Sunday, 28 September 2008

1:10:39

Ieri mi sono fatta un bel giro fra Notting Hill e Holland Park con i ragazzi del gruppo di London Flickr Meetups: 2 pause pub e, udite udite, non ho bevuto un solo goccio di sidro o birra.
Sono impazzita? Mi sento bene? No, non sono impazzita e il primo che si azzarda a fare battutine sul mio grado di salute mentale prima di ieri riceverà a Natale una fornitura annuale di marmite.
Sto piuttosto bene anche se al momento sono stravaccata sul divano con un bell'impacco di ghiaccio su un ginocchio. Sono leggermente stanca, ma per un buon motivo: stamattina ho corso la Run10K per beneficenza.
Il numero 833 si presenta alla linea di partenza con l'agilità e l'eleganza di un bradipo e taglia la linea del traguardo dopo una corsa di 70 minuti e dopo aver inghiottito 3 moscerini (tutte proteine, ma che schifo!).
Avevo già fatto qualcosa di
a luglio, un altra corsa di beneficenza sempre organizzata dalla Cancer Research UK.
Questa volta è stata un pochino più dura, non solo per la doppia lunghezza, ma anche perché, merito un clima completamente instabile, oggi faceva più caldo che a fine luglio!
Ho corso buona parte del percorso al sole e sono pure abbronzata. No, non è vero, è una pietosa bugia. Sono geneticamente non predisposta per l'abbronzatura. Al momento ho il naso e le guanciotte cicciotte leggermente rosse (e il mio livello alcolico è ancora a zero), ma confido che sia tutto sparito per domani mattina.
Mi piacerebbe che un evento di questo genere venisse organizzato anche in Italia: lungo il percorso che mi ha portato al traguardo, ho incontrato tante storie, scritte sulle pettorine delle persone che correvano con me. Il più delle volte storie tristi, qualche lieto fine. Tanto amore e tanta speranza: per il solo fatto di essere stata una piccola parte di un giorno simile, mi sento e credo una persona migliore. Un piccolo passo per l'umanità, ma un balzo da gigante per una persona come me.

Monday, 22 September 2008

A ruota libera

La mia prima bici si chiamava "La Rossa". Non c'è bisogno di scriverlo, ma era di colore rosso, un bel granata profondo.
Regalo di compleanno di mio nonno Anselmo, aveva due caratteristiche fondamentali:
1.) Era pieghevole, cosa che allora era fonte di scherno, ma che oggi arriva a far costare una bici almeno 800£ a Londra.
2.) Era usata. Anzi, recuperata.
Nonno Anselmo è sempre stato uno contro gli sprechi e a cui piaceva pacioccare: a che pro, si domandava, buttare via qualcosa che aveva bisogno solo di qualche piccola riparazione? Credo che preferisse le cose ridotte e a pezzi: quale scusa migliore dell'infondere nuova vita a dei rottami, per aprire la scatola degli attrezzi e rinchiudersi in cantina?
Purtroppo, nonostante l'impegno profuso da alcuni componenti della famiglia nel distruggere tutto ciò che capitasse sotto mano, i Risso non producevano abbastanza rottami da soddisfare cacciaviti, pinze e tenaglie di nonno. Nonno che aveva però trovato la soluzione perfetta: il ferramiù. Una volta o due al mese, passava dal ferramiù alla ricerca di qualche rottame da riportare in vita o utilizzare per nuovi fini. In questo modo avevamo tutti ottenuto vari regali nel corso degli anni: la macchinina a pedali con cui mio padre e i suoi cugini avevano vinto una corsa a Garessio, il tecnigrafo di mio padre, due tavolini dotati di interfono (in realtà due citofoni) per me e mia sorella, 1 bancone da lavoro, una poltroncina homersimpsoniana per mia sorella, un modellino creato per l'occasione per spiegare alle nipotine come funziona una macchina a vapore e la mia bicicletta, ovviamente.
Gli altri bambini del paese non perdevano occasione di pigliarmi allegramente per i fondelli: la Rossa era stata recuperata in una discarica, il che non poteva che attrarre risatine e frasi crudeli. Ci soffrivo terribilmente agli inizi, ma con il tempo ho imparato a non dare peso a certe battute e ho anche capito che, sotto mentite spoglie, l'invidia c'era, eccome se c'era! Con i loro modelli più recenti di BMX, dovevano continuamente fare attenzione, mentre io con il mio indistruttibile catorcio non avevo problemi o preoccupazioni lungo le strade ancora non asfaltate di La Cassa. Un sasso preso male e a loro saltava subito la catena, la mia invece sembrava essersi fusa a meraviglia con il carter. Le loro bici occupavano spazio nel bagagliaio, mentre la mia bici era trasportabile a qualsiasi scampagnata, così io avevo un mezzo per fuggire agli obblighi del barbecue (stai seduta, stai zitta, ascolta lo zio che ti racconta per la cinquecento trilionesima volta la stessa solfa).
Le bici successive non sono mai state all'altezza della Rossa: mancava qualcosa ogni volta e non mi ci ci sono mai effettivamente affezionata. Quella che si è avvicinata di più è la bici attuale. Sarà perché è rossa pure lei? Sarà perché si tratta di un altro regalo di compleanno? Al rientro dalla Cina, mia mamma aveva rimediato alla mia totale carenza di mezzi di trasporto investendo 50 € al Carrefour per una graziella, con cui sarei potuta andare ovunque avessi voluto... nell'estate più torrida degli ultimi 30 anni. Nonostante questi esordi non troppo promettenti, esacerbati oltretutto da due o tre quasi incidenti (mea culpa: ero a Torino, ma parte del mio cervello credeva di essere ancora in giro per i viali ciclabili di Pechino, pessima idea), le cose sono migliorate con il tempo e, oggi come oggi, non riuscirei a immaginare la mia vita a suburbia senza Guybrush (l'unica bici che può trattenere il fiato per dieci minuti). Le poche marce che ha sono sufficienti per fare avanti indietro attraverso la circoscrizione di Kingston e ieri mi è bastata solo quella di media crociera per portare Guybrush a fare una gita diversa dal solito: fino a Londra per la "London Freewheel". E' un'iniziativa che vuole promuovere l'uso della bicicletta a Londra e per l'occasione hanno creato un circuito che portava da Buckingham Palace alla torre di Londra aperto esclusivamente alle due ruote a trazione muscolare.
Guybrush non mi ha deluso: da Kingston a Wimbledon passando per Richmond Park, attraversato il Tamigi a Putney verso Hammersmith, ho pedalato per Chelsea, tagliato attraverso il cimitero di Brompton e sono finita davanti ai Kensington Gardens e da lì è stata una tirata unica fino al Mall.
3 giri intorno al percorso, alla fine della giornata credo di aver pedalato per un totale di 80 km. Sono andata a dormire e mi sembrava che le gambe pedalassero ancora, vittime di una specie di riflesso incondizionato, ma anche con un gran sorriso. Non solo perché ho visto Londra sotto un'altra luce, ma perché mi è sembrato di tornare bambina: quando sono arrivata alla fine della discesa dopo la torre di Londra e il controllo velocità è scattato a segnare con faccina contrita 30 miglia orarie, mi sono sentita euforica e felice. Per qualche ora, non ho pensato a nulla, nessuna preoccupazione se non quella di suonare il campanello ogni tanto. Mi sono ricordata delle corse e delle frenate polverose di molti anni fa.
Sono cambiate molte cose: io, la bicicletta, la strada.
Altre sono rimaste uguali: io, la bicicletta, la strada.

Friday, 19 September 2008

Lo show della politica, non dei politici

In Italia guardare le trasmissioni di politica non rientra fra le mie priorità e nemmeno fra le brillanti idee sul come trascorrere una piacevole serata.
Anche da lontano, a un'ora di fuso orario di differenza e qualche migliaio di chilometri a smorzare i sentimenti, pensare a Mentana, Santoro, Floris, Fede, Vespa e compagnia cantante mi sucita una reazione simile all'orticaria.
Qualche giorno fa leggevo "
" di Luciana Littizzetto e mi sono ricordata il motivo per cui non sopporto questo tipo di trasmissioni: i politici che urlano, si parlano addosso e si insultano senza soluzione di continuità; i giornalisti che fanno una domanda ma non lasciano il tempo di rispondere perché devono passare a un altro argomento (e allora perché hai fatto la domanda se già sapevi che non c'era più tempo?) e non fanno nulla per porre fine al caos di voci in cui è precipitato lo studio; il chiasso, il disordine, il nulla che ne traspare mi fanno innervosire: dopo cinque minuti, inizio a digrignare i denti, sento le vene del collo pulsare violente e per evitare un colpo apoplettico cambio canale. Purtroppo mi manca il lessico e la dialettica che consentono a mio padre di esibirsi nei suoi monologhi, ormai mondialmente famosi in casa Risso (e anche presso i vicini del quarto piano, quando, preso da fervore senza pari, mio padre alza troppo la voce); monologhi davanti al piccolo schermo che includono una serie impressionante di parolacce e una quantità tale di maledizioni di diverso tipo e gravità da rendere orgoglioso Alex Drastico.
Se c'è qualcosa che proprio non mi manca dell'Italia, insieme alla coda alle poste, sono proprio le trasmissioni di questo tipo. Me le sono lasciate alle spalle. O per lo meno così pensavo. Senza rendermene conto, in maniera lenta e subdola, le trasmissioni politiche hanno ritrovato la via verso il mio telecomando. Solo che ora non mi dispiace tanto; e le vene non pulsano incontrollate nel collo.
Ieri sera guardavo "Question Time": si dibatteva della crisi finanziaria, un tema caldo in un paese che negli ultimi anni ha vissuto senza limiti e ora si trova davanti lo spettro sempre più reale della recessione. C'erano i rappresentanti dei tre maggiori partiti, conservatori, laburisti e liberal-democratici, c'erano esperti di finanza e soprattutto il pubblico che faceva domande. Un'ora di botta e risposta e per tutto il tempo non ho provato il bisogno di girare canale o sfaciare la tv. L'ho guardato dall'inizio alla fine senza provare nessuna sensazione di rabbia o fastidio.
Perché?
Non è perché in quanto straniera io senta meno il contatto con la politica. In quanto contribuente, ho diritto di voto nelle amministrative (diritto che ho già esercitato, con risultati simili a quelli italiani: lì il Berluska, qua Boris Johnson, vabbè), quindi tenere un occhio sulla politica e le decisioni che avranno un effetto sulla mia vita in questo paese mi conviene.
Sarà che le trasmissioni come "
Question Time
" o "
The Politics Show
", sono molto "british" nel loro approccio alla politica. Niente urla, niente strilla, niente insulti: domande, risposte, ci sono battute anche feroci contro gli avversari, ma tutto improntato sulla base di un concetto arcaico, che molti politicastri italiani hanno scordato: credo che il termine sia "educazione".

Sunday, 7 September 2008

Maestri

Nel giro di pochi giorni ho ricevuto diverse mail con un link per firmare una petizione contro la reintroduzione del maestro unico alle elementari. Considerando che da almeno un mese l'unica cosa che leggo sulla stampa italiana è il "Buongiorno" di Gramellini, quello che so dell'argomento è ben poco. Alla decima mail, ricevuta peraltro da un completo sconosciuto, mi sono detta che era abbastanza e sono andata a leggere un po' di articoli e il testo della petizione, tanto per farmi un'idea.


La mia sensazione a caldo? Una sola: a nessuna delle parti che stanno prendendo parte al dibattito gliene potrebbe fregare di meno dei bambini su cui questa riforma andrebbe a ricadere. Qui si parla solo di palanche.
Il governo sta cercando di risparmiare fino all'ultimo cent e dovete ammettere che il personale è l'unica voce di bilancio della scuola in cui possono ancora fare tagli, insieme alle spese di riscaldamento, visto che il resto è già stato ampiamente sfrondato dai vari governi che si sono succeduti dal... beh, volendo essere realisti dal 1861 in poi, ma siamo positivi e diciamo negli ultimi 30 anni.
I sindacati vogliono giustamente salvaguardare posti di lavoro: è il loro lavoro e ogni tanto si ricordano pure di farlo. Ma sono gli stessi sindacati che qualche anno fa protestavano contro l'introduzione di più maestri, dicendo che avrebbe avuto gravi conseguenze pedagogiche perché i bambini si sarebbero ritrovati senza un punto di riferimento unico.


Io non sono una pedagoga, non lavoro nella scuola, e non so come possa essere cambiata (se cambiata lo è per davvero) negli ultimi anni, quindi la mia posizione di partenza è quella di un'ignorante. Più o meno la stessa condizione in cui si trova la maggior parte delle persone che la scuola italiana ha sfornato negli ultimi anni dunque: il che mi sembra un'ottimo segno di partenza.


Mentre saltavo da un sito all'altro però, leggendo le opinioni di questo o quell'altro esperto, sono capitata più volte su una frase che mi ha fatto letteralmente imbestialire. Leggere nel testo della petizione che le elementari sono "
valutate positivamente anche nei test internazionali
" fa scattare in me cinque minuti di ira funesta.
Stiamo scherzando vero? Migliori di chi? Le elementari sono la parte migliore della scuola italiana?!? Vi state rifornendo dallo stesso spacciatore di Amy Winehouse o non avete semplicemente alcun contatto con la realtà?!?! O forse sono le elementari degli altri stati a essere completamente allo scatafascio.
A questo punto non me ne importa più nulla del maestro unico e dei suoi multipli, perché il mio cervello ha già iniziato a pensare e brontolare su tutt'altro argomento.
La scuola elementare è o dovrebbe essere quella che fornisce le basi: scrivere, leggere, fare di conto, come si diveva una volta. E' alle elementari che si impara l'ortografia, la punteggiatura. E' alle elementari che si impara a coniugare i verbi. A moltiplicare e dividere. E' alle elementari che si imparano le basi di storia, scienza e geografia. Senza queste basi, non si può imparare un bel nulla nelle scuole a venire, dalle medie fino all'università.


Come la mettiamo allora con la pletora di somari, laureati e diplomati che all'inizio di ogni frase piazzano un "No, niente" strategico?
Come la mettiamo con gente con master che non sanno piazzare Cardiff su una mappa? Io l'ho scoperto alle elementari dove si trovava e, strano ma vero, non l'ho scordato.
Vogliamo anche parlare delle continue violazioni dei diritti del congiuntivo?
Non so voi, ma io ho imparato a coniugare i verbi alle elementari: ho passato ore a scrivere su quadernoni a righe la coniugazione completa di tutti i verbi che saltavano in mente al maestro Acanfora. Non ho mai sentito il bisogno di trattarlo male, calpestarlo e storpiarlo. Forse invece di richiedere insegnanti specializzati di informatica (i ragazzini oggi ne sanno di più dei loro maestri) e di inglese, non converrebbe concentrarsi sull'italiano?


Alla fine credo ci saranno i soliti scioperi, poi fra qualche mese ce ne scorderemo e fra altri 10 anni ritorneremo a parlare di maestro unico, quando verrà nuovamente abolito e una selva di voci si alzerà scandalizzata dal fatto che il maestro di turno abbia solo potuto pensare a un'idea simile. Senza essere troppo cinica, ma solo realista, chi comunque ne pagherà le spese saranno i bambini.
Fra moduli educativo-pedagogici (non ho mica capito cosa sono, ma tutti amano ripetere frasi con espressioni simili e chi sono io per non assimilarmi a questa allegra usanza?), informatica, educazione motoria (credo sia la vecchia ginnastica) e dopo scuola, saranno troppo impegnati per imparare davvero qualcosa e per coltivare quello che a oggi rimane per me il più grande regalo dei miei genitori e del mio maestro: il tempo per me, per la noia, per essere curiosa, per dire "grazie, ma ora vado avanti a scoprire da sola".

On the Scots road II

Al rientro a casa, posati i piedi sula bilancia ho scoperto che, su e giù perle strade della Scozia, fra una pausa in una sala da tè e un ristorante, hopreso due kg. Nulla di preoccupante visto e considerato che i pantaloni ancora riuscivo a chiuderli.
Li ho praticamente già persi tutti, anche se amo pensare di non averli persi. O meglio, voglio credere di aver perso altri due chili, non quelli che ho messo su in Scozia. Il fatto è che vedo quei due chiletti come un souvenir che potrò portare con me ovunque vada. Un gustoso e saporito souvenir.

Una volta che si riesce a tenersi alla larga dall'haggis (che viene venduto pure in scatoletta stile simmental), la rimanente gastronomia scozzese è davvero ottima. Il viaggio è stato costellato da interessanti scoperte.
A Troon ho trovato quello che è a tutt'oggi il miglior fish & chips che abbia mangiato finora: tanto merluzzo e la quantità giusta di pastella, i mushy peas erano da leccarsi i baffi e tante, tante patatine da irrorare a volontà con l'aceto di malto e salare come si deve (perché, che ne dica Benny, è per me ormai l'unico modo di mangiare le patatine).


Ci siamo trattate bene anche quando si trattava di tea room. L'afternoon tea è una tradizione che non ho avuto alcun problema ad accettare, abbracciare e fare mia. A Glasgow tappa obbligata era la Willows Tearoom progettata da Mackintosh.


Tea time


Per quanto affollata, ne è valsa la pena: innanzitutto per il design, Mackintosh aveva curato la creazione di tutta la tearoom, dalle tazze alle sedie, passando per la zuccheriera. In quanto al cibo, beh... avrei dovuto fare una foto al vassoio prima di iniziare a mangiare, perché era davvero sontuoso. Me ne sono ricordata un po' tardi, lo ammetto:

Fra le delizie che ci siamo spazzolate allegramente ed erano nei due piattini ora vuoti, credo ricorderò a lungo il tramezzino al salmone. Non aveva due fettine di salmone affumicato, no no, erano più due tranci!


Il secondo (paradisiaco) incontro con una tearoom si è svolto sulle sponde di Loch Lomond, nel piccolo villaggio di Luss, che ospita il "Coach House Coffee Shop". Due cose sono rimaste impresse nella mia mente di questo luogo. Partiamo dalle teiere: popolano ancora i miei incubi la notte.
Ma se non si deve giudicare un libro dalla sua copertina, men che meno si deve basare la propria opinione di una sala da tè sul modello di teiera utilizzato! Infatti, non ho solo incubi, sogno pure: sogni paradisiaci in cui sono di nuovo seduta, anzi stravaccata, sul divano della sala da te, davanti al camino, e davanti a me ho di nuovo una generosa porzione della migliore apple pie con abbondante dose di gelato alla crema che abbia mai mangiato. Ecco, solo a scriverne, un riflesso pavloviano mi coglie e mi chiedo se il coffe shop consegni torte anche nella zona di Londra.


Ma non si può solo bere tè, perché troppa teina fa male al corpo umano. Per questo motivo, nonostante qualche "piccolo" problema con il sat-nav e l'A82, abbiamo deciso di fare tappa alla distilleria dell'Auchentoshan.
Il whisky non mi è mai piaciuto molto ma, visto che il ritorno da ogni viaggio porta con se piccoli e grandi cambiamenti, ora la mia opinione è cambiata, in maniera abbastanza radicale aggiungerei.
Sarà stato il profumo che circondava tutta la distilleria, l'entusiasmo della nostra guida (di cui, come mio solito, ho scordato il nome due nanosecondi dopo che si era presentata, ma che amo pensare si chiamasse Ashley), oppure più semplicemente i miei gusti sono cambiati? Non so, ma posso dire di aver apprezzato degustazione alla fine del tour e, complice una piccola pausa al negozio della distilleria, sono sicura di potere apprezzare altre degustazioni nei mesi a venire! :D

Friday, 5 September 2008

Power of a smile e pane secco

Ieri sera sono uscita dalla mia "comfort zone": invece della solita routine lavoro-casa, sono salita sul treno e, invece che a Surbiton, sono scesa a Londra.
Il motivo? Un invito per l'anteprima della mostra "
" di Artful Dodger, ovvero sia il mio amico
. Innanzitutto non potevo rifiutare il primo invito da quando sono a Londra per una mostra personale, specie quando l'artista in questione mi manda un invito personale e non la solita mail collettiva.
In più c'è il fatto che A. Dee è finora l'unica persona che ho conosciuto per caso a Londra.
Londra, internazionale e multiculturale come forse nessun'altra metropoli sa essere, è allo stesso tempo una città fredda e solitaria, dove l'impresa più difficile per una persona è trovare e mantenere delle amicizie.
Un sabato di qualche mese fa avevo letto su Flickr che tale Artful Dodger, in occasione del Sci-Fi Film Festival, avrebbe creato delle tele ispirate a Guerre Stellare in vetrina a Forbidden Planet. Mi era sembrata una buona occasione per fare delle foto e così, in un assolato sabato pomeriggio, mi sono ritrovata a fare foto a carpentieri e agenti immobiliari che nel loro tempo libero si infilano in un uniforme da stormtrooper e vanno in giro per convention di Guerre Stellari o a raccogliere soldi per beneficenza.
A. Dee era in vetrina che dipingeva: gli ho scattato una foto proprio nel momento in cui si voltava a guardare fuori. Gli ho sorriso e probabilmente non se l'aspettava. Più tardi, quando è uscito per una pausa, ho attaccato bottone, e probabilmente questo se l'aspettava ancora di meno. Siamo rimasti in contatto, un caso quasi unico, e, in questa città, questa nuova amicizia ha assunto un significato speciale, perché mi ricorda e prova sempre e comunque che un'amicizia può nascere ovunque e comunque, basta solo un sorriso alla fine.


Così, ieri sera, ho fatto un respiro profondo e sono entrata in un altro mondo: PR, media publisher (che fanno?), publicist, photojournalist e photoreporter (non so quale sia la differenza, ma non ho avuto il coraggio di chiedere spiegazioni), council advisors, graffiti artist e chi più ne ha più ne metta.
Ho fatto un giro per la mostra e, mentre aspettavo che A. Dee finisse di parlare con il photo journalist (o un photoreporter?), mi sono versata un bicchiere di succo di mela e mi sono messa a osservare la fauna che mi circondava.
So che a questo punto la domanda che frulla nelle vostre menti è una sola:" Ma come?!? Vai a un'inaugurazione, cibo e bevande a ufo, e invece del vino bevi succo di mela? Ma sei scema!?!"
In molti altri frangenti e momenti, la risposta sarebbe "sì", ma qui più che idiozia, c'entra il fatto che devo ancora superare l'idea di bere vino imbottigliato in bottiglie con il tappo svita-avvita delle bottiglie Coca Cola.
Fra ragazze super-tirate con tre strati di fard, avvocatesse con la mia rata del mutuo ai piedi sotto forma di scarpe su misura e ragazzi con tatuato un codice a barre sulle nocche della mano, c'era davvero l'imbarazzo della scelta!
C'era una signora con una giacca leopardata ecologica e risvolto di pelliccia ecologica color fucsia che ha cercato di convincermi che è possibile vivere bene e felici, cibandosi di germogli di soia e uvetta. C'era un pastore della Chiesa del Mostro di Spaghetti Volante (devo controllare sull'indirizzo che c'è sul biglietto da visita).
Ho corso anche il pericolo di creare scene imbarazzanti: la ragazza con i piercing su tutta la faccia ad esempio mi faceva venire foglia di prendere un Uniposca e unire i vari piercing per vedere cosa si celava dietro la pista cifrata... e sono arrivata vicinissima al chiedere ad A.Dee uno dei suoi pennarelli.


Quando sono tornata a casa, sarà stato il brutto tempo, sarà stato il fatto che mi sentivo un po' fuori posto alla mostra, ma quando sono tornata a casa sentivo forte il bisogno di tranquillità e di serenità: avevo bisogno di una cena dolce! Un po' di comfort food era giusto quello che ci voleva per rassicurare me stessa di ciò che sono e quello che valgo. Torte di mele o risotti, stroganoff o muffins, ognuno ha il suo comfort food preferito. Il mio è qualcosa che mi ricorda le sere di inverno a Torino da bambina: quelle sere in cui io o mia sorella avevamo trasmesso il raffreddore a tutta la famiglia e tutti quanti noi
barlavamo gome tze abezzimo una molletta zul nazo
; quelle sere in cui gli aRissogatti (come io e Adri avevamo ribattezzato il nostro nucleo familiare) non avevano nemmeno la forza di spedire il capofamiglia a prendere 4 pizze a quel fantastico covo granata della pizzeria Sospello. In sere simili la nostra cena era semplicissima: caffellatte e pane. Non biscotti, ma del pane secco fatto a pezzetti e messo a mollo nella tazza; un cucchiaio abbondante di zucchero e la cena era pronta.
Dopo la cena di caffellatte mi sembrava che il raffreddore fosse in via di guarigione. Mi sembrava di stare meglio. E la cosa magica è che è ancora così.