Monday, 30 August 2010

Bank Holiday e api

Oggi è ferie in Inghilterra: l'ultimo Bank Holiday fino a Natale.
A me delle discussioni su chi ha più giorni di ferie, del fatto che qui recuperano il giorno di vacanza se Natale o Santo Stefano cadono di sabato o domenica e compagnia cantando, me ne frega poco o nulla.
Tuttavia sono fermamente convinta che solo degli idioti possano avere concepito il calendario delle vacanze così com'è.
Nessun giorno a casa fino al 25 dicembre significa arrivare a Natale stanchi, nervosi e irascibili... il modo migliore per affrontare una 3 giorni in famiglia, con zie, nipoti, cugini e chi più ne ha più ne metta. Dei furbacchioni, non c'è che dire.
E non mi tirate fuori la solita vecchia storia che lo fanno per sfruttare al massimo i giorni di bel tempo che hanno in primavera e estate... La maggior parte della gente va a rifugiarsi nei centri commerciali, quale bel tempo puoi goderti dentro il regno dell'aria condizionata?

Certo è un giorno lontano dall'ufficio, luogo di perenne mortificazione intellettuale, quindi non ci sputo sopra.
È stato un giorno anonimo e che probabilmente non lascerà traccia nella memoria. Faccende domestiche, biscotti a cuocere in forno, qualche mail e lettera, una pedalata per far sgranchire la catena a Voodoo Lady...
Mentre ritornavo verso casa, un'ape è planata sul manubrio: non è caduta, non ci si è schiantata sopra; niente di così melodrammatico. Ci si è lentamente appoggiata, si è lasciata scivolare sopra, mentre le ali sbattevano un'ultima volta. Ne ho vista un'altra sul marciapiede di casa.
Quando le api muoiono, l'estate muore con loro, di crepacuore credo: non resiste all'idea di vederle andare via e si lascia andare, facendosi travolgere dall'autunno.

In genere l'autunno mi piace, ma in questo paese, in questo momento, vorrei che le api vivessero ancora a lungo.

Thursday, 26 August 2010

Comfort food

torta di pane e mele

Visto che ieri era il primo giorno di lavoro di Robert dopo le ferie, ho pensato che era necessario ci fosse una torta ad attenderlo, qualcosa per addolcire l'amara pillola del rientro.

Ho valutato diverse opzioni e ingredienti, mi sono guardata intorno in cucina e alla fine ho scelto: torta di pane raffermo e mele.

E' semplice, poco impegnativa e per me rientra a pieno titolo nella categoria del "comfort food".
Sarà il pane secco? Mi riporta subito alla mente immagini familiari e ricordi dolci e calorosi.
Questa torta ad esempio me la ricordo chiaramente, ma non sono sicura che la ricetta sia di nonna o di qualche sua amica. O forse una cugina di nonno? Di sicuro richiedeva il putagè e la cucina sapeva di mela per almeno un giorno.
Di sicuro mi tranquillizza, l'odore di mele mi calma, placa il nervosismo e le paure; mi distrae dai mille dubbi e dalle centinaia di domande che si annidano, infide e traditrici, negli angolini più nascosti della mente, pronte a darmi battaglia quando sono distratta o debole.

Al lavoro mi hanno chiesto cosa fosse. Al momento di rispondere però mi sono bloccata.
La traduzione si è materializzata subito nella testa, ma insieme a lei pure un dubbio bello grosso: "Stale bread and apple cake"... Non è che non la mangiamo perché il nome non gli piace o gli fa un po' senso l'idea del pane raffermo?

Allora, invece che tradurlo, l'ho presa alla larga: "Una torta tipica della tradizione povera contadina delle mie parti... E' abbastanza diffusa a nord e si fa con il pane vecchio, le mele e la frutta secca".

E lì mi interrompevo. O meglio, venivo interrotta; tutti mi dicevano: "Ah, so it's bread and butter pudding!"
(Beh, quasi tutti. Un ragazzo ha definito la torta "bread funny cake" per poi lamentarsi che fosse piena di mele... si vede che l'udito selettivo non è solo una mia prerogativa!)
No-o-o, innanzitutto è una torta e non un pudding, e poi il burro non c'è.
Io sto bread and butter pudding l'ho sempre e solo visto nella mensa dell'ufficio dove, a essere onesti, non ha proprio un bell'aspetto. Forse per questo motivo non ho mai provato alcun interesse ad assaggiarlo, ma visto che c'ero ho fatto un po' di ricerche su internet e scoperto che, a parte avere il pane nel nome, non ci sono molti elementi in comune.
Forse c'è il fatto che sembra un tipo di dolce dell'infanzia, quindi probabilmente può far scattare dei ricordi e un po' di nostalgia.

La torta è finita, ma è probabile che la rifarò di nuovo in autunno, quando le giornate saranno più corte, scure e fredde, quando pioverà da mattina a sera e farà freddo... quindi potrei già farla domani, a pensarci bene!


Ingredienti:
300 gr di pane secco
850 gr di latte tiepido
150 gr di zucchero
100 gr di uvetta
3 mele a pezzetti
1 manciata di albicocche secche tagliate a pezzetti
1 manciata di mandorle tagliate a pezzetti
2-3 gocce estratto di vaniglia
scorza di limone

Mettere l'uvetta a mollo in un po' d'acqua e versare il latte sul pane tagliato a pezzetti.
Quando il pane si è impregnato per bene, schiacciare un po' con la forchetta e poi aggiungere l'uvetta strizzata e tutti gli ingredienti.
Versare in una tortiera e spolverizzare con un po' di zucchero (e di amaretti sbriciolati se ci sono); infornare a 180°-190°C per un'oretta circa. Fare la prova con uno stuzzicadente per verificare sia cotta anche dentro (deve uscire umido ma pulito). Far raffreddare completamente nel forno lasciato aperto.

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And here is the English translation, as asked by Kathryn
Ingredients:
300 gr stale bread
850 gr warm milk
150 gr sugar
100 gr  raisins

3 apples, chopped
1 handful of chopped dried apricots
1 handful of chopped almonds
2-3 drops vanilla extract
lemon zest

Soak the raisins in a bit of water and pour the milk over the bread, sliced.
Once the bread is soaked enough, squash it a little with a fork, add the drained raisins and the remaining ingredients.
Pour the mix in a cake pan and sprinkle with sugar (and some crushed amaretti if you have them); bake at 180°-190°C for about one hour.
Test with a toothpick: if it's wet but clean it means the cake is ready. Let it cool down in the oven, left open.

Wednesday, 25 August 2010

Gita ai Kew Gardens

Alzataccia domenicale (grazie ai lavori di quei simpaticoni di tfl), caffè doppio e via! Appuntamento con alcuni ragazzi del London Flickr Meetups ai Kew Gardens, incuranti di quei menagrami del MetOffice che preannunciavano l'ennesimo miserabile giorno di pioggia. Invece abbiamo preso pochissima pioggia, cicca cicca cicca!

kew gardens

Erano anni che non visitavo i Kew Gardens, non stiamo a dire quanti per non dovermi sentire di nuovo improvvisamente vecchia.
L'ultima volta però ero di fretta e non ho visto proprio tutto. Questa volta ho avuto l'occasione di girare con un po' più di calma.
Devo ammettere di esserci rimasta un po' male quando sono arrivata ai piedi della pagoda. L'ho sempre vista in foto, da lontano, e così mi ero immaginata qualcosa di simile a quelle che avevo visto in Cina. Mentre mi avvicinavo, percepivo chiaramente le fondamenta di tale convinzione vacillare pericolosamente.

pagoda

Ma, ma, ma... ma è di mattoni con le finestre all'occidentale con qualcosa di pericolosamente simile a dei doppi vetri!!!
Ma perché?!?!
A pensarci a sangue freddo, il motivo credo sia da ricercare nella posizione un po' sfortunata del giardino botanico: direttamente sotto la rotta di atterraggio di Heathrow. Vuol dire un aereo in media ogni tre minuti, ovvio che per ripararti dal rumore hai bisogno di vetri belli spessi!!!

Credo comunque di aver fatto fuori la mia quota annuale alle foto di fiori, piante e insetti. Non sono esattamente il mio genere di foto, non mi sento a mio agio e quindi buona parte di ciò che scatto finisce nel cestino e viene eliminata in modo da non lasciare traccia di tali obbrobri.

Quelle che si salvano mi causano però dei problemi. Visto che non ho la più pallida dei nomi scientifici e dei nomi comuni dei vari fiori a cui ho fatto foto, non sono sicura di come intitolare le foto. La differenza fra una margherita e una rosa la so, ma fra i vari tipi di margherita? Quella per ora mi manca.
Pensandoci bene però, anche se non so esattamente che specie di orchidea è quella che sto guardando, non credo il mondo crolli: in più ne scoprono 200 nuove specie ogni anno, scommetto che nemmeno i super esperti li conoscono tutti.
L'unica pianta di cui sono certa del nome è questa:

monkey puzzle

Il nome scientifico è Araucaria araucana, in inglese è conosciuta come monkey puzzle; giusto giusto il nome di uno dei pub più vicini all'ufficio e ogni commento a tale riguardo è superfluo

Stessa cosa per le farfalle; non mi sono soffermata molto, anzi per niente, sui vari pannelli con spiegazioni ed aneddoti ma, più semplicemente, ho solo scattato. Così tanti colori diversi, combinazioni di figure geometriche, cerchi, linee e curve, forse non ho scattato nemmeno tante foto quante ne avrei davvero volute fare.
Nonostante la mano tremolante, sono uscite delle foto anche abbastanza nitide:

circles


D'altro canto, cosa si può fotografare altrimenti in un giardino botanico? Le persone?!?

bench, full of life, full of love

Tuesday, 24 August 2010

La cartella Gnam

Non scherzavo mica... ho davvero una cartella sul mac dove archivio le ricette chiamata "gnam!". L'icona è a forma di fetta di crostata.
Come tutti i miei progetti, l'idea di avere una cartella organizzata con tutte le ricette organizzate per tipo di portata, provenienza, ingrediente principale è partita molto bene.
Come tutti i miei progetti, la cartella si è arenata a causa del disordine completo che vi regna, una versione informatica di quello che regna nella mia testa per buona parte del tempo.
Raramente apro la cartella "gnam!". E' un po' come aprire quell'armadio di casa dove si ammassano tutte le cose per cui non si è riuscita a trovare altra collocazione: bisogna aprire e richiudere in fretta, per evitare di essere travolti da pile e pile di "rumenta".
Il più delle volte sposto i file direttamente e allontano le dita con fare colpevole dalla tastiera... Mi avrà mica visto qualcuno?!?

Ogni tanto però devo aprire e andare alla ricerca di qualche ricetta. Respiro profondo e via in apnea alla ricerca. Il più delle volte mi scordo di cosa stavo cercando, a volte mi viene lo schiribizzo di riordinare tutto, salvo poi abbandonare il lavoro a metà.
Aprire la cartella gnam equivale un po' ad aprire il vaso di Pandora, da cui escono tutti i mali. Ma se siete appassionati di mitologia o, come me, basate buona parte della vostra conoscenza del mondo classico su Pollon, allora sapete che poroporopollon! C'era pure la speranza in fondo al vaso.

Io la speranza in fondo a gnam non l'ho trovata; in compenso ho trovato una carta d'imbarco da stampare risalente a due estati fa, una serie interminabile di file dedicati alla pasta frolla e alle torte di mele, una foto di mio nipote e una ricetta che non mi ricordavo nemmeno di avere.
E' tratta da una di quelle collezioni di libri di cucina che escono ogni tanto con il Corriere, mi pare fosse "Scuola di Cucina" o "Scuola di Pasticceria" e mi ricordo di averla copiata mentre aspettavo di essere torturata dalla dentista, ripromettendomi di provarla il prima possibibile.
L'anestetico, il dolore e il successivo anti-dolorifico hanno fatto scivolare la mia promessa nelle retrovie. Ma visto che sabato mattina mi sono svegliata presto e non riuscivo più a riaddormentarmi, invece che contare le pecore Dolly, ho fatto queste:

lemon rolls

Girelle al limone! Sono particolarmente orgogliosa del risultato finale, perché nonostante la tentazione ho evitato di spolverare di cannella e mi sono attenuta quasi del tutto alla ricetta che avevo copiato.
Direi che in generale sono piaciute, quindi probabilmente farò il bis a breve. Magari ci aggiungo pure della cannella...

girelle

Ingredienti:
2 limoni
250 gr di zucchero semolato
150 gr di latte
350 gr di farina
1 cubetto di lievito di birra fresco
1 uovo
60 gr di burro

Procedimento:
Far sciogliere per 10 minuti il lievito nel latte.
Formare una fontana con la farina, aggiungere al centro 50 gr di burro ammorbidito e l'uovo e mescolare.
Un po' alla volta aggiungere il latte e impastare fino a ottenere una pasta liscia.

Far lievitare ben coperta fino a raddoppio del volume. Nel frattempo, grattugiare la scorza dei limoni e mescolarla allo zucchero e a qualche goccia di succo di limone
Dividere a metà la pasta e stendere due rettangoli spessi 5 mm. Spennellarli con i rimanenti 10 gr di burro fuso, e versarci in maniera uniforme lo zucchero.
Arrotolare per formare delle mini girelle e tagliare il rotolo in girelle da 1.5 cm di larghezza.
Far lievitare coperto per altri venti minuti, poi spennellare con un po' di latte e cuocere a forno caldo a 180° per 20 minuti.
Una volta cotti e raffreddati si possono cospargere con un po' di glassa al limone oppure con dello zucchero a velo.

Monday, 23 August 2010

Bible explained

I've been reading a lot of articles recently about the "Ground Zero Mosque" (in reality a community center with also a mosque inside) and the doubts a larger and larger part of Americans have about their president's religion.
It's part of some interest I've had been developing in trying to understand U.S.A. society and politics. I'm not doing very well at the moment, because I miss several links between facts, places and people and my knowledge of U.S.A. history is still somehow foggy.

There are many points of view I could look at this problem, but perhaps I'm still too ignorant about U.S. to grasp everything. Today however I stumbled on an article by Roger Ebert; it's quite mind-opening, and also refreshing: when I start to really think that bigotry had really taken over there, here comes a very fresh no-nonsense analysis of what's happening, from a point of view that sounds more reasonable and not the standard Fox-News bigotry.

What interests me the most of the whole issue is not the polemics fueled by the republicans, the debate whether it was a sensible thing to plan close to Ground Zero... there's a stripper club on the corner too, and I find that more disrespectful to the memories of the victims; but perhaps strippers are not bothering the religious thoughts and personal feelings of some of the protesters.

On the other hand, I find the use and misuse of religion a much more fascinating subject on the other hand.

For the first time, after hearing about it in so many movies, I went on to search the text of the First Amendment. Law is not something so set in stone as we'd like to believe and interpretation is a very important part of its practice. I think I will read and try my best to understand some essays and work about it I have found online.

Still, it seems that religious freedom remains quite a uncertain field to step into: in an utopic perfect world, we'd be able to discuss and debate the subject quite freely.
But century of history dictating our behaviour and opinions mixed with politically correct idiocy makes it an unreachable condition.
I have the feeling that the message that come across is "all religions are the same, some more than others and ours is the best one anyway". 
The exploitation of religious belief in order to suit somebody's own political agenda is sometimes painfully obvious. 
In everyday simple life, I've witnessed way too many time how religion is used by people to feel superior and try to belittle people. I lost the count of how many times people tried to make me and my sister feel inferior because we were not catholics, or how some people would preach on me, on the simple belief that their belonging to a Church made them ethically or morally better.

I was trying to find a way to express how much I found hypocritical all of these, when I stumbled across this definition, taken from the Twitter page of the almightygod:


Friday, 20 August 2010

Una diagnosi alla House

Non è la prima volta che mi capita.
Brividi di freddo, nausea, mal di testa, occhi secchi.
Sono in dubbio: paracetamolo? aspirina? vado a dormire presto e la risolvo così?
Intanto mi sembra di stare sempre peggio. Forse ho la febbre.

Rapido com'è arrivato, questo generale senso di malessere se ne va. Sento le energie tornare, gli occhi non sono più pesanti, il cerchio alla testa evapora e noto di avere anche un po' di appetito.

Visto che non sono stata in nessun posto esotico, non può essere malaria o febbre gialla.

Poco da fare, temo: la mia è una forma comune quanto severa di reazione allergica al lavoro.
Un marito milionario, uno zio d'America straricco o una vincita al superenalotto sono indicati come i migliori prodotti antiallergici finora trovati.
In loro assenza, l'unico rimedio finora riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale consiste nell'allontanarsi dal luogo dove l'allergia si manifesta almeno per due giorni a settimana, comunemente indicati nel sabato e nella domenica.


Fly away!

Wednesday, 18 August 2010

The Bake Off

I watched a new TV show yesterday evening. It's called "The Great British Bake Off". 
It's a kind of "Masterchef" meets "The hairy bakers" meets "X-Factor":6 or 7 elimination round to crown British best amateur baker. 

There's a pair of presenters moving around, interviewing the contestants and talking about baking and cakes through the ages in Britain.
This proved to be the most interesting bit to me, as ready as usual to pick any bits and crumble of random information up.
For example, if you're British and you're eating a massive carrot cake with enough calories to lit lights on Oxford Street at Christmas, it's not because of your waistline or blood sugar level you're feeling guilty or worried.. nope! It' all due to some puritanical sense of guilt instilled onto your ancestors by those dodgy Cromwell republicans! 
One reason more to have kept up with monarchy I guess.
Apparently, monarchy has a lot to do with the idea we have of wedding cakes. The traditional 3-tier White triumph of cream and sugar craft decoration descends from Queen Victoria's wedding cakes and its evolution in her children wedding cakes.
I'm definitely tuning in for some other of this sweet notions. 

But how about the competition?
The format is just like Masterchef, with the 2 judges and voice overs trying to set a thrilled atmosphere and some suspense. And failing miserably.
As interested in cakes as I am, I just found it very gloomy looking: I have fun while baking and this people were doing a lot but not smiling much. Lots of frowning, tears, worried faces... this is what unsettled me the most about the show, alongside the running time: 1 hour! They could have been done in 45 minutes maximum!
I couldn't however help but noticing the same pattern that seems to be on this program so all participants do have something similar and they could take part in any of this type of shows (which reminds me: Masterchef should be on tonight... what can I say? It's irritating and still I love it!). 

There is the mandatory proportion between stay-at-home mums and business women. The police force is represented by a no-nonsense Mancunian lady.
No cooking show would be complete with the standard iron-man highly competitive manager who takes all his hobbies as a matter of life and death.

While watching the show I was also translating a recipe, so that I could post it here for Liz. 
I had some white chocolate I wanted to get rid of: I bought it for the NutQuella, but used only a part of it, so had to find a way to use what was left. 
I don't like white chocolate and couldn't imagine any friend of mine wanting to eat it (I can barely accept people eating milk chocolate, imagine me befriending a white chocolate lover!!!), so what to do? 
I don't like throwing away stuff, so I started digging around the recipes folder in my mac (it's called gnam, something like "yummy" in Italian) and ended up on an almond and hazelnut I baked last year. It was a spin-off of the hazelnut cake recipe I read on "Nonna Genia", a book about Piedmont food.
If I had done a spin-off, what could stop me from a spin-off of the spin-off?
So I baked the cake and felt happy that people liked it and asked me for the recipe.
Still, sitting in the living room with Maria, watching the show... looking at those cakes on TV and then looking at the pic I took at my office desk my cakes:

It's not just the crappy picture I took! All those cakes looked so much more!
Higher, spongier, bigger...
They were all with so many layers, creams, frosting... Frosting and decoration a go-go! So much around the cake that I was left with the suspicion there was not a lot worth mentioning or tasting inside. The icing sugar I sprinkled my cake with looked so, so, common. And boring.

I want to learn how to decorate cakes and cupcakes as it's done here, bacause it's not something very popular in Italy, unless you're a 
Maître Chocolatier busy recreating the Rome landscape using an Easter egg.
Even so, I still think there is a point where you need to stop to arrange layers of icing sugar and chocolate sculpture to think about baking the cake.

Not to mention that one of those cake would never look that nice in my office desk, for the simple reason that if it doesn't get crashed while I cycle to the station, there are still some high chances somebody will inadvertently kick it on the train!

Anyway, once the show was over, I finished my translation and here's the recipe for the "white chocolate and almond cake with just icing sugar as decoration: it may not look nice but tasted otherwise".
I might have to find a shorter name though...

Ingredients:
170 gr flour
30 gr cornflour
100 gr butter, melted in a bain-marie
150 gr sugar
2 eggs
Milk
2 tsp baking powder
3-4 drops vanilla extract
100 gr white chocolate
60 gr almond
icing sugar for decoration

Preheat the oven at 180°C.
Blend the white chocolate chocolate with the almond and set them aside.
Beat the egg yolks with the sugar until they're very smooth. 
Add the butter and the vanilla extract, then the flour, cornflour and baking powder (better if you sift them all together before adding them to the mix).
Add some milk if the mixture is too hard.
Whisk the egg whites until they're very firm and combine them with the other ingredients.
For last, add the blended white chocolate and almonds.
Cover a tin with some greaseproof paper and pour the mix inside it. 
Bake for about 35 minutes.
Once baked, leave in the oven for about 10 minutes to let it cool down and set.
Once completely cool, sprinkle with icing sugar.

Monday, 16 August 2010

Chet & Dio

Diego, come me, è un non credente: sostiene che Dio non esiste, ma caso mai esistesse sarebbe un pazzo, tossico marcio. E suonerebbe la tromba.
Insomma, sarebbe Chet Baker. 

Secondo me Diego ha ragione.
Credo anche che Chet Baker era valdese.
E che nessuno ha mai più cantato questa canzone così:

Dvorak Melody

it was a dark and stormy night...

Sometimes I have some colleagues coming over my desk just to say hi, to ask some questions or grab some cookies. And sometimes I can see that they cut the conversation short and say bye. Only a little later I realize I've kept typing on the keyboard while chatting with them.
They might have thought I was too busy to spare some minutes to have some words... again! Damn it!

It's not my fault! Well, no, not exactly; oh, ok! it's my fault, happy now? Kind of my fault, more of a misunderstanding, let's put it this way.

I should really take some time off and explain to each one of them that the typing is not distracting me from any conversation, that I'm paying attention to them, but there is a part of my brain that has been trained since I was fourteen to command the fingers to move on the keyboard, without that interfering with my train of thoughts. Maybe a notice, close perhaps to the "Warning! Evil testers at work" panel might do.

Back in the old office there were some colleagues that couldn't stand seeing me typing while looking elsewhere, like out of the window or with my head turned to better chat with Giuseppe or Nadia.

I learned typing in high school. It feels like a century ago. In many way it was.
Our teacher, Mrs. Tagliabue (talk about namesake! Tagliabue can be translated as Cut-the-ox, and Mrs. Tagliabue was definitely quite ehm, straight-to-the-point) would bring the class to the typewriters room twice a week: it was at the end of a long dusty hallway, full of display cases packed with old, even dustier (if possible), gloomy-looking animal taxidermy.

Once in the room, each student would sit in front of the assigned typewriter, a manual Olivetti that had certainly seen better times.
As much as some of us didn't consider typing an important subject, nobody had the guts to not to do what Mrs. Tagliabue said: she could easily scare the hell out of us all.
So, after sitting, we would all put the exercise book on one side of the typewriter.
We had to clip an A4 sheet on top of the keyboard, place the hands below it, fingers on the assigned keys and off we went.

A simphony of out of synch 14-years-old typing endless lines of aaaa mmmm frte juyi would than echo through the hallway.
Once in a while, among the tic, the tac and the toe, a muffed "ouch" or a more prosaic "fanculo" could be heard.

Why? Well, the keyboard of a manual typewriter is not like a pc keyboard. The lines are more angled, the keys are far from each other and quite tough to press.
In order to type one needs to apply the right amount of force with enough speed. And hopefully manage to apply force and speed on the keys. If not, the finger would get quickly, violently and painfully stuck in between the keys.
In this case, trust me, the "ouches" and f-words were more than justified.

Not that Mrs. Tagliabue would have approved any of it. She wanted the class quiet, no matter what: and no, trying to amputate one own's finger was not an excuse reasonable enough to disrupt her class.
The only noise allowed was our typing orchestra: we sounded a lot like the Stomp. The rhythms would mix and blend. There was Silvia, our fist violin, so swift, precise, able to reach allucinating high wpm speeds.
There was Ciaccio on the drums, a QWERTY percussionist. Dario was in tune us, but more with the rave music he was so much into.

We moved to electric typewriter in the last term of the 2nd year. By then we had got rid of the white paper and clip, swearing had gone down dramatically, and now the new purpose was the perfect blend of precision and speed.
Electric typewriters changed the rhythm and style of the class.
So long Stomp!
Welcome Daft Punk!

No traces of computers in that room for the remaining years of high school. I left high school but not typing. I kept doing it and things didn't change: I still don't look at the keyboard, plus I managed to reach more or less the same speed on the English keyboard.

I've also developed new habits: I type in tune with the music I listen to. I noticed that Gershwin is great for emails, while Daniele Silvestri fits better for blogging.

And then there is this multitasking thing. Because typing is just natural to me, I happen to find normal to keep on typing while doing other thinks, like talking on the phone or speaking with people.
I know it may come across as a very rude and disrespectful behaviour, but in all truth the speaker has my utmost complete attention, while the automatic typer is switched on.

So, if you see me sitting at my desk typing and, at the same time, nodding my head and even lip-singing "Foggy Day" or "They all laughed", no, I'm not crazy, I'm just dealing with some office e-mails.
On the other hand, singing Paolo Conte means I'm doing something that requires attention, as Conte helps my concentration.

On the other hand, if we chat and my hands keep going back and forth on the keyboard, I'm not trying to get rid of you, so don't worry and, if you really don't like it, just tell me and I will stop.

In the next week, however, you might see some changes in this routine.
I've started learning a new keyboard layout, called Dvorak.
I had read about it in the past, but never won my laziness and set myself to investigate.
Some days ago, however, one of the blog I follow published a post about it.
Just enough to fuel my curiosity and start to look on the web for some info. I have found some interesting pages and, given that changing the keyboard layout is effortless, I decided to give the layout a try and started learning it.

During the weekend I went through the central home row and part of the up-row. I will probably be done with memorizing the layout by Wednesday (unless I decide to bake one of this evening).
After that, thanks to the teaching of Mrs. Tagliabue, I'll have to step up to make the typing very fluent and smooth: there is a melody you need to master if you want to type well and fast. And Dvorak is quite different from QWERTY.
Trying to type on the Dvorak with a QWERTY mindset is not going to work, so I'll have to do my best to get the right tune and train my brain to command the fingers on a new score.
Right now I find frustrating that, once I switch the keyboard layout, I become once more like that 14-year-old, struggling to remember which letter was where. I'm used to speed but now I struggle like a snail on a sunny day.
Still, I do know that I don't have to let this frustration win, but keep exercising.
That's why I'm goint to get an extra keyboard to rearrange as Dvorak.
And that's why I will start to use a bit of Dvorak in the office too. Just a little bit each day, starting from the mail and escalating to documentation writing up to the real-time master level of live chat.

So if you're a colleague of mine and you're reading this, be warned: if in the next few weeks you drop over my desks and start talking to me, but I seem to just pay attention to the keyboard, well it's the sad truth.
It's not that I'm being impolite, I'm just trying to remember where the letter "R" is.

Saturday, 14 August 2010

A study in pink

This is not about the first episode of the BBC series Sherlock (that, anyway, I really enjoyed so that now I'm waiting for the second series).

My first iPod mini was a nice shade of pink.

old skool

Not too washed out, not too bright, the colour was one extra point scored by the iPod: resistant, good battery life, definitely such a different experience from the CD and MP3 players I had used since then. I like it so much that when I upgraded to an iPod, I refused to let it go and kept using it for travelling (I still use it).
Also my father liked it and when the iPod mini was upgraded and I got him a green one at Christmas for a good price, he complained with me. 
No, let me rephrase that: he whined! Like a spoiled baby, he told me he wanted my iPod, because he thought the pink tone was really good. I like to think of myself as a good daughter, but hey, I'm not a moron, so I told him to keep the green one and stop it.

Since then, something changed. I started to notice it in Motorola: they started shipping Pink V3 Razr for testing. The problem to me was that the pink was a bit too much on the "punch in the eye" side of pinkness.

As it happens often, I didn't know I was living a defining moment in history. I didn't know that I was witnessing the beginning of a new trend in technology and gadgets: the era of the color-blind designers and chavvy consumers.

No, really, there is no other logical, rational explanation for what has been going on in the past few years.
Gold, LSD-allucination induced pink, acid green, neptunian blue, dead parrot yellow, the whole rainbow has been re-invented.
Mobiles, cars, cameras have been thrown in pools of blinding colors and delivered to the shops, where people have been queing to get the right one that would match their bling bling.

Until few days ago, I still hoped and thought that some area were saved from this madness. Like the DSLR: who would be so mental to deep a DSLR in bright pink? Uhm, apparently I've been living in denial, as somebody at Pentax had done it in the past. More than once.
I wonder if it's the same somebody that managed to choose the remaining outrageously horrid colors...

Friday, 13 August 2010

It's Friday I'm in love

Is it raining? Or is the sun shining high above?
I don't care, I'm walking on cloud nine as I'm typing.

"I don't care if Monday's blue
Tuesday's grey and Wednesday too
Thursday I don't care about you
It's Friday I'm in love."

It took me a while, I had to go through some disappointments, scrolling many web pages, sending mails and making calls, but at the end I found her... my new bicycle!

No spelling mistakes or mirror translation from Italian. My bicycle is definitely a lady, very sophisticated one, perhaps old-fashioned, but with a defined persona.
She's beautiful, ça va sans dire. Classic ladies model, 3-speed Sturmey Archer gears, aluminum wheel rims, dark green... Have I already remarked that she's beautiful? Well she is, and I love her. A lot.
Her name is Voodoo Lady.

Yes, another bicycle named after a character from Monkey Island... nothing wrong with it, right?

I still need to raise the saddle a little bit and fix the lights, but the rest is ready to cycle.
I cycled to the station this morning and it felt just so right even the boredom of Maybury Road was swept away by Voodoo Lady's wheels.


The sense of freedom I get by feeling the wind on my face, the pressure on the pedals, the grip of the brakes, the already familiar noises of the bike, they are just priceless.
I parked her inside the station, as there's a covered shelter, and crossed the bridge to get to the other platform.

And there it started. That familiar pang in my heart.
That mixed sweet feeling of longing and concern.
Oh Voodoo Lady, why did I have to leave you there? Do you miss me? Because I do miss you, a lot!

I imagine her, there at the station, surrounded by many bicycles, but more beautiful and precious than all the others, to my eyes at least.

Will it rain? Oh yes, it will rain! Are you covered enough by the shelter?

And then the panic hits. Will the locket be enough???
Will somebody look at your shining frame and try to steal you? Oi! Get your filthy hands off her, that's my bike sir!

Then the thoughts wander away to less worrying and more peaceful topics... Voodoo Lady needs a bike-bell and I have to make sure she gets a nice one this weekend.

Wednesday, 11 August 2010

Compleanni

Vista la mia fama di malvagia, non posso che dire che la perseveranza è uno dei miei punti forti.

Avevo già dimenticato il compleanno di Vivi 3 anni fa. Ho pensato bene di rifare la stessa cosa anche quest'anno.
Nei minimi particolari: promemoria sul computer dell'ufficio, di casa, nota sul cellulare, il caro veccchio post-it... Niente da fare. I segnali non li capto. O li capto male, ma questa è un'altra storia.

Resta il fatto che ho scordato di nuovo il compleanno di Vivi e non di pochi giorni, poco ci mancava che arrivassi a far passare una settimana!

Cosa devo fare per farmi entrare in testa certe cose? Scriverle come Bart Simpson sulla lavagna!?!?!

Anche se in ritardo, anche se so che non leggerai subito questo post, auguri Vivi!

Tuesday, 10 August 2010

Pioggia e giornate no

Quando stamattina la sveglia ha iniziato a suonare, ho pensato di essere tornata ai vecchi cari tempi di Motosola, quando la sveglia del cellulare era di matrice anarchica e suonava quando meglio le garbava: troppo tardi o troppo presto.

Ho aperto un occhio, guardato verso la finestra e no, non c'era abbastanza luce fuori, devo aver sbagliato a impostare l'ora. Invece no, la sveglia era giusta. Peccato che fuori non ci fosse il solito cielo sereno a cui mi ero così piacevolmente abituata in queste ultime settimane. Niente raggi del sole che filtrano fra i vari strati di tende e tapparelle... fuori pioveva, e di brutto! Ah sì, è tornata (si spera per poco) la solita estate britannica.

E io mi sono adeguata: è stata una giornata al passo con il tempo. Uggiosa, nervosa, balenga insomma. Di quelle che continui a chiederti perché ti sei alzata e ogni volta che te lo chiedi, il letto sembra più lontano e irraggiungibile, un paradiso perduto.
Sul treno verso l'ufficio l'umore mi è sceso in picchiata sotto le scarpe.
Sorridere, gente, sorridere! I pendolari di questo paese dovrebbero sorridere di più: non è detto che migliori la loro vita, ma almeno le rughe d'espressione saranno più carine!

In ufficio le cose non sono migliorate: una pallina impazzita in un flipper di fuffa telematica, ho passato una giornata inconcludente.

Non vedevo l'ora di tornare a casa. Ho dovuto aspettare dieci minuti buoni per il treno, tempo più che sufficiente perché si alzasse un vento impestato. Vento oltremodo bastardo che mi ha fatto volare addosso quella schifosa pioggerellina inglese che ha continuato a imperversare per tutta la giornata.

why does it always rain on me?

Guardando fuori dal finestrino, mentre il treno si allontanava dalla stazione, ho pensato che forse avrei dovuto continuare a dormire, invece di imbarcarmi in una giornata simile.
Ma poi una canzone che non ascoltavo da tempo, un buon libro, idee per nuovi esperimenti e mi è tornato il sorriso.
Non so se in questo modo ho "salvato" la mia giornata, ma almeno le rughe d'espressione punteranno verso l'alto.

Monday, 9 August 2010

chili and (no) regret

Iwan went to Chili Fiesta on Friday and brought me a souvenir.
A small packet from Cocoa Loco, with a cookie and a chili, a chili dipped into chocolate and glazed to look as a shirt.

I looked at the packet and I knew I had to take a picture. But then first I needed to get a coffee, then there was a meeting, then I met a friend on the way back to the desk, but I also noticed I had to get some more water... so by the time I finally got back to the desk and sit in front of the packet, the photo was not the first thing on my mind.
That chili, on the other hand...

I mean, come on! A lovely, chubby, red chili staring at me, looking me with that "please, eat me!" look, what do you expected me to do? Take a picture?
No, I just took a bite, then another one and then I finished it off.

I regret it a litthe, that when I took the picture, it just didn't looked as nice as it was at the beginning.



But that's just a tiny little regret, that will soon be forgotten... Just as if you have the best hazelnut cake of the world and you have too much of it. Quite possibly you'll feel sick afterwards, but damn it, wasn't it worth the stomach ache?

So, does it really really matter that I have no picture to show you how cute the chili looked liked at the beginning? 
It was sooo good that I just need to find a way to get another one, and maybe another as back-up, to take the picture...
Avevo tanti piani per il week-end.
Ovviamente ho fatto del mio meglio e del mio peggio per non portarne a termine neanche uno. end
A voler essere precisa, non ho nemmeno iniziato nessuno dei piani.
Alle 6 di venerdì sera sono arrivata alla precoce conclusione che il week-end così come l'avevo immaginato non s'aveva da fare.
Mi sono dedicata al dolce far niente, il che in un certo senso vuol dire che ho fatto qualcosa anche se non ho fatto nulla.
Però mi sono rilassata, sono stata in biblioteca, passeggiato, ma soprattutto vegetato.

Ho anche trovato il tempo per un po' di analisi sociale.
Mentre tornavo a casa oggi pomeriggio, mi ha fermato un ragazzino. T-shirt verde enorme, il taglio di capelli alla moda ma inadatto alla faccia lo faceva sembrare uno di quei pulcini che vendono a Pasqua.
In mano ha una banconota da 5 sterline. Si avvicina e mi dice qualcosa.
Non capisco.
Sta a vedere che sto davvero diventando sorda! Il volume dell'iPod è davvero troppo alto, per questo non capisco una parola di quel che mi dice.
Tolgo gli auricolari dalle orecchie, lui mi ripete la domanda e io continuo a non capire.
Sono sorda sì, ma il problema stavolta non sono i miei padiglioni auricolari. Il problema sono le interferenze provocate dal suo apparecchio fisso.
Alla fine sono riuscita a decifrare una frase: "Ma'am, can you go and buy me a beer? I'm 17".

Allora, ciccio. Mettiamo ben in chiaro una cosa.
Per prima cosa "ma'am" lo dici a qualcun'altra.
E' pur vero che in questo paese, dato l'elevato numero di gravidanze adolescenziali, io potrei avere l'età di tua madre, ma resta il fatto che carampana non sono e "ma'am" non è il modo giusto di iniziare una conversazione, specie se vuoi chiedermi un favore.

Poi, parliamone. Tu, diciassette anni?!?!? Ma ceeeeerto, lo capisco da sola, anche se tu non stai a precisarlo. C'è qualcosa che mi fa pensare a un diciassettenne quando ti guardo... l'inizio di acne precoce? L'orologio di Ben10? 
O la voce alla Calimero?
"E' un'ingiustizia però!"

E ora passiamo all'alcool: non è che io alla tua età, o chav in training, non abbia provato a bere in compagnia di amici, senza che ci fossero i miei genitori. Ma un minimo di iniziativa personale! Chiedere aiuto a una "ma'am" (e mi pare di averti già detto quanto mi dia fastidio essere chiamata così) non mi sembra proprio l'idea più geniale, originale o innovativa per procurasi da bere.
E una volta che la "ma'am" ti dice di no, non piagnucolare come un pulcino bagnato!

Alla fine più lui mi chiedeva di comprargli una birra ("pleaaaaaase"), più mi veniva da ridere, per quella faccia da bambino, la banconota da 5 sterline, per la scena nel suo complesso.

Ma mi è rimasta addosso anche un po' di tristezza: non sono certo la persona più indicata a salire sul pulpito del consumo responsabile di alcolici, ma c'è un livello sotto il quale non mi sono mai voluta abbassare e vedere un ragazzino, anzi no, un bambino, già così in picchiata verso il basso, non è come speravo di concludere il weekend.


Friday, 6 August 2010

Etc.

E' un insieme di cose, coincidenze, fatti, sentimenti, che stanno rendendo strana e speciale quest'estate.
Vorrei poter dire che so esattamente come descrivere tutto ciò, ma non ci riesco.
So di avere questa sensazione, premonizione, sesto senso, chiamatelo un po' come volete.
Il più delle volte ignoriamo in piena coscienza la continua metamorfosi della nostra vita.
In queste settimane, invece, sento, vedo che la mia vita è in evoluzione: non so dove mi porterà da qui a qualche mese, eppure la cosa non mi spaventa.
In mezzo ai cambiamenti, tutto il resto fluisce tranquillo, i pezzi del puzzle si incastrano senza difficoltà o senza che io debba barare e forzarli perché combacino.

Il post precedente ne è in un certo senso la prova.
Quando ho visto la foto scattata da Diego, stavo ascoltando i Wilco e la storia è nata nella mia mente.
Forse non è nemmeno giusto dire che è nata in quel momento. Sono convinta che fosse rinchiusa nella mia testa da sempre, ma non riuscisse a trovare il modo per uscirne, imprigionata dalla mia pigrizia e carenza di parole.


La cosa buffa poi, è che i Wilco li ho scoperti per davvero grazie a Diego. Avevo già sentito qualcosa, ma è stato lui a far scattare la curiosità, la voglia di comprare i loro CD: cibo per l'anima, conforto nei momenti più scuri di questi ultimi mesi, dove sarei oggi se non mi fossi potuta sfogare ascoltandoli e  canticchiando le loro canzoni a Davide?

Ora quando ascolto "Jesus, Etc.", la foto di quei due ragazzi di Brema, mi si para davanti e mi sento più leggera, più felice.

Grazie a Diego, per avermi dato il permesso di usare la sua foto nel blog, per i Wilco, per aver aperto una via di fuga per il mio racconto, etc.

Thursday, 5 August 2010

avrei voluto dirti tante cose, forse la più importante non la ricordo più

Le finestre delle case sono aperte.
Lasciano entrare nelle stanze la brezza leggera della sera e in cambio fanno uscire prove delle vite vissute al loro riparo.
Rumore di piatti e posate messi a scolare sul lavello.
Fruscii di tende e voci dei mezzobusti della tv.
Urla di bambini che non vorrebbero andare a dormire ma continuare a rincorrersi fra l'ingresso e il soggiorno.
Sprazzi di conversazioni, "cos'hai fatto oggi?", "com'è andata?", "ti vedo stanca".
I suoni si mescolano, accavallano, rincorrono a formare una rilassante sinfonia.

Nulla di ecclatante, semplice e pura vita che scorre via placida.
Loro due, lui e lei, sono seduti al bordo della strada.
Nessuno dei due parla.
Ogni tanto un sospiro. Ogni sospiro è un passo in direzione opposta.

La luce si affievolisce sempre più. Quando l'ultimo raggio si assopisce dietro le case, i lampioni si accendono sulla coppia.

Lungo la strada passano una comitiva di ragazzi rumorosi e alticci, un barbone in lite con sé stesso, un pendolare stanco e con gli occhi iniettati di sangue.

Il silenzio prosegue, si fa sempre più pesante, grava sulle loro spalle e sui loro cuori.

Eppure di cose ne avrebbero da dirsi.
"Mi dispiace."
"Resta, ti prego."
"Una frase, una frase sola e dimentico tutte quelle che mi hai detto prima."
"Non andare."
"Ti amo."

A turno sembrano raccogliere tutto il coraggio che hanno in corpo, ma le parole soffocano in gola e scendono come macigni nello stomaco.

Un ragazzo passa con calma sul marciapiede opposto: cappellino calato in testa, cuffiette del lettore mp3 infilate nelle orecchie, fischietta. Non ha fretta, né un posto in cui deve arrivare urgentemente. Si guarda intorno, osserva il mondo. Guarda la coppia e si chiede cosa ci sia dietro quel silenzio, si stupisce per come tanta angoscia possa essere dipinta sui loro visi in una serata così, quando gli sembra che il mondo abbia finalmente trovato il giusto equilibrio intorno a lui.
Si domanda perché non parlino.
Si ferma un attimo, sente che deve ricordarsi di questi due, che è testimone del crollo di qualcosa di più grande del Muro di Berlino, qualcosa che univa e non divideva.
Seduti uno accanto all'altro, non appartengono più alla stessa vita, allo stesso futuro.

Lui si alza, mette le mani in tasca.
Anche lei si alza: si toglie un po' di polvere dal vestito. Perde tempo a raccogliersi i capelli.

Per un tempo che sembra infinito, nessuno dei due parla. Alla fine lui dice qualcosa, un sussurro strozzato.
Lei rimane ferma, cerca di guardarlo negli occhi ma non ci riesce. Si gira e si allontana.
Lui rimane fermo, sempre con le mani affondate nei pantaloni, e china la testa.

Un sorriso malinconico nasce sulle labbra del ragazzo col cappellino. Guarda la figura di lei rimpicciolirsi in lontananza, lui sempre a testa bassa, fermo sul posto. Una lacrima affiora e lui non la combatte. Sospira e si allontana canticchiando.

"Tall buildings shake
Voices escape singing sad sad songs
Tuned to chords strung down your cheeks
Bitter melodies turning your orbit around."

Ritorni balordi

E' un po' come la famosa nostalgia canaglia.
Una volta che ti ricordi, per puro sbaglio di qualcosa, non puoi fuggire.
Diego aveva la gomma a forma di baiocco, io mi sono ricordata delle confezioni che ogni tanto mia mamma mi dava da portare a scuola per l'intervallo.
Poi c'e' il fatto che i colleghi hanno apprezzato: uno strano incrocio fra un critico gastronomico della guida Michelin e uno sciame di cavallette, i ragazzi hanno richiesto il bis, il che mi fa molto piacere, perché è bello sapere di aver azzeccato ricetta.

Inoltre devo passare le ricette della NutQuella e dei biscotti a più di una persona che me le hanno domandate.

Insomma, i balordi sono tornati e sembra non abbiamo intenzione di andarsene. Al meno fino a domani mattina quando li porterò in ufficio.
Quindi ecco come si preparano.

Si inizia con la NutQuella.
La ricetta di base la trovate qui. Non è esattamente Nutella, è una crema a sé stante dove nocciole e cioccolato fondente spiccano come sapore, quindi non è detto che piaccia a tutti (io personalmente l'adoro).
In più ho trovato una seconda ricetta online, così ho combinato le due e ho ottenuto queste dosi:

120 gr nocciole
200 gr cioccolato fondente
50 gr cioccolato bianco
50 gr cioccolato al latte
130 gr zucchero
180 gr latte 
80 ml olio di semi
2-3 gocce di estratto di vaniglia

Ho ridotto le nocciole in crema, tritandole insieme a 2 cucchiai di zucchero, come dice la ricetta originale.
[Consiglio: se fate come me la prima volta e usate il minipimer, fermatevi! Ci vuole un frullatore, preferibilmente decente, magari quello di "will it blend?". Se, come me a questo giro, optate per  il tritatutto che di solito vendono con il minipimer, smettete quando per la cucina si è diffuso un preoccupante odore di bruciato e vi pare di vedere delle scintille provenire dal suddetto minipimer.]
Poi ho sciolto a bagnomaria i vari cioccolati, ho aggiunto la pasta di nocciole e, una volta amalgamata, alle cioccolate aggiungere gli altri ingredienti.Ho fatto cuocere, sempre a bagnomaria e sempre mescolando, per una ventina di minuti, trasferito la crema in dei barattoli a chiusura ermetica. Ho fatto raffreddare a barattolo aperto coperto da un tovagliolo e, una volta fredda, ho messo la NutQuella in frigo.
Conviene prepararla un giorno prima di quando si ha intenzione di utilizzarla.


Dopo ci si può dedicare ai biscotti; pensavo di aver usato la solita pasta frolla con aggiunta di nocciole e invece mi sono accorta, rifacendoli, che in realtà non è la solita frolla. Ormai anche lei è autuonoma e indipendente e con dosaggi tutti suoi:

320 gr di farina 
80 gr di amido di mais
90 gr di nocciole tostate
120 gr di zucchero di canna
150 gr di burro ammorbidito
1 uovo + 1 tuorlo
1 pizzico di sale
(1 pizzico di cannella)
2-3 gocce di estratto di vaniglia
[La ricetta originale prevedeva 2 uova e il lievito e non contemplava la cannella, ma hey, che mondo sarebbe senza cannella?]

Ho mescolato insieme il burro allo zucchero, poi ho aggiunto le nocciole, tritate come ho fatto per la NutQuella. Dopo ho unito l'uovo e il tuorlo, il sale, la vaniglia e la cannella. Come ultima cosa, ho aggiunto la farina e l'amido, formato la classica palla da avvolgere nella pellicola e dopo mezz'ora in frigo, armata della mia migliore pazienza, una cannuccia, un tagliabiscotti e un bicchierino da amari (per fare la forma del cerchio interno) mi sono messa all'opera. Ho preparato tutti i biscotti, formato la parola "balordi" con questo stampino e una volta pronti, li ho infornati a 180°C per una decina di minuti.

Una volta che sono freddi, il ho assemblati e messi in una scatola.


faccia a faccia con l'infanzia


Ora non rimane che farli fuori e rimettermi alla ricerca di quello che è ancora avanzato della NutQuella, comunque ancora tantissima, dopo due infornate di biscotti e una cena con gli altri "italieni" con dessert a base di pane e... indovinate un po'?

Wednesday, 4 August 2010

Federalismo demenziale

Mentre l'Italia si dibatte su... boh non so su cosa si dibatta. Davvero.

Ho optato per la via della beata ignoranza: ho mantenuto attivo solo il feed di Gramellini, perché lo considero non solo un editoriale ma soprattutto uno scritto letterario. Per il resto ho chiuso tutti i rubinetti, in primis Toronews. Inutile dibattersi, soffrire patemi d'animo a non finire, illudersi e poi arrivare alla quinta di campionato con la crisi più nera.
No, almeno per agosto, almeno per questa parte della mia vita, voglio semplicemente lasciarmi tutto alle spalle.

Quindi, mentre in Italia si discute di non so cosa e io valuto sull'opportunità di una nuova infornata balorda, Robert mi manda un link.
Sono tentata di non cliccarci sopra, visto che poche ore prima mi aveva mandato il collegamento di un video su YouTube che mi perseguiterà negli incubi dei prossimi 6 mesi.

Però alla fine la curiosità ha avuto la meglio...
Insomma 4 cime delle Dolomiti a 11.929 € non mi sembrano un cattivo affare.
Magari costa un po' tenerle pulite e in ordine, ma non devi pagare riscaldamento, bollo o assicurazione e poi... voglio proprio vedere se qualcuno prova a fregartele, le cime dolomitiche: dove le nasconde, a chi le rivende?
Magari, tanto per sicurezza, faccio che spendere 13 mila euro e investo in una catena lunga lunga luuunga...

Tuesday, 3 August 2010

Quei Balordi della NutQuella

E' iniziato tutto la scorsa settimana.

La mia collega Noriko torna dalle vacanze in Italia e porta ai nostri colleghi un po' di confezioni di dolci italiani.
Dopo aver decretato che i canestrelli industriali della ciminiera nera non sono buoni come quelli che faccio io (tiè tiè tiè), Vasi mi chiede sorridente perché non gli preparo dei biscotti come i baiocchi.

Ma Vasi, è semplice! Perché... perché... già perché? Che sarà mai? Fatemi controllare un po' gli ingredienti. Se andate sul sito della famosa marca o cercate su internet, potrete scoprire che nei "Baiocchi con Crema alla Nocciola e Cacao", la crema è il 28% del prodotto finito, con percentuali di nocciole e cacao veramente ridicole. Un altro problema che non sono riuscita a risolvere è: che differenza c'è fra la margarina vegetale dei biscotti e i non meglio specificati grassi vegetali della crema? Dove li trovo? Da Sainsbury's no di certo.

Quindi mi sono dovuta arrangiare.
Una breve ricerca su internet mi ha rassicurato: non sono la prima né l'ultima a rifare i famosi biscotti. Quindi di per sé è fattibile. Una volta fatta la scoperta, però, mi è mancata la voglia di approfondire, leggere le ricette, consultare i forum e via dicendo. 

Ho deciso dunque di utilizzare un il metodo che garantisce il miglior risultato con il minimo sforzo: il metodo "fa che t'nabi".

Per la pseudo-nutella ho deciso di riutilizzare la ricetta che avevo già usato l'anno scorso, cambiando però i rapporti fra i tipi di cioccolato e nocciole, per renderla più "nutellosa".
Ecco dunque nata la NutQuella, che sembra ma non è quella lì, l'altra, quella famosa insomma. Infatti è NutQuella, gli ingredienti sono diversi (io il latte in polvere non l'avevo), quindi il sapore non è lo stesso. In compenso l'impatto calorico è più o meno lo stesso: ho fatto il calcolo delle calorie per Maria ed è venuta fuori una cifra indicativa di 491 kCal per 100 gr.

NutQuella

Visto che comunque già per la crema avevo fatto di testa mia, mi è sembrato logico e coerente fare di testa mia anche per i biscotti. Ho preso la ricetta per i biscotti di frolla che uso di solito, ho sostituito una parte della farina con nocciole tritate ed ecco i Balordi. Sembrano quelli lì, gli altri, quelli famosi, insomma. Ma non sono la stessa cosa. E no, scherziamo mica! Maria me l'ha chiesto, ma io non ci ho nemmeno provato a fare il calcolo delle calorie...

balordi

In ufficio sono stati apprezzati e, considerato che ho ancora mezzo chilo di NutQuella in frigo, penso che a breve farò il bis. Oltre a una serie infinita di variazioni di dolci al cioccolato!
Mezzo chilo! Potevo farne un barattolino piccolo, no? Macché! Prossima volta prendo in prestito il blender del cafè Nero e ne preparo una ventina di chili, così, tanto per avercela pronta nei momenti di crisi nera! Le idee balorde che mi vengono a volte...