Saturday, 29 December 2012

il Foresto

E' arrivata all'improvviso, spuntata com un fungo di notte, piazzata lì in mezzo alla rotonda un giorno di qualche anno fa, poi non se ne più andata via: e come avrebbe potuto, d'altro canto? Ha le gambe, ma pur sempre una statua è, come direbbe Yoda.

Per anni, ogni volta che io, uno dei miei parenti o amici siamo passati davanti a quel coso piazzato nel mezzo della rotonda del Mercatò, la domanda è stata sempre una e una sola: "Ma che c@$$* è!?!?"

Ovviamente le opzioni si sprecavano:
- un operaio Fiat
- Mastro Lindo
- Mastro Lindo con un turbante
- un ciclista
- uno scalatore
- un giocatore di hockey
- un sopravvissuto a Chernobyl
- un ciapa puer

Qualunque cosa fosse, me lo sono sempre lasciato alle spalle con una serie di convinzioni precise: è una schifezza, la peggiore conseguenza del proliferare di rotonde nella provincia torinese, il miglior incitamento a una nuova ondata asfaltizia, sperabilmente alta almeno una decina di metri, in modo da ricoprire l'omuncolo del tutto.

Oggi pomeriggio ci sono ripassata davanti mentre andavo a trovare mia zia Lucia.
Mia mamma si è chiesta di nuovo cosa fosse il coso e io ho fatto una cosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: ho cercato su internet.
E ho scoperto cos'è il coso!!!

Il primo risultato che mi ha sputato fuori il motore di ricerca era una discussione su un forum. Il titolo della discussione era già un programma di suo, una dichiarazione di ciò che mi aspettava: "architettura dell'orrido".

Direi che il Mastro Lindo con turbante si inserisce a pieno titolo in una discussione simile e, sorpresa!, grazie alla discussione scopro che ha un nome, e soprattutto ha un autore, una mente che l'ha creato! Ha pure vinto il secondo premio di un concorso d'arte.

Non è Mastro Lindo e nemmeno un ciclista, anche se ora gli hanno messo le decorazioni natalizie sponsorizzate da un gruppo di ciclisti e quindi assomiglia davvero ad un ciclista! Un ciclista con bastone, ma pur sempre un ciclista, anche se in realtà si tratta del "Forestiero". O "Stranger" che fa più figo e si può rivendere a livello internazionale.
La statua di suo è costata a quanto pare 42 mila carte più qualche altro migliaio per l'installazione.
Rincuorante, tenendo in considerazione che ad attraversare Pianezza ti fai un bel massaggio alle chiappe, visto lo stato pietoso in cui versano le strade. Probabilmente i soldi per il loro mantenimento sono stati spesi in altri più alti e artistici modi.

Mio nonno non si fidava mai dei foresti. A guardare il foresto della rotonda del Mercatò, penso che nonno non avesse tutti i torti...

Thursday, 27 December 2012

iGirl???

My plan for the world conquest and universe dominion haven't done many steps forward recently.
The problem, I think, has something to do with the fact I don't really plan and, those few times I actually do, I suck at the practical part of it, when I am supposed to put the plan into place.

As an example, let's have a look at my plan: "Christmas shopping complete by December 20th". It failed. Miserabily. Again.
Maybe I should specify which year December 20th refers to; anyway, on Christmas Eve I was browsing through the aisles of a toys supermarket, looking for a present for Ilaria, my youngest niece.

I wanted to get her a piano keyboard. Last time I went for a coffee at my sys', Sara played me some songs on her piano then sat Ilaria on her lap and they started improvising something that could be defined as "post-atomic-deconstructivist jazz".
I gathered my sister would be fine with the present as long as it got a on/off button.

So there I was browsing and mumbling, mumbling and browsing, wondering when soft toys did turn so ugly when I finally got to the music instrument section and saw this.


Ok, I get it: pink for girls, blue for boys, god forbid anybody should prefer green or red.
Yeah, I know: my niece is a blonde, god forbid that aside that lovely smile and eyes she's got she might develop a critical thinking mindset, let's dumb her down from the beginning so let's have her play with a pink keyboard for a while, as long as she doesn't get distracted from the nearby washing machine & ironing set, in (needless to say) matching pink colour.
But really: iGirl? For effin' sake, what does iGirl mean??? And where is the iBoy keyboard to match!?!

For a split second, I was seriously tempted to take one of the keyboard from the stack, find the closest shop assistant and subject him/her to a severe interrogation on the meaning of naming a game iGirl.
Only the fact I wanted to get out of the shop and away from the shopping dash madness made me change my mind. Yet, I kept thinking about that seemingly innocent toy that is nothing but a small piece in the machinery that makes the notion of gender-based toys acceptable, so to remember to all of us, since the first steps, that our roles are fixed and perpetuated by old chauvinistic traditions.

I bought another kind of piano keyboard, boring white and with on/off button, hoping that Ilaria can get away from this kind of gender traps for as long as she possibly can. I hope that with a brother putting a ballerina dress on Spiderman and a sister playing with dragons, she's got some good chances at that.

Wednesday, 26 December 2012

Joe e Geniu

Dieci anni fa Pechino era bianca di neve, la poesia scivolava via sulle lastre di ghiaccio su cui derapava pure la mia bici di ennesima mano.

Era Natale ma io non mi sentivo di festeggiare. Mio nonno se n'era andato. Non c'era più. Mamma mi aveva chiamato: era un mercoledì e io mi stavo preparando per andare a una festa di Natale con altri studenti italiani.

Da quel giorno fino a Natale, tutto mi era passato accanto senza che io me ne rendessi effettivamente conto. Non avevo soldi per tornare in Italia, ero a dieci ore di volo e non riuscivo a sentire nulla. Dieci giorni dopo anche Joe, che io non ho mai conosciuto se non dai cd, se n'era andato.

Nonno Eugenio se n'è andato in punta di piedi quel dicembre ormai lontano. Nella scrivania della mia stanza al dormitorio c'era l'inizio di una lettera che non avevo fatto in tempo a finire: sarebbe stata la terza che avrei dovuto spedire a lui e nonna e che invece è rimasta in quel cassetto per sempre. Ancora oggi, quando penso a mio nonno, la sua morte mi pare irreale: ho il suo ricordino con le date scritte, ma non ero al suo funerale e questo sembra togliere a questo fatto consistenza.

Per i due anni successivi la sua morte, mi sono sorpresa a pensarlo ancora vivo, incapace di rendermi conto per davvero di ciò che era successo. Quando l'ho capito, le dighe si sono rotte e ho pianto. Finalmente.

Oggi a dieci anni di distanza, il ricordo di nonno Eugenio si è mescolato stranamente a quello di Joe Strummer. E' strano, perché erano uomini di generazioni, modi di essere e stili di vita completamente diversi. Credo che si fossero trovati insieme in una stanza non avrebbero trovato un solo punto in comune. Pure sulle sigarette non si sarebbero trovati d'accordo.  Un bersagliere e un busker, insieme.
L'idea mi fa sorridere, e i sorrisi rendono la mancanza più sopportabile.

Riassunto di Natale e dintorni

Sono sopravvissuta a diverse cose negli ultimi giorni; in primo luogo sono sopravvissuta a me stessa, il che, considerato il mio alto grado di pericolosità (sia in statico che deambulante) è già di suo un risultato strepitoso.

Più che ai Maya, venerdì sono sopravvissuta a diversi caproni al volante, gente che evidentemente ha scambiato le strisce pedonali per addobbi natalizi monocromatici. La gente era parecchio nervosa in giro, correvano tutti o forse era solo un'impressione: forse sono io che ho ormai assunto un passo da lumaca.

Il weekend è passato veloce e felice: Flavia e Rob hanno fatto una breve tappa a Milano prima di proseguire per Firenze. Abbiamo passato sabato pomeriggio a zonzo per Milano e ci siamo presi un caffè insieme domenica prima di prendere i nostri treni. Milano in buona compagnia risulta più bella.

Vigilia e Natale sono passati veloci e confusi. A casa mia il Natale non si sente molto, non siamo una famiglia classica da cenone e messa di mezzanotte. A chi mi dice che in quanto non cattolica non dovrei nemmeno festeggiare, come al solito mi parte la ramanzina sul fatto che gli aRissogatti festeggiano la versione più libera da ipocrisie del Natale: noi festeggiamo il consumismo più becero e il riunirsi in famiglia, non necessariamente in quest'ordine. Poi basta aver letto anche superficialmente le pagine dei quotidiani degli ultimi giorni per avere una vaga idea di quanto amore fraterno sprizzi dai pori della chiesa cattolica, quindi preferisco evitare ipocrisie sullo spirito natalizio e buttarmi su uno spirito più materiale, e al gusto ciliegia:

Stock Cherry

Natale è passato, con l'albero con le luci accese, Ilaria che batteva a casaccio tasti della sua pianola, Davide che batteva i record di surfisti mangiati dagli squali (solamente giochi educativi per il pupo di mezzo) e Sara che tesseva le lodi di polenta e merluzzo.
Nel frattempo papà viziava un nipote a caso (quello che trovava libero o non impegnato a mangiare cioccolatini) mentre Ciccio cercava di montare la pista degli zhu-zhu pets. Quando l'ha finalmente finita era arrivato il momento di smontarla per portarsela a casa, ma questi sono dettagli insignificanti.

A una certa ora mi sono messa a lavorare sul mio scialle mentre alla tv piovevano polpette.
Poi sono andata a dormire e stamattina tutto sembrava già un ricordo lontano, inghiottito dalla nebbia che non sembra volersene andare via.

Monday, 17 December 2012

ciò per broca

La leggenda familiare narra di una perplessa sorella minore, cioè Adri, che si domandava da dove venisse esattamente Arbore.
Occhiata perplessa di mamma, che non si capacitava dei dubbi della rampolla più giovane.

L'aveva cercata sull'atlante, ma non l'aveva trovata, Poltiggì, affermava Adri.
Occhiata ancora più stralunata di mamma: Poltiggì?!
Certo, la canzone che davano alla radio non diceva forse "vengo da Poltiggì?", argomentava Adri, anche un po' arrabbiata perché non piace a nessuno non sapere le cose e men che meno vedere la propria madre sciogliersi in un raptus di risate isteriche.

"It l'has capì ciò per broca", cioè hai capito male, è una delle frasi più pronunciate a casa mia. Seconda solo a "t'it ses propi 'n/'na balengo/a".

E' solo uno dei molteplici casi di ciò-per-brochismo che costellano la storia famigliare degli aRissogatti. Sospetto che sia una condizione genetica ereditaria.
Non è che siamo proprio proprio scemi: solo che ogni tanto, beh forse anche troppo spesso, le sinapsi sono troppo impegnate a ballare la macarena per fare contatto fra di loro.
Il momento della figuraccia è sempre in agguato. Il fatto che nessuno sia presente fisicamente a testimoniare l'abissale figuraccia appena compiuta è ininfluente: arrossisco fra me e me, sempre fra me e me mi dò della balenga e dopo ci rido un po' su.

Ecco, quello che è successo stamattina si può facilmente classificare nel ciò-per-brochismo 2.0: ero sul treno che tornavo a Milano e leggevo distratta le notizie mentre facevo un po' di maglia.
Notizie di politica, tecnologia, l'importanza di avere l'agenda digitale nel decreto di sviluppo.

E fra me e me ho pensato (e meno male che ho pensato fra me e me, ché il treno era pieno stamattina!!!): "Ma perché?!?! Una moleskine settimanale non va bene? Devo per forza averla digitale l'agenda? E se gli appuntamenti dal dottore e dal parrucchiere me li volessi ancora segnare nero su bianco con una bic???"

Balenga. Colorito rosso peperone diffuso sulle gote.
Insuperabile balenga. Il rossore è in espansione rapida fino alla punta delle orecchie.

Non so da quanto tempo, ma è decisamente da un bel po' (da sempre?) che inconsciamente identifico l'agenda digitale con un palmare o con il calendario del Mac.
Sono andata a controllare il sito dell'agenda digitale italiana: non l'ho letto tutto, la cabina di regia non l'ha disegnato molto interessante, è un po' ingessato e per fortuna non ho problemi di vista perché è scritto tutto con lo stesso minuscolo carattere.

Cosa cambia adesso? Nulla, suppongo: ho letto tante parole istituzionalmente corrette, ma fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, un'elezione a febbraio e chissà cos'altro.
Quindi, per il momento penso sia più saggio continuare a preferire la mia agendina di carta.

Saturday, 15 December 2012

Biglietto di Natale

L'altro ieri parlavo di quanto fosse difficile per me vivere lo spirito del Natale, a meno che lo spirito non sia un paio di bicchieri di Auchentoshan.
Troppe cose nel mondo mi fanno pensare, stonato nel mare di volemose bene e nei monti di siamo tutti più buoni. La conseguenza principale di tutto ciò e la sua valvola di sfogo coincidono: ho il vaffanculo facile in questi giorni, estremamente facile e in una serie di colorite e poco eleganti variazioni sul tema.

Il cinismo è facile; non chiede molto e chiede altrettanto poco. Poi però succede che una sera, incarognita come poche altre volte sulla metro, tanto che mi sembra di avere un'aurea da supersayan, ecco che l'occhio mi cade su un cingueggio di twitter, con un link.
E' la storia di un'ottantasettenne statunitense, Patsy Roberts: per anni ha conservato i biglietti che le spedivano parenti e amici, pensava di leggerli quando avesse sentito che la sua ora si stava avvicinando, un modo per ricordarsi delle persone incontrate durante la vita e tutto l'amore che circonda queste persone.
Poi è arrivato l'uragano Sandy che le ha letteralmente portato via questi biglietti. Completamente distrutti.
Suo genero ha postato un appello su faccialibro per far arrivare a Patsy dei biglietti per Natale e la storia è finita sul Daily Beast. Io la leggevo sulla metro e per poco non mancavo la fermata.
Sono entrata in casa, preso carta e penna e ho scritto a Patsy.
Quando ho finito di scrivere e chiuso la stilografica, ho guardato la lettera indirizzata a Patsy. Ho sorriso.

Sono ancora un Grinch che mal sopporta il Natale, ma un po' più in pace con l'umanità. E' il mio regalo di Natale a me stessa.

Friday, 14 December 2012

Le parole sono importanti

C'aveva ragione,  Michele Apicella.
Come parla??? Le parole sono importanti!

Sono importanti le parole, non andrebbero sprecate, non andrebbero gettate via senza pensare bene a cosa vogliono dire, non solo per noi, ma per il mondo che ci circonda.
Così, mentre spero che qualcuno stia mostrando in questo momento a Ratzinger una lista dei conflitti in corso e gli spieghi cosa significhi pace per chi vive la guerra, io passo un po' della mia pausa pranzo a provare il generatore automatico di ferite del papa.

Thursday, 13 December 2012

forno, biscotti e spirito natalizio

"E' il periodo, sai, che rende tutto così", mi dice il tassista che mi riaccompagna a casa.
"L'inverno? La crisi?" chiedo io.
"Mah, anche… ma io parlavo del Natale, in realtà. Ma spostati, brutto idiota!"
"Ah già, il Natale"

A giudicare dalla gente che corre tutto intorno, gli insulti che il tassista lancia in ogni direzione e gli incidenti quasi sfiorati e di poco evitati, il Natale nuoce gravemente alla salute.

Negli ultimi anni, negli ultimi 7 direi, da quando è nata Sara, il Natale lo sento di più: è il mio ruolo istituzionale di zia a volere così, ma quest'anno sto facendo davvero fatica a entrare nel giusto spirito, aspetto il momento in cui mi trasformerò in una Bridget Jones completamente ubriaca da cuneesi al rum che insulta i vicini venuti a fare gli auguri.

E' di nuovo un Natale in cui prenderò la valigia e tornerò a Torino a passare le ferie dai miei e oltre alle visite parenti dovrò sorbirmi, come è capitato negli ultimi 5 anni, di sentirmi le solite frasi fatte: "Ah, se abitassimo più vicine", "Non ti fai mai vedere", "Fammi sapere se organizzi qualcosa quando ritorni che ci vediamo".

E' difficile contrastare il cinismo, la frustrazione, la rabbia, a volte non bastano nemmeno i sorrisi dei nipoti a frantumare il cemento armato che corazza l'anima. 

E allora che posso fare?
Semplice, inizio con un'infornata di canestrelli!

Keep calm and bake canestrelli

Perché???
Semplice, innanzitutto perché è scientificamente provato che il forno a 200°C, magari non scioglie, ma per lo meno ammorbidisce lo scafandro di incazzature quotidiane. In più il forno pieno di canestrelli dona alla casa un piacevole profumo "colesterolo alle stelle e le calorie non contiamole, và".
E poi avevo accennato a Federica che avrei portato i canestrelli sabato a Wool Crossing e, considerato che i canestrelli sono al loro meglio un giorno dopo essere stati sfornati, stasera era il momento migliore.

E poi? E poi bisogna leggere delle cose belle, di quelle che ti fanno sorridere nonostante tutto, ma adesso è tardi e allora ne riparliamo domani.

Friday, 7 December 2012

Ma che?!?

Ieri sera ad aspettarmi a casa dal ritorno da Atene c'erano bolletta della luce e internet. Ah che bello sapere che c'è sempre qualcuno che mi pensa nonostante tutto.
Ho tirato tardi, anche se con le orecchie fischianti e gli occhi doloranti, perché sono un po' pirla secondo gli standard italiani e ho voluto comunque fare bene il mio lavoro, finire quel che c'era da finire e non lasciare altri nelle piste. Se "gli altri" si comportassero così con me, forse non dovrei lavorare fino a mezzanotte.
Vabbè.
Stamattina mi sono svegliata ancora un po' con la luna storta per via di questa storia e mentre preparavo la colazione ho iniziato a leggere i giornali.

Non credo di aver capito bene cosa è successo negli ultimi giorni in Italia e in parlamento.
Non sono nemmeno sicura di volerlo capire, perché si ridurrebbe alla solita storia "all'italiana". Fra i soliti idioti e populismo stellato avrò bisogno di uno scafandro per avvicinarmi al seggio...

Thursday, 6 December 2012

Kalispera

cartolina da Atene

Fuori dall'aeroporto di Atene:
Io: "Hello, I need to go to the Hotel Intercontinental"
Taxista: "I know"
e io penso "Davvero?"
Taxista: "Where are you from?"
Io: "Italy"
Taxista: "I know"
e io sospetto che sia un agente inviato da mia mamma per tenermi d'occhio

Già dal mio primo scambio di battute in terra greca, ho capito che i miei tre giorni ad Atene sarebbero stati interessanti: tre giorni scarsi ma intensi, passati per lo più a lavorare molto e a dormire poco.

La prima sera ad Atene è stata uno shock.
Sono arrivata già stanca lì e con le orecchie che fischiavano per via della pressione dell'aereo: volevo solo distrarmi, non pensare a nulla di serio, godermi qualche ora di tranquilla ignoranza.
E invece no, Atene ha scelto di mostrarmi la più vera faccia di sé.
La capitale di un paese nel vortice di una crisi economica senza apparente soluzione nel breve-medio-lungo termine, non è il posto migliore per distrarsi.

Mentre camminavo verso il centro continuavo a ripetermi che il mio albergo era un po' fuori mano e questo spiegava ciò che mi scorreva davanti agli occhi: una sfilza ininterrotta di negozi chiusi, alcuni da così tanto tempo da essere sommersi da più strati di polvere, i giornali alle vetrine con date del 2009; le vie scure, tetre, con pochissima illuminazione; poca gente fuori e nei locali; ristoranti con poca gente e camerieri che vanno avanti e indietro per sembrare occupati, come terrorizzati che poi qualcuno scopra che di lavoro per così tanta gente in quel locale non ce n'è.


Vedere l'Acropoli illuminata di sera è uno spettacolo mozzafiato eppure non sono riuscito a godermelo, sembrava l'aria fosse imbevuta di angosce e rabbia in attesa di esplodere. Ma anche di indifferenza, poco rispetto per le regole, menefreghismo e poca empatia per chi ti è accanto.
Strano, perché poi sono entrata per caso e per fame in un ristorante (quasi vuoto) e mi sono trovata a chiacchierare con il cameriere in maniera tranquilla, come se le preoccupazioni per la crisi e il futuro fossero rimaste fuori dalla porta.


Ieri non è stato un gran bel giorno, ha piovuto a lungo: pioggia e nuvole hanno reso la città ancora più tetra e si respirava un'aria malinconica un po' ovunque.

It ain't easy being green


Io: "I am looking for the post Office"
Guy in the street: "I know"

Commessa: "Kalimera, qualcosa di incomprensibile in greco"
Io: "Sorry, but I don't speak Greek"
Commessa: "I know"

Ancora no l'ho capito: lo fanno apposta o c'è lo zampino di mia mamma?!?

Non so se si tratti di una traduzione letterale di qualche modo di dire, una specie di "allora" oppure il temibile "no, niente" che tanti lutti ahli achei forse no, ma all'italiano. oppure è onniscienza dovuta all'essere la culla della civiltà, ma ogni volta che aprono bocca, il tassista, il cameriere, il commesso, il greco per la strada sapevano.
E io avrei voluto chiedergli come facevano sapere tutte queste cose di me.

Sono volata via, cosciente di aver imparato alcune cose importanti, come ad esempio il fatto che i greci ci assomigliano, nel bene e nel male. E poi la gente si "stupisce" se i nostri due paesi sono quelli dove la corruzione viene percepita di più. Ma va?!?

Ma la cosa più importante che ho imparato è che gli occhi di un coniglio sono diversi da quelli di un gufo. Me l'ha detto il cameriere del ristorantino vegetariano. Ora lo so anch'io.

Wednesday, 28 November 2012

My first Christmas present


While people have started going all festive, Christmas decorations and advertisement have started popping up like mushroom, I made sure to be on the other end of the whole thing, the nice part where you get presents.

Yes! Not even December and I already got my hands on my first Christmas present.
It was a nice package delivered to my place beginning of this week. Oddly enough the Italian postal service didn't "misplace" it as they do sometimes for other parcels. One might wonder why...

I know why! Because it was a Marmite present! Zain saw it in a shop and I bet it didn't take him long to convince his ever-so-conniving-mum Beth to get it and ship it over to Italy.
Now I got a nice 2 teaspoons and 1 spread knife Marmite set, with 3 heart-shaped single shot of Marmite.
I will save the Marmite for better times: maybe for when Zain, Jamil and Beth visit Milan next time, or maybe it's really time to experiment with some Marmite baking, who knows!?

A clash of civilizations

And if you wonder whether I'm barking mad right now, well of course I am, but not cause of Marmite. The spread I love to hate is, in this case, a simple mean to remind me how lucky I got to meet such fantastic people in the UK. 

Tuesday, 27 November 2012

Porci e squali

Tornare a Torino è sempre bello.
E' bello perché è la mia città, perché ci sono gli amici di sempre e perché ora ho delle nuove amicizie, dei germogli che mi piace coltivare

In più tornare a Torino è un tuffo a piedi giunti in quell'oceano di surrealismo balengo in salsa gianduia che solo la mia famiglia sa offrirmi.

Succede sempre qualcosa di assurdo o strambo. La scorsa settimana sono arrivata a casa dei miei per l'ora di pranzo e la prima cosa su cui mi sono caduti gli occhi è stata questa:

perle ai porci


Non bastava il fatto che i miei si fossero comprati un porco di gesso, adesso era pure vestito!
"Mamma, perché il porco di gesso ha un tuo cappello?"
"Primo: chiamalo maiale, ché porco è offensivo e ci rimane male..."
"Ma è un porco di gesso! Con un tuo cappello!"
"Ma-ia-le di gesso. Secondo, così non prende freddo."
"..."
"Non trovi gli doni?"

Poco più tardi, mio nipote sta giocando a un gioco sull'iPad in cui fa lo squalo cacciatore.
"Guarda nonna!"
"Davide, lascia stare le meduse che ti irritano! Piuttosto, mangia il surfista"
"Così!?"
"Amore di nonna, che bravo che sei!"

Tutto normale sul fronte famigliare.

Sunday, 25 November 2012

Enrico, mi manchi

Io di Berlinguer ho ricordi televisivi e scolastici.
Di Berlinguer mi è rimasta un'idea in bianco e nero, frutto di foto dei libri e dei giornali, spezzoni di comizi e interviste.
Mi sono rimasti i sospiri dei miei genitori, ogni volta che si parla di politica. Rimpianti per quello che sarebbe potuto essere e che invece è stato altrimenti.

Ieri sera ero a casa dai miei. Mio padre parlava di andare a votare alle primarie.
L'ha detto storcendo la bocca. Poteva essere un effetto delle medicine post chemio, ha sempre la bocca un po' schifata papà da quando è in chemio.
Oppure è una reazione all'idea di andare a votare e scegliere fra il meno peggio e il meno meno peggio.
Oppure tutte e due.

Su RaiTre, Blob proponeva spezzoni di Berlinguer e delle primarie.
Mia mamma ha commentato: "Si sta rivoltando nella tomba".

Mio padre stasera è sdraiato sul divano. Non è andato a votare perché non stava benissimo oggi. Sta guardando la TV: a LA7 hanno appena presentato la "musa della sinistra italiana", Alba Parietti.
Per evitare problemi legali, non descriverò le reazioni, specie quella di mia madre.

Di lui ho ricordi televisivi e scolastici, ma stasera mi manca tanto, l'Enrico.

Lezione di economia da tram

Ieri sera la via del ritorno dal centro verso casa è stata piuttosto lunga: manifestazioni varie ma anche e soprattutto la GTT ci hanno del messo del loro.
Quando l'autista del 15 ci ha scaricato alla fermata di Corso Trapani per aspettare il tram successivo, è scattata la rivolta popolare.
Oddio, la rivolta popolare sabauda.
"Oh, ma insomma!"
"Oh, ma basta"
"Minkia oh! Cioè no, niente allora, ma che cazzo ho pagato il biglietto a fare, oh! devo andare al buling oh!"

Fino a quando una voce si alza, quella di un signore anziano: "Questi giovani! Andassero a manifestare sulle rotaie del tram!"
Una serie di occhi al cielo dimostrano una certa unione transgenerazionale.
"Bisognerebbe mandarli in miniera, ecco! Bisognerebbe mandarli tutti a zappare la terra in miniera come si faceva una volta!"

Ecco, non sono arrivata a casa prima, ma forse ho capito uno dei problemi alla base della crisi del settore minerario...

Wednesday, 21 November 2012

Dantes inception

The other night I was thinking about "Inception", the movie by Christopher Nolan with Michael Caine and Leonardo Di Caprio.
This movie holds 2 unshakable truths to me.
The first one is one of the line of the movie: "An idea is like a virus. Resilient. Highly contagious. And even the smallest seed of an idea can grow. It can grow to define or destroy you."

The second one is that Christopher Nolan should seriously reconsider the length of his feature films. I loved "Memento" and kept up with "The Prestige", but the whole Batman thing was too much for me to process while keeping awake at the same time. 

Anyway, before loosing track of what I meant to say, the quote about idea being viruses is true. When a notion gets implanted in my brain, it just sticks to its cells: a dangerous situation given my slight inclination towards obsessive-compulsive behaviours. The only idea or suggestion I proved quite resistant to is "Isn't it about time for you to iron all that stuff on your chairs?"
My brain quickly process an answer that sounds more or less like a "Yes, maybe, perhaps, nah, I'll do it tomorrow", before dismissing the whole idea and going back to what I was doing before.

So last Saturday afternoon, sitting at the Triennale with some other girls, we were complaining about how impolite and rude waiters are there: I mean, man, slow down! You're a waiter not a model, so don't look offend if I don't compliment you on how cool you look today but I ask you for the menu instead.
Not sure how it happened but the topic of conversation switched from the George-Clooney-wannabe to childhood readings.

We all agree on one point: our parents were out of their mind! Can you give a 10 year old kid such dangerous material like Dickens or Alcott?!?! You allow me to read and dissolve into a pool of tears for orphans reduced to slavery by cruel masters, kids dying of poverty, hunger, scarlet fever... And then you didn't want me to watch Japanese robot anime, because they were too violent?!?!

Then we moved to some other books we read at that time, the adventure novels: Verne, Salgari, Dumas.
Here again. Muuuuum! I could read freely about Michael Strogoff's being blinded with a hot blade and yet war movie could impress me and give me nightmare!?!
It's your lucky day, I'm feeling kind enough to not call the child social service, dad!

Thinking about Dumas, I immediately thought about my favorite book by the French, "The count of Montecristo".
I have strong feeling about that novel and even stronger feelings when it comes to that pages being translated into a film. I am sure it was not a simple coincidence the fact that on Sunday, while battling and losing against a nasty cold, when I turned on the TV to search for a movie to watch I ended up looking at a beardy Jim Caviezel: we meet again, Monsieur Dantes.
So I sat, knowing I was not going to like it and at a certain point I got terribly upset and start arguing with Caviezel on the screen (I blame it on the anacin).
"You see, you're doing it all wrong! This is not what you're supposed to say!"
"Nooooo! That's not what you should do! Jeez, no, no and no again! You don't believe me? Wait and I'll show you"

I got up and spent 20 minutes looking through the books for my copy of the novel, only to realize that:
1. The book is still at my parent's place.
2. Ringing them to ask if they could send me the book via courier sounded mental to me as well.
3. I was talking to a bloody TV set! (still blaming it on the drugs in my blood)

So I sat, grumpy as ever, on the sofa, mumbling about projects of grandiose vendetta against Hollywood screenwriters while looking for an e-book on the laptop.
I kept wondering whether there's ever been a movie or tv-series that didn't put Dumas into a industrial spin. The idea was planted in my brain and it kept growing for the whole week, so that now I got a quite extensive culture on TV series based on Montecristo around the globe.
This summer I watched again the musical parody by Quartetto Cetra, with Walter Chiari as Faria.
I remember watching another TV-series inspired by Montecristo and set in Italy, in Naples and some years ago there was a French version as well.
Revenge is turning into Dallas, but inspiration is clear.

But it wasn't enough so I digged more on YouTube, read reviews, discovered musicals and cartoon and, after seeing some kind of soap opera, I might even have learned  to hold less of a grudge towards Hollywood screenwriters.

Monday, 12 November 2012

San Martino

Qualche settimana fa sul monitor appare un tweet, un cinguettio fra i tanti che appaiono ogni giorno sulla rete. Sarebbe potuto scorrere via come molti altri, invece no.  Quelle parole le ho riconosciute subito, dal primo verso so già il nome di chi le ha scritte. So già che dopo il punto finale il nome che i miei occhi incontreranno, il mio cervello processerà e il mio cuore accoglierà sarà il suo, quello di Cesare Pavese.

C'è stato un momento in cui il tempo scorreva lento, il lavoro mi stancava, e una raccolta di poesie di Pavese era sempre nella mia borsa.
La mia preferita era "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi".
Già solo dal titolo, qualcosa mi affasciava e mi teneva legata e avvinghiata a quelle parole. Rotolavano impetuose, scivolavano languide. Le leggevo e rileggevo in una voce non mia.

Cesare lo leggevo, spesso non lo capivo, altrettanto frequentemente lo comprendevo fin troppo bene e mi spaventavo. Leggere le poesie di Pavese mi stordiva, troppe emozioni e sensazioni in un solo verso e mi trovavo indifesa.
Io e la poesia non abbiamo mai avuto un buon rapporto, non la capisco sempre, anzi quasi mai: alle superiori e all'università mi guardavo intorno e mi domandavo cosa avessero queste persone che si emozionavano alle poesie, che le scrivevano o recitavano. Le invidiavo e mi domandavo come mai non potevo avere la loro stessa sensibilità.

Poi ho iniziato a leggere Pavese e Pavese mi ha insegnato che è ok, va bene non capire la poesia, perché la poesia non deve per forza essere capita (anzi, non mi fido di chi capisce tutte le poesie sempre e comunque, a meno che non sia un liceale interrogato dal prof di italiano, e in quel caso è una bugia al fine della sufficienza).

A rileggere quelle parole sullo schermo, ho provato nostalgia. Una sensazione dolce e amara a pensare a un periodo differente, quando tenevo Cesare in borsa, avevo un abbonamento mensile della GTT e pensavo la vita mi avrebbe portato in tutt'altra direzione.

Nostalgia per la mia città, che è così bella e che mi manca così tanto, ma dove ormai non posso che tornare ogni tanto, anche se mi ritengo fortunata perché posso tornaci più spesso di quanto potessi un tempo.

Ho ripensato alle parole di Cesare, seduta sul treno che mi riportava a Milano. Ancora non mi riesci di scrivere casa e forse non ci riuscirò mai.
Escluso il viaggio da e verso l'ufficio, il Milano-Torino-Milano è il mio itinerario più frequente.
Avanti e indietro. Indietro e avanti.

Leggo, faccio a maglia, dormicchio, guardo fuori e vedo Milano trasformarsi lentamente in pianura e la pianura lasciare il passo a Torino. E viceversa

Rimango a Torino per un weekend di solito, se ho fortuna qualche giorno di più.
Questa è stata una di quelle occasioni. E' l'estate di San Martino. Io non avevo molti piani.

Il weekend lungo è passato felice e veloce.
E' iniziato con pretzel e weiss bier a "La Deutche Vita", risate e chiacchiere con amici di lungo corso, quelli che anche se non li vedi da 4 mesi ti sembra di avergli detto arrivederci solo l'altro ieri :

La Deutsche Vita

Poi la notte di venerdì è scivolata tranquilla via e si è trasformata in sabato, e io mi sono ritrovata da "Wool Crossing", per una giornata di chiacchiere, risate, sferruzzio e nuove amiche.

Domenica ho cercato di battere il record di ore domenicali in pigiama, ma alle 4 e mezza mi sono dovuta cambiare in abiti di servizio, visto che era giunto il momento di espletare i miei incarichi istituzionali di zia.

E devo dire che ho svolto con onore il mio ruolo: filastrocche della pappa, ten, disegni e partite con gli squali che mangiano i pinguini (lunga storia):

Aunt time

World is a canvas

(Questa non è una manina sporca, bensì il modo in cui l'Artista esprime attraverso sé stessa e una scatola di pennarelli la sua personale visione del mondo. Ok, l'abbiamo persa di vista per un nano-secondo e questo è stato il risultato: quindi non ho solo una nipote artista, ma pure sprinter!)

Mi siedo sul treno, l'oscurità è già calata. E' ora di andare, di tornare a Milano.
Io penso a quelle parole, le recito mentre il treno lascia la stazione.

«Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest'ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch'è tutto buio
e la sera soffrire da sola»!
Mi vuole vicino come fossi un amico:
quest'oggi ha saltato l'ufficio per trovare un amico. 
«Ma posso star sola cosi?
Giorno e notte -l'ufficio - le scale - la stanza da letto
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino - poterla godere
solamente poter respirare». 
Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c'è qui tra le piante. Ritorni al paese..
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
«Se trovassi un amico quest'oggi, starei sempre qui ».

Sunday, 11 November 2012

man vs. food

Grazie al digitale terrestre, l'incremento esponenziale delle peggio porcate televisive sembra non conoscere limite. Così ora se vuoi rincretinirti per bene puoi scegliere: il tg di Rete 4 o Italia 1 oppure uno dei vari reality show.
Chi cerca casa, chi non sa vestirsi, chi non sapeva di essere incinta, chi gestisce un negozio di pegni, chi scava tesori, chi guida camion in Alaska e chi ci spiega mille e più modi di tirare le cuoia.
Oggi, facendo zapping estremo, una specialità pericolosa e spericolata, altro che gettarsi giù dalla stratosfera, ho letto il titolo di uno di questi show "Man vs. Food"
E' un titolo un po' bislacco e subito ho immaginato uno duello da far west fra un presentatore tv e un cotechino. Non ci sono andata molto lontana.
Il riassunto della puntata di oggi era: "Adam è a Austin, Texas, dove sfida una ciambella da un chilo. Nella Don Juan Taco Eating Challenge riuscirà a mangiare otto tacos e a stabilire un nuovo record?"

Nulla di meglio... per farmi spegnere la tv e mettermi a leggere un libro.

Tuesday, 6 November 2012

Hate & Love

Love to hate you, #Marmite

Since the first time I took a bite of it on a buttered toast that Gill had made for me, I knew it was the foulest thing I ever tasted. I didn't feel like that again for a very long time afterwards: only when I tasted chou doufu in Shaoxing (word capital of stinky tofu), I remembered how I felt when I ate my first bite of Marmite.

Gill looked at me and asked "So how is it?", a big smile plastered on her face. Something in her eyes told me this was not the first time she was playing this trick on one of her foreign students. And she wasn't probably going to stop with me. True enough, less than 5 minutes later, Sandra, the Swiss girl, made her appearance in the kitchen and... "Sandra, how about some breakfast?"
If Sandra had taken a better look at my face and at the fact I was drinking water like a camel that crossed the Sahara, she should have answered in a whole different way.

They say Marmite is like that. You either love it or hate it. It's a comforting notion, if you think about it.
In a world where black and white blur into grey, what is right and what is wrong overlap and everything "just depends", Marmite offers a relief, a safe haven: it's a yes or no, on off state. Marmite appreciation is in binary code, 1 or 0.

It's something I never doubted about in the past few years. Marmite is bad, I don't like Marmite.
I even introduced some friend to the wonders of Marmite. The look on SViN's face when I gave him the Marmite cookbook was one of a kind. Or the replies I received when I shipped some Marmite to some friends in Italy.

Then something changed. I think it was because of the cashew nuts. Cashew nuts are a soft point of mine, I just love them no matter what, even when they're Marmite-flavored. Apparently, my love for cashew nuts is stronger than my dislike for Marmite.
Not a big deal, I thought. But then it was the turn of the rice crackers and the chips. Then, thanks to Flavia and Sevan, I discovered the Marmite flatbreads and cereal bars. My heart broke a little when I couldn't find the cereal bar any longer.

Then, last time I was at Beth's place, we had Marmite cheese: it was quite lovely and it made me realize, perhaps with the help of one or two glass of Mavrodaphne, that Marmite probably for me is not so binary, maybe more of a ying-yang state of thing. It's a thin line the one dividing love and hate and, being the line coated in Marmite, it's quite easy to slip over it.
So yes, I still hate Marmite, but I love other Marmite-flavored food.
I still have some hope to find the cereal bars. I can't understand why they're not on sale anymore: I mean,  Marmite people, come on! What's the point of having people hooked on a new product, just to stop selling it shortly after!?!? You do want to be hated!

Sunday, 4 November 2012

gloom and tea

I like to believe it is because of the weather. I've been repeating that to myself for the past few hours.
"Yes, it's because of the rainy and gloomy weather".
Let's be honest: aside the Duomo and some other rare spot, this town is, for lack of more fitting description, plain ugly. Add this to the horrible weather, the medication I've been taking for tonsillitis, and you'll see I was not in my right mind this afternoon.

What happened is that, while sitting on the metro, looking around at the people around me, a blasphemous thought invaded my mind: "I kind of miss the Netherlands".

Ok, before friend like Flavia or Francesco call the ambulance and have me hospitalized into a mental asylum, let's try to be clear: I don't exactly miss the Netherlands, I do miss friends I left there (and those who left  the country like I did) and this afternoon I was missing the mint tea I could get there.

Having mint tea was really nice. In the office it was a must as the coffee there was pretty bad. Outside is what saved me over and over from losing my fingers to frostbites. I love getting into a coffee and order the mint tea: fresh mint leaves, a drop of honey and a pepperkakor on the side.
My favourite place for mint tea was the Openbare Bibliotheek, the central library in Amsterdam. It's a beautiful building: there's a piano in the hall where people can sit and play, there's a lot of space to sit (even though it's not the best place to write because it's quite noisy... Weird for being a library), it is open on Saturday AND Sunday and it's got a café on the top floor: I used to go there, order a mint tea, and look outside of the windows.

I was going to a knitting meet up and I thought I could get some nice tea there, maybe not the same type, but something similar. No such luck and no pepperkakor (and the apple cake was not so good, but never mind), and when I got back home I spent a  bit of time looking at my tea-box, only to realize that mint tea is not a dry leaf tea, it's made with the leaves freshly cut from the plant.

I am thinking of buying a mint plant soon. I'm just a little bit worried by the suicidal cactus in the office, I would be upset if my future mint plant decides to follow the same path to self destruction.

Friday, 2 November 2012

Mafalda, il mappamondo e la lavatrice.

Il primo novembre l'ho passato come buona parte dei giorni di festa: riprendendomi da un malanno. Come ogni anno ho avuto la mia dose minima di tonsillite: martedì ho causato l'ilarità generale dei miei colleghi durante una teleconferenza. La voce ora è tornata più o meno a livelli e frequenze accettabili, soprattutto perché ho passato ieri tappata in casa a bere tisana e prendermi cura di me stessa (che cosa strana, dovrei farla più spesso!).
E' stato comunque un giorno abbastanza fruttuoso.
Ho messo ordine fra le foto. Ok, ho iniziato un'altra volta a mettere ordine fra le foto (e prima o poi finirà pure di mettere ordine) ho aggiornato le foto di alcuni progetti su Ravelry.
Ho scritto, letto, guardato la signora Fletcher, ascoltato Chet Baker, Billie Holiday e Tchaikovsky.

Non ho stirato e mi sono completamente scordata della pila di roba che aspettava di essere messa in lavatrice.
Beh, mi sono completamente scordata di molte altre cose. Ho deciso di passare un giorno di oblio dai media: ho evitato giornali, tg, gr, qualsiasi cosa potesse ricordarmi che, là fuori, lontano ma non troppo dal mio soggiorno, c'è un mondo che tira a campare tra guerre, follie omicide e cambiamenti climatici.

A un certo punto ho provato una lieve punta di senso di colpa. Ma come? me ne sto qua ad ascoltare il concerto per violino mentre fuori, fuori... ecco visto che non ho la benché minima idea di cosa sta accadendo fuori?!?
Il senso di colpa non ha avuto vita lunga. Nel tempo che mi ci è voluto ad alzarmi dal divano e raggiungere il giradischi, mi è tornato alla menta un ricordo di pochi giorni prima.

Ho passato parte di domenica nella "stanza dei lavori" di mamma, la vecchia cameretta di Adri, riadattata da mia mamma a stanza per cucire, ricamare, stirare, leggere, guaradare la tv, chiamare su Skype e giocare ad Angry Birds e Orba.
Mamma era per l'appunto presa a passare tutti i livelli della versione di Halloween di Angry Birds Season (è fatta così: prima passa i livelli, poi torna indietro e ottiene il massimo dei punti possibili, tre stelle e golden eggs). Io ero seduta accanto a lei, la tazza di tè sul tavolo e un tomo appoggiato sulle ginocchia.
E' uno dei vari pezzi sparsi della vita passata che, per un motivo o un altro, è scampato alla prima ondata di trasloco verso Milano: è il libro che raccoglie le strisce di Mafalda.
L'ho comprato qualche anno fa, quando mi sono resa conto che i libri di Mafalda che ho sempre letto non erano miei e li avrei dovuti lasciare alla legittima proprietaria.

Lazy Sunday afternoon: Mafalda & tea

Domenica pomeriggio è passata così, con mia mamma che ogni tanto mi guardava con un'espressione che diceva "ormai l'abbiamo persa" e io che ridacchiavo su strisce che riesco ancora a recitare a memoria, altre che non mi ricordavo così belle, mentre io ero alla ricerca della striscia del manganello, una delle mie preferite:


Eh sì, Mafalda ne ha sempre capito più tutti e anche lei ogni tanto smetteva di preoccuparsi del suo mappamondo e si metteva ad ascoltare i Beatles.
Così sono arrivata al giradischi e ho deciso di continuare a vivere così per ancora un po': ho girato lato del disco e sono tornata sul divano.

Purtroppo così non può durare a lungo e sono tornata alla vita di tutti i giorni, a preoccuparmi del mappamondo. E della lavatrice. L'ho caricata e fatta partire stasera.
Fino a qualche tempo fa mi sarei preoccupata di usare la lavatrice tardi la sera, ma con le tariffe dell'elettricità non c'è altra scelta. In più a chi posso dare fastidio? Ai vicini bifolchi che litigano e urlano ogni sera, anzi ogni notte? Ecco, magari una seconda centrifuga ci sta tutta.

Thursday, 1 November 2012

caccia al tesoro

Mentre Glen Hansard sembra deciso a non lasciare più il piatto del giradischi, mi domando se ho tutte le rotelle a posto.
I due eventi non sono correlati in alcun modo, ma, ascoltando Glen, mi consolo pensando che magari non ho tutte le rotelle a posto, ma almeno ascolto della bella musica.

E' novembre.
Sono piena di lavoro che esplodo.
Ho una pila di roba da stirare che a breve la sedia su cui è appoggiata implorerà pietà.
Ho deciso di partecipare a una follia da cinquanta mila parole almeno.
Mi basta, secondo voi?
Certo che no! Le mie occhiaie richiedono che io dorma ancora di meno per mantenere il loro ideale stato grigiastro!
Quindi ecco che ho deciso di partecipare a un KAL (un Knit Along, ovvero sia un gruppo di sferruzzatrici/sferruzzatori, spesso giosamente ossessivo-compulsivi riguardo la maglia come la sottoscritta, lavorano lo stesso modello nello stesso arco di tempo).
Questo KAL è organizzato da "Unite contro il cancro" ed è una caccia al tesoro. Per ora sono usciti due indizio e oggi pubblicano il terzo. Di mio non solo ho realizzato il campione, ma l'ho pure fotografato!

red

Sono pronta ad altri giorni di intenso tutto, tanto sonno e poco riposo. Sabato si incomincia e non vedo l'ora: questo non toglie nulla al fatto che probabilmente non ho tutte le rotelle a posto.

Wednesday, 31 October 2012

Lessons in love

It was a warm, stuffy, early October Saturday.
It seemed summer didn't really want to give up on autumn and was clinging with all its might on the street of Torino.
It was a warm, stuffy, overcrowded Saturday in Torino.
The nice weather called out people to the street. They're walking up and down the city center streets, stopping here and there to look at the windows of the shops, queueing for an ice-cream.

I wanted to have a look at an exhibition, so I went straight into the Mole, had a look inside and spent some time laying down on the chaise-long, watching at silent movie extracts.

Coming outside the heat wave hit me pretty hard: as I walked slowly along Via Po. I didn't feel like getting on a bus to head straight back home, I might as well walk a little bit.
That's when I saw it. There's a shop in the middle of Via Po that sells notes and words: old and used books and vinyls alongside recently released CDs.
I saw in the window of the shop a vinyl and I couldn't help feeling surprised.
Glenn Hansard's "Rhythm and Repose" in vinyl! In a shop! In Torino. It's just so weird, I felt I fell into an episode of "The Twilight Zone". Or a surrealist painting.
I walked decisevely into the shop and got derailed. The stacks of used vinyl called me, treacherous mermaids. I thought I could just have a look around, then get Glenn Hansard off the shelf, pay and head back home. I was busy wondering what's the differences between the several type of metal (I get Viking metal got horns helmet, but what about Dark metal and Black metal?) when a voice reached my ears. A girl's voice. "Can I take it from the shelf?"
A sense of dread filled me as my peripherical vision showed me what I most dreaded: the girl going straight to the window shelf and picking "Rhythm and Repose" off it.

When I asked the shopkeeper if he had a second copy, I already knew that the answer would be "No". I wasn't prepared to the "What the hell is going on here?" look that came with the "no".
On the way back home, I kept repeating over and over in my head: "I deserve it. I feel so bad right now and tired and it's too hot and I don't have that records, and I deserve it all because I'm such a 'balenga'. Yep, that's why. I'm a balenga" (balenga is an untranslatable word in dialect. Oh yes the dictionary will tell you it means "stupid" or "silly", but it's not completely true, but I'll tell you more about it another time).

I let the whole episode mull over my head for over a week, then I decided I needed to do something, like keep looking for it, for example.
I couldn't find the vinyl in London. The man at the counter of "Rough Trade" looked at me weirdly: "are you sure it's out on vinyl?"
Yes, I'm sadly pretty sure about it and, by the way, why do people working at records shop, keep on looking at me as if I sprouted a second head when I ask such a question?
So I bought a Janis Joplin album instead and decided to go for the last resort: internet.

Bought it online, it arrived swiftly and with it, a Mavis Staple vinyl as well.

Glen & Mavis

Browsing through the store I saw another album I wanted to get for quite some time and never had the chance to.
At the end I learnt that you shouldn't pass up a chance, but at the same time you shouldn't beat yourself too much for that, because you never know what can come out of a mistake.

So yes, I'm a balenga as it took me longer than expected to get my vinyl. But at the same time it's not so bad being so, because I know there is a girl in Torino that is enjoying the same music that is filling my living room this evening and that once this music is over, it'll be time for Mavis to start.

Tuesday, 30 October 2012

50k

50K in a month.
No, no, sadly no real or fictional distant cousin of mine relocated to Nigeria and decided to leave me an income.

And it's not even one of those iron men competition.

50K in a month means an average of 1666 and repetitive 6 per day. Ok, let's make it 1667, easier, but less satanic.

It's the number of words I should write from November 1st to November 30th for the NaNoWriMo, the National Novel Writing Month
The idea is very simple in its absolute insanity: write a novel, 50.000 words in a month.

I'm not exactly sure why I did it. I was just browsing aimlessly through the web. It was late, I was feeling lonely and I thought "what the heck! If I got to have no social life, at least I can spend my time doing something interesting".

So, I signed up and I thought "what the heck were you thinking! A novel, 50000?!?! You got enough problems trying to put together a grocery list that makes any sense, imagine a novel!"
Anyway, I can't really turn back now, the die has been cast and all that jazz.
So, in 2 days time I'll be starting (gulp) writing a novel.
I'm setting up for big time failure because I got no idea, plot nor, I fear, time to materially put so many words together. Ok, I can use a random generator and a couple of monkeys, but that would defeat the purpose of the challenge, right?
I'll have to do it myself, I fear.

scrivere coi piedi

So, for now, I'm trying to defeat the tonsillitis that decided to show up now of all times and then I'll stack on coffee. Just need to write it down on the grocery list...

Monday, 29 October 2012

I've got a crush on you

I've got a crush on you, sweetie pie
All the day and night-time,
hear me sigh
I never had the least notion
That I could fall with so much emotion

L'amore inaspettato, al primo sguardo, quello che ti travolge all'improvviso e tu non sai bene che fare, come comportarti: mantengo la mia rigida e pragmatica serietà sabauda? O mi sciolgo come un gianduiotto al sole?
E' vano resistere.

Could you coo?
Could you care
For a cunning cottage we could share?
The world will pardon my mush
'Cause I've got a crush, my baby, on you

L'ho visto su Ravelry, e mi sono innamorata.
Si tratta di Lucy Hat di Carina Spencer, pubblicato sull'ultimo numero di Knitscene.

© Knitscene

 Ho comprato la rivista e ora devo "solo" scegliere le lane, fare un campione e farmi il cappello. 
E' bellissimissimissimo. Lo amo.
E lui ama me.
E il primo che trova da ridire o ridere, gli faccio una bambolina voodoo a sua immagine e somiglianza e poi ne riparliamo (tanto per confermare che no, il romanticismo non è morto, ma non per questo io devo essere privata del mio regale titolo di "Maestra del Male")


 

Thursday, 25 October 2012

giornalismo (e) spazzatura

In questi giorni il lavoro non mi lascia molto tempo libero e quel poco che riesco a ritagliarmi cerco di dedicarlo a cose che mi piacciono e che non mi fanno stressare e/o arrabbiare.
Quindi la televisione rimane spenta il più possibile. Questo non vuol dire che mi sono chiusa a riccio, continuo a leggere e tenermi informata, ogni giorno leggo un po' di notizie da siti italiani e stranieri così la bile si accumula un poco alla volta.

Oggi, causa una serie di sfortunati eventi, la bile è salita oltre i livelli di guardia.
La mattina non è iniziata benissimo: volevo guardare le previsioni del tempo prima di andare a lavoro, e mi sono beccata quel bip di Sallusti che si erigeva a paladino e martire della libertà di stampa, con a seguire teatrino in parlamento su legge salva-Sallusti (ti lamenti che nessuno della procura ti è venuto ad arrestare? Sai dov'è San Vittore? Bene, vacci!).

Poi a pranzo la tortura continua al pub-bar, dove la televisione continua a punzecchiare la mia pazienza. Rientro in ufficio e ad aspettarmi c'è la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso: una mail di Antonio riguardo la manifestazione di sabato scorso per opporsi alla costruzione dell'inceneritore (pardon, il termovalorizzatore) del Gerbido.

C'era una manifestazione contro l'inceneritore? Davvero? Non ne sapevo nulla! E perché non ne sapevo nulla?
Eppure li leggo i giornali. Ecco è questo il mio problema. O meglio, il NOSTRO problema.
Perché i quotidiani italiani, invece di approfondire i problemi ambientali (a meno che non sia ormai troppo tardi e ci siano già inchieste giudiziarie avviate) preferiscono piazzare in prima pagina notizie come questa:



Già, la nazione si ferma, il panico sembra impossessarsi piano piano della società civile, mentre il silenzio cala su tutti noi, per lasciarci meditare in silenzio su questa notizia: Ilary Blasi, una donna che riesce a entrare a piedi giunti in una gamba dei miei jeans, potrebbe avere problemi di linea. 
Eh, già. Sono tragedie.

Quindi, vi lascio a riflettere sulle disgrazie della vita.

Di Gerbido possiamo riparlarne fra una ventina di anni, quando probabilmente avremo scoperto i suoi effetti sull'aria, ad eccezione della puzza infame che infesta buona parte della città quando il vento soffia nella direzione sbagliata. Possiamo fare finta che non succeda nulla, a patto di turarci per bene il naso.

Oppure possiamo fare la cosa meno comoda: possiamo scegliere di informarci sull'argomento, da soli, senza affidarsi a prosivendoli vari ed eventuali.
Possiamo iniziare da qui, il sito del Coordinamento No Inceneritore - Rifiuti Zero Torino: il modo migliore per avere notizie sulla situazione del Gerbido, sui motivi della protesta e su come si sta evolvendo la situazione. Non solo! In questo modo saprò della prossima manifestazione in anticipo e non quasi una settimana dopo!

Monday, 15 October 2012

la compraoro

Ho trovato il bigliettino nella buca delle lettere dei miei, insieme alle bollette, alle offerte dei supermarket e le pubblicità degli svuota-cantine.

Un foglietto giallo, scritto fitto fitto e senza immagini. Annunciava l'apertura di un nuovo negozio in zona: ora che la fioraia si è trasferita sull'altro lato della strada, il suo negozio è passato a Marinella, una compraoro.

(Apro parentesi.
 Marinella, la compraoro. "La compraoro": è un bel nome, mi ha fatto venire voglia di rileggere "La prosivendola" di Pennac. 
Chiudo parentesi.)

Insieme a quelli che vendono quelle strane sigarette a vapore per smettere di fumare, i compra-oro sembrano fra i pochi a prosperare davvero negli ultimi mesi.
Non credo si possano però chiamare semplicemente compra-oro, sembra si stiano trasformando in veri e propri banchi dei pegni.
In quello vicino a casa  mia, vari oggetti fanno mostra di sé in vetrina: due giacche di pelle, un paio di Jimmy Choo, una chitarra, oltre a gioielli vari ed eventuali.

E' il segno di molte cose, suppongo. Della crisi ma anche del nostro attaccamento agli oggetti. Probabilmente quelle scarpe sono andate a finanziare qualche altra spesa dello stesso tipo, un circolo vizioso come quello delle carte di credito dei negozi nel Regno Unito.
Non ho né il tempo né la voglia di fare falsi moralismi, non è un decadimento della società (che  ha ben altri problemi al momento). Per di più, in questa società consumistica io sono coinvolta fin oltre la punta dei capelli: mi ha dato da vivere negli ultimi otto anni, chi sono io per rinnegarla?

Il volantino però mi ha lasciato uno strano senso di inquietudine addosso e ancora non sono riuscita a superarlo, dopo più di una settimana di tempo.
Forse cose così ci sono sempre state ma io non ci ho mai prestato attenzione, sono famosa per la mia incapacità di notare tutto ciò che sta sotto il naso.
Fatto sta che, fra i tanti oggetti che il volantino suggeriva di portare a vendere, ce n'era uno che ha catturato la mia attenzione.


A parte i dubbi sulla roba rotta e le monete d'oro, ma insomma, dico io!
Capsule per i denti?!?
Capsule per i denti che non indosso?!?!
Capsule per i denti che non indosso e che tengo in un cassetto a casa?!?!?
E chi non ne ha almeno un paio, in un cassetto della cucina?

Monday, 8 October 2012

Metropolis

Saturday I went to the Museum of Cinema to watch the exhibition on "Metropolis", the Fritz Lang's movie, and the restoration of the movie starting from a 16 mm negative found in Argentina.
The exhibition in itself was great: as usual, the Mole provides the perfect setting for an exhibition.

(all we hear is...)

I cut the queue for the panoramic elevator ride and went straight into the museum. I took my time going up and up, watching parts of the movie, looking at photos and sketches.
I tried to remember when I did watch the movie. Must have been a summer, maybe the one between high school and university. I can't remember whether it was on Rai 3 or a VHS.
I remember I didn't quite understand it. And that the morning after I woke up with a huge headache (I'm pretty sure we had limoncello while watching it) and Freddy Mercury singing loud in my head.

By the time I reached the end of the stairs, while making my way for the chaise longue to watch some mute film from the museum archive, I couldn't help but admitting that pop culture is always there.

Or here, depending on your point of view. It's anytime, every time, anyhow.
It may looks nowhere to be found, but that's because we don't normally look for it where it can be found: in the back of everybody's mind. Or just in front of everybody's eyes.

Anyhow, it provided a awesome soundtrack for the afternoon:


Saturday, 6 October 2012

Autunno a Varsavia

Con il tempo strano che ci ritroviamo fra le mani, ho potuto indossare i sandali per molto più tempo del solito, un recupero per le ultime estati passate con gli scarponcini pesanti.
Lo scorso weekend comunque, mi sono goduta un tipico pomeriggio d'autunno; sono dovuta arrivare a Varsavia per poterlo fare, ma ne è valsa la pena. Ok, non che sia andata a Varsavia perché mi mancasse l'autunno; il motivo principale è il lavoro, ma per una volta sono riuscita a vedere qualcosa della città in cui mi trovo che non fosse l'aeroporto, l'hotel o l'ufficio. D'altro canto ho avuto molte possibilità di vedere e rivedere l'ufficio.

Varsavia mi è piaciuta, anche se lo trovata strana e non bella quanto Cracovia (che, a sua volta, mica è Ciriè).
Il mio albergo era un grattacielo di 43 piani che si affacciava sulla piazza con il Palazzo della Cultura e della Scienza, un palazzone che sembra urlare "Stalin!" da ogni suo mattone. Adesso è diventato un complesso di uffici e c'è un multisala all'interno. Di giorno non è un granché, ma bisogna ammettere che di notte ha un certo fascino.

Pałac Kultury by night

Passeggiando si passa da un estremo all'altro, da un tempo remoto a un futuro che deve ancora arrivare eppure lo stanno già aspettando per poi superarlo di gran carriera. Eppure il contrasto non si sente, rimane in sottofondo.

in the old town


Ci sono tutte le catene straniere, anzi inglesi, da Caffè Nero a M&S; le chiese sono piene, c'è una religiosità più sentita (forse più vera).
I grattacieli vengono su come funghi, mentre per le strade circolano ancora vecchie Trabant e autobus risalenti ad almeno cinquanta anni fa.

di corsa


Cielo blu, foglie ingiallite sugli alberi, aria frizzante, il camminare lento della domenica pomeriggio.
Famiglie che passeggiavano, bambini che correvano e si inseguivano ridendo, turisti che scattavano foto (io in primis).
Tanti bar e ristoranti, tutti pieni, ma i suoni mi arrivavano attutiti, o forse parlavano tutti a bassa voce.
Mi sono fatta trasportare dai piedi, piuttosto che dalla mappa. Non ho badato all'orologio, ma ho seguito le note di Chopin, che arrivavano a volte dalle fisarmoniche e dai piani dei suonatori di strada, a volte dalle panchine musicali.

Thursday, 27 September 2012

404

Ieri il giornale di casa si presentava al mondo del web nella sua nuova versione, tutta rimesso a nuovo e tirata a lucido.
Boh, sarà, per fortuna l'hanno ripetuto in ogni come e dove, altrimenti non sono così sicura me ne sarei accorta.
O forse no?

Ok che è un quotidiano serio, ma è la più deprimente pagina 404 che io abbia mai visto.



Wednesday, 26 September 2012

Facts. Fiction. Needles.

I spent last Friday at the hospital.
It was a vascular surgery that has left me limping slightly and has provided me an interesting lesson on how to keep reality from fiction separated.

Fiction:
The doctor tells you: "it's a very quick procedure, you'll be home by noon"

Reality:
The surgery in itself is very quick, but the procedure to check-in into hospital, undergo the surgery and check-out of the hospital is going to be dull, long and exhausting and will leave you in a state very close to a nervous breakdown.

Fiction:
The nurse tells you: "I shall be with you right away. Just give me two minutes."

Reality:
What she means is: "I shall be with you right away. Just give me two minutes... after I had my coffee break, chatted with a doctor and three other nurses, went out for a fag, took care of something else, had my pizza delivered for lunch and... what was it that you wanted, again? Oh right, I shall be with you right away. Just give me two minutes"

Fiction:
The doctor that looks like Stanley from Leon tells you: "it's not going to hurt"

Reality:
The doctor that looks like Norman Stansfield from Leon tells you: "Ah ah! I was kidding! What do you think, we laser your vein and it's not going to hurt!?!?"


Fiction:
The doctor tells you: "You won't have to do anything in particular after the surgery"

Reality:
Norman tells you: "Have I mentioned you the shots of heparin you'll have to inject yourself??? Ahhh...."

Only 2 medications left

Yep, after I managed to leave the hospital I had to drag myself to the pharmacy and get a nice set of 6 ready-to-inject heparin, to prevent possible thrombosis to the leg (I already got Dr. House lovely temper, we don't want to add the walking cane, do we?).

I will never ever understand people that inject themselves: drugs or botox, doesn't matter. It's the injection in itself that leaves me puzzled.
How can people stand to do such a thing to themselves. It may sounds weird, given the tattoos I carry around, but my brain seems to distinguish clearly between a tattoo ink needle and needle connected to a syringe.

And mind you, this is not even a big needle! It's quite tiny, it doesn't need to get that deep, it's not to be injected into veins or anything. Still having to "stab" myself with it is the thing I dread the most of my whole day. It takes me more time to get myself "ready" than to actually inject the heparin.

The first injection was quite easy, as my mum was over for the weekend and she took pity on my shaking hands and deep breaths. But from the second injection on, it was on me.
The first time I pinched myself with the needle, unsure of how much force to use, so I got some bruises. here and there. However I think I got better and I'm so glad that tonight is the last round of treatment!

Saturday, 22 September 2012

"day" hospital

Tornare dalle ferie è stressante, sento il bisogno di prenderne altre.
Sembra che il mondo in generale e il servizio sanitario nazionale in particolare si siano messi di buon impegno per farmi perdere la pazienza.
Con il mondo più di tanto non me la prendo, perché, beh, è così che va.
Anche con il servizio sanitario nazionale dovrei non prendermela perché so benissimo come va. E invece...
Prima delle ferie l'angiologo mi aveva detto che mi sarei dovuta operare e così ieri è stato, il che di suo non è male. Solo che quando sono uscita dall'ospedale, dopo le quattro, ero una specie di fascio di nervi ambulante, una carica di TNT pronta a saltare contro il primo sfortunato che mi fosse passato davanti.
Non credo nemmeno si possa dire sia stata una reazione eccessiva: il dottore mi ha detto di presentarmi in ospedale alle 6:45 di mattina, cosa che io ho ovviamente fatto.
L'intervento è durato 25 minuti.
Ora, facendo un po' di matematica spiccia e imprecisa, uno può domandarsi che cosa abbia fatto nelle rimanenti 8 ore e qualcosa.
Me lo sono chiesto pure io. Nulla, non ho fatto nulla. Ho chiacchierato con l'altra signora che doveva essere operata e che, come me, alla fine aveva accumulato un livello di incazzatura tale da illuminare a giorno Milano. E poi ho aspettato. Aspettato. Aspettato ancora. Ah, non mi posso scordare anche di come abbia continuato ad aspettare, il tutto mentre aspettavo di sapere per quanto altro tempo ancora avrei aspettato.
Quando un'infermiera ha avuto la faccia tosta di dirmi che "dovevo prenderla come una rilassante giornata di vacanza", non le ho staccato la testa a morsi e di questo mi sento molto orgogliosa: alla faccia di tutti quelli che mi hanno sempre detto che non ho pazienza, più paziente di così!

E ora? Beh, il chirurgo mi aveva detto che sarei uscita con le mie gambe (aveva ragione) e che potevo tornare a camminare senza alcun problema. Qui mentiva sapendo di mentire, perché ieri la camminata massima che mi sono concessa è stata dalla sala al letto. Finora oggi non è andata meglio.
Poco male, però. Mamma è venuta a passare il weekend a Milano: non andremo in giro, ma almeno chiacchiereremo un po' in tranquillità e mi dirà cosa ne pensa della casa.  Mi ha già comprato un set di bicchieri: non che io non ne avessi, ma le dava fastidio li avessi tutti spaiati e che l'abbia fatto bere l'acqua in un boccale da birra.

Monday, 17 September 2012

The zen and the art of using the washing machine

the only way is up

Today's been a long and weird day: I felt like a zombie.
Luckily I didn't look like one.
This morning I went to the gym, but then on the way back got lost, because I was not really looking at the street I was walking in and added 15 minutes to my journey.
In the office it took me 10 minutes to realize I was trying to open the door using my flat's key.
I feel I need some extra time to get back into my everyday routine.
Was it really only a week holiday? It felt longer. I left completely drained and I've got back with a huge smile on my face.

Not sure exactly what happened, yet something switched.
Serendipity or not, things changed. I met incredible people. I laughed. I breathed deeply. I talked and thought, I wandered around and wondered, aloud and by myself about life and other disasters.
Since the first day up in Trentino's mountains, my brains stopped the overflow of thoughts and worries and concentrated just on the present at hand.
I spent a nice week, meeting nice people, walking a lot and laughing even more. 

Am I really happy now? Perhaps.
Am I ready to get back to life in the city? Maybe not.

Right now I don't know, but I don't care either.
Memories of places, people and colours are still too fresh in my mind: what matters to me now is savoring the memories, browsing and organizing all the photographs, sending out some mails and getting back into my daily routine.
And getting back into memories means one thing and one thing only above everything else: washing machine.

Luigi told me that washing machines are somehow therapeutic: when you're down, upset or things just don't work as you wish them to, you just need to start 2 or 3 washing machines in a row and you feel better on the spot, like there's some order in your life already.
I decided that, given I almost got nothing clean to wear, I could try this theory out tonight. It makes sense in a way: it cleans and rinses, things looks nice, fresh and neat once out of the machine.
It didn't completely work. Yes, I felt more order around me, but I also felt like Munch's screaming man: why, oh why, do I always forget one or two socks out of the washing machine!?! I thought I had double checked, no heck, I treble checked. Still, when I closed window, start the coloured cotton program and half of the washing machine was filled with water, my eyes felt on 2 singles, lonely, crumpled, unpaired socks. Welcome back, Virgi.

Tuesday, 11 September 2012

Oink oink

Succede che ormai i miei non mi chiamano più al telefono, ma solo Skype. È una tradizione nata e sviluppatasi mentre ero a Londra, quando la distanza sembrava accorciarsi un po' grazie alle webcam.

Adesso non siamo più così lontani, ma la tradizione della chiacchierata serale su Skype è rimasta.

Succede che di solito trovo mia mamma dall'altro lato dello schermo, poi dopo un po' mio padre la raggiunge.

Ogni tanto, se i nipoti si sono fermati a cena, arriva portandosi Ilaria in braccio, poi la piazza davanti alla webcam e lei ride felice e cerca di ciucciare lo schermo del computer.

Così la scorsa settimana, non mi sarei dovuta stupire più di tanto quando ho visto arrivare mio padre dalla cucina con un fagotto in braccio. Eppure qualcosa non quadrava, perché sapevo che i nipoti erano in ferie e in più quel fagotto era grande il doppio di Ilaria.

E in effetti non era Ilaria, bensì un porco.



 

Un porco di gesso, fatto così bene che quando mio padre l'ha piazzato davanti alla webcam ho pensato fosse vero e che i miei fossero completamente partiti e si fossero comprati un piccolo di maiale. L'effetto teatro dell'assurdo era amplificato da mio padre che continuava a "cullare" il porco di gesso mentre mi spiegava calmo che "al Brico non c'era nulla di interessante, però il maiale era in offerta a 19 e 90. Pensavamo di comprarne due, ma poi ci abbiamo ripensato... Bello, no? sembra vero!"


Quando sabato sono tornata a casa venerdì sera per andare al matrimonio di Ema, ad aspettarmi c'era il porco. Mamma e papà me l'hanno mostrato orgogliosi, quasi fosse un terzo figlio. Devono trovargli una posizione adeguata e soprattutto sicura per evitare che i nipoti lo distruggano. Scherzando, ho detto ai miei che proprio lo amavano, sto crin. Al che mio padre, placido come suo solito, mi ha risposto: "Beh, tra tutte le bestie che mi circolano per casa, almeno lui non sporca". Bello sapere che, nonostante tutto quello che gli è capitato quest'estate, mio padre è rimasto il solito balengo.

 

Saturday, 8 September 2012

Cuore e occhi

Fra i miei link è salvata come "Busiarda".
Con gli anni ho imparato che, parlando di lei con persone non di Torino, bisogna chiamarla con il suo "vero" nome, "La Stampa".
Ho anche imparato che nessuna possibile risposta può soddisfare la loro domanda: "Ma se la chiamate "Bugiarda" allora perché la comprate?". Beh, sappiamo tutti di che pasta sono fatti politici e politicanti vari, ma non per questo abbiamo smesso di votarli.

A casa mia non siamo abbonati e non la compriamo sempre, a parte il venerdì che esce con TorinoSette. A Milano non c'è TorinoSette (eresia!), quindi mi accontento di leggere il buongiorno di Gramellini sul sito e poco più (magari una sbirciatina a specchio dei tempi, il misuratore della pressione sociale della città).

Ieri il Buongiorno parlava dei cambiamenti, all'apparenza quelli del giornale, ma in generale, quelli che animano la nostra vita.

"Sul lavoro, in amore e in ogni altra cosa, il cambiamento vero è la rottura di uno schema. Un distacco che fa paura e produce sofferenza, ma una sofferenza indispensabile, preludio alla gioia. Perciò va affrontato col futuro negli occhi e il passato nel cuore."

Spesso mi succede il contrario: mi capita di avere il futuro nel cuore e il passato negli occhi, ecco perché cambiare mi risulta a volte così difficile, anche quando sento di volerlo e di averne bisogno.
Ma una cosa l'ho imparata quest'estate: a spolverare il passato, rimuovere quella patina dorata che rende migliore molte cose. Ora guardo al passato e lo vedo per quello che è: un insieme di cose belle e brutte, qualcosa che mi ha portato dove sono ora, ma che deve rimanere lì dov'è, alle mie spalle.
Davanti c'è il futuro, ma in questa strana mattina di fine estate conta poco anche lui, è il presente che richiede pressante ed egoista la mia attenzione; e io ho deciso di essere altrettanto egoista e pensare solo al presente, al mio presente: non credo di poter rompere i miei schemi in maniera più definitiva e completa di così.

People all get ready
'Cos we're breaking down the band
Rewrite what's gone already
And see it through with wiser hands
And what has gone between us
Is a lot, is a lot
And who'll be there to ignore us
When you're not, when you're not
(People get ready - The Frames) 






(Beh, un occhio al futuro l'ho comunque buttato ieri: il 9 febbraio si torna in Scozia per il 6 Nazioni!)

Sunday, 2 September 2012

Cose di casa / 2.a parte: Coniglio con pipa e occhiali

Non sono un'artista, ma amo pensare di appartenere a una famiglia di artisti.
Chiunque ne dubitasse, si ricrederebbe subito vedendo l'eclettico portfolio di mia sorella: dagli autoritratti ai vulcani dei dinosauri fatti con carta igienica e colla vvvvinilica, passando per le vignette satiriche disegnate nella scatola dello Scarabeo.

Mia sorella è anche una pianista, musicista anche lei come mio madre: un cantautore dell'assurdo, nonché narratore straordinario, creatore di fate puzzolenti e disegnatore di lupetti cicciotti con tendenze suicide.

E poi c'è mia mamma, capace di dare a ogni sua creazione un tocco unico: dalla bicicletta puffetta, alla puffosa cassa della legna e i complementi di arredo in pongo per la casetta delle bambole, ogni sua opera è unica.  Lei a sua volta aveva preso qualcosa da sua mamma, ovvero sia mia nonna, che ha sempre mostrato un approccio al disegno degno di Quentin Tarantino, come dimostra il suo cavallo di battaglia: il gatto infilato nel frullatore.

C'è una pietra miliare fondamentale ma non riconosciuta delle arti visive contemporanee, un punto di non ritorno della ermetica corrente balenga, una tappa della storia dell'arte.
Un capolavoro. Il Capolavoro.
Si tratta della tela firmata da mia madre, "Coniglio con pipa e occhiali":

dettagli

Il coniglio l'ho sempre amato, sin da quando era appesa nella casa vecchia di La Cassa, da bambina ero convinta che il prato fiorito alle spalle del coniglio fosse quello lungo la strada per il Colverso dove andavamo a funghi con mamma.
E gli occhiali il coniglio li aveva probabilmente fregati a mio nonno Eugenio, mentre non so dove potesse aver recuperato il farfallino.

Quando ho comprato casa, mia mamma mi ha regalato il suo quadro e io ero felicissima come non mai.
Poi, quando sono emigrata, il coniglio non l'ho potuto portare con me.
Qualche mese fa, ho firmato il contratto, ho fatto le valigie e sono tornata in Italia: fra tutte le cose che ho impacchettato e portato a Milano da Torino, la tela del coniglio è stata la prima cosa a cui ho pensato.

coniglio con pipa e occhiali

Ora il coniglio con pipa e occhiali mi tiene compagnia in salotto. Non vedo l'ora che i miei vengano a cena a casa mia per mostrargli, non solo la casa, ma soprattutto il quadro.
So già cosa cucinerò: coniglio, ma senza pipa e occhiali, altrimenti lo digeriamo fra vent'anni.

Friday, 31 August 2012

the calm before the storm

Growing older means I got wiser.
It means I got white hair.
It means I got an angiologist.
It also means that I should have learnt by now that the smoothest way to tell your parents something is wrong is not texting them while they're on holidays: "Hey, what's up? Btw, I need to get surgery done to a vein in the leg. Bye"

Yesterday I went for a scan of my old veins and it came out as result that I need to undergo surgery in about 2 months time. I texted my mum. She obviously freaked out so I had to call her back, yet I couldn't really tell much more than what I wrote her before.
Problem was that I couldn't concentrate on the matter at hand, pretty much as I couldn't yesterday.
It's nothing "that" serious (or so I like to tell myself: it seems I spend all my time between doctors, dentist and office recently and it's, oh well, unhealthy!).
After discussing the surgery, while the doctor was writing all the papers needed, I kept staring at him, desperately trying to find some question to ask, anything to fill the silence. But I couldn't.
I just stared at him, unsure of what to do, what to say: you see, my angiologist is the spitting image of Norman Stansfield, the corrupted and psycho agent played by Gary Oldman in Léon.
What could I have asked him? Whether he was a Mozart fan or not?

Well, I could ask it to my mum: I have to text her and tell her I'm going for the surgery in 3 weeks time, just to freak her out a little bit more...

Sunday, 26 August 2012

Cose di casa / Parte prima: andare all'Ikea

Che estate bislacca!
No, non è vero del tutto. E' sì un'estate un po' balenga: gli eventi si accavallano senza soluzione di continuità e, per la maggior parte, non si tratta di eventi così positivi. 
Fra tanto lavoro, problemi di salute, famiglia in giostra, relazioni traballanti, il senso di inquietudine è cresciuto, cresciuto, cresciuto.
Ma è una sensazione che conosco benissimo: la storia è sempre la stessa, da anni. Si ripete a frequenza irregolare, dipende molto da altri elementi della vita, dai cambiamenti che la contraddistinguono. 

Vorrei poter, se non cantare, almeno dire che casa è dove appoggio il mio cappello, ma non è così. O forse il problema è che di cappelli ne ho troppi! Non so perché, ma non riesco a sentirmi a casa troppo a lungo in nessun luogo e trovo sempre più difficile raggiungere una situazione di equilibrio.
Ma, se ho imparato qualcosa in questi anni, è che scappare non serve, bisogna invece fermarsi.

Sì, devo fermarmi: riflettere su come stanno andando le cose e come sto io, riflettere sulle relazioni che non vanno, sfoltire la rubrica. Tagliarmi i capelli, andare in ferie.
E cercare di raggiungere una sensazione di "casa" almeno da un punto di vista prettamente materiale, anche se nel cuore la parola mi suona estranea.

Fino a qualche giorno fa ho avuto problemi anche in questo campo. Uscivo dal lavoro, mi dicevo, ma non tornato a casa. Era una casa in cui dormivo. Era colpa mia in parte: avrei dovuto finire di traslocare tutte le cose dalla cantina di mia mamma tempo fa, essere meno pigra.
Però ecco, come tutti gli appartamenti in affitto che h o visto in questi ultimi anni aveva la personalità di un totano ed era stata curata come un lebbroso: a distanza di sicurezza.

Questa settimana mi sono data da fare: pulito tutta casa, riorganizzato la casa, i dischi, i DVD e i dischi.
E poi ho fatto il passo fondamentale: sono andata all'Ikea.
Ah, l'Ikea: sempre uguale a se stessa, ovunque e comunque, con le candeline profumate, il pout pourri, la libreria Billy che si piega alla sola visione di due dizionari ("non vorrai mica posare quei tomi sui miei scaffali?!? Pazza!!!"), il metro di carta che mi ricordo di aver lasciato nei jeans quando sento la lavatrice far partire la centrifuga.

Ci vado e mi sento tranquilla, in pace. Mi calmo e mi sento a casa.
Penso che a volte ci vuole poco per sentirsi a casa: le borse blu, i nomi impronunziabili.. i pelapatate con il manico colorato.

Già, i pelapatate dell'Ikea sono un'ossessione, ma non so mica come sia nata.
Ogni volta che vado all'Ikea, le possibilità di uscire da lì con un pelapatate sono alte.
Questa volta però non è successo e io mi sono sentita molto orgogliosa... ma anche sollevata, visto che nel cassetto ho contato 5 pelapatate. E considerato che io non sono una grande fan dei tuberi non sono proprio l'attrezzo da cucina che uso di più.
In compenso, ne sono uscita con tre scatole, delle candele profumate (ho passato troppo tempo in giro con Flavia), un set di mestoli, un porta-posate, dei copri cuscini, uno scolapiatti. E per finire, mentre resistevo alla tentazione e riponevo il pelapatate sullo scaffale ho aggiunto anche un set di taglieri e uno di forbici... colorati entrami! 
Non so se sia merito loro, ma mi sento già più a casa.