Friday, 30 December 2011

Afternoon at the museum

Ieri pomeriggio ho infagottato Sara come un cotechino pronto a incontrare il suo destino la sera di Capodanno.
Invece che la cottura e lo spadellamento con le lenticchie, però, il destino di Sara prevedeva viaggio sul 15,
"posso timbrare io? cosa vuol dire 'lato convalida'?"

spiegazione dei nomi delle fermate,
"Abruzzi? Ma non ce n'era uno solo? Chi ha il doppione?"

e dei luoghi storici,
"Ma io so cos'è Palazzo Madam! Io l'ho già visto con la scuola. Ci hanno portato con il 15, ma non sono sicura era questo stesso 15 e poi abbiamo mangiato per seconda colazione le patatine al pomodoro che erano buonissime!"
 
e di personaggi letterari,
"Ah, come gli hobbit!"
"Cosa sono gli hobbit?"

Sopravvissuta al viaggio (io, non Sara), siamo andate al museo di scienze naturali.
Oltre alla collezione permanente, ci siamo trattate bene e ci siamo viste pure le mostre di contorno
Dopo aver spiegato il perché e percome dei primi Apple, "ma davvero quella cosa là era un computer? e dove sono le porte uessebì???", abbiamo proseguito con le fotografie di Doisneau e poi ci siamo dati alla tassodermia e agli scheletri.

Sara ha fatto domande su praticamente tutto: perché si è estinto il leone berbero? Perché le testuggini mangiano così piano e vivono così a lungo? Ma quanto è grande il più grande elefante sulla terra? Come fa l'alce a stare in piedi con quelle corna così grosse? E la balenottera ha le ossa nella coda? Cos'è la tassodermia? Come li impagliano? Come stanno in piedi? Come mai ci sono così tanti tipi di papere?

Una mitraglietta umana che ha continuato anche dopo quando siamo andate a prenderci una cioccolata calda. 
"Ma zia, allora qual è l'animale più pericoloso della terra?"
"Mmmh, probabilmente noi, amore"
"Ma io sono buona! E anche Davide è bravo, anche se ogni tanto facciamo arrabbiare mamma. Peròse mamma si arrabbia allora sì che diventa pericolosa, ma è davvero più pericolosa dell'elefante Fritz che è impazzito?"
"Beh, tua mamma quando si arrabbia in effetti fa paura, ma non è pericolosa. Intendevo dire che l'uomo è l'essere più pericoloso, perché fa guerre, inquina, uccide i suoi consimili e fa estinguere il leone berbero. Il singolo essere umano di per sè non è pericoloso, ma l'umanità nel suo complesso, la gente lo sono. Hai mai visto il leone berbero andare in giro con un kalashnikov a far estinguere gli uomini?"
"In effetti no, zia. Però zia, cos'è un calascinicoff?"
"Mangia la cioccolata, amore"
"Va bene. Non c'è il calascinicoff dentro vero?"

Wednesday, 28 December 2011

serata al birrificio

Ieri sera il programma prevedeva incontro con Paoletta, SViN e Giuse al BT.
Un tempo andavamo al Birrificio ogni settimana per il weekly meeting: una birra o due in compagnia degli ex-colleghi Motorola, dopo che a tutti era stato dato il benservito.
Molte cose sono cambiate negli ultimi anni, alcuni rapporti sono cambiati e si sono sfilacciati, io sono tornata all'estero e loro non si vedono più tutte le settimane.

Il Birrificio però rimane, insieme alle sue birre: ieri la scelta è ricaduta su un grande classico delle feste, la birra di Natale.
Non starò a discutere il numero di caraffe che abbiamo ordinato, diciamo che ci siamo resi onore!

BT -  Birrificio Torino


Certe cose sono cambiate e altre cambieranno. Le prospettive per il prossimo anno sono abbastanza tetre, non c'è molto da stare allegri purtroppo.
Queste ferie natalizie sono in effetti diverse dalle altre per via della crisi. Non si tratta solo dei consumi ridotti, perché a casa mia siamo sempre stati abbastanza sul ridotto andante.
Credo che ciò che è diverso questa volta è il forte contrasto fra la mia nostalgia di casa e le possibilità di tornare per davvero.

In Olanda ho diversi colleghi che detestano vivere all'estero e altrettanti che detestano l'Italia. Io mi trovo abbastanza presa in mezzo. Il problema è che mi manca casa, ma non troppo il sistema Italia. Odio il nostro sistema di lavorare, la  mancanza di meritocrazia e uguaglianza, il nepotismo e tutto ciò che ci ha portato dove siamo arrivati ora, ma so che la pseudo-efficienza olandese non è sufficiente a rendere la vita migliore, specie perché accompagnata da un deserto degli affetti e della socievolezza che rende al confronto gli inglesi una manica di amichevoli e socievoli simpaticoni.


Mi ritrovo schiacciata in mezzo, guardo la data sullo schermo e mi sale un po' di angoscia. Come? Già il 28? No, rallenta tempo, rallenta maledizione! Io non voglio ripartire, voglio stare qua! Ma non ho scelta, quindi non mi rimane che cercare di fare del mio meglio per cercare di vedere tutte le persone che contano per me, sperando nella loro pazienza e comprensione.
E magare passare un'altra volta al BT, per un'altra birra di Natale...

Tuesday, 27 December 2011

Weather bug

Britain doesn't have a climate, just a weather, so it's more than reasonable for it to be one of the main topic of conversation.
It doesn't simply provide a common topic that can save you on the awkward lift journey with your boss on a post-Christmas-party-painfully-hangovered morning.
It's more than that for many, and many people I know are seriously fascinated by it and the finest expression human kind has to represent it: weather forecast.
During my first days in England I learnt a lot about the pain of weather and joy of its forecast on the Isles.
For example, BBC is quite pessimistic compared to other, but updated more frequently.
I learnt a lot about the Indian Summer too, a weird meteorological phenomenon where urban legend meets climate.

It's quite easy to joke about weather with Brits, or make fun of their obsession with it.
But, let's be honest. Brits are not the only ones.
In the Netherlands, weather is one of the main topic of conversation as well.

I guess there are just differences in how the obsession is displayed.
Take my mum for example. She is really into weather forecast, but I doubt she would be able to talk about it with a British, because what she's interested in is slightly different.
She checks the weather forecast on the teletext every day, and she will tell you which TV channels forecast are to be trusted or not. But if you ask her about what it said, don't expect anything on the line of "cloudy with chance of rain". She will get a very serious look and tell you something like, "Well, the 0° isotherm is at 1900 mt, you better dress properly".
If you ask her whether the forecast calls for rain or sunshine, the look on her face will be completely blank and will simply tell you off: "What? You got eyes, haven't you? Put your nose out of the window and look at it for yourself!"

I'm so used to it, that it's something that makes me feel home.
And it makes me feel home when I'm faraway, as it's something she takes care to keep me updated of no matter where I am.
And no matter where I go, I always take it with me.

Monday, 26 December 2011

resurfacing

Christmas has come and gone.
I worked the whole past week, then office closed down at 3 in the afternoon on Friday, leaving me with plenty of time to head for the airport and meet with Kiran.
We had some spare time to have a coffee, chat and wander around the duty free area before getting on the plane back home.
Yeah, Haarlem is the place I live, but I can't really call it home. Netherlands doesn't inspire me the same strenght of feelings UK did: everything I feel for my life there is pretty flat, just like the land.
But from the moment I stepped on the plane, I forget about it. For the first time in about 17 years I flew on an Alitalia plane: asking for a glass of sparkling water to the hostess (flight attendant, pardon my political uncorrectness) in Italian felt strange and foreign to my ears.


Waiting for me at home, there was my life as I used to know it.
My family, my old bedroom, my friends, my neighbourhood...
I spent the whole Christmas weekend at home, with my family.
I took some photos, mainly of my nieces and nephew.
I taught Sara how to knit and did some knitting of my own.
Davide taught me how to tell a whale shark from a tiger shark, "it's important, because if you meet them face to face, you know how much to be scared and how likely you'll be eaten, aunt!"
Thanks, my lovely Dave, it's good to know you care for your old aunt.
I marvelled at how small Ilaria still is and how she's got the same mowhak hairstyle Davide used to sport when he was smaller.


I watched some TV with my parents, classics such as "Spaceballs", "Murder she wrote" and "Polar Express". I taught my mum how to play Orba on my iPad: I created a monster, right now she's playing on classic mode, vowing to smash all my records before I leave. And I'm know she can, just as much as I know Sara will smash my record on Angry Birds: my niece has been quite outspoken in declaring she will beat me at that and bowling.


I quickly set into a lazy pace of life, enjoying small things, like having coffee with my dad, or listening to him ranting against TV news.
From many point of view, my family is not a traditional one and we don't spend Christmas in a traditional way, yet I wouldn't have it any other way.


However from tomorrow on, I will have to start a different part of my holidays: time to go out, meet people, get a nice haircut, take my niece to the museum, have a proper real hot chocolate, enjoy Torino.
For these last hours of Boxing Day, I will perhaps briefly wonder about (the masochism of) those photos I saw of people at the opening of sales in London, lazily think of doing something but postponing it to another day and slowly, very slowly resurface to real life.

Friday, 23 December 2011

Intervallo

Due settimane a Torino? Basteranno a farmi ricordare perché sia stato un bene partire? Eviterò di non pentirmi troppo per le cose che ho dovuto lasciare?

Vada come vada, io me ne vado in ferie.
Darò qualche segno di vita sul blog di tanto in tanto, quando altrimenti non troppo impegnata in: 1. fare il giro parenti, 2. uscire con gli amici, 3. coccolare i nipoti, 4. farmi coccolare da mamma, 5. andare a farmi tagliare i capelli da Cinzia, perché qua sembra che tutte le parrucchiere facciano uso di droghe pesanti e le mani in testa da loro non me le faccio mettere, 6. mangiare e bere, 7. evitare il solito pseudo-psico-dramma "Ma come, non sai ancora che fare a Capodanno?", e 9. ma sì!, anche riposarmi un po' non mi dispiacerebbe più di tanto!

Thursday, 22 December 2011

the future is unwritten



"London Calling at the top of the dial…
And after all this, won't you give me a smile?"

I think of Joe and, after all this, I gladly smile.

Wednesday, 21 December 2011

Italian cervicale and other diseases

Please meet my 2 lovely and faithful weekend companions


At the beginning of the month, I stumbled across this article on the BBC
website.
The author, Dany Mitzman, has been living in Italy for quite some time and she describes bow how Italians are affected by a number of winter illnesses, probably due to our in-depth knowledge of human anatomy.
She states:

"Many Italians, it seems, are prone to a particularly wide range of winter illnesses, helped apparently by an in-depth knowledge of human anatomy.

"Soffro di cervicale (I suffer from cervicale)," they tell me, making it sound particularly serious.
Most people over the age of 30 seem to have the condition, but I am still at a loss as to what exactly it is and how to translate it.
I have looked it up in the dictionary and found "cervical" - an adjective referring to the cervical vertebrae, those little bones in the back of your neck - but as an ailment, there is simply no English translation. We do not have it!
The British also do not seem to have the sort of exceptional knowledge of their own anatomy which Italians have."
By reading it, the general idea coming out of the article is: if you're Italian, you're hypochondriac, yet sick. If you're British, you're ignorant, yet healthy... as healthy as the rich-in-fat diet and the inclination of many to binge-drinking allow you to be, ça va sans dire...


Another thing the author is puzzled about is the "change of season"... ah you see, Brits can't be affected by it, as there are no seasons on the Isles, there are also no changes. There might be changes in the weather day by day, but nothing that forces you to swap your whole wardrobe entirely. The change of season brings colds and "colpi d'aria", but not only that, it brings other changes as well.
English have the "changing of the Guard", Italians the "cambio del guardaroba", changing of the wardrobe: in spring you put away the winter jacket, wool cardigans, gloves and scarves and take out the cotton dresses, sandals and shorts.


I'm not sure whether the English are less sensitive to such disease because, as suggested by the article, their ignorance protect them better than some vaccination. Or maybe, more likely, they are sick and they don't realize they are. It happens here in the Netherlands too. I often see people waiting for the bus in the morning with their hair wet: they don't dry the hair and don't cover them in any way, no matter that we are not exactly at the Tropics.

If I were ever to do something like that, I'd have to call in sick for at least 2 weeks, after having developed pneumonia. 
They don't, but when they sniffle I can hear them, even if I'm sitting on the opposite end of the bus and I'm listening to the Frames full volume.


Two days ago, there was a guy sitting next to me, sniffling and coughing like a modern Mimì . At the beginning, judging by the red eyes, I thought he was crying. I didn't dare looking at him again, but that one single look was enough to send my brain in a imagination overdrive: what happened? What tragedy fell upon him? Who broke his heart?
I was about to put all the pieces together when... SNIIIIIIIIF
Yuck! no, he wasn't sad, he was sick and apparently unable to blown his own nose.
He kept sniffling louder and louder. 
Double yuck! That's gross and disgusting, even my nephew in his worse days can reach such level of... oh yuck to the nth degree!
I just took a pack of tissue paper out of the bag and pass it to him.
"Here, you seem to need them."
His reply? "No, thanks, I'm fine."


So was he really fine? Or wouldn't it be better for him to be able to understand what the symptoms of a common cold are???

Monday, 19 December 2011

OK, Muppets, Go!

Christmas is no Christmas without "The Muppet Christmas".
Alongside "Mary Poppins", "Willie Wonka and The Chocolate Factory" and "Dumbo", it's a must see of my Christmas holiday since I was a kid. And growing up didn't change much as long as the TV schedule is concerned.

And also the scene my dad and I normally put in place and act out for our own sakes. My mum would probably live well enough even without it, so she just rolls her eys and let us be. And let's be honest: we let her have her small idiosyncrasies without complaining too much. Ok, mainly we don't really let her, she just have them and we shut up because we're scared, but let's not digress.

So here's what happens...
Kitchen, boxing day morning. Mum is in the kitchen, complaining that Christmas is a awful time of the year because there's too much work to do and people end up eating and drinking too much. While finishing the morning rant, she puts a pan of lasagne big enough to feed a small African country into the oven and a bottle of prosecco into the fridge, to keep the spumante company, I presume.


Dad is reading la busiarda, the liar, as people in Torino calls the local newspaper. He's reading it thoroughly, ads included and you can be sure he'll remember something he read in few days time, when he'll stun the whole family into silence with a random comment on the price fluctuation of courgettes in the supermarket around our area.

I'm still in my pyjamas and with no intention of getting dressed any time soon. I'm browsing the TV program guide, hoping that "The Smurfs and the Magic Flute" will reappear in the TV listing... It used to be yet another Christmas classic of my childhood, and when it disappeared from TV listings, it felt like Christams lost its magic, a bit like when you discover Santa doesn't exist, only more devastating.

Sadly the Smurfs are not making any return, but hey! Look at this! "The Muppets Christmas" is on!!! It's on right now!!!
Happy dance and goofy smiles, let's watch it!

The "grumposaurus" I love to call daddy mutter something along the line of "What?!? Why do you want to watch it again? You've seen it last year as well!!! It didn't change, you know? Why? Oh god, no! I can believe you're actually thinking of watching it, let alone doing it for real! No, I'm not telling you where the remote is..."

I normally tune him out at the first exclamation mark and by the time his rant have become a indistinguishable gibberish I have: 1. found the remote and 2. tune to the movie that is, oh what a delightful coincidence!, just about to start.

You could expect him to move to another room, go off to read, or play with the computer or listening to some music.
But no, at the end of the movie, he's still there, watching it with me.

I'm looking forward for my Muppets moment with my dad, it's one of those small thing that just makes me feel happy and loved.

And thinking about the Muppets ended up with me browsing YouTube, where I found out something that makes me feel like smiling, OK GO and Muppets together!

Sunday, 18 December 2011

Full of Christmas cheery grumpiness


Christmas won’t be Christmas without any anti-Christmas grumpiness,” grumbled Jo, lying on the rug.
“It’s so dreadful to be full of Christmas cheer!” sighed Meg, looking down at her old dress and stack of Christmas cards still to be signed (sealed, delivered, I'm yours!)
“I don’t think it’s fair for some girls to have plenty of pretty things to complain about, and other girls nothing at all,” added little Amy, with an injured sniff.
“We’ve got Father and Mother, and each other to argue with,” said Beth contentedly from her corner.

I don't know why it's happening, but in the last 3-4 days I managed to stumble in a whole series of Christmas grumpiness. Yes, Scrooge has been set free yet again and is roaming the street. No pity for anybody.

Everywhere I turn, every newspaper I read is full of doom and gloom.
I'm not talking about big international news. Wars, poverty, madness don't go on holiday for Christmas.
But grumpiness seems to be spread all over the rest of our everyday life.

So it seems impossible to avoid complains about anything
You turn left and here's somebody complaining about Christmas shopping: yeah! Down with the consumer society,  all these people overcrowding streets and malls for thoughtless, inconsiderate shopping spree, don't they know we're in a global crunch, doomed to a 2012 in 
bankruptcy?
Ok, I do my shopping online then, so I don't stand in anybody's way and save some money; Rather than freezing to death, I stay warm at home, so I can also read some newspapers and bah, humbug! Articles over articles about this blasted Dickens flooding TV schedules with his high expectations and Christmas carols! Not to mention the cookery programs shot in August! And EastEnders!
Ok, so I'm done with my shopping; since I can't bother to read about how terrible is to watch Jamie Oliver, I decide to watch him straight on telly instead.
But no, I'm not safe with TV as there seems to be a trend of programs trying to show that the Christmas spirit is lost and our society is doomed, etc.

I am trying to be grumpy as well, so i can blend in better. I am trying to be grumpy about grumpiness, but I'm failing, as I can't help myself smiling while complaining. I could be grumpy about failing to be grumpy about people being grumpy, but I do realize I might fail in that too, with the risk of spiralling down in a grumpy-cause-I-fail-to-be-grumpy never-ending spiral.

Now, it's not that my life is wonderful, and furthermore I got no Clarence beside me to make me think otherwise.
Still every year faced with the moral dilemma of how should I feel this time of the year, I more or less reach always the same conclusions on the matter.
I am fully aware Christmas got very little to do with religion for most of the people and it has nothing to do with religion for me. I don't care how materialistic we can become in December, how greedy we are when kids in Africa starve: they do starve and die also from January to November and it's not that we care more about them in those 11 months when our brain is not filled with thoughts about Christmas lunch and what to do on New Year's Eve.
It's something quite bipolar actually: on one hand I am very cynic about goody-goody feelings, but yet I'm drawned to the festive mood.
I can't help myself, (maybe) below this thick layer of cynicism and distrust, there's a Pollyanna waiting to emerge.


It snowed tonight over Haarlem: frozen snow, as it's too cold for real, soft snow. But it did put me in a lovely mood, a mood that will last till tomorrow morning, when I'll have to skate my way to the bus stop. By then I'm pretty sure I'll be the best Ebenezer ever!

Friday, 16 December 2011

Portrait of a bookseller as a old man

Be not inhospitable to strangers 
Lest they be angels in disguise.


forging of a rebel


I never met him, but I know he was more than just that. More than an old man, more than a bookseller, I mean.
He made his bookstore a reflection of who he was, for better and for worse, a mirror of his ideas and ideals.
He created a place that, no matter its turning more and more into a spot on a tourist map, was unique, where literature matters and is more tangible than anything else.

When I said to my flatmate that I'm not on Facebook, he replied with a mixture of horror, contempt and disbelief: "So you don't exist!"

Boy, was he wrong!
I do exist, but I want more than that too. I do my best to live, live a good life, to feel alive. As alive as I felt, in a summer Paris afternoon, sitting on a bench outside "Shakespear & Co." on the Seine left bank.

la commedia degli errori

I never met you, but I shall miss you.
So long, George.

Wednesday, 14 December 2011

train and boats and plain

Fra i libri che Terzani ha scritto, il mio preferito è senza dubbio "Un indovino mi disse". E' un libro che già dalla prima riga ho capito mi sarebbe piaciuto.
"Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile."

E' l'unico libro di Terzani che ho letto anche in inglese: a Parigi avevo trovato la traduzione da Shakespeare & Co. e mi era sembrato un segno del destino, una buona occasione, insomma.
L'ho letto e riletto, ho spulciato i suoi capitoli nei momenti di pigrizia domenicale.

E non è solo il mio preferito per il suo contenuto, ma anche per i ricordi che porta con sé. Insieme a "Fever Pitch", è il mio libro "cinese", perché per dieci mesi buoni mi ha accompagnato nei viaggi su e giù per la terra di mezzo.
Proprio in "Un indovino mi disse" c'è la migliore descrizione di cos'è stato avere questi volumi in spalla, infilati fra i rullini per la macchina fotografica e l'asciugamano: "
Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla."

Il mio compagno di viaggio si è rivelato molto utile nel viaggio in Yunnan (e ritorno). Il treno che da Beijing porta a Kunming attraversa la Cina in diagonale in circa 43 ore: per quasi due giorni, il treno è diventato il mio comune di residenza, il mio vagone letto ha assurto a ruolo di condominio e la cuccetta in alto a monocale da "Il ragazzo di campagna".
Ho mangiato, bevuto tè, chiacchierato con un nonnino che al mattino faceva taiqi e al pomeriggio mi distruggeva a una specie di pinnacola, ho dormicchiato e ho letto Terzani.
Il suo resoconto di un anno passato a viaggiare con ogni mezzo fuorché l'aereo si combinava bene con il momento e il luogo, con quel treno che, per quanto veloce, andava comunque piano e con lui pure il tempo sembrava aver rallentato il suo passo: "D'un tratto, senza più la possibilità di correre a un aeroporto, pagare con una carta di credito, schizzar via ed essere, in un baleno, letteralmente ovunque, sono stato costretto a riguardare al mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto
[...]
Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, m'ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto m'ha fatto riscoprire un'umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quali l'esistenza: l'umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa.
"



Fra tutti, il treno è il mio mezzo di trasporto preferito: mi piace l'idea di sedermi, dedicarmi a ciò che voglio mentre lui va e mi porta a destinazione.
Anche viaggiare in aereo mi piace, ma ultimamente l'esperienza non è più così piacevole. 
Quello che mi piace del viaggiare in aereo è proprio questa sensazione di tempo sospeso, ma si sta diluendo sempre di più. Ci ho ripensato in questi giorni, leggendo un post di Daniele, altro italiano ad Amsterdam: ci sono cose che mi piacciono del viaggiare in aereo, il fatto che posso tornare a casa in poco tempo, il fatto che mi permetta di osservare di sottecchi gli altri passeggeri in attesa con me e inventarmi delle storie su di loro.
Ma per il resto... innanzitutto tornare a casa vuol dire passare per l'aeroporto di Caselle, un aeroporto rimasto fermo a un'epoca in cui le poltroncine in finta pelle color vinaccia erano il massimo della raffinatezza.
Le uniche volte che ho tentato un rientro su Malpensa, me ne sono pentita amaramente, visto che per tornare a Torino da Malpensa o te la fai a piedi o implori un'anima pia (altresì nota come "papà, mio adorato e mai troppo lodato papà, luce dei mio occhi, oh mio prode, valente e automunito genitore") per un passaggio. Ci metti comunque meno tempo che sfidando la sorte affidandoti alla navetta o a Trenitalia.


E poi c'è sempre il rischio meteo: a poco più di una settimana dall'inizio delle mie ferie, controllo con apprensione il sito delle previsioni e appena un mio collega accenna a possibili nevicate nei prossimi giorni, dalla gola mi esce soffocato uno squittio terrorizzato: "Pazzo! Certe cose non si dicono neanche per scherzo!"
Ancora mi ricordo la sensazione di paura all'ipotesi di passare il Natale a Londra che ho provato l'anno scorso in questo periodo, quel continuo controllare lo stato delle piste di Gatwick su Twitter. No, grazie, preferirei non ripetere l'esperienza. Inoltre non condivido nemmeno più la casa e la pena degli update di Gatwick con Enric e Robert, l'unico elemento che ha reso quelle settimane di ansia e bronchite sopportabili.


Il problema più grande però è un altro: ormai ho sempre meno tempo a disposizione per spiare i vicini d'attesa e cucirgli addosso vite parallele. I controlli e controcontrolli di sicurezza sono tanti e tali che il più delle volte faccio in tempo ad arrivare al cancello d'imbarco, sedermi, inspirare, trattenere il fiato per due secondi, buttare fuori l'aria e rialzarmi per andare a imbarcarmi.
Comodo il check-in online, peccato la coda chilometrica per imbarcare la valigia.
Poi via al controllo di sicurezza! Separa i liquidi, togli il computer dalla borsa, togliti la giacca, levati la cintura, via le scarpe, via le mollette dai capelli, hai monete in tasca?, passa il metal detector, torna indietro, ri-passa il metal detector, perquisizione, ah! è il gancetto del reggiseno che ha fatto scattare il metal detector!?! Ma che sensi raffinati, complimenti! Recupera tutto, rimetti la cintura, cerca di non caracollare a terra nel tentativo di infilarti la scarpa destra e allacciare quella sinistra allo stesso tempo, ricontrolla di avere tutto, rimettiti l'orologio al polso e oh no! sono in ritardo! Quando mi siedo finalmente sull'aereo ho un livello di nervosismo tale che potrei illuminare a giorno non dico New York, ma quanto meno Buttigliera Alta! 

Monday, 12 December 2011

Anton Pieck ad Haarlem

Ho passato tutto il weekend ad Haarlem. Dopo una settimana in cui ho finito per credere di vivere in una galleria del vento, sabato è iniziato con il sole e con pochissimo vento.
E così ha continuato per praticamente tutto il giorno.
Ottimo, perché a mezzogiorno dovevo vedermi con alcuni colleghi per andare a fare delle foto in centro ad Haarlem, per la Anton Pieck Parade.

Anton Pieck era un pittore e disegnatore, famoso per le sue illustrazioni ispirate alla vita nel XIX secolo e per i lavori come illustratore di fiabe.
Nel centro di Haarlem da qualche anno viene organizzata la Anton Pieck Parade, con figuranti, arti e vecchi mestieri, mercatino e Glühwein a volontà.
Non so esattamente bene come, ma in qualche modo mi sono trovata insieme a Francesco a "capo" del gruppo di fotografia dell'ufficio: il che vuol dire... non lo mica cosa vuol dire, tranne che la gente si aspetta che qualcosa di attinente alla fotografia venga organizzato dalla sottoscritta. E così ho fatto, ho mandato una mail con dovuto anticipo, raccolto le partecipazioni, sorriso alle tante buche e alla fine mi sono ritrovata con i sopravvissuti sotto il Lautje, la statua dedicata a 
Laurens Janszoon Coster, l'inventore di un tipo di pressa da stampa.

Ora potrei lamentarmi e brontolare del fatto che la gente vuole attività extra organizzate con i colleghi per "promuovere la comunicazione in ufficio", esprime interesse per quest'hobby o quell'altro e poi non si fa viva nemmeno per dire "no grazie". Ma ops! l'ho appena fatto e non è che un blando borbottio, perché alla fine sarei andata a fare le foto pure da sola e poi è sempre un modo per imparare qualcosa. Può sempre tornarmi utile sapere chi era Anton Pieck.

E se non fosse stato per il dover dare un punto di ritrovo ai miei colleghi, non mi sarei probabilmente presa la briga di andare a cercare informazioni sul nome della statua.
Eccolo qua, Lautje, in tutto il suo splendore:

Lautje

La sfilata, era concentrata in due o tre viuzze vicino a Grote Markt e non era esattamente una sfilata. Le persone vestite in costumi dell'Ottocento o ispirati alle fiabe illustrate da Pieck, giravano nella zona, per fermarsi ogni tanto a suonare, cantare o recitare.
Un po come l'allegra compriccola di ottoni di cui faceva parte questa signora:

music at the parade
(non si vede bene, ma ci sono anche io nel riflesso, mentre scatto la foto, accanto a Sevan, il ragazzo con i lacci delle scarpe verdi)

C'era un po' di tutto nelle bancherelle, ma non ho comprato nulla, visti i prezzi tipicamente olandesi, ovverosia oltremodo esosi.

Peccato, perché un cuscinone derivato da una busta dei servizi postali, non mi sarebbe dispiaciuto.

postes pays bas


Mentre camminavamo, mi è caduto l'occhio su un altro gruppo di figuranti, un gruppo fortunato direi. Infatti loro erano figuranti "al chiuso", e soprattutto al caldo! Erano in una stanza di una casa, riarredata in stile ottocentesco.
Da fuori le potevo vedere, sedute a chiacchierare e scherzare.
Il tavolo era imbandito per il tè e loro facevano a maglia:

heaven

Mentre mi allontanavo, pensavo che il gomitolo sembrava di acrilico (c'era l'acrilico nell'Ottocento?) e che, fosse stato per me, avrei messo più uvetta nel kugelhopf. Non ero proprio invidiosa, più che altro ero ghiacciata!
Infatti, nonostante gli strati di maglia, sciarpa, cappotto, nonostante l'utilizzo di guanti da fotografo e nonostante l'aiuto arrivato sotto forma di bicchiere di 
Glühwein, il freddo ha un certo punto ha avuto la meglio e abbiamo deciso di battere elegantemente in ritirata in un caffè per una tazza di cioccolata calda.

Grazie a questo photowalk, non solo ho imparato qualcosa di più su Haarlem e Anton Pieck, ma ho anche imparato che il momento migliore per organizzare il prossimo photowalk sarà in primavera, dopo il disgelo.

Thursday, 8 December 2011

Albero e presepe

My friend Miky was surprised when I've told her my family makes the presepe (or nativity scene) and decorates the Christmas tree. We're not Catholics, but we're Italians and, as far as I see it, Christmas is a family occasion, more than a religious celebration. And this is true not only for my family but for the majority of Italian families.

Not to mention that, having grown up far from a religious upbringing, enabled me to truly read the Bible and not trust the leaflet and books provided at Catechismo by the priest, with the consequence my theological knowledge are probably better than a lot of people that goes to Church just for Christmas midnight mass.

Anyway, that's not the main topic of this post.

The fact is that some days ago I read about fake trees and about getting into Christmas mood and today is the 8th of December.
If I were in Italy, I'd be on holiday, as the Immaculate Conception is a public holiday. As non-Catholic, it has not a real meaning, but as Italian it has a very specific one: Christmas time officially begins.
When I was a kid, it felt like the official beginning of the Christmas season: street lights started to appear, shops opened longer hours and on Sunday, Christmas songs and films appeared on radio and TV.
Mostly for me, as a kid, the 8th of December was the day we took the Christmas decoration out of the basement, decorate the Christmas tree and make the presepe.


Once my sister and I grew up, all this decorating around the house lost its appeal, and we only started enjoying it again only when my niece was born. You need kids around to truly appreciate the cosiness of it.


My friend
Liz succumbed to the "faux tree" only this year. I always had fake ones. My grannies used to put the Christmas light on a pine tree in the garden, but that's because they got 2 things my parent didn't: a garden and a pine tree. My mum would never conceive the idea of buying a new tree each year just to dispose of it after 2 weeks and after it had spread its scrubs all over the flat.

My parents' Xmas tree is a nice mixture of decorations: very old ones, old ones, and sometimes a new decoration, just to make up for the one that got broken in the box or the one that Davide tried to eat the year before. 
Somehow we always got some decoration left over, and I normally take it upon myself to spread the cheer to other plants in the flat, such as Guinness, my beloved cactus, at the moment living with my mum.


Christmas cactus


The part I enjoyed the most however has always been making the presepe. Given my dad plans and draw houses for a living and my mum is a genius of her own, the presepe at home has always been a fully planned small town with some delirious traits of silliness and folly.
It had hills, lake, streams, a traffic light.
Throughout the year my mum and dad built the houses to put in the presepe out of everything: cigarettes packages, shoebox, tuna cans, kitchen foil, expanded polystyrene, clay, pasta, Lego bricks... 
One year we felt extremely lazy, so we used the smurfs mushrooms.
The sky had the moon, the stars, an hanged angel, UFOs, space stations...
Among the figurines of the presepe, we had the usual suspects, i.e. Mary, Joseph, baby Jesus.

Then there Gilindu the shepard, that was, well duh, a shepard, with any kind of animals in the flock, sabre-toothed tiger included.
We had exogini, smurfes and so on.About 2 years ago my niece wanted Puss in Boots to take part to the prespe and so my mum though it was right to make sure it had a place to stay... the "cometa dancing":

Auguri dal cometa dancing


Tuesday, 6 December 2011

Queen of pain

Yesterday morning was windy and rainy.
A miserable start of the day and of the week.
As I was making my way from the bus stop to the office a gush of wind and rain cut me off guard and  almost broke the umbrella.



For some unexplicable reason, it also caused a song to start playing in my head. It hasn't left me since.


"I have stood here before inside the pouring rain
With the world turning circles running 'round my brain.
I guess I'm always hoping that you'll end this reign
But it's my destiny to be the queen of pain.
Queen of pain

(I'll always be) Queen of pain"

My, I don't dare go and check how many years have passed. 
Yet, Alanis is still as gorgeus as ever.

Monday, 5 December 2011

(R)esistere e vivere



Mi sa che Faussone ha deciso di rimanere a fare compagnia ai miei pensieri per un po' più di tempo di quanto avessi previsto.

Sabato sera, non avendo nulla di meglio da fare e non volendo essere lasciato da solo a casa, ha deciso di accompagnarmi allo Smart Project per vedere il documentario "(R)esistenza" di Francesco Cavaliere. Visto che è una parte della mia mente e non una persona reale, va da sé che è entrato senza pagare, ma non ha dato fastidio a nessuno.

Al contrario di quanto il luogo in cui è ambientato e il regista italiano, il documentario non è una produzione italiana: la produttrice è l'olandese Wanda Glebbeek; rimasta estremamente colpita dopo aver letto "Gomorra" di Saviano, ha deciso di capirne di più sulla camorra, su Scampia, sulla situazione in generale. Il documentario è costato meno di ventimila euro ma la differenza con documentari con budget più elevati non si nota.
"(R)esistenza" segue le vicende di alcuni abitanti di Scampia. Sono storie di resistenza e di esistenza, sullo sfondo del decadimento sociale, la disocuppazione e il crimine organizzato, il film segue i protagonisti nel tentative di vivere le loro vite, migliorarle e, allo stesso tempo, render il posto in cui vivono un post migliore. Il titolo deriva dal nome dell'associazione fondata da Ciro, uno dei protagonisti, (R)esistenza Anticamorra.Alla domanda su quale sia la cosa di cui c'è più bisogno a Scampia, Daniele, il cantante degli A67, ha risposto il lavoro. 

Collegandosi allo stato delle cose in generale, e alla crisi del mercato del lavoro, alla fine si è arrivati alla domanda per la quale non ho ancora trovato risposta. Ha più coraggio chi se ne va o chi resta? E' una scelta così lineare?

Faussone, a questo punto, era più che attento. 
Uno degli spettatori ne ha parlato, riferendosi a un'intervento di Camilleri in un altro documentario, "Italy, love it or leave it" e in alcune interviste. Per Camilleri andarsene equivale a disertare, se te ne vai dall'Italia vuol dire che non la ami.
Lo comprendo, se tutti se ne andassero, chi rimarrebbe a difendere l'Italia?
Ma d'altro canto, se
 il lavoro non c'è, se quello che c'è ti costringe in uno stato di sub-occupazione o di insoddisfazione, se non ti permette di  costruirti un lavoro, cosa fai? Esiste una soluzione giusta per tutti?
Scegliere di andarsene non è una scelta facile e mi sento punta sul vivo, specie quando la critica arriva non da un disoccupato della FIAT, ma da un ex-dirigente RAI: una decisione come quella che molti devono prendere fra il restare e l'emigrare non andrebbe generalizzata e minimalizzata a una questione di "amore".
Come diceva il Greco di Primo Levi, prima hai bisogno delle scarpe, poi del cibo, e poi del resto. Quando poi hai scarpe e cibo, aggiungo io, sarebbe meglio non credere di avere tutte le risposte.

E' un tema senza una risposta facile e univoca, ogni volta tocca dei nervi scoperti e mi fa piombare in uno stato di insoddisfazione, malcontento e nervosismo.
Non uso la parola "expat", quando parlo di me in inglese, perché implica un senso di superiorità, una scelta voluta di trasferirsi all'estero per motivi non lavorativi che io non posso condividere.
Quando parlo in italiano, odio l'espressione "cervello in fuga", la trovo oltremodo fastidiosa e spocchiosa, come se ad andare via dall'Italia fossero solo ed esclusivamente i frustrati possessori di lauree in fisica e simili. E anche un po' ridicola: mi immagino correre con il cranio mezzo aperto dietro al mio cervello, che scappa correndo su due gambe minuscole, "aspettami! vigliacco, aspettami! Se ti prendo...!"

Mi sono sempre considerata relativamente fortunata: ho alle spalle una famiglia forte che ha fatto da muro a molte avversità della vita in Italia, non ho mai vissuto in condizioni lavorative di estremo sfruttamento, direi uno sfruttamento nella media, ecco...
Ma non sono ricca, non conosco le persone giuste e mi è stato instillato dalla suddetta famiglia un rispetto per le regole di matrice quasi teutonica: una combinazione tale da garantirmi insuccessi a manetta nel bel paese; infatti tutti i tentativi fatti di realizzare i miei sogni o quanto meno avere un lavoro decente sono affondati tutti miseramente. Un Titanic con un'unica scialuppa di salvataggio: un biglietto per l'estero.

Io sono un'emigrata, "a migrant". Non ho la valigia di cartone, ma questo non rende la mia decisione meno sofferta.
Dopo un po' ti abitui: alla lontananza, al tempo infimo, al cibo per cani... no, in realtà ti abitui quasi a tutto, ma non alla lontananza: mi mancano gli amici, la famiglia, non riesco ad abituarmi del tutto alla distanza.

Vedere mia nipote crescere via skype mi lascia un triste senso di perdita e vuoto.
Mi manca l'Italia, mi manca Torino, mi mancano nonostante tutti i loro difetti e le loro mancanze. Mi mancano nonostante sia ben conscia di come sarebbe difficile rientrare a lavorare e vivere in Italia: andare all'estero ti fa capire come ci sia un'altra via, un altro modo di vivere, di lavorare, di essere retribuita in base ai propri meriti. Non è una cosa a cui mi sento pronta a rinunciare facilmente. Ci ho provato l'anno scorso ed è stato, ammettiamolo, un fallimento su tutta la linea. Ci provassi di nuovo ora, le cose non andrebbero meglio di sicuro.

Non sono la sola a vivere quest'incertezza. Dall'altro lato delle Alpi, Giuseppe è nelle mie stesse condizioni, ma al rovescio.
E' un altalenare continuo, un triste ping pong fra volere e non potere.

L'Italia è bella, ma senza lavoro, e senza lavoro cosa ne sarebbe di Faussone? Ce la farebbe Faussone a vivere con mille euro al mese, senza la certezza di arrivare a fine mese, ma con quella di venire costantemente sfruttato? Riuscirebbe Faussone a resistere?
Ma forse il problema è racchiuso proprio nel verbo che si decide di usare. (R)esistere. Esistere. Non mi basta. Voglio qualcosa di più, vivere.
Ho sempre avuto l'impressione che fossero due cose diverse. Esistere è il cosiddetto tirare avanti, vivere è qualcosa di più.
Qua in Olanda, come in Inghilterra, non esisto e non vivo. Sono sospesa in uno stato intermedio: le condizioni economiche e lavorative sono tali che esistere è facile, ma qualcosa manca per poter definire tutto ciò "vivere". 
Probabilmente, dato come vanno le cose un po' ovunque nel mondo, è al momento attuale il massimo che posso fare.
Vorrei poterlo fare a Torino, a casa; tutto qua.

Saturday, 3 December 2011

today wake up song...

In less than a month I'll be home.
I still can't call this place home, I still feel an alien in it.
In less than a month it'll be Christmas.
I'm not going to put any decoration in my flat, but this doesn't mean I don't feel the Christmas mood slowly but surely taking residency in my heart.
I didn't feel a lot about Christmas for many years but, since Sara's first Christmas, that lovely mood of my childhood memories has come back full force.
My friend Liz has been told by her son to "turn off her Christmas music"... how? why? No, no, no. Christmas is not Christmas without Christmas songs. 
It's Christmas time and this can mean one thing and one thing only:




I just love this song! It makes me feel happy, even though it's quite sad.
Yet, I struggle with the '80s hair(lack-of)style!

Friday, 2 December 2011

Faussone, millionaires and I

Note: I didn't planned it as such, but this post has become quite long. Please, prepare yourself a cup of tea, sit comfortably, maybe get a blanket too and be patient. This post shall end too.


On Tuesday evening I was victim of a powerful "laziness" attack.
When Masterchef finished (ah, Monica and those lovely eyebrows of yours! Have I told you lately that I love you? Have I told you there's no one else above you? Elvis Costello's taking a break, so Van stepped in), instead of standing up from the sofa and go on doing something useful (ironing perhaps? Who, moi!?!?!), I somehow find myself still sitting on the sofa, shaping it into the likeness and image of my derrière.
That's how I ended watching the first part of a series of 3 documentary by Vanessa Engle, focused on the topic of money.
"Money: Who wants to be a millionaire" is about wealth gurus, those people that get rich by writing books on how to get rich, and about the people that buy into the idea these books foster. Sometimes it works; 99% of the time it doesn't, ending up with people in big debts and wealth gurus in Lamborghini.

It was a very interesting, yet frightening, documentary.
All the gurus interviewed base their "philosophy" on the fact that everything is possible, there is no limitation but the one we pose to ourselves and that getting rich is easy peasy and once you reach that amount of wealth, 
"life is just a long party", as one of those who did get rich says.
But getting rich is not for everybody and it shouldn't as another of this new rich, a retired nurse with a 29 properties portfolio says:"If everybody wanted to do what we do the world would be very unbalanced. We need DSS tenants, otherwise we wouldn’t have those tenants in our properties.

What comes out is the description of a society where people would rather not work, stay home, living a live that resembles a long party. Who wouldn't? I'm the first one that finds herself wishing for the life of the rich: not having to worry about making ends meet. Sod the alarm, I'm staying in bed this morning. But at the end, I still get up and go on with my daily life.


I was fascinated yet really scared by the documentary.
By watching it, I'm under the impression that the best way to get rich is to write a book about how to get reach. Or run seminars on how to get rich. Or the two of them, combined with some other similar business, like the "get rich" game board.
And rest assured there will be flocks of people buying those books and attending the seminars.


The guru remarks is not just about getting rich, but also to become financially free.
So what do kids just out of school, carers and many other people from different walks of life need to to in order to become financially free?
They have to spend some quids to buy the books and then splash some other hundreds, thousands of pouds to attend seminars or pay for consultancies. 
At the seminars they learn some autotraining exercise, like repeating "I'm a millionaire" over and over in front of the mirror while massaging your ears. Or some aerobics exercise rhythmed with the mantra "I-am-rich-!"
As for the consultants, the main advice is to smile more and to be ready manage the multiple streams of investment and their returns.
Eh?! It sells that all the richness comes from buy-to-let properties.
All those who got rich through the methods proposed in the seminars are basically landlords.
Those that wants to get rich basically are landlord-wannabes.
Right, just what we need: extra-speculation on rent and properties, yet another property-bubble waiting to explode.


I found scaring that people that looked smart enough to live well and happy were ready to end up in serious debts or blew savings, whole inheritances up for something like this.


But this wasn't the most unsettling part of the whole documentary.
One of the gurus interviewed, if not the most important one, is a Mr. Kiyosaky, author of the bestseller "Rich dad, poor dad". At a seminar in London he proclaims: "The idea of going to school and getting a job is probably the most destructive thought in your brain today."
Yeah, just sit, invest on real estate and wait for the cash to roll into your pockets. Rees, barely 18, is more than ready to agree and to keep working for Homebase, while pursuing this new chapter of his life.
I honestly wished he could succeed, that he could get rich, because the path he's on looks more pointed towards bankruptcy.



His girlfriend Sarah feels the same way, her eyes seems to have the $ flashing in all the time, and sounds so dangerously convinced when she says "Unlimited income appeals to me [...] I find the whole idea of having a job is quite ridiculous."
I wish they both succeed, for their own sakes.


This disdain for working, yet the need other people do work to sustain these renting portfolios, left me feeling uneasy.
Somehow it clicked with something else happening in my life.


When I was a teenager, I read "The Wrench" by Primo Levi for the first time. I can't remember who gave me the book, it was an old hardcover, one of the first edition published in the '70s. It smelled of the basement it had been kept for some year, but I didn't mind it as it was summer and I was reading it in my grandparent's garden: the smell of the pages mixed pretty well with the one of the freshly cut grass and the flowers my granny had planted and the resinous barks of the pines nearby.


The main character of "The Wrench" is Libertino Faussone, a steel rigger that narrates to a chemist friend of his some stories of the works he did around the world, the problems he encountered, how he fixed them and how sometimes he didn't solve them.
Faussone is a worker, a proud one. He loves what he does, he enjoys his craft. He happily recalls his success as well as the times he failed. There is a tangible joy he express when talking about working, about producing something physical with your own hands.
In the book, Levi says that loving our own job is the closest concrete approximation to happiness we can ever get on earth, yet this truth is unknown to many.
Even if Faussone is described as a man in his mid-thirties, in my mind he ended up being shaped as a older version of himself, a figure that took a lot from my grandparents.
In my mind, Faussone had same strong hands of my granddads, the same resistance to hardship of my grandmothers. He had the commitment of my mum, and the proudness of my dad. To me, he was alive in the pages of the book and outside of them, as he seemed to reflect perfectly so many people around me.


I grew up in a family of workers, where everybody worked since a very young age, where it was important that the new generations could get better jobs and better working condition. 
Having a job was considered important and I was taught since a early age of the importance of money. But that importance had implication: money doesn't fall off the sky, nor it grows on tree. "Money doesn't happen, money is the result of working. Money has to be earned". It was like a mantra and even today I feel extremely conscious with my spending. Even when I "splash" out money, I do it considerately, after having some maths done in my head. I'm not able to use a credit card, unless I'm sure I have enough money by the end of the month (no minimal payments for me, thanks).
When I was 16, I wanted a Swatch, they were so popular back then. The one I wanted costed 50 thousands lire and I spent months stopping in the shop in Via Roma, looking at the watch, at the price tag, thinking about it and then go home. When I finally stepped out of the shop with the watch at my wrist, my hands were shaking, because I had spent that money, just like that. 


Still, working was the key of everything.
Working ennobles the man (and the woman) has never been just a saying at home, more a modus vivendi. 
When I was out of job, I felt incredibly bad, depressed, anxious, powerless and, above all, lost. I was not able to function properly anymore. That part of me that kept complaining about work had nothing to be grumpy about and I had moment of pure desperation thinking of what could become of me if I kept being unemployed. I was out of jobs for barely 3 months, but it was more than enough to drive me up to the wall (and my mum too, as she had to endured most of my rants and mood swings).


Nowadays I got a job and I wish I could say I love it, I wish I could feel the same kind of pride Faussone did. It's very hard, not only because it's unlikely for me to see the end results, the product, my work has helped to create, but mainly because offices are realm of managers not real workers. I think there are more manager than the rest: meetings, power point presentation, excel charts with pie and bars, I struggle to feel proud and it makes me sad. Especially if I think about the proud I felt at times in the past for the job I've done. It's the same job, even though in a different field, and even if better paid than in Italy, I find myself more and more thinking about the feeling of getting my job done "back in those days", how a mail of Dj, my manager in India, complimenting the team for the work done made me hilariously happy.
I keep working hard and I still try to do my best; and yes, I still get upset too often when I see things not changing, but looping in managerial mails. I have been told repeatedly not to get too involved in the job, to not care too much. I tried to, but most of the time I fail. Because Faussone is so much into my head, I find it hard to detach from it, to not care. 


And maybe it's because of Faussone I feel the need of making: knitting, baking, anything that will end with some material results in my hands.
I got more compliments for the canestrelli I brought to work today, than for any real result my work ever managed to produce. I wish I could feel as much proud and happy about my job as I do about my canestrelli and baking.


Maybe this is the reason why I found the documentary uneasy. If a pile of money were to fall on my lap tomorrow, I probably would open my own patisserie, rather than partying for the rest of my life. Oh yes, I do hope to retire at some point, if you wonder, but work is still essential to me.


Yet more and more I can see people preferring these easy routes advocated by gurus and advisors or just showing up at work. It's an easy path, the temptation is strong, but why so many people decide to take it? I know it's my family legacy, alongside Faussone, blocking me from taking that path, but after watching "Who wants to be a millionaire?" I can't see what captivated Sarah, Lee and the many like them. I can't understand them.
Partly I envy them.
I wish I could have the same strong (blind?) faith they have in their future success, in their path of life and the decisions they take in order to reach their objective.
Partly I think they lie, to themselves firstly. 
What those books advice is common sense on one side and reckless speculation on the other, a dangerous combination not everybody can handle.
Mainly I believe I rather go on with a life where work is present, trying to be proud of what I do, maybe in the hope of really enjoying it again in the very next future. Well, as long as the job doesn't involve ironing!

Thursday, 1 December 2011

Mamme e libri

Il mio ufficio non è molto rumoroso, ogni tanto qualcuno chiacchiera con il vicino, ma il suono predominante è il rumore delle dita che passano sulle tastiere dei pc. Nulla di più, poco o niente a rompere la monotonia.
Oggi ci ho pensato io a rompere questa monotonia: mi sono cadute le braccia. Si sono staccate di colpo e sono precipitate a terra con un tonfo che è echeggiato per tutto il secondo piano.
Così imparo a leggere i giornali italiani. So che non devo farlo, eppure continuo imperterrita. E capito su articoli che parlano di un altro articolo, pubblicato su quel giornale illuminato altresì noto come "Libero". Il titolo dell'articolo è già un programma: "Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli". Una veloce ricerca sul cognome dell'autore e viene fuori che potrebbe essere il fondatore di Home Depot (il Brico americano), oppure un concorrente della 10.a edizione di American Idol. Invece, controllando meglio, viene fuori che è un giornalista. 
O meglio, viene fuori che scrive e viene pubblicato su dei giornali.

Se voleva causare una diatriba e ottenere i suoi quindici minuti di celebrità, direi che ci è riuscito benissimo. Nell'articolo il nostro isola la causa prima del problema della natalità in calo in Italia: l'istruzione femminile.
Ebbene sì, se togliamo i libri dalle mani delle donne, ecco che inizieranno a figliare come conigliette (non di playboy, però...)  e la patria sarà salva e al riparo dall'invasione delle barbariche orde straniere.
D'altro canto, le sue farneticazioni sono supportate da uno studio dell'università di Harvard, anche se non c'è nessun riferimento al titolo dello studio. Ma vabbè.

Una volta che mi sono riattaccata le braccia al tronco, ho pensato se arrabbiarmi o meno, se lanciarmi in una sfuriata o meno.
E' meglio seppellire certe cazzate sotto un oceano di silenzio o no? 
Sono fisicamente e mentalmente stanca in questo periodo. Quindi, se da una parte non mi è rimasta che una vaga parvenza di pazienza, dall'altra, davvero, oltre a farmi cadere e riattaccare le braccia, non ho la forza per fare altro.


Sì, parte di me si incazza a leggere certe cose, ovvio.
Ma ***** *******! C***o! Com'è possibile oltrepassare la soglia del terzo millennio e dover leggere ancora cose simili? Dal letame nascono i fior, ma anche degli articoli allucinanti.

Il problema non è la mancanza di sussidi alle famiglie.
Il problema non è la carenza di strutture pubbliche e/o per asili nido e materne.
Il problema non è nemmeno una situazione del mercato del lavoro talmente fuori controllo da non tutelare nessuno, mamme e future mamme in primis (lettere di licenziamento in bianco da firmare prima di essere assunte, donne licenziate perché hanno osato rimanere incinta). O la quantità di diseguaglianze che crepano il tessuto sociale e che non permettono a molti di fare ciò che desiderano, indipendentemente che si tratti di un lavoro o di avere una famiglia.


Il problema non è nemmeno il fatto che se non hai dei nonni che possono fare da baby sitter, uno dei due genitori deve lavorare per pagarla, la baby sitter. E l'altro per mantenere la famiglia.

Il problema non è nemmeno che in questo discorso i padri sono assenti. Oh, sì, ci mettono del loro all'inizio, ma poi scompaiono dall'equazione come se crescere dei figli fosse un compito esclusivamente delle madri.


Le cause del calo demografico che si registra in Italia secondo questo modo di "ragionare" non sono le carenze sociali, economiche e culturali del nostro paese.

No, la ragione prima è che ci sono le biblioteche! Le librerie! E sono piene di libri!!!
E ci sono certe sovversive, terroriste dell'ordine sociale e costituito che questi libri li aprono pure! E li leggono!!! E magari li rileggono pure, queste svergognate!

Come Adriana, quella sovversiva di mia sorella. Declamatrice di insulti di Monkey Island, un caratterino tale che mio cognato sarà fatto probabilmente santo ancora in vita, mia sorella è, fra le tante cose, una lettrice accanita. 
A 8 anni ha sgualcito "Cipollino" di Rodari a forza di leggerlo.
A 14 anni alternava Stephen King a Milan Kundera. Mai capito quale preferisse.
A 18 anni andava in giro con almeno 2 o 3 tomi della "Recherche" di Proust. Uno lo leggeva, gli altri li aveva già letti ma ogni tanto ne rileggeva un passaggio, così, perché le girava di farlo.
A 18 anni, non solo lo leggeva, ma lo capiva pure, Marcel.


Mia sorella è, fra le tante cose, la mamma di Sara, Davide e Ilaria. Forse è un bene che legga così tanto altrimenti, a quest'ora, mi sarei ritrovata con una squadra di rubgy come nipoti!


L'articolo mi ha lasciato una rabbia sorda, inespressa perché mi risulta difficile trovare le parole giuste. E alla rabbia si mischiano la tristezza a vedere lo stato delle cose e a sentirmi impotente, incapace a cambiare le cose e questa frustrazione mista a disillusione che provo troppo spesso, quando penso a certi argomenti.


Cosa rimane da fare? Stare zitti e accettare, come suggeriva un noto cartoonist tempo fa? Arrabbiarsi? Protestare? 


Non so, per ora vado a leggere un po', alla ricerca di parole intelligenti. Oggi se n'è sentita la mancanza.