Piazza Castello. E’ una delle mie librerie preferite, insieme a Paravia, in via Garibaldi. Mi piace girovagare per Feltrinelli, specie d’inverno. Quando fuori Torino gela, entrare in una libreria significa spogliarsi di strati di sciarpa, guanti e cappotto per essere avvolti dal tepore degli scaffali e dal profumo della carta stampata.
Fuori fa freddo, ma io sono al calduccio, protetta e proiettata in altri mondi dai libri.
Verso Natale, in realtà, è difficile essere proiettati altrove, perché la libreria è molto più affollata dal solito e si passa il tempo a cercare di arrivare dove si vuole, quindi, più che proiettati, si finisce solo a essere spintonati a destra e sinistra.
Mentre cerco di capire se l’ultimo di Magris mi possa interessare o meno, vengo spinta per l’ennesima volta dalla madamin impellicciata.
“Mi scusi signorina, non l’ho fatto apposta, neh!”
Vorrei chiederle se l’ha mai fatto apposta, invece, di spintonare qualcuno in libreria e se l’avesse mai confessato. Me la immagino, madamin che sfida una rivale in amore fra gli scaffali di poesia e teatro in un incontro di sumo all'ultimo "ca ma scusa".
Lei però è già oltre: altri due o tre colpi di borsetta e punta con sicurezza il suo obiettivo finale, il commesso col piercing poco più in là.
“Mi scusi, ma questo è un bel libro?” E mentre pronuncia la domanda, brandisce un tomo sotto il naso del commesso bucherellato.
Commesso bucherellato legge il titolo e con grande flemma e poco trasporto alza le spalle e replica con un blando “Bah” per passare oltre ad evitare che un b.l.i. (bambino lasciato incustodito) rovesci una pila di smemorande.
Non so se madamin impellicciata abbia poi comprato il suo bel libro o meno: li ho persi di vista dopo questo scambio di battute, perché avevo iniziato a pensare a libri, regali e librai.
Da una parte non riesco a immedesimarmi con madamin impellicciata: non riesco a comprare un libro come regalo senza averlo letto prima. Regalare un libro per me è una forte e decisa dichiarazione d’amore e affetto: ecco, ho letto questo libro, mi è piaciuto, mi ha cambiato in meglio, mi ha regalato emozioni e ora voglio che anche tu provi le stesse emozioni, quindi te lo regalo; ho letto questo romanzo e ho visto te fra le righe, spero tu possa vedere me emergere fra le pagine. Entrare in una libreria e comprare un libro qualunque, sebbene guidata da recensioni e classifiche di vendita mi sembra strano. Ma forse madamin era alla disperata ricerca dell’ultimo regalo e per alcuni il libro adempie a questa funzione in maniera perfetta.
Regalo libri e a volte me ne pento, perché li regalo piena di aspettative, non tanto per il libro, quanto per le persone.
A volte ne sono contenta, nonostante tutto: c'è qualcosa di ironicamente dolce nell'avere il cuore infranto dalla persona a cui hai regalato "Il piccolo principe". Non lo sapevo allora, ma lui era il piccolo principe e io ne ho ricavato il colore del grano.
Dall’altra parte non riuscivo a capacitarmi dell’alzata di spalle di commesso bucherellato: ma perché alzi le spalle? Capisco che sei stanco e che lavorare nel periodo natalizio in un qualsiasi negozio deve essere estremamente stressante. Ma avrai comunque un’opinione sul libro che ti veniva sventagliato davanti, o no? Anche se non l’hai letto, avrai letto qualche recensione, ne avrai sentito parlare un altro collega, giusto? Forse, però, il problema è proprio questo, io ho ancora un visione piuttosto tradizionale e ortodossa del commesso, una persona che sceglie di lavorare nel negozio che vende ciò che più l’appassiona: perciò se lavori in libreria ti piace leggere, se la tua passione sono le scarpe allora cerchi lavoro in un negozio di scarpe. Non si tratta mica di leggenda metropolitana o mitologia: anche la Feltrinelli ha commessi di questo tipo, capaci di dirti dove si trova un libro senza guardare sul pc. Forse un po’ stanno scomparendo, strozzati dalla logica della grande distribuzione e dalla crisi economica, quindi piuttosto di continuare a cercare il lavoro ideale si prende il primo lavoro e basta.
Però nel mio cuore conservo la speranza di un mondo di lavori ideali. Un mondo dove, varcate le porte di una libreria, è possibile incrociare gli occhi di una commessa con permanente alla Marge Simpson che ti guarda come una che la sa lunga. E la sa lunga, perché, oltre alla quattordicenne con zaino della Seven, lei vede qualcosa in più: “Dimmi un po', hai mai sentito parlare del gabbiano Jonathan?”

Sunday, 21 December 2008

eh?

"Se non sei sicura di non voler confermare di aver deciso di non volere annullare l'attivazione automatica della promozione xyz allo scadere di quella 123 allora premi il tasto 15 sulla tastiera del tuo cellulare"


Ho ricaricato il cellulare italiano dopo quasi un anno e, come ogni anno c'era la promozione messaggi natalizia. Non male, visto che nelle prossime due settimane potrò utilizzare quasi unicamente il cellulare italiano per rimanere in contatto con gli amici.


Quello che non mi ricordavo più era questo piccola clausola che ti viene detta quasi sottovoce dalla voce automatica, per la quale una volta scaduta la promozione ti attivano altri servizi sulla tua sim. Servizi che ti costeranno un bel numero di euro ogni mese. Cercare di disattivare quest'opzione si è rivelato un esercizio di sintassi, semantica, sillogismi, ossimori e inferenze, qualcosa a metà fra l'Accademia della Crusca e i quesiti della Susi.

Wednesday, 17 December 2008

Some says he has no understanding of queuing...

"... all we know he's called the Stig and he's in the Ask.com Top10 most searched questions for 2008"
Ebbene sì, The Stig, il pilota di Top Gear di cui nessuno conosce l'identità e che viene normalmente presentato da Jeremy Clarkson con battute demenziali, è nella
delle 10 domande più frequenti di Ask.com (il vecchio maggiordomo Jeeves).
La classifica vede al primo posto la domanda "Am I pregnant?": mi viene quasi la tentazione di provare a chiedere e vedere se appare un enorme "NO" sullo schermo.
Si prosegue per diversi posti con domande sul perché il cielo è blu, mutui e peso e al nono posto eccolo lì, The Stig.
Lo ammetto, nemmeno troppo sotto voce. Mi piace guardare "Top Gear": non me ne potrebbe fregare di meno delle macchine, ma il programma è a miglia e miglia di distanza da quello che c'è in Italia, Gran Prix in testa. E' divertente, satirico, ben realizzato, onesto (insomma, sì lo so, Jeremy Clarkson è un maschilista pieno di preconcetti, ma ha il dono dell'onestà: non si rimangia mai nulla di quel che dice nel nome del politicamente corretto, e lo preferisco alla marea di ipocriti che non dicono nulla ma pensano e agiscono da uomini delle caverne).
Non mi è mai saltato in mente di chiedere a un motore di ricerca se conoscesse l'identita di Stig, però ho sempre desiderato capire perché non è possibile toccare il proprio gomito con la punta del naso...

Thursday, 11 December 2008

Redeployment Project

Il tour de force che passa sotto il nome innocuo di "Christmas party season" è in pieno svolgimento e inizia a reclamare le sue prime vittime, almeno a giudicare dal numero di colleghi con voci roche, occhiaie samsonite e alla disperata ricerca di un caffè e una colazione all'inglese (la morte sua dell'hangover).
La prima conseguenza di questo stato di post-sbronza che si protrarrà fino al dopo ferie è che la gente non presta molta attenzione a quello che succede intorno. Oddio, non che i miei colleghi siano delle persone espansive e molto curiose, ma in questi giorni arrivano a toccare dei livelli di menefreghismo notevoli. Il che non è un male, specie se decido di occupare dieci minuti di pausa andando a controllare un link su YouTube speditomi da Paoletta. Mi sono quasi strozzata con il tè alla menta prima e l'acqua dopo ed è stato difficilissimo non scoppiare a ridere nel silenzio assoluto che mi circondava oggi pomeriggio.
Si tratta di qualche nuovo comico? Decisamente sì. Ma anche no.
Il centro Motorola di Torino sta per essere chiuso, ma non è il solo ad essere finito sotto la mannaia della strategia di riduzione costi della multinazionale americana. Anche il centro francese di Rennes verrà chiuso: altre storie simili a quelle di Torino, 150 ingegneri di un centro che, come quello di Torino, cerca un nuovo acquirente.
E allora cosa fanno a Rennes? Probabilmente le stesse cose che stanno facendo a Torino, ma anche qualcosa di diverso: hanno creato un
, per promuovere il loro centro e le loro conoscenze.
Dubito che troveranno un acquirente in questo modo, ma l'attenzione di molte persone di sicuro sì.
Mettersi in gioco e ridere su una situazione di per sé tragica non denota disperazione, ma coraggio, atteggiamento positivo e forza: servono pure quelle per lavorare bene, insieme alle conoscenze tecniche (e credo abbiano pure quelle), anche se economisti e big della finanza sembrano averlo dimenticato.

Monday, 8 December 2008

You better watch out...

E' di nuovo quel periodo dell'anno in cui essere felici, gioiosi e sprizzare spirito natalizio da tutti i pori, meglio ancora se mescolato in parti uguali con del vin brulè.
Ah sì, miei cyber-lettori. Ho controllato il calendario e non abbiamo scampo: Natale è di nuovo qua.
E, insieme a Natale, tutta una serie di cose più o meno belle. Le feste di Natale, in cui la birra e il vino scorrono come il fiume del presepe (perché c'è sempre un fiume nel presepe e normalmente conduce a un mulino con un mugnaio sproporzionatamente gigante per le dimensioni dell'edificio, tanto da far sospettare che Gesù Bambino sia nato a Chernobyl e non a Betlemme), la corsa agli acquisti natalizi, le vacanze in famiglia e la tragedia del dover decidere dove fare cosa a Capodanno.
L'effetto più reale e tangibile nel lungo periodo lo provocano panettoni e mince pies sul buco della cintura che si utilizza. Nel breve periodo, però, qualcosa di più temibile mi ricorda che non c'è scampo: il palinsesto televisivo muta e si adatta al periodo.
Capirò che è troppo tardi per cercare scampo nel momento in cui vedrò Simon Cowell vestito da Santa Claus, ma per ora ci sono altri segnali altrettanto preoccupanti.
Innanzitutto ieri su 4 canali musicali a disposizione, hanno mandato in onda un numero di trasmissioni dedicate alle canzoni di Natale, passibile di denuncia per violazione dei diritti umani, roba che se sento ancora anche solo una nota di "Last Christmas" di George Michael (senza nemmeno vedere il video), faccio fuori la mia tv a craniate. Potrei sopportare meglio questa situazione se fra un Bing Crosby e gli Abba, ci fosse un intermezzo allo zenzero di Elio e le storie tese, ma no, MTV punta al mio tracollo mentale bombardandomi con Mariah Carey.
A voler essere sinceri c'è di peggio. E no, non sto parlando della puntata natalizia di qualsiasi serie tv, da "House" a "Hero", e nemmeno dello speciale natalizio dei vari show (già mi immagino i titoli: "Strictly come Christmas", "Xmas Factor", "Most Christmas wanted"); no, a Natale arrivano puntuali i film tv natalizi. Più puntuali di loro ci sono solo i film catastrofici estivi.
A differenza del film catastrofico, il film tv natalizio ha vita molto più breve, 3 settimane e poi viene (fortunatamente) nascosto di nuovo. In comune hanno alcuni fattori: le trame si assomigliano tutte e pure gli attori.
Mentre in California sono alle prese con falde, vulcani, dighe e valanghe, lo spirito natalizio normalmente alberga fra le montagne del Nevada o le praterie del Montana. Non si tratta di salvarsi la pelle, ma di salvare lo spirito del Natale dal ciniscmo dell'era moderna. E chi meglio per cotanta impresa, se non i nostri protagonisti? Eccoli qua.


Il protagonista: John, occhi azzurri, capelli biondi e barba apparentemente trascurata, va in giro su un pick-up con sega elettrica sul retro (ché non sai mai quando ti può tornare utile), indossa camicie di flanella e bomber smanicato, ai piedi scarponi della Lumberjack, completo tipico del boscaiolo con animo artistico, arte che esprime nel capannone accanto alla sua baita, dove crea sculture di ferro battuto o costruisce panche e culle di legno.
Se ha una figlia, si tratta di Karen, biondina adolescente, carina ma insicura di sè. Tale insicurezza è dovuta al fatto che John è rimasto vedovo quando Karen era piccola e non si è mai risposato, quindi alla nostra adolescente è venuto a mancare un punto di riferimento femminile e bla bla bla.
Se ha un figlio, si chiama Josh, ha otto anni e ha scritto una lettera a Babbo Natale per chiedergli una nuova mamma e bla bla bla.
Hanno un cane, Billy, un bastardino bianco e nero o un husky con la propensione alla fuga.


La protagonista è Rachel, donna in carriera newyorkese, è una fotografa d'alta moda, una giornalista d'assalto o un avvocato squalo. Ha smesso di credere allo spirito del Natale qualche anno prima, quando ha perso il marito o uno dei genitori o è stata abbandonata all'altare dal futuro non-marito.
All'inizio del film è fidanzata di nuovo con un avvocato con l'espresività di un porfido e il calore umano dell'iceberg che ha affondato il Titanic. Stanno per sposarsi e ovviamente il matrimonio si svolgerà in qualche remoto angolo delle Montagne Rocciose.
I comprimari: i genitori di lui o lei, pensionati, la quintessenza del buon americano medio. Lui ripara il pick-up, lei sforna torte di mele alla Nonna Papera a ritmo industriale.
L'amica di lei, che ha un debole per l'avvocato e che si scoprirà alla fine essere il vero unico grande amore dell'avvocato stesso.
A volte compare anche un grasso e iracondo vecchio, pluricondannato per furto con scasso, noto alle forze dell'ordine con il nome d'arte di Babbo Natale.


John e Rachel si incontrano, non vanno d'accordo, ma tutta una serie di stratagemmi pietosamente messi insieme dagli sceneggiatori fa sì che si innamorino e che alla fine passino il giorno di Natale insieme dopo essersi scambiati un bacio sotto l'immancabile ramoscello di vischio, che è una fra le peggiori piante infestanti del piccolo schermo.


Ovviamente tutto il cast si ritrova nella scena finale che è disolito ambientata nella chiesetta del paese, tutta decorata a festa, piena di gente intenta a cantare inni natalizi, ignara del fatto che il suddetto ladro "Babbo Natale", nel frattempo sta passando in rassegna le loro case.


Mmmh, no, in realtà questo ce l'ho aggiunto io, mi pare sarebbe un modo diverso per concludere un film che, se ha l'ubriacone vestito di rosso fra i protagonisti, normalmente lo usa per compiere qualche miracolo alla fine del film. Normalmente qualcuno guarisce da qualche malattia o riacquista la parola. Ma dati i tempi di "credit crunch" quest'anno ci si accontenta dell'accensione di tradizionali lampadine natalizie fulminate dagli anni Cinquanta.

Saturday, 6 December 2008

Saudade in brown sauce

Novembre è passato, anche se mentre mi ci trovavo immersa sembrava infinito. E' un mese diverso dagli altri, ma non per qualcosa che lo faccia spiccare, quanto piuttosto il senso di anonimato che mi sembra lo pervada ogni anno.
Sarà l'autunno che se ne va per lasciare posto all'inverno, oppure l'attesa per il Natale e le vacanze?
Rimane il fatto che non ho mai molto da fare a Novembre e raramente succede qualcosa di straordinario o memorabile.
Con l'Immacolata si avvicina e nessun ponte da trascorrere, cerco di spremere le mie atrofiche meningi alla ricerca di una smentita, ma no, novembre è passato senza troppi cambiamenti. A voler guardare il lato positivo, anche senza nessuna catastrofe.
Una cosa però accomuna la fine del mese scorso e l'inizio di questo. Un po' come l'anno scorso in questo periodo provo spesso nostalgia.
Non dell'Italia di per sé, quanto piuttosto di Torino e delle persone che ho lasciato lì.
Mi mancano Grom e l'aria del mattino in Via Po. Mi mancano il birrificio e il barettaio (il vinaio di Via Baretti con l'alfabeto arrotondato).
Mi manca l'entrare in un bar e ordinare un caffè senza dover stare a specificare, mocha, tall, regular, single, double e così via, sperando, pregando che il ragazzotto dietro al bancone sappia quesl che si sta facendo.
Mi mancano gli amici, i miei genitori e la famiglia, quella che non ho scelto e quella adottata.
Eppure già so che una volta tornata a Torino mi verrà la smania di scappare. Mi verrà il nervoso a fare la coda in banca, ad aspettare il bus che non arriva entro i tempi scritti sulla palina o che smette di girare a una certa ora della notte... e io come ci torno a casa? La GTT non ha il servizio minicab di zona!
A breve tornerò a Torino per le ferie e già mi immagino quel momento in cui realizzerò che voglio tornare da questo lato della Manica: l'anno scorso è capitato uscendo da un negozio di Via Garibaldi, mentre mi domandavo se la commessa avesse fatto il pieno di pane e cortesia a colazione.
Ecco, riuscissi a trasportare le cose di Torino e le persone che amo a Londra, sarei completamente felice. Ma sarebbe una sensazione irreale, e probabilmente dopo un po' ne avrei noia.
La cosa che più amo di questa nostalgia è sapere che torna sempre, è l'attesa del momento in cui riabbraccerò mio papà pur sapendo che arriverà anche il momento in cui mi domanderò com'è stato possibile aver vissuto tanti anni sotto lo stesso tetto senza strangolarci.

Friday, 28 November 2008

La britannica logica termica

Questo post è nato per riflettere sul mese ormai alla fine, sulla malinconia e sul senso di incompletezza che provo sempre a novembre. Avevo trovato anche il titolo perfetto "Saudade in brown sauce", che ovviamente verrà riciclato nel futuro prossimo venturo.
Poi però, qualcosa di imprevisto, ha deviato il corso dei miei pensieri. Non so bene in quale modo, ma mi è venuta in mente la pubblicità di Richard Hammond per Morrison (mentre è al Polo Nord gli viene nostalgia di casa a pensare al Natale fatto come si deve, con tutti i piatti della tradizione, per cui fa fare retromarcia alla slitta, la parcheggia davanti al supermercato e va a fare la spesa vestito da inuit). Da Morrison il passo a M&S è breve... ah, M&S!
This is not an ads, this is a M&S ads!
Ho sentimenti contrastanti quando si tratta di M&S: da un lato ci sono dei prezzi abbastanza buoni per una qualità di vestiario non male, ma le loro pubblicità mi stanno sempre sui nervi. Per di più sono corresponsabili dell'aumento del livello di obesità del paese, grazie ai loro cibi precotti, pubblicizzati per l'appunto con una campagna virale improntata al porn food, con voci sensuali e vellutate e immagini di cibo altamente ritocaato (altro che "Gola profonda"!).

Lo spot natalizio di M&S è sopra le righe rispetto agli spot natalizi degli altri supermercati, nonostante sia un po' più frugale rispetto ai suoi standard, visti i tempi di "credit crunch". Insomma, questa volta per le modelle capitanate da Twiggy niente Antonio Banderas e nemmeno l'OrientExpress o un faro, come nelle pubblicità passate. No, questa volta ci sono i Take That e una villa nella campagna inglese.
E pensando a questo spot (che dura un'eternità, due minuti e passa) mi sono allontanata del tutto dalla brown sauce. Qualcuno mi deve spiegare perché i Take That sono infagottati in dolcevita di lana pesante e queste pischelle se ne vanno in giro in mutande e reggiseno!
Insomma, io le guardo e mi viene naturale mettermi un maglioncino più pesante: sono termicamente empatica! Mi viene la gastroenterite al posto loro a vederle andare in giro con lo stomaco esposto ai quattro venti!
Facile dire che si tratta di commercializzazione del corpo femminile e che per vendere qualsiasi prodotto, fosse anche una pomata per le emorroidi, ci vuole il primo piano di un paio di tette. E' vero, certamente, ma non è solo questo.
Sono giunta alla conclusione che il popolo britannico ha il termostato interno rotto. Non c'è altro modo per spiegare le orde di ragazze che, con temperature prossime allo zero, se ne vanno in giro in infradito, o con minigonne senza collant. Salvo poi mettersi gli ugg boots... in pieno luglio.

Wednesday, 26 November 2008

Pensavo fosse amore, invece era un bokeh

Premetto che è dal lontano 1992 che sogno di scrivere qualcosa con un titolo che giochi sul titolo del film di Troisi. E' una frase stupenda e magica, mi ricorda sabati pomeriggi sui potenti mezzi dell'allora atm, oggi gtt, domani chi lo sa (uno a caso, mi piaceva salire su un bus a caso e fare tutto il tragitto, da capolinea a capolinea, tanto per vedere Torino) a riflettere sul suono delle parole che rimbalzavano felici da un lato all'altro della mia testa.
Purtroppo non mi è mai capitata fra le lettere della tastiera la parola giusta per poter esauudire questo mio desiderio.
Beh, fino a qualche tempo fa per lo meno, quando per la prima volta ho sentito l'espressione bokeh.
Mi ci è voluto un po' per captare il termine. Mi capitava sotto gli occhi ogni tanto, fra un commento su flickr, un articolo di qualche rivista o un post di qualche forum fotografico. Ma dato che la mia memoria a breve termine archivia buona parte delle informazioni accumulate in meno di mezz'ora, mi ci è voluto un po' di tempo per rendermi conto di avere a che fare con una parola nuova.
Riguardando alcuni commenti lasciati sulle mie foto, ho scoperto di avere una o due foto bokeh'ttate.
A questo punto il termine era inevitabile e alla fine ho fatto l'unica cosa che potessi umanamente fare: ho cercato su wikipedia! Ed ecco la
, che mi fa solamente domandare perché abbiamo avuto il bisogno di usare il termine giapponese invece che il corrispettivo italiano.
Insomma, a me "resa dello sfuocato" sembra decisamente più romantico.
"Resa" evoca qualcosa di concreto e tangibile, mentre con lo sfuocato si balla nel territorio dell'indefinito. Bokeh, suona bene, ma non solletica la mia fantasia. Al contrario, dell'espressione italiana mi piace come la combinazione di possibilità e differenze fra i due termini, finisca per dar vita a qualcosa che ho ben chiaro nella mia mente, che riesco a vedere tramite l'obiettivo.

Wednesday, 12 November 2008

What I like about U(K)

Ieri verso l'ora di pranzo Benny mi manda un link del Corriere della Sera. Vado a leggere, curiosa di capire il motivo dell'irritazione che traspariva dal titolo della mail.
Ah, siamo alle solite, ho pensato. Trattasi di
indirizzata a Italians, la rubrica di Beppe Severgnini, a proposito degli italiani esterofili, quelli che sognano l'estero, Londra in questo caso, come una specie di terra promessa.
Che dire? Mah, boh, non so, anzi no. Forse qualcosina la so pure io.

Abito in Inghilterra da quasi un anno e mezzo, ho avuto l'opportunità di vedere diverse realtà, condizioni sociali che convivono fianco a fianco in questo paese.

Non è tutto oro quel che luccica, se mi è permessa una banalità.

Come tutti i paesi di questo mondo, il Regno Unito ha i suoi pregi e i suoi difetti, i lati negativi coesistono accanto a quelli positivi.


Così come quelli che inseguono una terra promessa lontano dall'Italia, ci sono altre persone che trasformano l'Italia nel paradiso in terra, mentre loro sono costretti a vivere nell'inferno anglosassone, dove tutto fa schifo e tutto sta andando in rovina.




Quando ho iniziato a scrivere questo post, ho messo giù una lista di elementi negativi e positivi del vivere nel Regno Unito. Poi però ci ho ripensato. Ultimamente sono sempre più infastidita da una certa pigrizia nel voler considerare ciò che è diverso, il non voler riconoscere gli elementi interessanti che questo paese può offrire, questo testardo opporsi a ciò che è diverso dal nostro essere italiani.
Questa è casa mia, così come lo è Torino. Così come sono felice di tornare a Torino, vedere famiglia e amici, sono anche felice quando faccio ritorno a Londra, a dispetto degli sguardi stralunati con cui una simile affermazione viene ricevuta da molte persone con cui mi ritrovo a parlarne.


Ecco perché invece di un equilibrato paragone dei lati positivi e negativi, ho deciso di mettere giù una parzialissima lista di ciò che mi piace del vivere in Gran Bretagna.
Pronti?


Mi piace la sensazione di avere possibilità, di poter imparare e crescere, di non essere discriminata per il fatto di essere donna sul posto di lavoro (o comunque meno di quanto mi sia mai capitato in Italia).


Mi piace il cibo.
Ebbene sì, avete letto bene. Cestiniamo pure un po' di stereotipi sulla cucina inglese, sarebbe come usare come esempio della cucina italiana il mio amico Alberto, un uomo una scatoletta di tonno (pasta al tonno, tonno e piselli, cereali e tonno...)!
Mi piace il roast beef, il salmone come lo cucinano in Scozia, la cottage pie e la shepard pie, per non parlare del fish & chips e il parsnip! Il parsnip è una delle verdure migliori di questo pianeta.
Poi anche in una cittadina minuscola, si possono trovare ristoranti di cucina straniera di ottimo livello. Thai, cinese (e non parlo di quella schifezza che ci propinano in Italia: parlo di cucina pechinese, sichuanese, taiwanese con una buona varietà di piatti), malese, vietnamita, libanese, turca, eritrea ed etiope, caraibica, praticamente ogni tipo di cucina europea.


Mi piace il tè con il latte la domenica mattino. Mi piace bere il pimm's d'estate e il vin brulè d'inverno. Mi piace scoprire piccoli cafè che fanno del caffè che è un capolavoro.


Mi piacciono le code ordinate alla fermata del 71, le code veloci alla posta e in banca. Mi piace dire "thank you" all'autista del bus ogni volta che arriva la mia fermata. Mi piace poter conoscere persone da ogni angolo del pianeta, ampliare la mia visione del mondo.


Mi piacciono le librerie, sia le catene stile Waterstone's che le piccole librerie indipendenti, i negozi di dischi e i mercatini, i negozi che vendono parsnip chips e wasabi peanuts e i charity shop.


Mi piace la colazione all'inglese la domenica mattina, dopo aver bevuto un po' troppo la sera prima, e poi andare alla National Gallery a perdermi nei campi di grano di Vincent. Mi piace fare figuracce alla Tate Modern.
Mi piace quando fa bello, perché sembra che il sole splenda più luminoso e ci sia più luce. Mi piace tornare a piedi verso Waterloo, cappello rosso calato sulla zucca, attraversare il Tamigi sul Jubilee Bridge. Mi fermo a metà del ponte a guardare i bus a due piani che sfrecciano sul Waterloo Bridge e la city illuminata. E in quel preciso momento penso che tutto è possibile, basta solamente che io lo voglia. Un sentimento che raramente mi capitava di provare in Italia.

Friday, 7 November 2008

Sul Metro di oggi...

Mi sono svegliata allegra stamattina: è venerdì, sono a un training tutto il giorno, il che vuol dire che la mia mente è proiettata alle 4, orario dell'inizio ufficiale del mio weekend.
Non piove e non fa freddo.
Tutto sembra filare liscio. Recuperata una copia di Metro, sono salita sul treno pronta ad attaccare il sudoku più difficile, quando mi sono cadute le braccia.
Dopo aver recuperato le braccia dal pavimento, ho ricontrollato la prima pagina di Metro, sperando in un'allucinazione. Non era un'allucinazione:

sul Metro di oggi...

Ovviamente, una sola domanda mi è passata per la testa: ma perché?
PERCHE'?!?
Non mi piace vergognarmi del paese da cui provengo, ma a leggere notizie simili mi rendo conto che non importa quanti Fabrizio De André, Italo Calvino o Michelangelo potranno nascere in Italia da oggi alla fine del mondo, fino a quando continueremo a votare gente simile, gente che a quanto pare ha fregato il motorino ad Alex Drastico.


Alla fine il sudoku l'ho risolto, ma prima ho dato sfogo alla mia vena creativa.

Wednesday, 5 November 2008

Scandaloso nulla

La scorsa settimana non erano la crisi economica, la disoccupazione crescent o la delinquenza minorile, non era nemmeno la corsa alla Casa Bianca a far spendere fiumi di inchiostro ai giornalisti britannici e occupare due terzi dei telegiornali. No, no, la nazione si concentrava su qualcosa di vitale ed estrema importanza: l'attenzione era unicamente concentrata sullo scandalo causato da Russell Brand e Jonathan Ross.


Per chi non li conoscesse, sono due comici mondialmente famosi in Gran Bretagna. Russell Brand è più famoso all'estero, visto che ha girato anche un film americano, ma non riceve dalla BBC 6 milioni di sterline l'anno, come capita a Jonathan Ross.
Durante una trasmissione radiofonica pre-registrata, hanno lasciato dei messaggi sulla segreteria telefonica di un attore, Andrew Sachs, in cui implicavano che Brand fosse andato a letto con la nipote di Sachs.
La BBC è stata inondata da messaggi di protesta, Russell Brand si è licenziato, Jonathan Ross è stato sospeso (ma non ho capito se lo pagano lo stesso per le sue vacanze coatte) e i vertici di BBC Radio devono rispondere delle polemiche sul perché non hanno tagliato dal messo in onda lo scherzo.


Premetto che non mi piace Jonathan Ross e che, fra una lobotomia e Russell Brand, il mio cervello sopporterebbe meglio la prima opzione. A me tutto questo scandalo è sembrato un'enorme "boiata", se mi passate il termine aulico.
Indipendentemente dal fatto che la nipote in questione ci ha marciato su e non solo lei ha beneficiato delle pubblicità che si è riversata sui protagonisti della vicenda, non credo che nemmeno la povertà dello scherzo sia il perno della vicenda. Il che è un peccato, perché la telefonata era di un livello talmente imbarazzante, che mi vergognavo per chi ne ha riso.
Quello che ho davvero difficoltà a capire sono le modalità dello scandalo. E' scoppiato dopo una settimana dalla messa in onda della trasmissione. Tutte le telefonate di protesta sono arrivate solo dopo che alcuni giornali hanno iniziato a soffiare sul focherello ormai estinto della polemica.
Tutti a gridare allo scandalo, tutti a chiedere teste rotolanti, peggio che il buon Robespierre. L'opinione pubblica era in preda al sacro fuoco dell'Inquisizione, da un giorno all'altro, senza un minimo di avvisaglia!
Tutti a scandalizzarzi perché due idioti si sono comportati nel modo in cui BBC e pubblico si aspettano. Tutti a protestare per uno scherzo che, sebbene volgare, non era di sicuro meno volgare delle pubblicazioni scandalistiche di questo paese.


Alla fine della settimana, il mio livello di sopportazione era ai minimi storici: la sola menzione della parola "radio" mi causava crisi isteriche.
Alla fine sono arrivata a una possibile soluzione per i miei dubbi: si è trattato di una manovra messa in atto dalla stampa britannica per proteggere il pianeta da attacchi alieni.
Se i marziani decidessero di invadere oggi la terra e decidessero di controllare i giornali e la TV britannici per capire di che pianeta si tratta, penserebbero che si tratta di un pianeta con molti lati negativi, ma anche con un certo potenziale. I suoi abitanti si comportano spesso come imbecilli, ma a volte sanno ancora scegliere un presidente.
Probabilmente richiuderebbero il Guardian e penserebbero "ok, andiamo e conquistiamo" e noi saremmo belli panati.
I giornalisti, comunque, hanno ottenuto informazioni a riguardo la scorsa settimana e che hanno fatto per salvarci? Semplice! Hanno fatto credere agli alieni che il nostro è un pianeta di scarto, facendoci passare per un mucchio di imbecilli.

Tuesday, 4 November 2008

vite in scatola

La proverbiale scatola di cartone non l'ho mai dovuta riempire. Ogni volta che me ne sono andata da un ufficio, è stato un commiato dolce e malinconico, condito da un po' di tristezza al pensare ai ricordi che mi portavo dietro e di aspettativa per ciò che mi attendeva.
Quando sono stata licenziata, non ho avuto bisogno di alcuna scatola, perché tanto non l'avrei nemeno riempita per un terzo.
Me ne sono andata senza fare rumore, in punta di piedi. Non ho mai svuotato le scarpe dei proverbiali sassolini, anche se ne quando per l'ultima volta ho varcato la porta dell'ex-Cir avevo dei magigni incastrati nelle scarpe.
Non so bene come esprimere quello che sento dentro.
3 anni, 2 mesi e 2 settimane.
Questo è il tempo che ho trascorso in un ufficio che già da un po' di tempo rivive nella mia forma originale solo nei ricordi e che a breve lo diventerà per davvero.
3 anni, 2 mesi e 2 settimane al quarto piano dell'ex-Cir, sede della Motorola. Raramente l'abbiamo chiamata con il suo vero nome, giusto ragazzi? Motosola, Mitorola, il più delle volte Mammamoto: Giuse, Marco e Nadietta nella mia stessa isola di scrivanie. Scherzi a non finire ad Antonio, viaggi e ritardi (ma perché sempre dal CdG dovevo passare?), i pranzi al bar di Irene (ah che finezza! Sembrava di stare in una scuola di bon ton), pause a base degli orrendi caffé della macchinetta e comparazione oroscopi dei giornali gratuiti.
3 anni, 2 mesi e 2 settimane. Sono cambiata tantissimo, merito il più delle volte delle persone che ho incontrato in Motorola Torino (a volte pure per colpa, ma tutto serve a crescere) e una parte di me continua a sperare che altra gente possa continuare a a lavorare, ridere, fare amicizia, litigare, cambiare, crescere, vivere insomma grazie a quell'ufficio.
Anche se quasi impossibile, spero che le proverbiali scatole di cartone, tanto care alle multinazionali americane (e non solo), rimangano vuote.

Monday, 27 October 2008

Io e Sisifo

Σίσυφος

Non ho mai amato particolarmente stirare.
Anzi. Ho sempre odiato stirare. L'unico momento in cui ho considerato lo stirare sotto una luce quasi positiva è stato quando stavo gelando a Pechino, perché l'università non aveva ancora acceso il riscaldamento.


In Italia non mi preoccupavo molto di stirare, era un'operazione abbastanza approssimativa, basata su un principio cardine indiscutibile: perché passare ore a stirare abiti che, tempo zero, si spiegazzeranno una volta indossati!?!
Rischio di sembrare sciatta? Non credo, visto che il mio precedente ufficio era popolato da gente che andava in giro con bermudoni e infradito, manco fossimo a Rimini.


In Inghilterra le cose sarebbero potute continuare allegramente in questa direzione, se non fosse per un piccolo elemento. Un piccolo elemento che ha rivoluzionato il tutto. Il piccolo elemento è il mio appartamento. Che è piccolo, per l'appunto. No, non è piccolo, è microscopico!
Ribattezzato "Shoebox#4", è sempre sul punto di esplodere per la marea di roba che sembro così incline ad accumularci dentro. Stirare a questo punto è un lavoro vitale, visto che è l'unico modo di appiattire e compattare vestiti, asciugamani e asciugapiatti e farli entrare nei vari cassetti.


Normalmente decido di stirare quando si verifica una di queste condizioni: non riesco più a muovermi per l'appartamento. Non riesco più a sdraiarmi sul divano, visto che ci ho ammassato sopra tutta la roba da stirare. Mi sono quasi uccisa, una mattina appena sveglia, quando senza occhiali sono inciampata nella cesta dei panni.
Stasera, mentre sbuffavo all'ennesima maglietta cercavo di contare mentalmente quante settimane erano passate dall'ultima serata passata così.
E' una fatica. Inutile. Roba che al confronto Sisifo mi fa un baffo.

Monday, 20 October 2008

TH.2058

Se siete degli aficionados di queste pagine informatiche, altresì note come il mio blog, di sicuro ve lo sarete chiesto: ma come mai la zia non ci racconta più di figure tapine in gallerie d'arte? Da quanto tempo non entra in un museo e fa ridere almeno una guardia e una scolaresca in gita?


La visita a Oulu potrebbe, sotto alcuni punti di vista, ricadere sotto le mentite spoglie di una simile visita: c'era il senso di vuoto, di alienazione e incomprensione, il silenzio assordante che fischiava fra le foreste di betulle e molti altri temi, apparentemente cari a molti artisti post-moderni.


Ma non potevo certo limitarmi alla sola Finlandia! No, se devo proprio rendermi ridicola, allora tanto vale farlo per bene. Per questo motivo, in un ventoso pomeriggio di luce autunnale, la vostra eroina, con regolamentare macchina fotografica, penna (la cui importanza sarà rivelata più tardi) e tanta pazienza si è trovata davanti all'entrata della Tate Modern. Pronta a tutto.


Un piccolo cenno del capo a salutare la cicatrice lasciata l'anno scorso da
(non dico che siamo amiche, ma c'è un certo mut(u)o riconoscimento dell'altra, un rispettarsi e non darsi fastidio) e poi mi sono diretta al 4° piano a prendere un tè per ammazzare un po' il tempo mentre aspettavo un francese, perso lungo la strada fra Elephant & Castle e la Tate. Ah, duplice gioia: ho trovato finalmente qualcuno con un senso dell'orientamento peggiore del mio! Chi l'avrebbe mai detto? Inoltre questa volta non ho affrontato le sfide dell'arte moderna in solitaria. Anche se alla fine rimaniamo soli nella nostra ignoranza, per una volta non ho dovuto fingere di comprendere e le boiate che sono riuscita a mettere insieme in meno di tre quarti d'ora non mi sono sembrate così gravi.
Così, dopo aver finito il tè e recuperato Pierre all'ingresso (nel frattempo era pure riuscito a perdersi dentro la Tate, quindi io mi sentivo Indiana Jones al confronto), ho fatto un respiro profondo e mi sono gettata nella mischia.

"TH.2058" di Dominique Gonzalez-Foerster.
Prima tampa: non so perché, ma ero sicura, convinta che fosse un uomo. Apparentemente no. A quanto pare Dominique Gonzalez-Foerster è un'artista che richiede l'apostrofo. Nulla di tremendo, ma già potete vedere che ero in piena forma e allenata per questa nuova stagione di figure tapine. 1 a 0 per Virginia contro l'arte contemporanea e palla al centro.


Secondo problema, che ha iniziato a soggiornare nella mia testa una volta uscita dalla Tate: ma che beep vuol dire il titolo??? Ci sono arrivata solo a sera tardi, mentre sul treno leggevo l'opuscolo informativo recuperato all'ingresso. 2058 è l'anno in cui tutto si svolge, ma TH? Pronta a passare qualche ora su Google alla ricerca di qualche oscuro e labile motivo per queste due lettere: elemento chimico? Compagnia aerea o sigla di un paese? Qualche collegamento con David Byrne o forse Dominique voleva chiamare il tutto "The 2058" ma ha sbagliato a battere a macchina il titolo?
Ero già lanciata in una storia in cui immaginavo la povera Dominique che cerca disperatamente di ristabilire l'ordine naturale degli eventi, di ridare alla sua mostra l'identità perduta, quando mi sono accorta di essere la solita demente.
Secondo il volantino TH.2058 è una visione della Londra del futuro, quando i suoi cittadini si rifugeranno nella Turbine Hall per difendersi da una pioggia incessante... Turbine Hall?!? Turbine Hall, Turbine Hall... TH! (per mia fortuna il treno era vuoto e nessuno ha potuto testimoniare i 5 minuti di imprecazioni che si sono susseguiti alla rivelazione! Così semplice che quasi spaventa).
Sempre a leggere il volantino, non si tratta di un semplice lavoro di fantascienza, ma di (e qui dovete impostare mentalmente la voce alla Carmelo Bene) "
un'esplorazione di alcune idee artistiche [...] La nozione di rifugio, ad esempio, è parzialmente ispirata dall'idea di Gonzalez-Foerster di Londra come città sotto attacco nella realtà e in innumerevoli libri e film: inondata, bombardata e invasa
". Non credo di aver capito bene, anche perchè, dal mio punto di vista, si tratta di un puro e semplice lavoro di fantascienza: vivi in una città invasa, bombardata e inondata, ti rifugi nella Turbine Hall, e che film ti guardi? Qualcosa di divertente? Di poco impegnativo che ti distragga dalla dura e triste realtà? No! I londinesi del futuro passeranno il loro tempo a fare zapping fra "Zabriskie Point" e "The Last Wave", passando per "Teorema" di Pasolini (che lo sanno tutti è secondo solo ai film dei fratelli Marx come livello di risate). E fra tutti i film di De Palma, secondo voi scelgono "Scarface" o "Gli Intoccabili"? No! Loro puntano decisi a "Missione su Marte".


Sono acida, vero? Sarà che non ho accumulato abbastanza figuracce su cui poter ridere, ma questa installazione, mi ha lasciato, se possibile, molto perplessa. Ah, non l'avevo detto! TH.2058 non è mica mica una semplice opera d'arte, un termine così riduttivo! E' un'installazione. Il che vuol dire, in soldoni, che hanno riciclato pezzi di vecchie mostre.
C'è una riproduzione del ragnone-mamma della Bourgeois, una riproduzione di un torsolo di mela, una scultura di Henry Moore che secondo Pierre era evidentemente un elefante (si intitola "Sheep piece", un "coso" rosso di Calder e "Felix" di Cattelan.
Ecco, Felix: io pensavo fosse lo scheletro di uno scoiattolo (il termine con cui noi critici d'arte del villaggio globale amiamo chiamare i ratti dalla lunga coda pelosa) e invece è un gatto, un gatto che ha mangiato troppe scatolette dell'omonima marca a giudicare dalle dimensioni dello scheletro. Probabilmente le troppe scatolette e poco movimento (comprensibile se si è fatti di resina polivinilica e lana di vetro) sono le ragioni per cui Felix ora è uno scheletro.


La cosa che mi ha lasciato però più confusa sono i letti: una distesa di letti a castello di colore giallo e blu, che mi sembrava di essere all'Ikea. Solo che all'Ikea ci sono i materassi! Vuol dire che fra 50 anni avremo schiene completamente insensibili o ci dovremo portare il materasso da casa? E c'è qualche motivo sullo schema secondo il quale il giallo e il blu sono alternati fra loro? O sono andati semplicemente a casaccio!?
Comunque mentre uscivamo dal rifugio, ho notato che qualcuno aveva lasciato un pezzo di carta su uno dei letti a castello. Ho letto ciò che c'era scritto e ho pensato: "Mica scemo il ragazzo!"
Sarà anche una semplice installazione, ma metti caso che nel 2058 tutto ciò si avveri! Avrò 80 anni, meglio essere prudenti: ho prenotato pure io il mio letto e guai a chi prova a fare il furbo e fregarmi il posto!!!
booked in

Saturday, 18 October 2008

Oulu, la luna e io

Come mio solito, i post di questo blog durante le trasferte di lavoro sono scritti su pezzetti di carta e post it degli hotel. Sono in camera, fuori la luna splende, ma non riesce a spezzare il buio. Strano, ma nemmeno tonda com'è stasera, sembra portare un po' più di luce a questa città.
Oulu, Oulu, Oulu. Ripeto il nome nella mente, provo a dirlo ad alta voce, ma nulla da fare: mi mette malinconia, è grigio come la città che identifica. Quando sono venuta qua in aprile, ho pensato che qualsiasi brutta opinione potessi avere della città era frutto della fretta: cosa si può vedere, osservare e capire in una sera soltanto? Tutto se si tratta di Oulu.
Tre giorni quando la notte invernale non è ancora calata e tutto mi sembra così grigio.
Probabilmente perché lo è.

Monday, 6 October 2008

Dolce far niente

perspective on sunday
Stamattina mi sono svegliata con la pioggia. Ho tirato su la testa, cercato di mettere a fuoco il paesaggio fuori dalla finestra, solo per rendermi conto che non ne valeva la pena: tutto era coperto da una patina grigia. Ho passato buona parte della mattina a poltrire in letto e il pomeriggio a perdere tempo dietro a mille cose, senza risolverne alcuna. Avrò pure perso del tempo, ma ho trovato molte altre cose nel frattempo.
Pensando al "dolce far niente" e cercando di spiegare a un francese cosa sono le "mani di pastafrolla" (o di palta, come mia mamma preferisce definire le mie mani), ho scoperto che nel 2004 la parola "
ilunga
" appartente alla lingua Tshiluba è stata votata la
del globo.
Il che mi ha ricordato che è una vita che voglio postare il
link 
per scaricare un documento con le 26 parole più belle del mondo: un concorso indetto dalla rivista online "Kulturaustausch", in cui ha vinto la parola turca "Yakamoz".
Ho rivisto un episodio de "La signora in giallo", ambientato a Genova, ho resistito fino a quando l'ispettore di polizia ha dichiarato di essere un "
humble policeman from the mountains
". Al solo pensarci, mi vengono i brividi, così come al pensare all'accento dell'attore che faceva l'assistente di scena: perché gli americani pensano che tutti gli italiani parlino come i protagonisti de "Il padrino"?
Purtroppo il dolce far niente si avvia mestamente alla conclusione: poche ore e si torna a lavorare. Sob!

Sunday, 28 September 2008

1:10:39

Ieri mi sono fatta un bel giro fra Notting Hill e Holland Park con i ragazzi del gruppo di London Flickr Meetups: 2 pause pub e, udite udite, non ho bevuto un solo goccio di sidro o birra.
Sono impazzita? Mi sento bene? No, non sono impazzita e il primo che si azzarda a fare battutine sul mio grado di salute mentale prima di ieri riceverà a Natale una fornitura annuale di marmite.
Sto piuttosto bene anche se al momento sono stravaccata sul divano con un bell'impacco di ghiaccio su un ginocchio. Sono leggermente stanca, ma per un buon motivo: stamattina ho corso la Run10K per beneficenza.
Il numero 833 si presenta alla linea di partenza con l'agilità e l'eleganza di un bradipo e taglia la linea del traguardo dopo una corsa di 70 minuti e dopo aver inghiottito 3 moscerini (tutte proteine, ma che schifo!).
Avevo già fatto qualcosa di
a luglio, un altra corsa di beneficenza sempre organizzata dalla Cancer Research UK.
Questa volta è stata un pochino più dura, non solo per la doppia lunghezza, ma anche perché, merito un clima completamente instabile, oggi faceva più caldo che a fine luglio!
Ho corso buona parte del percorso al sole e sono pure abbronzata. No, non è vero, è una pietosa bugia. Sono geneticamente non predisposta per l'abbronzatura. Al momento ho il naso e le guanciotte cicciotte leggermente rosse (e il mio livello alcolico è ancora a zero), ma confido che sia tutto sparito per domani mattina.
Mi piacerebbe che un evento di questo genere venisse organizzato anche in Italia: lungo il percorso che mi ha portato al traguardo, ho incontrato tante storie, scritte sulle pettorine delle persone che correvano con me. Il più delle volte storie tristi, qualche lieto fine. Tanto amore e tanta speranza: per il solo fatto di essere stata una piccola parte di un giorno simile, mi sento e credo una persona migliore. Un piccolo passo per l'umanità, ma un balzo da gigante per una persona come me.

Monday, 22 September 2008

A ruota libera

La mia prima bici si chiamava "La Rossa". Non c'è bisogno di scriverlo, ma era di colore rosso, un bel granata profondo.
Regalo di compleanno di mio nonno Anselmo, aveva due caratteristiche fondamentali:
1.) Era pieghevole, cosa che allora era fonte di scherno, ma che oggi arriva a far costare una bici almeno 800£ a Londra.
2.) Era usata. Anzi, recuperata.
Nonno Anselmo è sempre stato uno contro gli sprechi e a cui piaceva pacioccare: a che pro, si domandava, buttare via qualcosa che aveva bisogno solo di qualche piccola riparazione? Credo che preferisse le cose ridotte e a pezzi: quale scusa migliore dell'infondere nuova vita a dei rottami, per aprire la scatola degli attrezzi e rinchiudersi in cantina?
Purtroppo, nonostante l'impegno profuso da alcuni componenti della famiglia nel distruggere tutto ciò che capitasse sotto mano, i Risso non producevano abbastanza rottami da soddisfare cacciaviti, pinze e tenaglie di nonno. Nonno che aveva però trovato la soluzione perfetta: il ferramiù. Una volta o due al mese, passava dal ferramiù alla ricerca di qualche rottame da riportare in vita o utilizzare per nuovi fini. In questo modo avevamo tutti ottenuto vari regali nel corso degli anni: la macchinina a pedali con cui mio padre e i suoi cugini avevano vinto una corsa a Garessio, il tecnigrafo di mio padre, due tavolini dotati di interfono (in realtà due citofoni) per me e mia sorella, 1 bancone da lavoro, una poltroncina homersimpsoniana per mia sorella, un modellino creato per l'occasione per spiegare alle nipotine come funziona una macchina a vapore e la mia bicicletta, ovviamente.
Gli altri bambini del paese non perdevano occasione di pigliarmi allegramente per i fondelli: la Rossa era stata recuperata in una discarica, il che non poteva che attrarre risatine e frasi crudeli. Ci soffrivo terribilmente agli inizi, ma con il tempo ho imparato a non dare peso a certe battute e ho anche capito che, sotto mentite spoglie, l'invidia c'era, eccome se c'era! Con i loro modelli più recenti di BMX, dovevano continuamente fare attenzione, mentre io con il mio indistruttibile catorcio non avevo problemi o preoccupazioni lungo le strade ancora non asfaltate di La Cassa. Un sasso preso male e a loro saltava subito la catena, la mia invece sembrava essersi fusa a meraviglia con il carter. Le loro bici occupavano spazio nel bagagliaio, mentre la mia bici era trasportabile a qualsiasi scampagnata, così io avevo un mezzo per fuggire agli obblighi del barbecue (stai seduta, stai zitta, ascolta lo zio che ti racconta per la cinquecento trilionesima volta la stessa solfa).
Le bici successive non sono mai state all'altezza della Rossa: mancava qualcosa ogni volta e non mi ci ci sono mai effettivamente affezionata. Quella che si è avvicinata di più è la bici attuale. Sarà perché è rossa pure lei? Sarà perché si tratta di un altro regalo di compleanno? Al rientro dalla Cina, mia mamma aveva rimediato alla mia totale carenza di mezzi di trasporto investendo 50 € al Carrefour per una graziella, con cui sarei potuta andare ovunque avessi voluto... nell'estate più torrida degli ultimi 30 anni. Nonostante questi esordi non troppo promettenti, esacerbati oltretutto da due o tre quasi incidenti (mea culpa: ero a Torino, ma parte del mio cervello credeva di essere ancora in giro per i viali ciclabili di Pechino, pessima idea), le cose sono migliorate con il tempo e, oggi come oggi, non riuscirei a immaginare la mia vita a suburbia senza Guybrush (l'unica bici che può trattenere il fiato per dieci minuti). Le poche marce che ha sono sufficienti per fare avanti indietro attraverso la circoscrizione di Kingston e ieri mi è bastata solo quella di media crociera per portare Guybrush a fare una gita diversa dal solito: fino a Londra per la "London Freewheel". E' un'iniziativa che vuole promuovere l'uso della bicicletta a Londra e per l'occasione hanno creato un circuito che portava da Buckingham Palace alla torre di Londra aperto esclusivamente alle due ruote a trazione muscolare.
Guybrush non mi ha deluso: da Kingston a Wimbledon passando per Richmond Park, attraversato il Tamigi a Putney verso Hammersmith, ho pedalato per Chelsea, tagliato attraverso il cimitero di Brompton e sono finita davanti ai Kensington Gardens e da lì è stata una tirata unica fino al Mall.
3 giri intorno al percorso, alla fine della giornata credo di aver pedalato per un totale di 80 km. Sono andata a dormire e mi sembrava che le gambe pedalassero ancora, vittime di una specie di riflesso incondizionato, ma anche con un gran sorriso. Non solo perché ho visto Londra sotto un'altra luce, ma perché mi è sembrato di tornare bambina: quando sono arrivata alla fine della discesa dopo la torre di Londra e il controllo velocità è scattato a segnare con faccina contrita 30 miglia orarie, mi sono sentita euforica e felice. Per qualche ora, non ho pensato a nulla, nessuna preoccupazione se non quella di suonare il campanello ogni tanto. Mi sono ricordata delle corse e delle frenate polverose di molti anni fa.
Sono cambiate molte cose: io, la bicicletta, la strada.
Altre sono rimaste uguali: io, la bicicletta, la strada.

Friday, 19 September 2008

Lo show della politica, non dei politici

In Italia guardare le trasmissioni di politica non rientra fra le mie priorità e nemmeno fra le brillanti idee sul come trascorrere una piacevole serata.
Anche da lontano, a un'ora di fuso orario di differenza e qualche migliaio di chilometri a smorzare i sentimenti, pensare a Mentana, Santoro, Floris, Fede, Vespa e compagnia cantante mi sucita una reazione simile all'orticaria.
Qualche giorno fa leggevo "
" di Luciana Littizzetto e mi sono ricordata il motivo per cui non sopporto questo tipo di trasmissioni: i politici che urlano, si parlano addosso e si insultano senza soluzione di continuità; i giornalisti che fanno una domanda ma non lasciano il tempo di rispondere perché devono passare a un altro argomento (e allora perché hai fatto la domanda se già sapevi che non c'era più tempo?) e non fanno nulla per porre fine al caos di voci in cui è precipitato lo studio; il chiasso, il disordine, il nulla che ne traspare mi fanno innervosire: dopo cinque minuti, inizio a digrignare i denti, sento le vene del collo pulsare violente e per evitare un colpo apoplettico cambio canale. Purtroppo mi manca il lessico e la dialettica che consentono a mio padre di esibirsi nei suoi monologhi, ormai mondialmente famosi in casa Risso (e anche presso i vicini del quarto piano, quando, preso da fervore senza pari, mio padre alza troppo la voce); monologhi davanti al piccolo schermo che includono una serie impressionante di parolacce e una quantità tale di maledizioni di diverso tipo e gravità da rendere orgoglioso Alex Drastico.
Se c'è qualcosa che proprio non mi manca dell'Italia, insieme alla coda alle poste, sono proprio le trasmissioni di questo tipo. Me le sono lasciate alle spalle. O per lo meno così pensavo. Senza rendermene conto, in maniera lenta e subdola, le trasmissioni politiche hanno ritrovato la via verso il mio telecomando. Solo che ora non mi dispiace tanto; e le vene non pulsano incontrollate nel collo.
Ieri sera guardavo "Question Time": si dibatteva della crisi finanziaria, un tema caldo in un paese che negli ultimi anni ha vissuto senza limiti e ora si trova davanti lo spettro sempre più reale della recessione. C'erano i rappresentanti dei tre maggiori partiti, conservatori, laburisti e liberal-democratici, c'erano esperti di finanza e soprattutto il pubblico che faceva domande. Un'ora di botta e risposta e per tutto il tempo non ho provato il bisogno di girare canale o sfaciare la tv. L'ho guardato dall'inizio alla fine senza provare nessuna sensazione di rabbia o fastidio.
Perché?
Non è perché in quanto straniera io senta meno il contatto con la politica. In quanto contribuente, ho diritto di voto nelle amministrative (diritto che ho già esercitato, con risultati simili a quelli italiani: lì il Berluska, qua Boris Johnson, vabbè), quindi tenere un occhio sulla politica e le decisioni che avranno un effetto sulla mia vita in questo paese mi conviene.
Sarà che le trasmissioni come "
Question Time
" o "
The Politics Show
", sono molto "british" nel loro approccio alla politica. Niente urla, niente strilla, niente insulti: domande, risposte, ci sono battute anche feroci contro gli avversari, ma tutto improntato sulla base di un concetto arcaico, che molti politicastri italiani hanno scordato: credo che il termine sia "educazione".

Sunday, 7 September 2008

Maestri

Nel giro di pochi giorni ho ricevuto diverse mail con un link per firmare una petizione contro la reintroduzione del maestro unico alle elementari. Considerando che da almeno un mese l'unica cosa che leggo sulla stampa italiana è il "Buongiorno" di Gramellini, quello che so dell'argomento è ben poco. Alla decima mail, ricevuta peraltro da un completo sconosciuto, mi sono detta che era abbastanza e sono andata a leggere un po' di articoli e il testo della petizione, tanto per farmi un'idea.


La mia sensazione a caldo? Una sola: a nessuna delle parti che stanno prendendo parte al dibattito gliene potrebbe fregare di meno dei bambini su cui questa riforma andrebbe a ricadere. Qui si parla solo di palanche.
Il governo sta cercando di risparmiare fino all'ultimo cent e dovete ammettere che il personale è l'unica voce di bilancio della scuola in cui possono ancora fare tagli, insieme alle spese di riscaldamento, visto che il resto è già stato ampiamente sfrondato dai vari governi che si sono succeduti dal... beh, volendo essere realisti dal 1861 in poi, ma siamo positivi e diciamo negli ultimi 30 anni.
I sindacati vogliono giustamente salvaguardare posti di lavoro: è il loro lavoro e ogni tanto si ricordano pure di farlo. Ma sono gli stessi sindacati che qualche anno fa protestavano contro l'introduzione di più maestri, dicendo che avrebbe avuto gravi conseguenze pedagogiche perché i bambini si sarebbero ritrovati senza un punto di riferimento unico.


Io non sono una pedagoga, non lavoro nella scuola, e non so come possa essere cambiata (se cambiata lo è per davvero) negli ultimi anni, quindi la mia posizione di partenza è quella di un'ignorante. Più o meno la stessa condizione in cui si trova la maggior parte delle persone che la scuola italiana ha sfornato negli ultimi anni dunque: il che mi sembra un'ottimo segno di partenza.


Mentre saltavo da un sito all'altro però, leggendo le opinioni di questo o quell'altro esperto, sono capitata più volte su una frase che mi ha fatto letteralmente imbestialire. Leggere nel testo della petizione che le elementari sono "
valutate positivamente anche nei test internazionali
" fa scattare in me cinque minuti di ira funesta.
Stiamo scherzando vero? Migliori di chi? Le elementari sono la parte migliore della scuola italiana?!? Vi state rifornendo dallo stesso spacciatore di Amy Winehouse o non avete semplicemente alcun contatto con la realtà?!?! O forse sono le elementari degli altri stati a essere completamente allo scatafascio.
A questo punto non me ne importa più nulla del maestro unico e dei suoi multipli, perché il mio cervello ha già iniziato a pensare e brontolare su tutt'altro argomento.
La scuola elementare è o dovrebbe essere quella che fornisce le basi: scrivere, leggere, fare di conto, come si diveva una volta. E' alle elementari che si impara l'ortografia, la punteggiatura. E' alle elementari che si impara a coniugare i verbi. A moltiplicare e dividere. E' alle elementari che si imparano le basi di storia, scienza e geografia. Senza queste basi, non si può imparare un bel nulla nelle scuole a venire, dalle medie fino all'università.


Come la mettiamo allora con la pletora di somari, laureati e diplomati che all'inizio di ogni frase piazzano un "No, niente" strategico?
Come la mettiamo con gente con master che non sanno piazzare Cardiff su una mappa? Io l'ho scoperto alle elementari dove si trovava e, strano ma vero, non l'ho scordato.
Vogliamo anche parlare delle continue violazioni dei diritti del congiuntivo?
Non so voi, ma io ho imparato a coniugare i verbi alle elementari: ho passato ore a scrivere su quadernoni a righe la coniugazione completa di tutti i verbi che saltavano in mente al maestro Acanfora. Non ho mai sentito il bisogno di trattarlo male, calpestarlo e storpiarlo. Forse invece di richiedere insegnanti specializzati di informatica (i ragazzini oggi ne sanno di più dei loro maestri) e di inglese, non converrebbe concentrarsi sull'italiano?


Alla fine credo ci saranno i soliti scioperi, poi fra qualche mese ce ne scorderemo e fra altri 10 anni ritorneremo a parlare di maestro unico, quando verrà nuovamente abolito e una selva di voci si alzerà scandalizzata dal fatto che il maestro di turno abbia solo potuto pensare a un'idea simile. Senza essere troppo cinica, ma solo realista, chi comunque ne pagherà le spese saranno i bambini.
Fra moduli educativo-pedagogici (non ho mica capito cosa sono, ma tutti amano ripetere frasi con espressioni simili e chi sono io per non assimilarmi a questa allegra usanza?), informatica, educazione motoria (credo sia la vecchia ginnastica) e dopo scuola, saranno troppo impegnati per imparare davvero qualcosa e per coltivare quello che a oggi rimane per me il più grande regalo dei miei genitori e del mio maestro: il tempo per me, per la noia, per essere curiosa, per dire "grazie, ma ora vado avanti a scoprire da sola".

On the Scots road II

Al rientro a casa, posati i piedi sula bilancia ho scoperto che, su e giù perle strade della Scozia, fra una pausa in una sala da tè e un ristorante, hopreso due kg. Nulla di preoccupante visto e considerato che i pantaloni ancora riuscivo a chiuderli.
Li ho praticamente già persi tutti, anche se amo pensare di non averli persi. O meglio, voglio credere di aver perso altri due chili, non quelli che ho messo su in Scozia. Il fatto è che vedo quei due chiletti come un souvenir che potrò portare con me ovunque vada. Un gustoso e saporito souvenir.

Una volta che si riesce a tenersi alla larga dall'haggis (che viene venduto pure in scatoletta stile simmental), la rimanente gastronomia scozzese è davvero ottima. Il viaggio è stato costellato da interessanti scoperte.
A Troon ho trovato quello che è a tutt'oggi il miglior fish & chips che abbia mangiato finora: tanto merluzzo e la quantità giusta di pastella, i mushy peas erano da leccarsi i baffi e tante, tante patatine da irrorare a volontà con l'aceto di malto e salare come si deve (perché, che ne dica Benny, è per me ormai l'unico modo di mangiare le patatine).


Ci siamo trattate bene anche quando si trattava di tea room. L'afternoon tea è una tradizione che non ho avuto alcun problema ad accettare, abbracciare e fare mia. A Glasgow tappa obbligata era la Willows Tearoom progettata da Mackintosh.


Tea time


Per quanto affollata, ne è valsa la pena: innanzitutto per il design, Mackintosh aveva curato la creazione di tutta la tearoom, dalle tazze alle sedie, passando per la zuccheriera. In quanto al cibo, beh... avrei dovuto fare una foto al vassoio prima di iniziare a mangiare, perché era davvero sontuoso. Me ne sono ricordata un po' tardi, lo ammetto:

Fra le delizie che ci siamo spazzolate allegramente ed erano nei due piattini ora vuoti, credo ricorderò a lungo il tramezzino al salmone. Non aveva due fettine di salmone affumicato, no no, erano più due tranci!


Il secondo (paradisiaco) incontro con una tearoom si è svolto sulle sponde di Loch Lomond, nel piccolo villaggio di Luss, che ospita il "Coach House Coffee Shop". Due cose sono rimaste impresse nella mia mente di questo luogo. Partiamo dalle teiere: popolano ancora i miei incubi la notte.
Ma se non si deve giudicare un libro dalla sua copertina, men che meno si deve basare la propria opinione di una sala da tè sul modello di teiera utilizzato! Infatti, non ho solo incubi, sogno pure: sogni paradisiaci in cui sono di nuovo seduta, anzi stravaccata, sul divano della sala da te, davanti al camino, e davanti a me ho di nuovo una generosa porzione della migliore apple pie con abbondante dose di gelato alla crema che abbia mai mangiato. Ecco, solo a scriverne, un riflesso pavloviano mi coglie e mi chiedo se il coffe shop consegni torte anche nella zona di Londra.


Ma non si può solo bere tè, perché troppa teina fa male al corpo umano. Per questo motivo, nonostante qualche "piccolo" problema con il sat-nav e l'A82, abbiamo deciso di fare tappa alla distilleria dell'Auchentoshan.
Il whisky non mi è mai piaciuto molto ma, visto che il ritorno da ogni viaggio porta con se piccoli e grandi cambiamenti, ora la mia opinione è cambiata, in maniera abbastanza radicale aggiungerei.
Sarà stato il profumo che circondava tutta la distilleria, l'entusiasmo della nostra guida (di cui, come mio solito, ho scordato il nome due nanosecondi dopo che si era presentata, ma che amo pensare si chiamasse Ashley), oppure più semplicemente i miei gusti sono cambiati? Non so, ma posso dire di aver apprezzato degustazione alla fine del tour e, complice una piccola pausa al negozio della distilleria, sono sicura di potere apprezzare altre degustazioni nei mesi a venire! :D